Abba Giuseppe Cesare

Targhe: San Pier d’Arena – via Giuseppe Cesare Abba – Patriota-scrittore-uomo d’armi – 1838-1910

in angolo con via D.G. Storace

angolo con via P. Reti. Riporta, come nelle prime targhe, usa la parola “arme”;  ed è fuori misura usuale

Quartiere antico: San Martino

Carta di M. Vinzoni del  1757. In blu: in alto l’abbazia di San Martino, ed in basso la chiesa di San Giovanni Decollato, oggi San Giovanni Bosco. In verde ipotetico tracciato della via  nei terreni dello Spinola.

N° IMMATRICOLAZIONE: 2700   CATEGORIA:  2

 

a sin. carta dal Pagano/1961; a destra carta recente. In verde il tracciato della strada

UNITÀ URBANISTICA: 25 – SAN GAETANO
CODICE INFORMATICO DELLA STRADA: n° 00020
CAP:   16151
PARROCCHIA:   San Giovanni Bosco

Storia della strada: come si rileva dalla carta del Vinzoni del 1757, la strada proprio non esisteva e si formò in seguito, entro i terreni allora di proprietà di Domenico Spinola. Nella carta si scorgono dei particolari. Uno, che il tragitto della attuale via D.G. Storace (ovviamente senza nome) già esisteva, non come strada ma semplice viottolo che partendo da via San Martino (v. C. Rolando;  di fronte alla chiesa di San Giovanni Decollato retta dai rr.pp. Teatini) allora arrivava al torrente Polcevera. Il tratturo era a sua volta fiancheggiato da un torrentello, probabilmente incanalato, proveniente dal Belvedere; ed era racchiuso tra due proprietà: i terreni dell’eccell.mo Domenico Spinola, posti a mare, separandoli da quelli assai vasti del Magistrato degli Incurabili posti a nord. Secondo, nell’angolo a mare di levante (via san Martino), esisteva la grossa villa cinque-seicentesca di Domenico Spinola, della quale rimane solo la torre (attuale 56 B rosso). Per essa, maggiori precisazioni a ‘via san Martino’. Terzo, l’appezzamento di proprietà del Magistrato degli Incurabili, appare compreso tra le attuali via D.G. Storace e via B. Agnese, con grossa villa sulla strada principale, e giardino-orti verso il Polcevera,  pressoché sino alla attuale via G. Spataro. Oggi, una parte di queto terreno, è rappresentato dai giardini Pavanello. Il Magistrato forse vi abitava – o la Magistratura vi aveva un manente, ed allora il terreno poteva averlo avuto in eredità. Il servizio era nato a Genova, promosso da alcuni cittadini sensibili ai problemi degli infermi ritenuti  incurabili e dei pazzi, con necessità di ricovero in uno Spedale specifico. Solo nel tempo, cresciuta ed organizzata, la struttura nel 1576 fu assorbita nei compiti del Senato della Repubblica e compresa negli organi amministrativi di tutela delle Leggi: allo scopo furono nominati dodici “Protettori” perpetui, che a loro volta eleggevano sia il sostituto di uno di loro qualora avesse dovuto abbandonare l’impegno, che il Magistrato, elevando quindi uno di loro al titolo dirigenziale: una persona munita dell’autorità  di provvedere ed attuare quanto necessario per il funzionamento. Nacque così una pletora di Magistrati, impegnati nelle più varie funzioni (guerra, sanità, abbondanza, galere, arsenale, olio, vino, moneta, poveri, riscatto degli schiavi, monache, ecc.). Una carta settecentesca, di poco posteriore a quella del Vinzoni, stilata col fine di “progetto per il posizionamento della strada Cambiaso”, segnala – ma in modo pressoché illeggibile – che il terreno del Magistrato, era divenuto  “già dell’Ospitaletto; ora al Si(..?..-forse Sig.r…) …inero.
Nel 1910, ancora non era inclusa nelle strade cittadine; evidentemente fu solo alla cessione della villa (distrutta nel 1963) e del suo vasto terreno retrostante rispetto la strada principale che, tra il retro delle case affacciate su via Storace e la fonderia dei Torriani, si formò la strada con la stranezza descritta sotto, ai ‘civici’. Nell’elenco ufficiale del Comune del 1927 la strada ancora non compare, però c’è nelle carte del 1928, e già intestata allo scrittore garibaldino. Presumibilmente o c’era solo la proposta o fu intestata in quell’epoca, dopo verifica e conferma della non esistenza di doppioni nell’ambito della Grande Genova. Ufficialmente fu denominata con delibera del podestà il 28.3.1931. La primitiva targa posta all’angolo con via Storace, appariva diversa da tutte le altre cittadine (escluso quella di ‘via generale Cantore’ presso la Fortezza): non di marmo, affrescata, di forma lievemente lenticolare e concava all’interno, stretta e lunga più delle altre. É stata sostituita con una di plastica negli anni 2000. Nel 1933 era valutata di 3ª categoria, e come oggi univa via gen.Marabotto (via D.G.Storace) a via Milite Ignoto (via P.Reti), con civici neri fino al 2 e 7. Nel 1940 era sempre di 3ª categoria ed andava da via Martiri Fascisti a via Marabotto. Nel 1998 fu sostituita presso via Storace una delle due targhe vecchie, con una nuova di plastica, riproponendola uguale alla precedente (ma – come specificato poco sopra – ancora nel 1972  era  lievemente diversa dall’altra posta all’estremo ovest della strada all’angolo di via P. Reti).

Struttura: strada è composta di due tratti, lunghi circa cento metri ciascuno congiunti ad angolo retto. È senso unico viario da via P.Reti  a via D.G. Storace (e quindi con ritorno in via Reti); prima dell’anno 1999 il senso unico era invertito. È rifornita dall’acquedotto De Ferrari Galliera

Civici: La serie degli ultimi dieci civici rossi dispari, è sul fianco di ponente del palazzo eretto nel 1966 che ha il portone in v. DG. Storace.  La stranezza, non è che tre porte di sicurezza della rimessa AMT non portano numero, ma che dall’ 1r al 39r non c’è traccia: iniziano dal 41r. Questo lascia pensare che prima del deposito, o su quel lato – sulla parte a mare della strada – ci fossero delle case con negozi,  o erano finestrature dell’officina- deposito;  ma non è provato in alcun documento.
– civ. 2-4-6r  nel 1961  c’era l’osteria Icardi;
– civ. 40  nel 1940 c’era il marmista Fusani Giuseppe
– civ. 46r nel 1961 il carbonaio Bottaro M.
– civ.41r cancello, aveva sede la ‘Sampierdarenese boxe’, in una palestra che in sette anni di attività coltivò  campioni liguri ed italiani;  nel 1976 dovette chiudere (con inutili rimostranze esposte al Consiglio comunale) per troppe spese di fronte alla scarsezza di dilettanti. Poiché detta palestra risulta fosse al di là, a nord di via Storace, si presume che il tratto di strada che ora porta dietro le scuole, allora avesse lo stesso nome della nostra strada.
Attualmente, nell’angolo, si apre l’uscita agli studenti della Scuola media statale Giuseppe Casaregis, che ha l’ingresso principale in via C. Rolando al civ. 12, eretta nel 1963 al posto della villa nobiliare.
Lungo la via, varie imprese di autotrasporti e corrieri.

Dedicata: al patriota, scrittore, insegnante piemontese, nato a Cairo Montenotte il 6 ottobre 1838 da Giuseppe e Gigliola Perla. Fu educato alla scuola degli Scolopi nel collegio di Carcare; qui dimostrò  essere uno dei  migliori allievi del corso insegnato da padre Anastasio Canata –sacerdote e liberale insegnante di lettere; quello stesso che aveva assecondato l’entusiasmo dell’allievo Mameli  (che, tra il settembre e novembre del 1847, si era rifugiato a Carcare dal sacerdote, e là aveva dat vita al famoso inno che poi, musicato da Michele Novaro, venne cantato la prima volta a Genova la sera del 9 novembre, infuocando gli animi con una forte ondata di entusiasmo, preludio alla ribellione contro l’oppressore). Completò gli studi all’università di Pisa. A ventun anni si arruolò nella cavalleria – battaglione Aosta – partecipando alle campagne militari di quegli anni; ma ben presto abbandonò la carriera militare dell’esercito reale, per seguire Garibaldi nell’impresa dei Mille (5 maggio 1860), partecipando con lui a tutta la spedizione. Tornato a Cairo M., ripartì subito dopo per la guerra del 1866 combattendo a Bezzecca, ove guadagnò una medaglia d’argento al valore militare. Ritornato in quell’anno al paese natio, vi rimase sino al 1880; essendo stato eletto sindaco; approfittò della carica per incrementare l’istruzione pubblica, l’igiene e le strutture, nonché dilettandosi a  comporre in versi, un poema romantico intitolato  “Arrigo: da Quarto al Volturno” e dopo (1880) il diario “Noterelle d’uno dei Mille”, capolavori della letteratura garibaldina, divenuti testo fondamentale per lo studio di quell’impresa risorgimentale e che gli meritò il titolo aulico di “Aedo dei Mille”. Anche il romanzo “Le rive del Bormida” (1870) fu  di quel periodo, ma non ebbe  gran successo. Fu chiamato poi ad insegnare al liceo di Faenza (per quattro anni); e da qui successivamente  all’Istituto Tecnico di Brescia, ove restò sino alla morte, avvenuta fulminea mentre percorreva una pubblica strada, il 5 novembre 1910, pochi mesi dopo che il re lo avesse nominato senatore  per meriti patriottici. Era l’anno del 50enario della spedizione, ed il maestro era stato vivacemente impegnato nelle manifestazioni celebrative in tutta Italia, compreso a Genova:  il 23 giu dell’anno prima, 1909, era venuto ospite nel salone del Lido d’Albaro ed Amedeo Pescio – uno dei più bravi giornalisti locali – lo apostrofò esclamando “giornalista voi siete…e quale mirabile diario è il Vostro!…”, paragonandolo  a Caffaro. La fiera modestia dell’autore, spesso gli fu di impedimento nell’ usufruire  dei vantaggi acquisiti: per esempio, viaggiando in prima classe da Brescia a Roma, si vergognò moltissimo di non aver pagato il biglietto. Nel soggiorno  bresciano, scrisse molti libri e saggi storici, nonché poesie  e soprattutto ricordi dell’impresa militare,  rimanendo in stretta amicizia col Carducci: a questi si attribuisce lo stimolo dato all’Abba, di usare il canovaccio del primo poemetto, per stilare una vera relazione dell’impresa garibaldina, la cui pubblicazione lo  rese famoso. L’analisi dei motivi di tanto successo nazionale che lo rese celebre, fa risalire soprattutto all’aver interpretato i sentimenti essenziali dell’epoca (e cioè l’onore, l’amore di patria, l’autocontrollo ed ancor più il concetto di sacrificio per un ideale), tutti fattori che controbilanciano e ci rendono superiori di fronte alla brutture e tristezze della guerra, che lui aborriva come idea ma che raccontò da  generoso guerriero. Le sue parole divennero allora la voce scritta dei tantissimi analfabeti che avevano combattuto per un ideale, facendolo ascendere al titolo di  “poeta degli umili”, sia capi che gregari ma tutti accomunati – compresi i nemici – dall’osservanza di quelle nobili virtù,  e dal senso della umile pietà. Però, nel giudicare la rivolta genovese del 1848 contro la casa Savoia, repressa vergognosamente e ignobilmente dal gen. Lamarmora su ordine del re, in una lettera ad un amico espresse parole tendenti a giustificare  l’operato dei bersaglieri diminuendo e non credendo veritiere le violenze di cui aveva sentito dire. Un suo busto è esposto a Genova, nei giardini dell’Acquasola, opera dello Scanzi.

Lapide istituto Abba

2008 da metà a via GD Storace

2010

2008 da via P.Reti

2010 da metà verso via P.Reti

2008 da metà, a via P.Reti

busto a Villetta Di Negro

Bibliografia:

– Archivio Storico Comunale  Toponomastica , scheda 001

– AA.VV-Le ville del genovesato-Valenti.1984-pag.106

– AA.VV.Annuario Archidiocesi-1994.pag.377-2002.pag.415

– Balestreri L.-Miscellanea di storia del Risorgimento-ERGA.1967-p.41

– Enciclopedia  Motta

– Enciclopedia Sonzogno

– Gazzettino Sampierdarenese-   4/72.12  +  5/77.1  +  3/89.10  +

– Genova –rivista del Comune- anno 1954 XXXI-n°7-pag.19

– Museo di Sant’Agostino – archivio toponomastica

– Novella P.-Le strade di Genova-manoscritto bibl.Berio.1930-

– Pagano 1940-p.185; 1950-pag.35; Pagano 1961-pag. 51-tav.80;

– Pastorino.Vigliero-Dizionario delle strade di Genova-Tolozzi.1985-pag.1

-Piastra &C.-Dizionario biografico dei Liguri-Brigati 1992-pag.1

– Poleggi E & C. Atlante di Genova-Marsilio.1995-tav.21

– Stradario del Comune di Genova, edizione 1953-pag.7