Angeli (via alla Porta degli)

Angeli (via alla Porta degli Angeli)

Targhe: via – Porta Angeli (n. 1); S.Pier d’Arena – 2831 – via – alla – Porta degli Angeli  (n. 1); Via – Porta degli Angeli  (n. 3)

 

Inizio-1; sul muraglione a confine con corso L. Martinetti

 

Inizio-2; nella prima casa, dopo il voltino

 

presso il civ.***

 

presso il civ. 37; di fronte alla Porta

 

a fine strada; poi sconfina in San Teodoro

Quartiere  antico:  Promontorio

Carta del Vinzoni 1757. In celeste: salita degli Angeli; in violetto: corso L. Martinetti; in giallo: via Promontorio

N° immatricolazione: 2831  –  categoria:  3

 

 

 

Cartina tratta dal Pagano/1961. All’epoca la strada iniziava passando sotto il voltino e la piazzetta era dedicata al pittore  Gandolfi

Codice informatico della strada -n°: 50300

Unità urbanistica:  28 – San Bartolomeo

CAP: 16149

Parrocchia:  San Bartolomeo della Costa (abbazia di Promontorio) i numeri dispari fino a 5.

Storia. Possiamo pensare che ancor prima dell’epoca romana, forse, un tracciato già c’era, tipo mulattiera per i rari viandanti o trafficanti che dall’approdo della città di Genova  dovevano andare verso l’interno della val Polcevera o la Riviera, infatti gli storici concordano sul fatto che il porto fosse fondamentalmente un emporio per tutti i traffici sottocosta provenienti dall’oriente, perfino da Sicilia e Sardegna, e diretti a nord. In epoca romana avanti Cristo, da tutti è riconosciuto che venne dapprima aperta la strada Postumia (vedi); sicuramente per uso militare e poi di uso mercantile. Discordi sono i pareri di come e dove essa giungeva al mare. A mio avviso, la necessità primaria e fondamentale di collegare l’entroterra con il porto (e viceversa) non concede altra scelta se non lungo il Polcevera. Anche se in questo tratto non si trovano reperti di strada forse ciò è dovuto all’ormai vicino emporio e quindi inutile fermarsi in questo tratto di strada. Una volta che il tempo e l’incuria distrussero le tracce della strada romana,  numerosi  sentieri, superata la barriera montana della Bocchetta, portavano a Genova o partivano da essa. Sentieri e carrabili si aprivano a ventaglio, offrendo per chi li percorreva più d’una possibilità secondo la meta e il clima. Potevano scegliere di restare in alto sui monti e arrivare a Genova scendendo verso il Bisagno per procedere verso levante; oppure scendere il torrente Polcevera e arrivare al mare seguendone il corso preferendo il fondovalle se il clima era secco asciutto o neve sui monti o per proseguire verso ponente; invece la mezza costa se periodo di piogge e torrente in grossa. Pochi decenni dopo, nell’anno 110 a.C. circa, fu dato incarico di aprire la via Aurelia (vedi): anche per questa strada, proveniente da Roma, fatta e rifatta più volte, ha tutte le incognite sul suo reale e purtroppo non duraturo tracciato. Ricordando che ai  tempi dei romani la città di Genova era ben lontana dal colle di san Benigno, chiusa com’era nel “castrum” situato ove oggi sono  piazza Cavour e Santa Maria di Castello; quindi nulla c’era sulla collina di San Benigno se non il sentiero che collegava il porto alla Postumia e forse qualche casa di contadini-pastori. Ancora con la penultima cerchia, del 1537, le mura si chiudevano con la porta San Tomaso nella zona di Principe; ma il sentiero verso il dorso di San Benigno era sicuramente divenuto carrabile. La porta degli Angeli fu aperta nell’anno 1633 e sotto di essa scorreva il traffico dalla città in direzione di  ponente verso il Polcevera; mentre la poco distante porta di Granarolo offriva la possibilità di proseguire seguendo i crinali; anche qui il clima e la stagione determinavano la scelta. Tornando al tempo dei Romani e seguendo il tragitto da monte a mare, agli ingegneri della Postumia e dell’Aurelia, non dovette costare molto constatare che, come già avevano tracciato i contadini locali, se avessero continuato il torrente sino alla foce e percorsa la lunga spiaggia, non solo allungavano il percorso ma soprattutto, arrivati al colle di San Benigno avrebbero avuto davanti una barriera quasi perpendicolare di roccia dura; perciò era meglio rimanere in collina risalendo dal fondo valle lungo la strada detta “Pietra” l’attuale salita Bersezio, proseguire in costa fino a travalicare il promontorio e scendere  (attuale salita degli Angeli) al mare e alla città. Nulla dimostra che l’attuale via corrisponda a un  tratto del lungo tracciato della vecchissima Postumia laddove essa si allacciava al porto. Comunque, militare o commerciale, preromana o postromana, a noi interessa solo questo ovvio ed indispensabile allacciamento con le riviere ed il nord. Così, anche in epoca medievale, chiunque dalla città volesse recarsi a ponente o a nord, il passaggio obbligato era fino a  Fassolo, e giunti nella zona “Caput Fari” o della Chiappella (l’attuale piazza di Negro), impossibilitati a raggirare la Lanterna per i dirupi ripidissimi posti ad ovest del colle, occorreva salire la collina di san Benigno (attuale salita degli Angeli), superarne il dorso a quota 114 e proseguire in costa seguendo la nostra strada (scendendo poi verso Rivarolo per l’attuale salita V. Bersezio, saltando completamente la lunga spiaggia del borgo. Oppure deviare lungo l’attuale salita al forte Crocetta per raggiungere il Garbo, Begato, san Geminiano e oltre (vedi Aurelia ). La città, allargandosi gradatamente in sei ulteriori cinte murarie (rispettivamente la seconda nell’anno 900; terza nel 1155; quarta nel 1276; quinta nel 1320; sesta nel 1537), solo con  la settima e ultima del 1633 arrivò a rinchiudersi definitivamente costruendo il muro a partire dalla Lanterna su per la cresta del colle. Solo in quest’ultima data, dove andò a intersecare l’antica strada, fu aperta una porta  dal nome omonimo al convento vicino. Solo quando poco dopo fu aperta la più comoda strada litoranea alla base del promontorio, passando finalmente ai piedi della Lanterna, si interruppe il flusso dei traffici passante per Promontorio. Infatti con l’apertura di questa ultima, il transito in alto scemò gradatamente, e con l’avvento infine dei mezzi a motore, praticamente scomparve definitivamente, sia con  la costruzione di scalini all’inizio della salita (per l’apertura di via Venezia; con conseguente impossibilità per gli abitanti della strada di avere sbocco veicolare verso est) e sia per la preferenza a forare la collina (una decina di gallerie). Quindi è una strada bimillenaria, anche se ora ovviamente non più utilizzata. Non è citata nel regio decreto del 1875, e neppure in certi elenchi datati intorno all’anno 1900 perché allora era tutta “salita Pietra”, che “dal confine di Sampierdarena (dalla porta degli Angeli)” andava a Rivarolo. Solo nel 1901 divenne tratto a sé, “via Porta Angeli”. Con questa titolazione l’Amministrazione di San Pier d’Arena fece porre la prima targa in marmo, di riconoscimento ufficiale (impresa Calvi, Rebora, Barabino) per il tragitto dalla Porta a piazza Promontorio: quest’ultimo nome essendo provvisorio fa sì che sulle carte di allora  la strada appaia possedere civici sino al 5 ed 8, quando praticamente l’unica casa esistente era quella dei becchini. Nel 1910 è ufficialmente ancora chiamata “via Porta Angeli”, con identico itinerario; e aveva, in attesa che cambiassero nome alla piazzetta, civici pari sino all’8 e dispari sino al 5. Nel 1933 rimaneva della stessa categoria, quando fu deciso dall’amministrazione comunale genovese di applicare il progetto di ammodernamento stradale allargandola alle stesse dimensioni di oggi. Fu previsto allacciarsi da levante sia con quella in provenienza da San Bartolomeo del Fossato, sia con la pedemontana proveniente da Granarolo. Tutto il percorso stradale, che iniziava da via B. Bianco, venne rifatto, allargato e pavimentato con bitume. L’impresa fratelli Morgavi costruì ed ampliò la strada fino a Granarolo, dopo che il Comune di Genova firmò una convenzione con lo Stato per poter usufruire di quel tratto di strada ancora considerato militare, e che ancor oggi si snoda lungo le antiche fortificazioni. Dall’altro capo di ponente allacciarsi con la strada proveniente dal corso dei Colli (corso LM Martinetti)). Alla sua realizzazione, per il Comune già era “via Porta degli Angeli”, di 5ª categoria, da piazza A. Mosto a mura Angeli e con civici fino a 4 e 7 (corrispondenti all’Ospizio, al Cimitero della Castagna; ai  casotti dei fiorai  ed al Cimitero degli Angeli).  Nel 1961 per il Pagano, non ha civici, né neri né rossi.

 

Porta. Fu aperta non come vera porta, ma “portello”, nelle mura della settima cerchia del 1630-3, sul crinale del colle di san Benigno, che separa il fossato degli Angeli da quello di San Bartolomeo, a uso e comodità dei traffici verso il ponente. Inizialmente era stata aperta nelle mura una porta già descritta nel 1700 nelle tavole del Brusco, posizionata poco sopra la  attuale; essa però risultò non solo scomoda per chi saliva dalle due direzioni, ma soprattutto posta in luogo dove il terreno non permetteva  erigere quelle opere esterne necessarie a proteggerla se non a distanza ravvicinata. Per questo, e per “favorire la Polcevera” e perché possibile punto debole di difesa in quanto rimanendo nascosta non era ben protetta dal sovrastante bastione del forte Tenaglia si provvide ad costruirne un’altra sottostante quella attuale e a chiudere, nel 1680 circa, quella sopra, che divenne così la “Porta Murata”. La nuova porta, posta a 114 m. slm, fu studiata in modo di non apparire chiaramente né dal mare né da ponente e provvedendo che fosse sotto la diretta sorveglianza e protezione del soprastante bastione del forte Tenaglia, divenendo in sostanza di secondaria importanza,  tanto più che in origine era di ancor più limitate dimensioni rispetto all’attuale (fu allargata dal genio Sardo) ed era preceduta da un fossato con ponte levatoio (poi colmato; sino all’epoca dell’ultimo conflitto mondiale si conservava una interessante chiusura del ponte levatoio); nell’assedio del 1800 fu addirittura murata. Il fatto che le mura in corrispondenza della porta, rispetto altri punti, appaiono decisamente più basse fa presumere che gli ingegneri facessero più conto sulle possibilità difensive delle bocche da fuoco piuttosto che sulla difficoltà di eventuali scalate. Per innalzare le mura attorno, anch’esse dette degli Angeli, dovettero essere espropriate alcune proprietà: del magnifico Bartolomeo Spinola, di Bernardo Pinelli, di Ottavio Franzone e degli eredi Bissio, tutti possessori di terreni nelle adiacenze dell’abbazia e del convento, sul passo. Le mura della porta sono ancora abbastanza ben  conservate, mantenendo nel tempo la struttura originale anche se la nessuna manutenzione fattale in questi secoli, ha favorito un accentuato degrado: la porta aveva un grosso stemma all’ingresso, dalla nostra parte, attualmente scomparso e che dalle immagini appare di tipo religioso relativo alla congregazione religiosa che viveva vicino (in alto una corona regale; sotto lo stemma con l’incrocio della M (di Maria) e V (della Vergine) sormontati da IHS con croce, il tutto indicativo di Jesus Hominum Salvator et Maria Auxiliatrice). (51.150-1foto).  Si scrive che si staccò dal muro cadendo drammaticamente addosso ad un passante che perse la vita o quantomeno a cui determinò gravi danni fisici, ma non è fatto storico reale.

porta con stemma, nel 1920

nel 2009, da occidente

2009,  da oriente

Ponte levatoio basculante, (disegno del dott. Fulvio Majocco)

Al di là della porta, in zona genovese (san Teodoro), alla sommità dell’ascesa di salita Angeli, nel  1467 venne eretta sui ruderi  di un più antico sacro edificio dedicato ai SS. Giovanni Battista e Nicolò una chiesa con annesso  convento dedicata a Santa Maria degli Angeli gestita dai Carmelitani. Essa diede il nome a tutta la zona, usualmente abbreviato con il solo nome “degli Angeli”.  Faceva parte della parrocchia di Promontorio (vedi Promontorio), di cui era succursale anche se poi gestita in maniera pseudo autonoma quando in Promontorio mancava il parroco ufficiale. Ne fu definitivamente separata, quando l’Arcivescovo dettò i nuovi confini parrocchiali. Una certa fama, la chiesa aveva acquisito essendo triste tappa finale di benedizione dei cadaveri che venivano portati a sepoltura nel cimitero, anch’esso detto degli Angeli. Tutto il complesso monasteriale e anche la chiesa andarono abbandonati con le leggi francesi e semidistrutti nel 1810, cosicché solo  il convento poté essere rioccupato e riutilizzato nel 1912 dalle suore Benedettine tuttora presenti  nel residuo riorganizzato convento a cui è affiancata una chiesuola che porta sempre lo stesso nome dell’antica. L’oratorio fu bombardato e distrutto durante l’ultimo conflitto. Dalla porta, le mura salgono verso il Tenaglia, raggiungendo prima un bastione posto vicino al cimitero e chiamato “di San Cristoforo”.

Struttura. Prima e dopo l’inizio del secolo, iniziava da piazza Promontorio, prima divenuta Antonio Mosto, poi Francesco Gandolfi e infine soppressa come titolazione personale divenendo dal 1998 diretta prosecuzione di corso Martinetti. Oggi è doppio senso viario, da corso L. A. Martinetti alla Porta degli Angeli, dopo la quale prosegue in alto verso “via delle mura di porta Murata”; o in discesa in “via Mura degli Angeli”, che sono ambedue in San Teodoro (anticamente in Portoria). Il Comune la pone alfabeticamente alla lettera P di Porta.

Civici. Nel  2007: Neri da 1 a 37 (aggiungere 1° e D; mancano da 25 a 31); da 2 a 10 (mancano 6, 8). Nella scheda della toponomastica sta scritto che nel 1990 la numerazione civica rossa e nera venne trasformata tutta nera: così il 5r e 7r divennero 35 e 37; e l’1A un edificio ristrutturato. La numerazione civica fin dall’inizio della toponomastica ufficiale ha sempre preso avvio da ponente verso levante. Civico 2 dal 1967 nuovo civico d’accesso alla casa di riposo ”Opera Pia Ospizio Scaniglia –Tubino”. Un pò tormentato questo civico, causa variazioni sia dell’ingresso che della strada: già civico 2 di Piazza Gandolfi, fu aperta poche decine di metri più a levante una nuova strada di accesso (più lunga ma più dolce d’ascesa) a cui fu dato il civico 4, eliminando il 2 divenuto secondario. Nel 1951 divenne prima civico 4 di via Porta degli Angeli poi civico 2 di questa strada. Nel 1966, ristrutturati ambedue i viali d’accesso, il civico 2 fu riassegnato al vecchio ingresso anche se non utilizzato.

Civico 4

Lo Scaniglia e forte Tenaglia

L’Ospizio, fu fondato il 23 marzo 1900, a seguito delle disposizioni testamentarie di Caterina Scaniglia, fu Angelo, vedova del cav. (di s.Gregorio Magno) avv. G.B. Tubino q. Salvatore. Il Novella sottolinea che ella  “legò il suo vistoso patrimonio in opere di beneficenza” con  testamento  olografico del 30 aprile 1893, steso con il notaio G.B. Reghitto che lo depositò il 25 marzo 1900, e pubblico che lo stesso notaio aveva depositato tre giorni prima dell’altro. Una sua statua è nell’atrio della villa Doria-Masnata di via A:Cantore. La scelta testamentaria nacque da un voto fatto nel 1860 dalla signora al marito (già sindaco, deceduto il 24 settembre 1878), con desiderio fosse intitolato “Ospizio SS. Salvatore” (l’immagine sacra patrona della città), per vecchi e inabili al lavoro. Chi scrisse il testamento, a complimento di tanta generosità, scrisse, o sostituì nel lascito, il nome dei due coniugi. L’articolo 2 dello statuto recitava: “Questa Opera Pia ha  per ‘iscopo (sic) di raccogliere e mantenere in apposito Stabilimento che porterà il nome di Ospizio o Ricovero Scaniglia Tubino, un numero possibilmente uguale di vecchi uomini e donne, gli uni dalle altre separati a seconda dei redditi patrimoniali”. L’articolo 3 voleva per i degenti, “appartenere veramente per nascita, battesimo e domicilio al Comune di Sampierdarena giusta l’attuale sua circoscrizione”; nonché “ essere onesti e di civile condizione; cattolici; poveri, derelitti, incapaci di provvedere ai propri bisogni e non avere parenti…non essere affetti da malattie disonoranti ed attaccaticcie ed avere una morale condotta…”. All’Opera Pia, lasciava “lo stabile…” e “…la parte attiva dell’eredità che dovrà rilasciare l’Erede Ospedale Civico di Sampierdarena…”. Amministratori (solo cattolici): il Parroco della Cella, un Consigliere Comunale delegato, un membro sia dell’amministrazione dell’Ospedale, sia della congregazione di Carità, sia della casata Scaniglia  (nel 1901 c’era a rappresentare il cav. Arturo Scaniglia fu Angelo). Il 10 marzo 1901 per decreto reale, l’Opera Pia fu eretta in Ente Morale approvandone lo statuto. Ebbe una prima sede  in salita G. B. Millelire, nel palazzo del marchese Rovereto (vedi Millelire); oggi detta villa non esiste più. Nel 1908 il territorio di Reggio Calabria e di Messina fu colpito dal catastrofico terremoto e San Pier d’Arena fu tra le prime  nella grande opera di solidarietà  che dispose di ricoverare nell’ospedale Masnata  cinquanta feriti provenienti dalla zona dissestata e far pagare dal Comitato nazionale apposito, la retta dimezzata. Allo scopo fu scelto dal direttore Skultecki di trasferire ventotto malati cronici dal palazzo Masnata al palazzo di Promontorio restaurato a nuovo dal Comune quale Lazzaretto. Finita l’urgenza, il 10 maggio 1909 fu deciso lasciare lassù i cronici avendo ottenuto con un concordato col Comune il concorso spese di diciotto mila lire annue per il mantenimento. Ma l’emergenza del problema malati di tubercolosi, fece nascere il programma di mandare a Promontorio gli infetti e trasferire i cronici al piano nobile dell’ospedale Masnata. Nel mentre si ripulivano gli ambienti scoppiò il colera (luglio 1911), che ebbe la precedenza nei quaranta posti letto ricuperati, alla cifra giornaliera di lire 20 a carico del Comune. Questo evento accelerò l’inizio del nuovo ospedale, nel boschetto della villa Scassi a quota 40. Il trasloco nel nuovo nosocomio fu completato nel 1916 collocando i tubercolosi nel padiglione Giardino costruito negli anni della Grande Guerra. Seconda sede. La villa di Promontorio rimase così vuota e fu acquistata dall’Opera Scaniglia Tubino, il cui trasferimento avvenne nel 1925. Nel 1927, l’istituto ospitava anche degli orfani, nove fanciulle e altrettanti maschi. Nel 1930 ricoverava quaranta persone, molte gratuitamente, altre a carico di enti la cui retta era di lire sei al giorno. Nel 1977 la Giunta genovese decise di regolarizzare gli affitti concessi ad associazioni, enti o sodalizi occupanti locali di proprietà comunale: cosicché l’affitto che nel 1976 era di 72.000 l’anno,  divenne di 120.000. Nel tempo avvennero sostanziali miglioramenti strutturali alla sede ed al tipo di assistenza, cosicché nel 1990 ospitava 58 anziani dei due sessi. In quegli anni fu constatato non conforme alle nuove norme sanitarie e comunitarie della CEE; la USL tramite sindaco, obbligò nel 1991 il trasferimento di oltre la metà dei ricoverati. La direzione sopperì al diminuito introito alienando due sue proprietà; anzi, con l’aiuto della Regione provvide a erigere nuovi muri per aggiornarsi ed aprire altri spazi. Nel 1992 le quattro suore rimaste (suor Maria Luisa, suor Angelica, suor Anna e suor Luisa), furono trasferite ad altra sede dal loro ordine delle Figlie della Carità di san Vincenzo dé Paoli. Le suore di quest’Ordine anni fa portavano una  caratteristica cuffia chiamata cornetta bianca, per significare candore e dedizione; oggi sostituita con altra più pratica. L’assistenza passò in mano a un centro infermieristico privato. Nel 1998 gli anziani ospitati erano 28, ma sull’istituto gravavano un deficit in lire miliardario, con conseguente minaccia di chiusura e scioglimento dei cinque membri del consiglio di amministrazione, oltre a una incompleta messa a norma, come richiesto per le strutture definite Ipab; allo scopo il Comune stanziò una iniziale cifra di 300milioni. Ma nel 1999, visto il debito cronico (ufficialmente per ‘carenza dei necessari requisiti autorizzativi’), la Regione decise la chiusura, con programma di ristrutturazione a lunga scadenza, trasloco dei 24 ospiti in altre strutture e progetto di fusione con il Brignole De Ferrari.  Negli anni 2000 rari operai hanno eseguito lavori di restauro a istituto non funzionante; mentre, nel 2001 fu definitivamente incorporato al Brignole. Chiuso e tale apparve ancora nel 2004.

Civico 4

Nell’ottobre 2005 sul Secolo XIX  apparve che l’azienda, sempre volta  ad assistere gli anziani,  ebbe un finanziamento di 735.000 euro dalla Regione e 150.000 dal Comune per completare le opere interrotte, prima quelle interne e poi quelle esterne; lavorio da terminare entro un anno. Nel 2007 i lavori sono ancora in atto. Nell’aprile un Consigliere di circoscrizione scrisse ai giornali definendo “scandalo al sole” la spesa infinita sostenuta dalla A.S.P. Emanuele Brignole (azienda pubblica di servizi alla persona). Il direttore Carlo Maria Bindella precisò nel maggio successivo che le opere previste dal progetto del settembre 2006 erano nei tempi (opere interne finite il 18 aprile; esterne 30 aprile) e che l’immobile, custodito dall’impresa appaltatrice, e che sarebbe divenuto operativo l’inserimento assistenziale entro l’estate. Nell’ottobre 2007 si giudica di “prossima apertura” questo istituto al quale manca uno dei certificati di agibilità, trasformato in RSA con 44 posti. A maggio 2010 nulla ancora in atto. Civico 7 fu annullato nel 1951 perché sinistrato.Tutta una serie di piccole costruzioni in muratura ospitano, nella parte a ponente della strada, i vari fiorai fornitori di addobbi, ceri, e tutto il materiale necessario ai parenti “in visita” al cimitero. É vita di sacrificio per gli orari, il freddo, e la generica tristezza  dei clienti. Il casotto dei fiori di proprietà Zampardo Marisa, prima di lei vi aveva trascorso la vita la madre, ha nel retro uno spiazzo chiuso da recinzione, apparentemente abbandonato: al centro di esso emerge uno sfiatatoio della sottostante galleria della metropolitana tra via Brin e DiNegro. Civico 10 fu assegnato nel 1952 a nuova costruzione.

Cimitero degli Angeli. Storicamente, come d’uso, era (1) a fianco della Pieve di san Martino e, per i possidenti, dentro la chiesa stessa. Con l’andar del tempo si scrive, ma non ne sono sicuro, che fu ampliato (durante l’ultimo conflitto, una bomba distrusse la parte nord del civico 35 di via Rolando (vedi): negli scavi per le opere di restauro furono scoperte ossa e parti del muro di cinta dell’antica chiesa che furono ricoperti in fretta per non interrompere i lavori) o più probabilmente se ne aprì un altro, sempre nel terreno della chiesa, ma (2) lungo il Polcevera, ornato dalle nostre piante funebri, i pioppi chiamati in genovese “delle albere”’, che crescono rigogliosi dove scorre l’acqua. Non quindi i classici cipressi di ritualità etrusca; infatti secondo il mito antico ligure si narra che Fetonte, figlio di Elios dio del Sole e di Climene, ottenne dal padre di guidare il carro del sole ma ne perse il controllo, spaventato dall’altezza e dagli animali dello zodiaco, così si avvicinò troppo alla terra minacciando di incendiarla. Allora Zeus, per salvare la terra, lo fulminò, facendolo precipitare nel fiume Eridano (il Po); le sue sorelle Eliadi (che erano cugine di Cycnus re dei Liguri) afflitte e piangenti il fratello, furono dagli dei trasformate in piante, i pioppi appunto. Successivamente un (3) terzo camposanto fu aperto di fianco alla chiesa di san Giovanni Decollato, erigendo un apposito tempio (per il quale vedi Rolando, alla voce Tempietto. Tutto rimase così, fino all’anno 1800, quando il regolamento francese in materia, impose ai Comuni l’apertura di un luogo specifico più vasto e lontano dall’abitato. Durante lo storico celebre assedio del 1800, una Commissione sanitaria francese studiò soluzioni per dare sepolture al gran numero di morti. Oltre  alle vittime delle battaglie si ebbero in città, causati dall’inedia, fame, freddo, tifo,  migliaia di morti: 1139 decessi ad aprile; 1380 a maggio; 2015 a giugno; 1102 nei primi 15 giorni di luglio; diminuendo  a settembre ma concludendo l’anno con un totale di 12.491 decessi contro i normali 3500-4000. Ritenendo impossibile seppellirli tutti nelle chiese come consuetudine, ed emanandosi dalla cripte sovraccariche un fetore insopportabile, fu approvato il progetto Mongiardini, mirato alla costruzione di cimiteri fuori città: alla Foce, agli Angeli (4)  ed alla Cava. La prima comunità a proporre per sé tale soluzione, era stata già dall’agost 1799 proprio quella di San Pier d’Arena. Due anni dopo, per  Genova, quello della Cava fu chiuso, e se ne aggiunsero uno in Carbonara ed uno in san Giacomo di Carignano (furono consentite le esequie nelle chiese solo per rari e distinti personaggi, dietro autorizzazione del Magistrato della Sanità).  Nel 1831, sindaco Onofrio Scassi, regnante Carlo Alberto, in occasione di una minacciata epidemia di colera pubblicò un editto che rinnovava la proibizione della sepoltura in chiesa e obbligava l’apertura dei cimiteri. Tumultuose sedute si conclusero nel dicembre del 1833 con la scelta definitiva di Staglieno, conservando quello degli Angeli e della Foce. Il sistema cimiteriale attuale, vede il servizio diviso in due terreni ben distinti, uno chiamato degli Angeli (il primitivo e più antico) e l’altro della Castagna (il più moderno e il più ristrutturato); ambedue senza numero civico. Sono tutelati e vincolati dalla Soprintendenza per i beni architettonici della Liguria, che però usa una sintesi ambigua e falsa “cimitero della Castagna  (detto degli Angeli)”.  Quello degli Angeli, come detto è il più antico. La zona divenne primo luogo di sepoltura per Genova, già nel 1657 quando l’epidemia di peste consigliò seppellire i cadaveri fuori dell’abitato, in luogo genericamente piano e non difficile da raggiungersi ma che, per la parte occidentale della città, fosse fuori dalle Nuove Mura. La zona fu riusata dopo la rivolta promossa dal Balilla del 1746 quando gli imperiali furono ripetutamente battuti sulle alture nel loro tentativo di congiungersi a ponente. Tutte le loro vittime, più quelle dei difensori, in campi separati, furono seppelliti lassù e lo stesso Vinzoni in una sua carta scrive, per indicare il posto, “Campo Santo”. Infine il rinnovo dell’uso fu promosso da Genova nell’anno 1800. Da Parigi arrivò un’ordinanza napoleonica che obbligava i Maire (i Sindaci di quell’epoca), di creare dei cimiteri,  lontano  dall’abitato. Questa legge fu colta al balzo dalla Commissione di Sanità nominata da Massena, mirata sia a proibire il seppellimento dei cadaveri nelle chiese com’ era consuetudine sino ad allora, ma anche perché molte di esse erano divenute inagibili in quanto moltissime chiese e conventi per legge erano stati sconsacrati e ridotte a magazzini o stalle, dopo aver allontanato i religiosi. Ciò accadde anche per la antica parrocchia di San Martino, ma con la differenza che già spontaneamente era stata abbandonata anche come cimitero e soggetta a saccheggio dei marmi e pietre, sebbene ancora eretta nel 1800 l’uso come stalla o l’occupazione da parte di artigiani ne decretò la fine. Perciò al fine di arginare il diffondersi di epidemie durante l’assedio; sia per il fetore emanato dalle cripte strapiene e sia infine perché così era già stato deciso e adottato in Francia, il 9 aprile 1800 fu decisa una somma di lire 500 dal ministero delle Finanze, dando contemporaneamente l’avvio ai nuovi regolamenti. Il Corsi, relazionando del 26 agosto1800, scrive “Il comitato di Sanità à deliberato che tutti li cadaveri, che portano alla Cava, il pagamento dei facchini sia £ 50 per un corpo grosso e per gli ragazzi £ 25 e però ciascuno è portato collà, Nobili, Religiosi e Monache, e di qualunque ceto; quelli del quartiere di Prè, vanno portati fuori la porta degli Angeli, sopra d’uno piano ove sono tre sepolture molto fonde, che tall’uni dicono fabricate  in tempo del contaggio; ma io posso accertare d’averle viste fabbricare, almeno il volto, nella guerra del 1746 è vi portavano Spagnuoli, Francesi, e Napoletani, tutta gente dell’Armata”. Il pagamento ai facchini, venne precisato dopo che era solo per i defunti “miserabili”, durò poco perché la burocrazia divenne più complicata: i parroci dovevano fare un foglio di sepoltura per i loro parrocchiani defunti (nome, cognome ed età) e giornalmente portarlo al Comitato di Sanità il quale scaricò detta spesa sui parroci stessi (il foglio dei parroci era stato voluto per impedire che eventuali assassini, potessero portare a sepoltura l’assassinato senza rendere conto a nessuno). Ma i camalli fecero ricorso al Comitato Edili da cui dipendevano. Finito l’assedio, le morti calarono notevolmente così il Comitato riunì i parroci stabilendo nuove tariffe: gratuito per i poveri, £ 8 per chi faceva una messa (Corsi scrive “che pagano il letto e camerino al Parroco”) e £ 16 per chi faceva cantare Messa (“così nessuno fece più cantare Messe alli loro defunti”); per cui i Parroci fecero ricorso alla Consulta. Quindi, al cimitero degli Angeli fece capo sia il nostro borgo che il  territorio più occidentale di Genova, anche perché era soprastante l’ospedale civile di Pammatone e quello militare della Chiapella. Si è scritto che fu edificato “sulle rovine di un antico monastero” ma non è vero; quanto invece “vicino” all’antico monastero, interno alle mura, e il campo invece, come voluto per legge, esterno; per raggiungerlo, da salita degli Angeli si doveva passare prima dalla chiesa che quindi era l’ultima tappa religiosa prima della sepoltura. L’applicazione della legge fu abbastanza rigida ma non tale da creare differenze: quando morì il canonico di San Lorenzo fu fatta una petizione per interrarlo nelle sepolture della chiesa, “ma non à avuto loco”; per il nobile Raffaele De Ferrari si accettò una donazione all’Opera dell’Ospedale di 2.000 Lire per seppellirlo in S.M. di Coronata anziché alla cava; nel nostro borgo, alla morte di Angelo Scaniglia si accettò una concessione per fare la sepoltura nel Tempietto a fianco della chiesa di san Gaetano, sconsacrata; il Corsi ripete che nel 1802, 29 marzo morì Cristoforo Spinola q.Augustini e dopo il funerale  pagando al Comitato di Sanità “un tale pagamento” fu autorizzata la sepoltura in chiesa e non alla Cava o agli Angeli. Infatti, anche il maire di San Pier d’Arena dovette adeguarsi; dapprima pensò di requisire la chiesa di san Bartolomeo, abbastanza fuori dell’abitato ma ritenuta “non lontano” dagli ispettori che imposero di creare un cimitero ben più lontano: per cui fu di nuovo scelto quel terreno già usato allo scopo, vicino alla Porta degli Angeli, allora coltivato dal “cittadino Callegari”. Vista la impraticabilità del tragitto, fu stabilito il sovrapprezzo di lire quattro agli inservienti per ogni salma trasportata sin lassù dal borgo o dall’ospedale ancora posto nella villa della Fortezza, requisita allo scopo  dai francesi. Nel 1842 il camposanto fu migliorato con la costruzione dell’alto muro esterno posto come diga, e contenente delle cripte. Con l’apertura di Staglieno, gli Angeli subirono un calo di interesse da parte di Genova, e quindi uno stato di relativo abbandono sino alla fine degli anni 1880. Solo nel 1902 fu proposto al Comune di San Pier d’Arena, che accettò di acquisirlo nel 1908 (delibere del Consiglio comunale datate 29 dicembre 1907, 22 maggio e 4 giugno 1908). Però già da subito lo destinò a succursale, essendo in atto di costruirne un altro da considerare principale poiché più vasto e posto nei terreni a monte. Negli anni 2000-2002 è stato soggetto a riqualificazione e ampliamento ( tremila loculi e quattromila ossari in più), con una spesa  di circa 20 miliardi di lire; al fine di divenire un’opera monumentale seconda solo a Staglieno e duratura; progettata dagli architetti Silvestri Roberto e Luvizone Stefano, prevede torri in travertino, coperture piane in ardesia e a cupola in rame, pavimentazione in  pietra di Luserna e marmo, arredi in massello di ciliegio.

Cimitero della Castagna. Tale (6) era il nome popolare della località. Fu iniziato nel 1879 su progetto dell’architetto Angelo Scaniglia. Parte del terreno il Comune lo aveva acquistato nel 1875  dal sig. Castaldi (proprietà con villa).  Il Remondini segnala in data 1882 “esiste nel  palazzo Cataldi già Bracelli in Crocetta un dì vicino alla chiesa, ed ora al nuovo cimitero l’annessa cappella della SS. Concezione. Questa dal 1865 servì per circa sei anni alle Suore del Buon Pastore con le loro allieve quando qui ebbero stanza prima di passare a Marassi. Nel 1875 il municipio di Sampierdarena fece acquisto di questa tenuta che tramutò in cimitero (della Castagna, in quella data), ma il palazzo esiste colla cappella”. Se non si tratta della villa di salita al forte Crocetta , quella più probabile, non esiste più. Grossi lavori edili iniziarono a fine secolo 1900 su tutto l’apice dell’anfiteatro, fagocitando somme non indifferenti per sostanziali provvedimenti. Alla base dell’ampio fossato aperto a cuneo, si fece costruire un colonnato, che col viale, a forma di una T aveva fulcro sulla chiesa; lasciando nella zona superiore e nel boschetto, monumenti e cappelle private. Molto lentamente fu completato nella realizzazione, molti anni dopo al tempo limite dell’assorbimento della città di San Pier d’Arena da parte di Genova, anno 1926. La natura del terreno è scistosa, fortemente inclinata e quindi franosa in lento continuo movimento favorito dalle condizioni meteorologiche. Questo fatto, richiese, e lo richiede ancora oggi, impegno non indifferente per costruire robusti muri di sostegno  per le gallerie a colombai a più piani. Già nel 1926, la giunta fascista al governo, sentì il bisogno di ampliare e sistemare anche esteticamente  tutta la zona, presentando progetti molto interessanti ma non realizzati per l’incalzare degli avvenimenti, tra cui un tentativo di unire i terreni dei due cimiteri, scorrendo lungo le mura sopra la strada. Per ovvie necessità, gli spazi occupati divennero via via sempre in aumento sino ad interessare tutto il piazzale ai lati del sentiero centrale e poi dal 1932 la collina sovrastante specie quella di levante. Dietro al “ventaglio” si sale l’erta collina percorrendo vialetti alberati fatti come crose: mattoni al centro e ciottoli ai lati, a volte con ringhiere di ferro battuto. Negli anni ‘80 DEL Novecento tutta la parte a ponente iniziò a presentare gravi rischi di frana; quando anche la parte a levante presentò problemi di cedimento, si diede il via a profondi lavori di assestamento. Da allora, per vent’anni, ancora nel 2007, sono avvenuti smembramento di tumuli storici, cantieri, percorsi ad ostacoli, sbarrature di interi reparti con impossibilità ai parenti di accedervi, ricorso ai Carabinieri per proteste, contenzioso tra ditta appaltatrice e Comune, erbacce, lamentele, ricorrenti annuali articoli sui giornali, ecc. La carenza di fondi economici ha allungato irrispettosamente i tempi e le difficoltà e nel 2010 c’è ancora chi se ne lamenta (demolizione di tutto quello che fu fatto con materiali non duraturi e di consistenza non adeguata; controllo dei vincoli su tutto ciò che supera i cinquant’anni; blocco dello smottamento di quasi tutta l’intera collina; esumazione e movimentazione di un migliaio di loculi con smarrimento di qualche cassetta metallica, come è accaduto,  con trasferimento punitivo di tutto il personale. A complicare i problemi, dal 1997 al 2002 ci sono stati i “satanisti”, con limitati atti vandalici e furti macabri; e nel 2007 l’uccisione di gatti per avvelenamento, con grande sconforto delle signore gattare. Dal 2005 il cimitero è stato soggetto a profonda ristrutturazione, consolidamento e conservazione, non ancora completate nel 2008; sul “Secolo XIX” compare la denuncia di ossa, abbandonate e mescolate assieme a materiale di smaltimento (anche se in area chiusa al pubblico). Riemergono così  da parte comunale: le troppe famiglie che si sono disinteressate dei loro congiunti, anche di cappelle familiari della zona Boschetto, che arriva ai piedi del Tenaglia e divenuto “boschetto-giungla” con bisce (e vipere?), uccelli di grossa taglia e cinghiali in libertà (le cui tracce di scavo e rufolamento sono evidentissime ed assai estese, ancora nel 2010). Da parte dei cittadini: le denunce  di sparizione di resti di salme o di ceneri, e non più ritrovate; loculi spariti; cambiamenti di proprietà di loculi all’insaputa dei proprietari. Nell’operazione restauro, numerosi sono stati i loculi secolari disfatti, con cataste di legni ammucchiati, in attesa di essere bruciati e residui ossei in attesa di essere cremati. Ne risulta che i reparti 1 e 2 sono transennati (da un decennio); la galleria di levante ha vistose infiltrazioni ed è dissestata; il Boschetto è divenuto bosco  e mancano tre milioni di euro per completare la progettazione degli anni 90. Nel 2013 sia la Chiesa dei Caduti in guerra, che le due scale laterali e in più tutta la parte ad est del prato soprastante questo sacro edificio, sono transennati con impossibilità di accesso; questo grossolano impedimento è stato posto di fronte a probabili segni di slittamento della collina e l’impossibilità di intervenire (grossissimo lavoro di arresto di scivolamento, lungo oltre 200 metri). La chiesa fu eretta al vertice del viale d’accesso, e al centro di un emiciclo colonnato, lungo una sessantina di metri circa. Essa ha forma circolare, tetto a cupola e facciata a tempio antico con colonne a sorreggere un pronao simile al Tempietto di via C.Rolando. A ponente e nella zona superiore periferica detta “boschetto” o “collina delle cappelle”, nascosti dagli alberi sono i monumenti e cappelle private, realizzati molti anni dopo da rinomati scultori e  completati all’atto dell’inglobamento della città nella Grande Genova (1926).

Nel 1929 furono deliberate delle modifiche dall’ing. Pietro Daglio (capo servizio ai cimiteri) e dal prof. Michele Fenati. Fu programmata la piccola ma austera cappella votiva ai Caduti, detta anche Pantheon, alla fine della parte destra del restante colonnato. Fu completata nel 1932, assieme a un prolungamento del colonnato di altri 100 metri sino al piazzale antistante l’entrata, seppur così decentrando la chiesa principale rispetto l’emiciclo che è detto “ventaglio”, e inaugurata il 15 novembre 1932 presenti il podestà, le autorità  e tutte le associazioni politiche, militari, e sociali compresa la banda del Circolo Risorgimento Musicale della delegazione. Il tutto, eseguito dall’impresa Bertoni, costò al comune due milioni di lire.  La benedizione e la prima Messa furono celebrate da mons. Raffetto parroco della Cella. Accolse le prime spoglie dei morti, inizialmente una trentina, provenienti dai cimiteri di guerra dell’intero arco alpino; infine furono 425 i sampierdarenesi morti nella prima guerra mondiale. A esse si aggiunsero poi quelle dei Caduti della seconda guerra mondiale. L’esterno è di semplici linee neoclassiche e vi si accede tramite ampia scalinata o dai due porticati laterali; il pronao posto sull’asse della galleria è delimitato da due pilastri angolari e quattro colonne doriche di marmo (due verso l’interno e due verso l’esterno: queste ultime sostengono una trabeazione dorica sormontata da un timpano). All’interno. Dopo una bassa cancellata in ferro battuto si entra nel pantheon vero e proprio, semicircolare, con soffitto a cassettoni, pareti marmi e stucchi con prevalenza dei toni verdi della pietra marmorea del Polcevera e armonizzati da zoccoli in marmo rosso di Levanto;  nel semicerchio cinque scomparti verticali con i nomi dei Caduti e i loro colombari ,dei quali il centrale con i nomi dei sampierdarenesi. In alto corre tutto intorno una scritta in mosaico a lettere bianche su sfondo d’oro dedicata all’olocausto dei giovani, e nei vari riquadri con emblemi vari come allori ed elmetto. Sull’altare, di marmo rosso di Levanto ed ornato anteriormente con un mosaico di due palme incrociate c’è una croce in marmo con un crocefisso bronzeo, modellato dal prof. Luigi Brizzolara.  Sotto un bronzeo festone di elmetti, fu inciso un verso di Goffredo Mameli “credettero, speraron, morir gridando Italia”. Ampio spazio fu reso nel settore a sinistra del viale, ai partigiani caduti nell’ultimo conflitto. Di fronte alla chiesa è stato eretto il monumento sacrario dei caduti partigiani, eretto in stile semplice, severo, linearmente squadrato, preceduto dal 1955 da un cippo rettangolare elevato a obelisco. Il corridoio al coperto copre marmi pregiati e, con grande semplicità, le lapidi dei più noti. A parte che quasi tutti di essi si professarono atei e a quei tempi scomunicati comunisti l’alta stele li accomuna con una croce, ed a fianco la scritta “ai partigiani/ gloriosamente/ caduti/ 1943 -1945”.

Arte. Con l’avvio “napoleonico” all’apertura del cimitero laico periferico e quindi con un netto svincolo dai condizionamenti imposti dalla chiesa nei “suoi’ territori”, corrispondeva una clamorosa modificazione della società dirigenziale. Dai nobili, in genere proprietari terrieri ed immobiliari ma ormai impoveriti o trasferiti e incapaci di dirigere le attività produttive della città, si passò abbastanza bruscamente a una borghesia sempre più intraprendente capace di dirigere ed ammodernare i vecchi traffici fruttuosi; quindi una classe neo arricchita, che desiderava proporre qualcosa di creativo personale, ben conscia del nuovo ruolo di protagonista del progresso. Espressione  di questi sentimenti furono oltre i teatri e le case, non più  villa singola, ma con numerosi appartamenti signorili e di solida fattura, e anche, a partire dalla metà del 1800, il monumento funerario, inteso proprio come esteriorizzazione visibile dell’agiatezza raggiunta;  e come scrive Sborgi “presentazione pubblica di queste ascese sociali, di una classe sino a ieri probabilmente senza storia”. Così in parallelo alla committenza desiderosa di auto memorizzazione, fiorirono e prosperarono artisti scultori, che proposero monumenti più o meno di rilievo a seconda del patrimonio investito nell’opera  e definito “stile del realismo borghese”. Inizialmente molte statue, soprattutto i ritratti, evidenziano il carattere del tempo legato dapprima al “classicismo o purismo” con tendenza all’esaltazione delle virtù morali del defunto, anche tramite immagini allegoriche tradizionali tipo la presenza, a fianco, di figure femminili o angeliche rappresentanti la religiosità e della fede, la prudenza o l’equità, la fedeltà o rigore civico. Poi, verso gli anni 1870,  inizia con il Varni un periodo di rinnovamento, definito “romantico naturalistico”; esso via via, sconfinerà attraverso un misto laico-religioso mirato alle esigenze personali dei committenti nel “verismo” o realismo borghese, precorritore della fotografia, spesso esigente quanto la verità dell’immagine foss’anche nel dettaglio di un neo, una gobba o malformazione, senza la volontà di nascondere il difetto o truccarlo.  Il tutto, spesso arricchito da emblemi tratti dalla realtà quotidiana dei singoli committenti e a seconda del loro gusto ed esigenze in esigenza di perpetuare nei posteri il messaggio della propria esistenza simbolismi come clessidre alate, allori, colonne spezzate; o emblemi dell’attività lavorativa come bussole, ruote dentate, balle di cotone; o oggetti rappresentativi l’appartenenza alla massoneria o ad una confraternita. Solo più tardi ne furono eretti altri, con il nuovo stile “Liberty”. Tra i più famosi artisti,  troviamo: Allegretti Antonio partecipe e riconoscimenti in grandi esposizioni internazionali (1904). Qui produce tombe a Francesco Balbi del 1896 ed a Esther Balbi Trezzi del 1902.

Bassano Salvatore (G.B. Salvatore), (Gavi 1874 – Genova 1951); uno dei più originali, battaglieri e suggestivi scultori, medaglista, incisore e pittore; autore estroso, stravagante e ribelle alle convenzioni e quindi poi al fascismo il che gli costò assenza di commissioni ufficiali; aveva l’abitudine di salutare gli amici con l’espressione latina di “ave!” la cui consuetudine favorì chiamarlo “maestro Ave” o come lui stesso amava firmarsi e farsi chiamare “Ave Bassano”. Viene riconosciuto uno dei più suggestivi scultori nell’ambito liberty in Liguria, anche se spesso dovette produrre la ritrattistica tradizionale solo per volere del committente; quindi insieme tradizionalista e innovatore. Comunque dopo il 1925 orienterà la scelta preferendo produrre con “un sobrio arcaismo”, quale superamento del naturalismo liberty; senza però abbandonare spesso la mescolanza tra i due stili. Viveva a Pieve dal 1934 e aveva lo studio in Genova; veniva a San Pier d’Arena dal fratello farmacista in via G.D. Cassini. Alto di statura, con colletto alto che gli imponeva il viso all’insù, produsse una ciclopica statua di Maciste, al secolo l’atleta Bartolomeo Pagano, battezzata “il Colosso” per il cinema Splendor. Sue produzioni a Staglieno, alla GAM; numerose le presenze a esposizioni e concorsi. Produsse  la tomba Costanza Martini nel 1906; Lagorara nel 1909; Caimmi (1910); Meirana (1911); Celesia (1911); la tomba Derchi nel 1916 in un momento in cui egli preferiva evidenziare il florealismo con i  movimenti dei rilievi ricchi di  morbidezza e fluidità. Gli viene attribuita la scultura in gesso all’angolo di via Dottesio-Cassini: senza prove ufficiali ma per affinità produttiva e per presunta committenza da parte del fratello farmacista. Un Pagano segnala in via Manin (oggi D. Cassini) l’abitazione di un Bassano Luigi, scultore, non citato nel testo sulla scultura (vol. III pag.314); solo Galotti e Pagano/33 citano un Bassano Luigi (1900) ma pittore, abitante in via Montaldo titolare della cattedra di disegno al Liceo Artistico di Genova e accademico di Merito dell’Acc.Ligustica. Non siamo in grado di precisare eventuale parentela o omonimia.

Benetti Giuseppe, (1825-1914); allievo di Varni ed esponente della corrente verista con raffigurazioni di cespugli, ornati e, veramente commoventi quelle del dolore: tomba Copello, 1890); famoso per i ritratti; e tombe, presenti in tutta la Liguria.

Besesti Antonio, (1865-1938);  autore tra tante (anche a Staglieno nel 1931), della tomba Marengo.

Bruzzone Enrico, (1913-1971); autodidatta, in bottega di famiglia di marmisti, si orienta in figure decorative funerarie con ovvia influenza degli artisti più noti. Non estraneo a scultura di ritratti e via Crucis con stilizzazione sempre più evidente nel periodo postbellico. Tornerà a un compiaciuto decorativismo nella sua “Pietà”, nella tomba Pastore – 1969.

Fabiani Federico, (Genova 1835-1914); allievo del Varni all’Accademia Ligustica, divenne artista di successo dopo l’arruolamento,  ritorno a Genova e nuovo ritorno alle armi; con opere prevalenti di ritratti e funerari, in Argentina (frequenti viaggi) e Staglieno. Molte le sue opere disperse.

Olivari Gaetano, (Genova 1870-1948);  studiò ornato all’Accademia Ligustica e poi avviato alla scultura; nel 1920 accademico di merito; fortunata produzione con committenza detta “moderata” prebellica; così all’estero, a Staglieno in stile liberty e alla Castagna con tombe Gentili-Zucconi del 1928 circa, e Tubino.

Orengo Luigi (Gigi), (Genova 1865-1940); figlio d’arte, di Lorenzo scultore allievo dell’Accademia Ligustica e dello Scanzi; divenuto accademico di merito nel 1912. Presente anche all’estero (Belgio, Romania), a Tursi, a Staglieno nel 1931 con figure del realismo borghese aggiornato (pettinature e moda) al primo novecento ma sempre attento ai risultati gradevoli; si adatta quindi al liberty, al simbolismo, al florealismo; qui, sua è la tomba di Nicolò Bruno del 1900. Fu anche scrittore e commediografo dialettale.

Roncallo Pietro, scolpì il monumento a Nicolò Barabino. Alla morte del pittore, il comune di San Pier d’Arena dopo quello di Firenze volle tributare onoranze degne di un principe, sia con decreto di esequie gratuite, sia con tre mesi di lutto cittadino e l’erezione di un monumento. Il comune sarebbe divenuto erede del pittore solo se i fratelli fossero  entrati in disaccordo nella divisione del piccolo patrimonio lasciato;

Scanzi Giovanni,  (Genova 1840-21 aprile1915);  vedi al vicolo omonimo; formatosi prima nello studio del Varni (del quale fu erede artistico), e poi all’Accademia Ligustica (ove fu premiato vincendo un soggiorno-pensione a Roma). Ebbe molta committenza locale e straniera, operando molto nel campo della ritrattistica, funerario (tombe, cippi, targhe) e religioso; divenendo infine caposcuola di altrettanto famosi artisti

Toso Onorato, (1860-1946); milanese, venuto a San Pier d’Arena giovanissimo, venne ad abitare in via Bombrini nel palazzo dei Dufour. Si formò all’Accademia Ligustica, divenendo autore di ricca e frequente produzione specie nell’ultimo decennio del secolo 1800, sia alla Castagna che a Genova e fuori regione,  con opere caratterizzate da un realismo accentuato  nelle espressioni di mestizia e per i simboli professionali a corredo dei ritratti come la tomba di F. Oneto che Sborgi riconosce vera e propria riproduzione di opera eseguita a Staglieno, e così la tomba Tuo (1884), la tomba  Merello (1895), la tomba Carena (1887), la tomba Bertorello (1900, solo attribuita; tipica perché arredata di portaritratti multipli ad alberello in uso alla fine dell’ ‘800 e nate con l’avvento della fotografia che favorirono queste misture iconogafiche), alla famiglia Bozzo; a Vittorio Rollo; la tomba T.Martini (1906).

Federico Valsecchi, (1863-1914); artista locale giudicato minore. La tomba di MacLaren e Wilson, semplice con il ritratto anche  di Giuseppina Bottazzi, moglie dell’industriale Wilson; fu inaugurata il 2 nov.1901 (proprio in questi anni iniziarono a essere usate le fotografie) e restaurata nel 1993.

Varni Santo, (Genova 1807-1885); cresciuto alla scuola di Marcello Durazzo, promotore dell’Accademia Ligustica , e del classicista Giuseppe Gaggini, divenne prima della metà secolo una figura centrale  della cultura ligure. Elemento di trapasso da classicismo al suo personale aggiornamento fino a divenire caposcuola del neoclassicismo o naturalismo o realismo (occorreva, per esempio, contenere l’ostentazione del dolore, ma anche, conformi al crescente positivismo, la rassegnata religiosità della morte). Nel 1834 era già accademico. Nel 1837 e sino alla morte, divenne direttore  della scuola di scultura dell’Accademia Ligustica; e lì dimostrò essere grande, sia quale maestro di numerosi artisti (tra i quai Giulio Monteverde, il Giovanni Scanzi nel 1852, e Antonio Rota dodicenne), sia come corposo produttore di statue  (40 a Staglieno; 14 nella chiesa della SS. Concezione; 13 sparse per altri siti nazionali ed esteri (Perù); cospicua produzione anche per la corte sabauda (titolo di commendatore); partecipazione a quella di Colombo raffigurante “la Religione” con turibolo. Alla Castagna produsse la tomba fratelli Garibaldi nel 1882), e sia infine come poliedrico uomo di cultura, studioso, collezionista (mobili, monete, ceramiche, armi, reperti archeologici; collezione che lui regalò al Comune il quale la mise all’asta in ben 1700 lotti, ritrattista, ricercatore storico.

Villa  G.B.,  (Genova 1832-3 ago.1899); iniziò iscrivendosi all’Accademia Ligustica con medaglie d’oro per bravura. Partito militare per la seconda guerra d’Indipendenza fino al 1866; divenne disegnatore e scultore emergente dopo quella data, sia con opere religiose  (chiesa dell’Immacolata e Staglieno) e sia cimiteriali (in gesso e in marmo). Artisticamente fu partecipe della svolta tra romanticismo e naturalismo (o realismo) degli anni ’70-80 dell’Ottocento con arricchimento dei particolari che accompagnano l’immagine, specie i familiari o gli oggetti personali,  a scapito della verticalizzazione di essa, come richiederebbe descrivere la morte o il paradiso con le immagini di Cristo o della Madonna. Con caratteristiche anche di imprenditore, viaggiò molto, per l’Europa e Sud America e promosse iniziative culturali (museo artistico, scuola di disegno industriale, esposizioni) sotto l’impresa  chiamata “Società  Patria per l’Incoraggiamento delle Arti”. Alla Castagna fu produttore della tomba Zella, tra le prime  a sostituire il monumento per singole persone a favore del gruppo familiare. Come famiglie committenti, le Cappelle più degne di nota artistica e di essere notate sono quelle della famiglia Noli, Cattaneo, Dall’Orso, Morando. Il valore culturale di questi monumenti è altissimo, difficilmente rivalutabile perché nella valorizzazione artistica e testimoniale di un’epoca, viene contrastato sia dalla tutela del privato (anche se in abbandono), sia dalla nostra mentalità di simboleggiare il luogo con l’idea  del dolore, quello, profondo, affettivo ma commisto con una dose non indifferente di reazione di tipo scaramantico.

Personaggi famosi. Oltre quelli già citati sopra con monumento personale: Valentino Armirotti, Pietro Chiesa. Nicolò Bruno, Nicolò Barabino, G.B. Derchi,  ricordiamo Francesco Gallino, a cui è intitolata la biblioteca (vedi in Daste). Numerosi i garibaldini sampierdarenesi, come risulta dalla sotto riportata ricerca effettuata in occasione della celebrazione del 150° dell’Unità d’Italia dal dott. Fulvio Majocco e dal sig. Adriano Mazza:  Delucchi Giulio Giuseppe, di Gaetano e di Tini Camilla, nato il 7 novembre 1841; scrittore di professione, amico di G.C. Abba (che lo cita nelle sue ‘Notarelle’). Apparteneva alla sesta compagnia (con numero d’ordine 34) e fu decorato. Morì a Pegli il 27 settembre 1907;  Galiani Silvio, fu Michele ed Errico Caterina, nato 1833 circa, domiciliato a San Pier d’Arena, di professione meccanico. Partito come soldato volontario (matricola n. 36) nella 16ª divisione Cosenz, fece parte  della 2ª brigata DeMilbitz e del battaglione reduci LombardoVeneti. Dopo la battaglia del Volturno (1 ottobre 1860) fu congedato;   Parodi Giacomo di Pasquale e Vittorina, nato 1842. Partito soldato volontario (matricola n. 83) nella 15ª divisione Turr, fece parte della 4ª brigata Sacchi e del 1° reggimento Winkler; Lagorara Stefano, nato 1840 e morto 1909, discepolo di Mazzini, promotore del Partito d’Azione. Nel 1859 partecipò alla sommossa che venne soffocata: fu arrestato assieme a Luigi Stallo, ma dopo una lunga carcerazione fu assolto in tribunale per insufficienza di prove; partì con i Mille nella seconda ondata (non avendo raggiunto in tempo i primi piroscafi (probabilmente con i 70 del gruppo di Agnetta, a giugno).  Capisani Riccardo sulla tomba: “garibaldino – reduce dalle patrie battaglie del 1866-1867 / marito e padre affettuosissimo – la moglie e i figli dolenti  – perennemente ricordando posero – 27 aprile 1848  –  21 giugno 1914”

  

Nelle foto da sinistra a destra : Della Casa Emanuele (Castagna); Capisani Riccardo; Traverso Benedetto (Angeli) ( foto del dott. Fulvio Majocco)

Della Casa Emanuele, nato a San Pier d’Arena prese parte alle campagne di Indipendenza ove fu decorato. Istituì nel 1861 e presiedette la locale Società di Tiro a segno (a Genova c’era dal 1850) dalla quale provennero tanti carabinieri genovesi. Fu sepolto nella parte antica della Castagna (chiamata il Ventaglio, posta dietro la cappella centrale) con apposizione di un busto bronzeo a grandezza naturale. Sulla lapide è scritto:  “Emanuele Della Casa – nato a Sampierdarena il 30 maggio 1842 – morto ai Molini di Fiaccone (1) li 6 dicembre 1899 – la sposa e i figli – visse intemerato onesto laborioso – fedele sempre ai suoi principi democratici – seguì l’audacia [? e] la bandiera di Garibaldi  – prese parte alle campagne  per l’indipendenza italiana – del 1860 – 61 – 66 – istituì e presiedette la società del tiro a segno – precorrendo così l’istituzione del tiro a segno nazionale –  rappresentò per lunghi anni al consiglio comunale – l’interesse dei suoi concittadini – cooperando efficacemente alla grandezza e prosperità del proprio paese – la famiglia piange tanto tesoro d’operosità’ e d’affetto – il figlio valoroso e fedele – pace all’anima sua”. (1) – Dal 1927 è Fraconalto, provincia di Alessandria. Marcellino Marcello, di lui conosciamo solo quanto scarnamente scritto sulla lapide: “Garibaldino – 1840-1916”. Traverso Benedetto, “cui fu guida nella lunga esistenza – il profondo amore alla famiglia, alla Patria, al lavoro – 14 novembre 1844 – 26 ottobre 1931”. Le due medaglie sul petto e la data di nascita fanno presumere che abbia partecipato ventiduenne alla terza guerra d’Indipendenza.

 

Lapidi di Traverso Benedetto e Mendia Edoardo (foto dott. Fulvio Majocco)

Tomba di Galleano G.B. (foto dott. Fulvio Majocco)

Galleano G.B. di Filippo e Ferrari Caterina, nato 1 febbraio 1843, commerciante, morto il 15 aprile 1896. Appartenente ai carabinieri genovesi (matricola n. 11) fu decorato. Forse aveva il labbro leporino; per coprire il quale scelse lasciarsi crescere i baffi. Venne ad abitare a San Pier d’Arena e qui fu sepolto. Mentre suo fratello maggiore, Galleano Luigi Francesco, nato il 15 agosto 1840, carabiniere  genovese (matricola n. 10), divenne luogotenente di stato maggiore nella divisione Sirtori, decorato, morì il 3 ottobre 1860 nell’ospedale di Napoli, città in cui probabilmente fu sepolto. Botto Pietro Pasquale, di Giacomo, nato nel 1836 a Genova, domiciliato a San Pier d’Arena, calderaio; nel 1860 mancò l’appuntamento con i piroscafi della prima spedizione dei Mille; ottenne un passaporto per andare nel regno delle due Sicilie il 5 agosto e quindi partì con la terza spedizione, dello stesso mese, comandata da Agostino Bertani. Mazziniano d’azione, era valente organizzatore del Partito d’Azione. Sulla tomba è scritto “1836-1913 – con Mazzini nel pensiero, con Garibaldi nell’azione – la famiglia, il Comune – le associazioni operaie repubblicane”.

Danovaro Lorenzo fu Marcello e di  Caterina, nato a Genova nel 1840 ma domiciliato a San Pier d’Arena; partito con i Mille (matricola n.550) quale soldato nella 15ª divisione Turr, fece parte della 4ª brigata Sacchi, 1° reggimento Winkler e 1ª compagnia. Armirotti Valentino  (Castagna) da leggere nella singola strada. Rota Carlo  (monzese; sepolto alla Castagna), da leggere nella singola strada

Lapide di Paolucci Curzio (foto del dott. Fulvio Majocco)

Non si conosce il luogo di nascita di Paolucci Curzio, nato nel 1830 e morto a 87 anni nel 1917; partecipò alle battaglie di Indipendenza del 1848,49,59,60,61. Pluridecorato. Nella foto sotto, appare essere lui, uno dei superstiti, fotografato tra i garibaldini all’inaugurazione del monumento di Quarto il 5 maggio 1915 alla presenza di D’Annunzio; confermerebbe la scritta, in quanto in suo nome non compare negli elenchi ufficiali

Paolucci, nella foto del 1915 (ingrandimento cortesia dott. Fulvio Majocco)

Mendia Edoardo, nato nel 1839 e morto 1914. Divenuto colonnello di fanteria e titolato cavaliere, fu “Reduce dalle Patrie battaglie” probabilmente del 1861 ( a 22 anni), 1866 e 1870 ( a 31 anni).

Una moderna lapide segnala il cantante Natalino Otto (all’anagrafe era Natale Codognotto, nato a Cogoleto (Basso, scrive a Genova) il 25 dicembre 1912 e residente a San Pier d’Arena, con parenti a Busalla. Esordì nel 1930 come batterista in un complesso diretto da una ragazza e col nome provocatoriamente americano, “the Tiziana band”, e poi come cantante proponendosi come anticipatore in Italia dello swing, ovvero del ritmo americaneggiante detto “dei negri”, dalla scuola di Gene Krupa e Joe Vanuti. Ritmi proibiti dal regime che accettava solo St. Louis Blues come Tristezze di San Luigi; oppure Stardust in Polvere di stelle ed esprimibile solo sulle navi (Conte di Savoia; Conte Biancamano) in rotta Genova-NewYork ove dal 1935 in poi era batterista, clarinettista e voce; contrapposto al melodico tradizionale italiano. Nel 1936, sbarcato a New York vi resta per meglio imparare il suo stile. Acquisita una personalità canora soddisfacente, torna e si esibisce con orchestre sempre più grandi, a Roma, Milano, Torino; diventa Natalino Otto (su consiglio  del maestro Mulazzi; il quale venne sostituito da Gorni Kramer,  con cui Natalino dal 1937 scalò sino all’apice della carriera anche se per il suo stile antitradizionalista e antibanale  ostacolato dal regime: non era voluto alla radio, per esempio; Louis Armstrong diventava Luigi Fortebraccio e Benny Goodman era Beniamino Buonuomo!. Gli anni della guerra interrompono questa scalata anche se per l’artista sono i più maturi anche perché finalmente accettato alla radio e nelle tournée in Germania (con Lili Marlen). Farà anche un film (“Tutta la città canta”, con Vivi Gioi e Gorni Kramer) e canterà la canzone simbolo di quei tempi: “solo me ne vò per la città, passo tra la folla che non sa, non comprende il mio dolore  …”. Divenne così il “favoloso re del sincopato”, simbolo del ritmo  nella musica leggera,  il ‘fenomeno Otto’

Di lui si ricordano “ho un sassolino nella scarpa”, “la scuola del ritmo”. Lanciato dalle migliori orchestre, da Gorni Kramer a Cinico Angelini, è riconosciuto “maestro” dello swing o anche “re del ritmo” e incise oltre 2.500 dischi, interpretando anche testi ironici scanzonati e surreali e dialettali come quelli per i goliardi “Mamma voglio anch’io la fidanzata”, “Bambina tu mi piaci”, “Che ritmo”,  “Madonna”, “Bossa figgieu”, “Arriu”. Morì a Milano il 4 ottobre 1969, a 57 anni; e più d’una sono state le iniziative per ricordarlo: nel 2009 a quarant’anni di distanza all’Archivolto, ma anche su quotidiani e riviste. I medici Giovanni Borghi (scrittore dei testi della Baistrocchi con uno pseudonimo ‘Basaluzzo’ a quei tempi giudicando pregiudizievole dedicarsi alla Bai da profesionista); “medico della mutua” con ambulatorio in via C. Rolando 20; medico sindacalista; divenuto presidente dell’Ordine dei Medici. Possedeva l’arte dell’ironia e della salace battuta pronta, inaspettata ed efficace: una serata con lui era uno spasso continuo avendo per ogni parola detta, o un fatto, un commento arguto o una gag umoristica espressa con la massima serietà e Pietro Gozzano (vedi al ‘Largo’ omonimo); gli imprenditori Wilson e MacLaren; i pittori Castrovillari Arnaldo (nato a Firenze nel 1886, giunse giovane a San Pier d’Arena chiamato all’amico D.M. Conte conosciuto a Firenze: divenne bravo come ritrattista, acquarellista e copiatore, lavorando in via del Prato; ma troppo poca la sua produzione perché morì a 33 anni, come Conte, a causa dell’influenza spagnola nel 1919; Dante Mosè Conte (vedi alla via omonima); Sarebbe opportuno controllare e trovare se sono sepolti qui: Vernazza Angelo, Antonio Varni (morto nel 1908 a San Pier d’Arena);  Nicolò Chianese (morto qui nel 1971);  Canepa Antonio Mario pittore morto nel 1967;

Civici.

–  civico 7 fu annullato nel 1951 perché sinistrato;

–  tutta una serie di piccole costruzioni in muratura ospitano, nella parte a ponente della strada, i vari fiorai fornitori di addobbi, ceri, e tutto il materiale necessario ai parenti ‘in visita’. É vita di sacrificio per gli orari, per il freddo e per la generica tristezza  dei clienti.

–  co 10 fu assegnato nel 1952 a nuova costruzione

–  il Pagano/61 cita unico civico, senza precisare il numero,  il chiosco di Luciano I., fiori.

–  Nel 1990 la numerazione civica rossa e nera venne trasformata tutta nera : così il 5 e 7 divennero 35 e 37; e 1A un edificio ristrutturato.

–  civico 33 il circolo “Unione Ricreativa Promontorio Belvedere”.  Nacque il 24 aprile 1898 (seconda, subito dopo la nascita dell’Universale) come circolo Unione Previdenza di Belvedere, con sede in salita Bersezio vicino alla trattoria del Caigà, da operai residenti nelle crose attorno. Era un circolo di mutuo soccorso tra operai, svolgendo assieme ruoli multipli: culturali, mutuo soccorso, svago (carte, ballo, cene, spaccio di bevande) e sportivi (bocce e calcetto; con la maglia, bandiera e gagliardetto colori metà campo sinistro bianco-metà destro celeste, sormontati dalla croce genovese in orizzontale).

A quei tempi le iniziative mutualistiche tra operai erano di moda e fiorivano a decine, sia presso circoli autonomi sia presso le parrocchie a carattere cattolico e per le categorie operaie o artigiane le più svariate. D’altro lato era lamentela costante dei parroci, il veder fiorire “quei covi di comunisti, atei o sconfessati” che si inserivano nelle leve del potere politico, scalzando  quello religioso. E non da meno furono i “neri” i quali irruentemente crearono problemi a tutte le categorie associative, compreso quelle dei sacerdoti, nella loro principale associazione: l’Azione Cattolica, almeno sino al Concordato. Nel periodo fascista, come scritto nella guida Pagano/1933  furono costretti ad unirsi al Club ricreativo di MS Promontorio e furono ubicati in “salita Belvedere” e una “Ricreativa Belvedere” in forte Crocetta. Le autorità di allora, ristrutturando le varie società in una unica organizzazione chiamata OND (Opera Nazionale Dopolavoro) imposero intitolarla a un loro caduto, martire per la causa fascista: Cesare Arrori (o Aroli). Così nacquero, dal 1925, altri nomi di associazioni locali o delle stesse, sia perché difficilmente inseribili nel tempo e nello spazio causa distruzione degli archivi e sia per i tentativi per non essere inglobati nel dopolavoro fascista; sono stati: Unione Ricreativa Promontorio-Belvedere e poi  Unione Ricreativa Benefica Promontorio-Belvedere (infatti per non rientrare nel DLF occorreva essere “associazioni apolitiche e benefiche o assistenziali “, vedi gli Scout che si trasferirono nella San Vincenzo). Fu il loro “ufficio organizzazione”, nel sett. 1944, a reperire nuovi locali ove trasferirsi  avendo avuto la sede distrutta da una bomba (vi morì la famiglia del custode),  spostandosi in salita superiore S. Rosa al civ.9, nell’ultima costruzione del nucleo aggregato all’apice della strada, scendendo dalla sommità. Scrive un certo Ma.Ce. che nei locali vi fosse la trattoria dell’”Argentin”; che prima ancora era proprietà dei Vallombrosani (impossibile ); e della cui presenza esiste tutt’oggi, protetta da vincolo delle Belle arti, la minuscola casetta del frate portinaio, anni fa frequentata da una  misteriosa cartomante ultrasettantenne «a mangiaman» e i locali sotterranei dove i monaci solevano compiere penitenza fustigandosi con delle catenelle; ora da luogo di clausura e preghiera questi cunicoli si sono trasformati in un’articolata cantina, regno incontrastato del socio Zanchettin coadiuvato dai mastri vinai Avvenente e Turtulu. Dopo la guerra, in cui morirono combattendo da partigiani due soci, uno dei quali,  Amedeo Andreani, è ricordato da una lapide in via Balbi Piovera vicino a via Vinzoni , il direttivo decise  ricambiare il nome associativo, assumendo quello di URPB. Si scrive che un gruppo di soci, non trovando adesione alle scelte di base , si presume politiche,  si staccò creando il Circolo Acli Belvedere. A fine  1988, per sfratto, quando la villa fu venduta a privati, dovettero ricambiare sede; quella attuale con non indifferenti sacrifici fu acquistata alla precedente proprietaria sig.ra Rossi Veneranda seppur il terreno di proprietà demaniale statale (che ne concesse l’uso e occupazione suolo con notifica del 16 marzo 1990). Non sono ben chiari i dissapori col precedente parroco di Promontorio don Ramella che, dal loro trasloco a questa nuova e ultima sede,  non aveva più benedetto i locali nel suo “giro” pasquale. Un articolo del Secolo XIX del 1985, di Fravega, spiega “ il sacerdote è un uomo all’antica, i soci del circolo sono gente semplice e alla mano che stanno, si può dire, per proprio conto, non sono bigotti né mangiapreti. Non hanno mai voluto far benedire il vessillo sociale, non vanno sempre in chiesa, ma mandano i loro bambini al catechismo” . Nell’anno 1992, un nubifragio scatenato sulla città, mise in serie difficoltà le strutture, rovinando irreparabilmente anche la bandiera sociale. Di fianco al circolo, staccata, c’è una cappelletta interamente occupata da un altare, sembrerebbe di gesso lavorato, sovrastato da una effige di Gesù portatore di Croce, e curato dalla “Confraternita del S.Rosario”.  La porta è dischiusa cosicché non si riesce a vedere bene  l’interno. Il Remondini scrive che  “A pochi passi fuori le porte degli Angeli” esisteva una cappella sacra al Crocifisso. Su lastre di lavagna, avevano dipinto Gesù agonizzante attorniato da quattordici quadretti della via Crucis; sul soffitto un affresco del Padre eterno, e stucchi e dipinti ornavano le pareti. L’altare in marmo portava nello zoccolo la data 1761. Due marmi ricordavano una indulgenza di quaranta giorni concessa dall’Arcivescovo per tre pater, ave e gloria;  ed un’altra con la frase “omnis qui vivit et credit in me non morietur in aeternum”. La cappella era amministrata da dei massari, e nel 1770 il parroco Grondona di Promontorio vi fece delle spese (25 mortaretti). In tempo successivo fu munita di un cancello in ferro. Era ancora venerata a finire del 1800. Scrive anche che fu demolita, non si sa quando (forse per la strada al cimitero?); invece appare ancora eretta: o si è sbagliato, o è un’altra, eretta  sui ruderi.

  

– civico 35; sulla facciata c’è una targa in marmo della strada; a fianco di questa c’è la piastrina con segnalazione “Zona militare – m.250”

– civico 37; pare sia stata in antichità una stazione del dazio e forse, ancor prima un posto di guardia alla porta. Attualmente (2004) appare abbandonata, perché malamente chiusa con una catena e lucchetto; comunque è di privati. Sulla facciata c’è una targa stradale e un marmo di preghiera con invocazione così concepita: “chi trova Maria trova la salute – e quelli che la onorano – possederanno la vita” sottoposto a una nicchia con una Madonnina della Guardia (credo di plastica;  l’originale forse rubata)

Foto 1 -anno 1932

Foto 2 – lo stemma

  

Anno 1933, allargamento strada

Inizio (con ristrutturazione ex casa di ospizio) 1998

Anno 1956

Cimitero degli Angeli – Progetto restauro anni 2000

Cimitero della Castagna – La cupola della chiesa

per vedere altre immagini sui cimiteri degli Angeli e della Castagna si rimanda al sito originale di Ezio Baglini

Bibliografia

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