Anguissola Sofonisba

Anguissola Sofonisba

Targa: Via Sofonisba Anguissola – pittrice – sec. XVII – già Via Savonarola

 

Angolo con via del Campasso

Morì nel 1625 (XVII secolo). Poiché la pittrice visse più a lungo nel ‘500 che nel ‘600, dovrebbe esservi scritto del XVI secolo, come riportato su “La pittura a Genova e in Liguria”,  o quantomeno XVI-XVII secolo.

Quartiere  antico:  Pieve di San Martino

Carta del Vinzoni del 1757. In giallo via Vicenza; in celeste via del Campasso; per Vinzoni, in nero corrispondente alla Via, il greto del torrente proveniente da Belvedere.

N° immatricolazione: 27o6 categoria:  3

Carta dal Pagano/ 1961

Unità urbanistica: 24 – Campasso        Codice informatico della strada: n°  01680       CAP:   16151     Parrocchia:  San Giovanni Bosco

Storia. Prima del 19 agosto 1935 si chiamava via Gerolamo Savonarola (il Novella scrive “Fra  Girolamo Savonarola (via), da via Giordano Bruno“). Con delibera del podestà, in quella data, fu deciso il cambio con l’attuale intestazione, onde evitare un doppione con la piazza già intitolata in Genova al domenicano.

Struttura. Da via Campasso, chiusa. La strada è lunga un cento metri, stretta tra due fila di case popolari, senza ascensore, probabilmente erette negli anni a cavallo tra 1800 e 1900. Le auto posteggiate ai due lati lasciano una stretta corsia centrale a doppio senso veicolare. Ai lati nessun negozio ma solo entrate di magazzini privati. E’ servita dall’acquedotto Nicolay.

Civici. Neri dal 2 al 6 e dall’1 al 5; rossi dal 2 al 28 e dall’1 al 9 (con un 8a e 26a).

–       civico 6 fu eretto nel 1962;

–       civico.14r nel 1950 aveva sede la ditta Roletto Luigi, specializzata nella lavorazione di modelli di legno;

– in chiusura dal cancello, si aprivano la Rollero stampi e l’officina carpenteria Civalleri, poi Garobbio che lavorava per l’Italsider; i locali che ospitavano i macchinari oggi sono un garage.

Macchinario dell’officina, anno 1961

Autoritratto

Dedicata. Alla pittrice cremonese, nata forse nel 1532  da Amilcare, di antica nobile famiglia (dal Soprani chiamato Angosciola, discendente da Galvano dei Sordi: questi, al tempo di Leone III Isaurico  (720-800 dC),  usò per primo negli scontri armati anche navali, l’arma della pece greca con la quale distrusse la flotta turca del Bosforo; l’azione fu elogiata con la frase “anguis sola fecit victoriam”: da questa frase, i Sordi cambiarono cognome  usando definitivamente le prime due parole del motto che rimase nell’araldico della famiglia. Queste origini cartaginesi non furono mai smentite se non altro con i nomi dei capifamiglia: Annibale si chiamava il nonno, Asdrubale fu chiamato il figlio) e da Bianca Ponzone i quali, sicuramente essendosi sposati nel 1531 avranno avuto “pronta procreazione” con la primogenita nell’anno seguente (e non quindi nel 1527 o 1528 come citato da altre fonti). Per il primogenito era previsto il nome di Asdrubale: essendo per prima nata una femmina, ripiegarono sul nome della di lui figlia, Sofonisba,  principessa di Cartagine nel 235 avanti Cristo. Nella lotta contro i Romani, rimase sconfitta e  orgogliosamente preferì avvelenarsi piuttosto che subire l’onta di essere portata a Roma per il trionfo del nemico. A essa seguirono Elena (come la zia materna, avviata a farsi suora), Lucia (dal nome della nonna materna), Minerva ed Europa. Dopo vent’anni di matrimonio nacque finalmente Asdrubale seguito dall’ultima Anna Maria. Come per tutte le femmine, grosso problema era possedere una dote per poterle sposare; perché a quei tempi era un dovere della famiglia della donna e doveva essere adeguata e proporzionata al censo del marito; salvo mandarle monache, come le due figlie di Galilei. Fu indirizzata alle lettere, musica e pittura, ovviamente in casa e assieme ai lavori domestici e quelli femminili (ricamo, cucito, ecc.). Nelle tre arti, seguendo l’insegnamento dei cremonesi  Bernardino Campi e  Bernardino Gatti (detto il Solaro) e l’influsso dei grandi contemporanei, la ragazza si distinse subito per gli eccellenti dipinti. Questa dote le permise di ritrarre  dapprima i familiari (una sorella monaca, è uno dei primi quadri datato 1551, ed è conservato a Londra in una collezione privata; un autoritratto è del 1554 ora al museo di Arte di Vienna; il padre col fratello Asdrubale del 1555, conservato in collezione privata a Nivaagaard in Danimarca; la “partita a scacchi” trovasi in una collezione a Posen, ed è considerata la sua migliore opera) e poi quelli di molti ed influenti personaggi locali. Crebbe in bravura e riuscì a superare il tirocinio dell’apprendimento “in bottega di maestro”, in genere riservato agli uomini;  tanto da essere elogiata per iscritto da Michelangelo per il disegno di un angelo piangente; stimata dal Vasari; un suo quadro dipinto a 19 anni, per fortuna firmato, fu a lungo attribuito al Tiziano; e infine ritrattista dei nobili di Mantova, Piacenza, Parma. La nobiltà del casato di origine, le impediva per decoro di fare della pittura una professione: i quadri servivano al padre non tanto per acquisire denaro ma solo per raggiungere altolocate conoscenze e favori a corte. Nel 1559 soggiornò per un anno a Milano in attesa di partire per la Spagna. Infatti su segnalazione del duca d’Alba, era stata chiamata alla corte di Filippo II quale dama di compagnia della sua seconda moglie Isabella di Valois, figlia del re di Francia Enrico II e di Caterina dei Medici, e appassionata di pittura. Così, oltre essere pagata per svolgere il ruolo primario di dama di corte (riceveva 37.500 maravedì annui corrispondenti a 100 ducati d’oro; la vita era regolata da un ferreo cerimoniale prefigurante ogni minimo gesto, parola o avvenimento), arrivò a ritrarre i monarchi, quasi una pittrice privata, e tanti dignitari di Spagna (senza rivalità con i pittori ufficiali, posti a corte in posizione sociale fortemente declassata; tutti quadri non firmati perché non consentito dal suo rango; e quindi nel tempo attribuiti a Tiziano, a Coello o altri). All’epoca la Spagna era un centro di potere che manovrava il mondo, e la sua presenza a corte durò  ben quattordici anni, che visse gratificata dalla stretta amicizia della regina (sia di Isabella alla quale ella si dedicò sino alla morte per parto il 3 ottobre 1568; sia due anni dopo, anche se non veniva più pagata con regolarità, della ventunenenne Anna d’Austria che la confermò dama di corte) inibendo la propria indipendenza sociale e affettiva, ma vivendo i fastigi dell’erezione dell’Escorial, della vittoria di Lepanto (7 ottobre 1571), della nascita del primo (di sette figli dei quali uno solo maschio sopravvisse) erede maschio Ferdinando. Non era lei che poteva scegliere l’eventuale suo marito: Dopo la morte di un nobile da lei corrisposto ma con cui non poté concretizzare le nozze per motivi di dispensa religiosa, si favorirono, ormai quarantenne, le nozze  (dapprima civili 26 maggio1573, poi religiose il 5 giugno, per procura perché lei in Spagna e lui in Sicilia) con il nobile italo spagnolo Fabrizio de Moncada (secondogenito, il cui padre era conte di  Caltanisetta, principe di Paternò, e titolare anche di altri feudi e benefici, nonché fratello del vicerè di Sicilia; morendo lasciò tutto il patrimonio al primogenito Cesare, e questi a sua volta al  figlioletto minorenne. Al nostro Fabrizio andò solo il titolo di governatore di Paternò, che comportava l’oneroso compito di pagare le truppe di guarnigione; non tanto perciò da poter fare vita agiata e nullafacente). Il marito di pochi anni più giovane, fece tesoro della pensione che a lei fu concessa dal re di Spagna (risultando essa la fonte principale di reddito della nuova famiglia) e dei gioielli che ella si portava dietro. Si incontrarono al porto di Palermo e convissero nella bella casa che non poteva riproporre il fasto di Madrid, ma seppur nella semplicità ben presto i due furono sommersi di debiti. Per accedere alla tutela del nipote minorenne rimasto orfano, Fabrizio si imbarcò su una galera scortata, per andare a supplicare il re di Spagna unico a decidere l’assegnazione della tutela al posto della madre. Assaliti da otto navi pirati ma trovandosi vicino a terra tutti si gettarono a nuoto per salvarsi verso riva. Non si sa come, il don Fabrizio invece annegò. Sospetti che la motivazione del viaggio avesse destato interessi altrui, non furono mai chiariti, e Sofonisba passò un brutto periodo di vertenze legali con i parenti di lui, coalizzati perché poco o nulla le restasse anche del poco che il marito possedeva. Così alquanto avvilita nel 1579 salpò per Pisa, su una galea comandata dal signor Orazio Lomellini di Nicolò, vedovo con un figlio. Si conobbero e nacque dell’affetto. Forse non del tutto disinteressato perché lui pur essendo nettamente inferiore a lei sia per età (più giovane di 15 anni) che per rango sociale (perché illegittimo e di un ramo secondario della importantissima famiglia genovese), ma risoluto ed energico, l’aiutò a risolvere tutte le trame e beghe sicule che la attanagliavano; e lei poteva portare a lui una inaspettata promozione sociale. Ma sicuramente ci fu anche una forte emozione affettiva reciproca dimostrata dalla celebrazione del matrimonio prima della stipula legale dei beni reciproci e del consenso di Filippo II. A Pisa alloggiò dalle suore di san Matteo in attesa che il Lomellini viaggiando risolvesse i suoi traffici e la nuova residenza a Genova. Nell’estate 1580 venne a Genova, dimorando in contrada DeFranchi (zona di Posta Vecchia e Quattro Canti di San Francesco, tra Caricamento e via Garibaldi); conobbe in città persone che erano in stretto rapporto con Madrid per cui Sofonisba ritrovò sufficiente parallelismo con la vita a corte. Stava nascendo Strada Nuova, con palazzi privati ricchi come dimore reali, e con proprietari tendenti alla autocelebrazione tramite l’arte dei pittori di ritratti e delle case (tra tanti, soprattutto G.B. Castello detto il Bergamasco, Luca Cambiaso, Giovanni Barbagelata, Andrea Semino, G.B. Paggi). Cambiò ripetutamente casa, seppur quasi sempre nel sestiere della Maddalena (zona dei Lomellini) a seconda dell’andamento economico (sempre legato a ristrettezze per tutte le vertenze non ancora risolte, compreso la pensione madrilena che non arrivava) e della presenza del marito, assai più frequentemente per mare. Così si trovò a  soggiornare in città per altri trentacinque anni (periodo documentato più da atti notarili rogati in città che dalle sue opere), continuando a dipingere (molti compaiono in epoche seguenti, appartenenti a collezioni private di:  Francesco Maria Lomellini; Gio Luca Doria q. Agostino; doge Alessandro Grimaldi; padre Gerolamo Bordoti cerimoniere della Repubblica; Giovan Giacomo Lomellini; Giustiniani, ma non tutti ancora identificati con chiarezza, come quello riproducente il matrimonio mistico di Santa .Caterina, firmato ma perduto dopo essere stato portato a Praga). Di epoca genovese, lungo è l’elenco di  ritratti di personaggi di corte spagnoli, venuti a Genova o a Savona per i più vari motivi: così il ritratto di Caterina Michaela oggi al Prado; di Isabella di Valois, oggi a Kunsthistorisches Museum di Vienna, firmato Anguissola Lomellina nel 1590; dell’infanta Isabella Clara Eugenia, a Genova diretta a Bruxelles, dipinto del 1599 proprietà del Prado e conservato nell’ambasciata spagnola di Parigi; di Filippo II; di Anna d’Austria; di  Margherita di Savoia nipote di Filippo II, 1595, ora a Madrid, collezione Montallano; Caterina Micaela con l’ermellino, 1590, ora al Pollock House di Glasgow. Intratteneva anche un salotto culturale e di conversazione di alto livello grazie al suo rango, alle conoscenze  linguistiche, letterarie e pittoriche. Per prima insegnò alle nobili famiglie la passione della pittura e delle quadrerie, moda che poi trovò l’apice con Rubens e Van Dick. Ebbe come allievo Pietro Francesco Piola e come amico intimo ed ammiratore  Bernardo Castello della cui figlia lei fu madrina al battesimo il primo dicembre 1584. Due anni dopo, il 16 marzo 1586 battezzerà Giovanni Gregorio, figlio di G.B. Castello miniaturista detto il Genovese. Bernardo Castello le doveva essere molto amico se la ritrasse nel 1614, ma con fattezze giovanili, su ordinazione dell’Accademia romana di San Luca, e se fece da intermediario tra lei e un nobile savonese o forse il poeta Chiabrera per avere ‘alcuna cosa colorita per mano di lei’. Accompagnò nel 1858 a Savona, con la nave del marito, l’infanta Caterina Micaela di passaggio per Genova e diretta a Torino, secondogenita di Filippo II, che ella aveva cresciuto appena nata e che ora diciottenne era stata maritata con il duca di Savoia Carlo Emanuele I; da Savona raggiungerà Torino usando cavalli, lettiga, carrozza e barca in pianura. Altrettanto successe nel 1599 con l’altra figlia di Filippo II, Isabella Clara sposata con l’Arciduca d’Asburgo e con lui in viaggio verso Bruxelles per governare i Paesi Bassi. Condusse vita di alto lignaggio, mantenuta facendo debiti  come era d’uso a quei tempi per ottenere denaro contante da riscattare con le rendite dei possedimenti ereditati dai Moncada (una tenuta agricola) e della pensione reale. L’ultimo dipinto risale agli inizi del 1600: probabilmente una grave diminuzione della vista entrava già a crearle pesanti difficoltà. Nel suo soggiorno del 1607 sicuramente fu visitata dal Rubens che a Madrid aveva apprezzato i suoi quadri. Altrettanto spesso, seguiva il marito nei suoi ripetuti viaggi verso la Sicilia; cosicché nel 1615 maturò la decisione di trasferirsi  definitivamente a Palermo, ove  conobbe il 12 luglio 1624 anche il venticinquenne Anton Van Dyck  che era andato a visitarla su raccomandazione del suo maestro Rubens, in un periodo in cui a Palermo iniziava a imperversare la peste che culminò con  trentamila morti  e la fuga del pittore fiammingo. Nel suo diario ebbe parole molto gradevoli sulla collega ormai vegliarda, lui scrisse novantaseienne ma in realtà  novantaduenne anche se doveva essere difficile conoscere con precisione la vera età non esistendo gli atti di nascita divenuti obbligatori solo dopo il concilio di Trento,  e praticamente cieca; dapprima ne schizzò anche l’effige, poi la dipinse raffigurandola seduta (ora nella raccolta Gualino, a Torino). Morì  novantottenne a Palermo il 16 novembre 1625 e l’atto fu registrato nella chiesa di Santa Croce anche se fu poi seppellita in quella di San Giorgio dei Genovesi (della quale il marito era un influente massaro; se la lastra tombale – posta nel 1632 – fosse stata contemporanea al decesso, sarebbe morta centenaria; ma pare che essa fu invece commissionata più tardi dal consorte, in quell’anno anche lui novantenne; il Soprani dice che ella morì a Genova, ma è impossibile per il certificato di cui sopra). Del sepolcro non esiste più la tomba, ma solo la lapide marmorea con lo stemma degli Anguissola (due fasce, una rossa e una gialla) e altre tarsie policrome, con la scritta “Sophonisbae uxori ab Anguissolae – comitibus ducenti origine(m) parentu(m) – nobilitate, forma extraordinariisque – naturae dotibus in illustres mundi mulieres –  relatae, ac in exprimendis hominum – imaginibus adeo insigni – ut pare(m) aetatis suae – nemine(m) habuisse sit aestimata – Horatius Lomellinus – ingenti affectus maerore decus – hoc extremum et si tantae mulieri exiguum – mortalibus vero maximu(m) dicavit 1632” (alla moglie Sofonisba da Anguissola casato di origine di primo piano – conosciuta per nobiltà bellezza e straordinarie doti di natura tra tutte le donne illustri del mondo – e tanto insigne nel ritrarre le immagini degli uomini al punto che nella sua esistenza nessuno ebbe eguale stima – Orazio Lomellini straziato da immensa tristezza – questo estremo onore – esiguo per sì tanta donna ma il massimo dall’uomo mortale – dedica 1632). Sue opere sono esposte anche alla Pinacoteca di Brera ( una “Pietà”) , ed alla Tate Gallery di Londra. Fortunata per essere riuscita ad esprimere il talento e personalità in un’epoca in cui le donne erano soggette a leggi di sudditanza e prevalentemente usate; sfortunata perché la storia per lunghi anni ha nascosto le sue opere, impedendole di firmare i quadri assai troppo spesso dispersi o attribuiti ad altri.

Maria, Sant’Anna e San Giovannino, 1592

Lastra tombale a Palermo

Bibliografia

– Archivio Storico Comunale – Toponomastica,  scheda 127

– AA.VV –  annuario archidiocesi – ed.1994.pag.378 – ed.2002.pag.416

– AA.VV. – Genova ed i genovesi a Palermo – Sagep.1978 – pag. 73.143foto

– AA.VV. – La pittura a Genova e in Liguria – Sagep.1987 -I- pag.319

– Boggero F. – Genova e l’Europa continentale – Fond.Carige.2004  – pag76.82

– Gazzettino Sampierdarenese:  8/89.3

–  “Genova” Rivista municipale: maggio 1937 .41

– Parma E. – Il Cinquecento, pittura in Liguria – Carige 1999 – pag.374

– Pastorino.Viglier – Dizionario delle strade di Genova – Tolozzi.1985 – pag.52

– Patricolo R. – Genova ed i genovesi a Palermo – Sagep.1978 – pag. 73.143foto

– Patricolo R. – San Giorgio dei Genovesi e le sue epigrafi – Stass 1977 – pag.35

– Pizzigalli D. – La signora della pittura – Rizzoli.2003

– Poleggi E. & C. – Atlante di Genova – Marsilio.1995 – tavv. 9-10

– Soprani R  – Vite de’ pittori, scultori.. -1768 – Vol.I- pag.411

– Stradario del Comune edito nel 1953 – pag.11

( non c’è su P. Novella – Pagano/1961.244 – Piastra.I-179)