Antonino (vico Sant’)

Antonino  (vico Sant’Antonino)

Storia. Questo vicolo, dal 1910 non esiste più a San Pier d’Arena; e la toponomastica comunale genovese  non contempla questa denominazione. Le ipotesi di possibili collocazioni sono diverse, legate alla confusione tra il nome Antonino e Antonio (e a ingarbugliar ancor di più , due gli Antonio: l’Abate ed il Santo da Padova), usati nei secoli con disinvoltura e scambiati (è usato e conosciuto un detto popolare che dice “ti t’é fêto ‘n sant’Antonio da ’n sant’Antonin”). A complicare l’ubicazione del vicolo due documenti contrastanti: uno riguarda una domanda del 1851 stilata dal sig. Nicolò Arnaldi, praticante architettto, per ottenere l’autorizzazione di costruire una casa nel suo terreno,  già facente parte dell’ orto del sig. Giorgio Gilletta, posto “tra la strada detta di S.Antonino e quella detta della Cella”; e, specificando “risultante a mezzogiorno della Regia strada in costruzione (via G. Buranello)”. L’interperetazione la fa corrispondere all’attuale vico stretto s.Antonio. L’altro è del  1903 scritto da  don Brizzolara, abate di san Bartolomeo della Costa e Fossato. Cita una salita, che dal centro del borgo sale a Promontorio, mai descritta così da altri, come fosse l’attuale salita S. Rosa. Lo scritto è una lettera indirizzata al Sindaco a proposito del fontanile pubblico. Il Municipio, con Nino Ronco sindaco, aveva risposto ad altra lettera dicendo che il fontanile aveva bisogno di tubatura nuova e che la giunta non avendo i soldi chiedeva agli abitanti la spesa di ripristino: “il gruppo di case che da s.Bartolomeo del Fossato conduce alla chiesa della Costa si trova affatto privo del servizio d’acqua pubblica… dal fontanile pubblico che si trova sopra la Chiesa della Costa in cima alla salita di s.Antonino”; e a matita in margine, a mò di titolo, scrive: “per fontanile in capo alla salita Galileo Galilei (salita D. Conte)”. E lo stesso sacerdote ripete nel 1907 a proposito dei suoi confini parrocchiali: “… parte superiore della Villa Scassi fino alla chiesa della Costa fiancheggiata da Via Imperiale o Crosa dei Disperati. Salita sant’Antonino, da Villa Carrozzino (nota dell’autore: famiglia che esiste veramente al civ. 32 dell’elenco sotto) dopo l’ospedale di San Pier d’Arena alla chiesa vicariale della Costa…” Nello stesso anno stila un elenco delle famiglie dimoranti nelle varie strade della sua parrocchia; ovviamente è inclusa la “discesa sant’Antonino” (le famiglie incluse in successione (1,2,3 ecc.) non appaiono seguire una sequenza legata al civico quanto piuttosto l’elenco delle persone che possedva il parroco). Compaiono:

, 1 , Molinari Eugenio di Lorenzo , Luigia Parodi fu Giuseppe , Figli Erminio anni 12 , Natalina anni 11 , Mario anni 6 (tre righe vuote);

, 2 – Costa;

, 3 , Giuso Giulio fu Giovanni , Parodi Teresa di Tomaso , Figli Giacomo anni 10 , Angela anni 13 , Adele anni 11 , Angelo anni 8 , Carlo anni 5 , Iolanda anni 3;

, 4 , Parodi ecc.; (seguono separati ogni  due o tre righe);

, 5 , tre famiglie Barabino, ciascuna con mogli e figli;

, 6 , Barisone, Dodero, Monari   ecc;

, 7 , Sporta;

, 8 , Lazzarini …;

, 9 , (vuoto);

, 10 Merega ved Levrero, ecc.;

, 11 Bianchetti ecc; Casa Rocca;

, 12 , Roccatagliata ecc.;

, 13 , Merlo più Pedemonte ecc;

, 14 , Bottino ved.;

, 15 , Macchiavino ved. Rocca;

, 16 , Sbarbaro;

, 17 , Bianchetti;

, 18 Pruzzo;

, 19 Rasore;

,  20 Pruzzo;

, 21 Rottondo;

, 22 Podestà;

, 23 Pruzzo;

, 24 Piccollo;

, 25 Parodi;

, 26 Casarino;

, 27 Bertorello;

, 28 Ferrera;

, 29 Mantero;

, 30 Vernazza Angelo di Giuseppe , Armida Cecchi fu Tito , Figli Maria anni 5 , più Elvira Rabuzzi di Ferdinando domestica,;

, 31 , Ferrando;

, 32 , casa Carozzino;

, 33 , Roccatagliata.

Il convento di S. Antonio, è sicuramente collocabile con la carta vinzoniana che lo pone nell’attuale Via Daste, lato monte, a livello dello sbocco (più probabile, nel lato  a ponente) di salita Inferiore S. Rosa (quindi attualmente nella parte superiore di Via Castelli nel posto del palazzo in angolo con Via A. Cantore (vedi S. Antonio). Concorda con un’altra cartina che lo descrive gestito dai Padri Agostiniani (della Cella), e posto  sul lato a monte della strada centrale (Via N. Daste), a levante del viale che portava alla Villa Doria Masnata (poi primo ospedale civile), proprio di fronte alla Villa Grimaldi di Gerace. Infatti nel 2010 viene pubblicata una carta topografica di Brusco, datata 1872 nella quale si vede chiaramente trovarsi a quella altezza, anche se nell’angolo opposto alla villa (a quella data, dei Piccamiglio) rispetto Via N. Daste , Via A Castelli.

Per quello di S. Antonino invece, i casi sono due: o è lo stesso di S. Antonio (ed è la soluzione più probabile), o è un altro diverso, anche se estremamente improbabile; sebbene la fonte sia il Remondini ripreso dal Novella; comunque, ingannevoli diventano allora le distanze, espresse quando non esistevano i nomi delle strade e le distanze si misuravano “a braccia”, specie per poche centinaia di metri; infatti una descrizione lo pone localizzabile nella parte più a ponente del quartiere Coscia, all’incirca ove ora è “Via Pittaluga”’. É infatti descritto (vedi schema qui a fianco): “distaccantesi verso il monte da Via De Marini, subito dopo, dirigendosi verso ponente, lo sbocco di Via San Bartolomeo del Fossato” (quindi reinterpretandolo oggi: distaccantesi  da Via L. Dottesio, subito dopo Via G.B. Carpaneto). D’accordo con il Novella diciamo che il popolo e le autorità, anche religiose, hanno eccessivamente confuso il nome di Sant’ Antonino con quello di Sant’Antonio, sia per la chiesa che per la via. Anche sulle carte topografiche del 1800, sono alternati con disinvoltura; il latino, con le due i finali ha favorito l’equivoco: via sant’Antonio si scrive (e pronuncia) “viae sancti Antonii”, e con le calligrafie di allora l’errore è facile.

Disegno con ipotesi della  seconda ubicazione del convento: da sinistra, il convento (corrispondente a via G. Pittaluga); poi via san Bartolomeo del Fossato (via G.B. Carpaneto); poi vico Cibeo con villa Pallavicini. In basso,  trasversale, via De Marini. Da quelle parti esisteva una cappella dedicata a N.S. della Vista (vedi a Dottesio,  per N.S. delle Grazie)

Dalle letture fatte credo poter dedurre che per primo, nel XII secolo, fu introdotto il nome di Antonino, in rapporto ai traffici marittimi e relativo al forte influsso culturale proveniente dal sud Italia.  A mio avviso, a lui in primis,  fu quindi dedicato il convento. Tuvo conferma nel borgo un Convento di S.Antonino”,  la cui chiesa, che era nel vicolo omonimo, fu costruita prima del XII secolo. Nel Regesti di val Polcevera, relativi agli anni 1408,1424 si fa ripetutamente cenno alla “chiesa di San Antonino” ove, nell’anno 1416 era cappellano fra Guglielmo de Parago, dell’ordine cistercense. Dalla metà del  1700  in poi, poco alla volta e per un sempre più dominante influsso proveniente dal nord Europa, subentrò Antonio, con un periodo di reciproco interscambio (in tempi storici nei quali le indicazioni toponomastiche erano grossolane, imprecise e generalmente neanche usate). Cosicché, quando a fine 1700 si procedette a dare un nome alle strade, fu a s.Antonio che fu dedicata sia la strada dov’era il convento: il lungo tragitto dalla Lanterna al ponte sul Polcevera, dapprima fu chiamato tutt’uno “via Superiore” o “Comunale”; poi fu “spezzettato” dedicando il primo tratto, sino al Palazzo della Fortezza, al DeMarini; e dal palazzo a via della Cella “via sant’Antonio”. Quest’ultimo, nel 1919, divenne “via generale A. Cantore”, e infine “N. Daste”,  anche il vico Stretto che dalla marina portava al convento stesso. Ad esempio e suggello di questo equivoco, oltre le carte, anche Belgrano (1871) traduce “ecclesia sancti Antonini” con “sant’Antonio abate, vulgo santo Antonino, in San Pier d’Arena”, (cita l’esempio di Cesino dove da sant’Antonino legionario titolare,  gli agostiniani subentrati festeggiarono il loro sant’Agostino di Pamiers  martire della loro regola. Cosicché alcuni affreschi della chiesa fanno riferimento ai due, in forma confusa e mista). Ritornando al documento d’inizio, la risposta della regia Intendenza generale delle Strade Ferrate, del 1891, concorda con l’equivoco, ordinando “accordare al signor Nicolò Arnaldi la possibilità di costruire una casa nel terreno, già ad orto del signor Giletta, posto tra la via della Cella e la strada detta di S.Antonino” (quando allora era già ufficialmente “via  sant’Antonio” la strada parallela al mare). Procedendo cronologicamente, si inizia quindi con s.Antonino: lo storico, sac. Domenico Cambiaso, sulla base del libro “registrum talee omnium ecclesiarum januensis diocesis”, sul quale per primo a mie mani sono registrate tutte le chiese liguri perché soggette a tassazione imposta dal Legato Apostolico in Liguria card. Egidio Albornoz, pone l’anno di nascita di questa ‘ecclesia s.Antonini’ nel 1163 e precisa: ”de Sancto Petro de Arena, chiesuola in via s.Antonio”. Nel XII secolo, il notaro Oberto Scriba, cita il “romitorio di S.Antonino”. Nel 1360 si sa che era sotto il patronato della famiglia Ghisolfi, e possedeva vistosi redditi nelle Compere di san Giorgio. Viene segnalata l’”ecclesia sancti Anthonini de sancto Petro arene” nell’elenco delle chiese che debbono pagare una tassa straordinaria, istituita da papa Urbano VI e messa in atto nel 1387 dall’arcivescovo (per la nostra chiesa fu stabilito pagasse una lira). In data 3 giugno 1392, nel “Foliatium Notariorum” si riportano notizie di un “frater Iacobus q. Francisci Meliorelli de Pisis, rector ecclesie S.Antonini de Sancto Petro Arene”, dalle quali si rileva la prima e più antica traccia di un rettore. 1411, 3 luglio, in casa di Cosma Piccamiglio, posta vicino alla chiesa di S.Antonino, viene stilato il testamento di Cattarina figlia del q. Cosma  e moglie del q. Corradino Spinola. 3 agosto. In Sampierdarena, Luca de Castellano q.Antonio cittadino di Genova, per se e i suoi eredi, concede in locazione  al taverniere Bartolomeo de Carignano q.Fazio una taverna con vuoto di dietro e mezzo pozzo, situata in Sampierdarena nella contrada di S.Antonino, a cui confina, davanti e da un lato la strada pubblica, dall’altra parte la casa di detto Luca. La locazione è per i tre anni prossimi venturi e per l’annua pensione di lire 12 di Genova. 1416, 29 gennaio, fa da testimone per un atto legale, fra Guglielmo de Parago, dell’Ordine Cistercense, cappellano della chiesa di s.Antonino in SPdA. 19 maggio, “nella piazza o chiostro di s.Antonino” Antonio Cassina di Oberto, macellaio, maggiore d’anni 25, abitante nel borgo  deve  lire 28 per l’acquisto di castrati. Nel 1533 il monsignor Agostino Giustiniani dice che è una semplice cappella, mentre in altro scritto del XVI secolo firmato dal notaio Bernardo Usodimare Granello, è descritta  “commenda” e viene ricordato che essendo stata affidata al vescovo di Sagona in Corsica, mons. commendatore Edoardo Cicala, lui rinunciasse all’incarico determinando da parte del papa Paolo III il 26 nov.1545  affidarla a monsignor G.B. Cicala , vescovo di Albenga (e dopo divenuto cardinale). Nel 1582 la chiesuola, visitata da monsignor Bossio,  seppur provvista di due altari, era in disastrose condizioni , e col tetto prossimo al crollo: “ paries ruinosus cui altare maius adhaerent sarciatur, altare quod est in calce capellae diruatur cum unum tantum sufficiat”. La ricostruzione  pressoché completa fu finanziata dalla famiglia Lercari (con l’opera dei maestri Giorgio e Stefano Storace ) ma con evidente rinuncia a qualsiasi diritto se il 1 novembre 1586 essendosi estinta la famiglia Ghisolfi,  per  delibera del papa Sisto V, ne  divenne giuspatrona e concessionaria dal 1 settembre 1586 la  famiglia Cicala (a cui capo era un Alessandro, che sempre aveva dimostrato amore e venerazione per la chiesa. Il Papa, per assicurarsi che la bolla  accordante il beneficio ai Cicala divenisse effettiva, la fece recapitare direttamente al vescovo di Filadelfia, in quel tempo dimorante a Genova). La mancanza di documenti scritti, può dar adito a possibili errate interpretazioni storiche: ma appare certo  che nel 1621, un Paolo Serra, che aveva ereditato il giuspatronato dai Cicala non si sa quando né perché, ed essendo allora la commenda gestita dai Padri Agostiniani del convento di S.Maria di Belvedere, vi  volle depositate di passaggio le spoglie o forse meglio alcune reliquie di san Innocenzo martire, donate forse dall’arciprete di santa Maria della Cella, don  Dolcino; negli appunti relativi agli anni 1638,54 del cardinale Stefano Durazzo, viene descritta una sua visita pastorale alla chiesa. Arcivescovo di Genova nel periodo 1635,67, personaggio dalla forte personalità e quindi con tanti amici ed altrettanti nemici; appena giunto a Genova per iniziare la sua missione, una della prime cose che intraprese fu una visita pastorale nella diocesi (1639), a piedi o  a dorso di mulo, fino nelle più sperdute e impervie località infestate dai briganti, su strade dissestate ed impraticabili, col bello e cattivo tempo; le ispezioni erano minuziose e puntigliose specie sulla morale, sulla organizzazione, sulla conservazione degli oggetti sacri, registrando le condizioni economiche dei sacerdoti a cui lasciava cospicue offerte. Dello stresso anno, 1638, si rileva che nella tela dipinta da Domenico Fiasella e titolata “Madonna della città” ora posta nella chiesa di s.Giorgio dei Genovesi a Palermo, ai piedi della Vergine c’è dipinto il nostro borgo: a monte della Cella c’è un’altra chiesa. 1657; anno della terribile peste. Padre Antero scrive nel suo diario che nella nostra chiesa morì in servizio “per la carità” il R.P. (credo ‘reverendo padre o priore’) Gio Benedetto da Genova. Presumo sia in questo secolo di tempo, che lentamente sia avvenuto il passaggio della venerazione, da s.Antonino affievolitosi, e s. Antonio più aderente alle necessità della gente di allora in quanto molti con stalla e animali, ammalati dell’herpes, ecc. A riprova possiamo portare la carta del Vinzoni nell’ “Atlante della Sanità” del 1743 circa, nella quale,  nella posizione del nostro convento scrive essere di “sant’Ant?” probabilmente lasciato in sospeso da chiarire e poi dimenticato così. Apparirebbe nell’angolo tra via Castelli e via Daste, corrispondente all’attuale civico 36B di via Cantore. Nel 1749 l’arciprete Borelli, scrisse che la chiesa pur avendo tre altari dei quali il maggiore dedicato a sant’Antonio da Padova (altro motivo di confusione) raffigurato in statua, ed altro a san Giovanni Battista, era in pessime condizioni architettoniche seppur assai frequentata dai fedeli, e con molte feste e novene  (…habet duas parvas campanas ex arcu quodam pendentes: il ecclesia praedicta ex una navi constructa fuit cum sua cantoria super ianuam maiorem in qua reperitur organum omnia ex vetustate parm decentia); è del 15 marzo 1762 una supplica al Senato, fatta dai padri Agostiniani del SS Crocifisso di Promontorio, e ritrovabile in una filza “iurisdictionalium” dell’Archivio di Stato genovese, i quali chiesero che venisse loro ceduto il piccolo convento con la minuscola chiesa di sant’Antonino; Inizia altresì una certa confusione tra il s.Antonio Abate e quello da Padova.  Infatti il Soprani, nel suo libro edito nel 1769, e quindi riferibile ad alcuni anni prima, nel descrivere lo scultore locale Girolamo Pittaluga (vedi), scrive che, quando iniziò a produrre in forma autonoma svincolato da un maestro,  produsse un crocifisso per la chiesa della Cella, ed “una statuina di s.Antonio da Padova per la Chiesa intitolata del nome di detto santo nello stesso San Pier d’Arena”. In una relazione del 1771 si descrive che il custode, chiamato priore, è un fratello laico e che due padri sacerdoti appartenenti alla stessa Congregazione di Genova, vengono per praticarvi molte funzioni e novene. Nel 1798, in concomitanza degli eventi dettati dal governo francese, allo stesso convento, fu controllato un quantitativo di preziosi per lire 72,  quando il Direttorio Esecutivo della Repubblica Ligure,  decise un inventario e sequestro  dei beni (ori, argenti, gioie) custoditi da chiese, conventi monasteri, e per legge divenuti sociali: non sappiamo che fine abbiano fatto i vari “sacchi sigillati” consegnati all’Amministrazione centrale di Polcevera corrispondenti in totale a 666,11 libbre di argenti e 2,25 libbre di ori, definiti dal clero “ruberie dell’autorità francese, sopportate in silenzio dal popolo”; pare siano stati restituiti alle autorità religiose competenti, alla Restaurazione (1815). Nello stesso anno, il nome della stradina è citato, confondendo di nuovo i nomi dei santi e quindi la localizzazione del nostro convento, quale confine orientale del quartiere della Fratellanza  (nell’assestamento dei confini rionali, per ragioni di ordine pubblico e di destinazione di ispettori di pubblica sicurezza; inquadrato in un nuovo sistema di governo gestito dalla Francia, che il 24 luglio 1798  prendeva le redini della Repubblica. Si scrive essere delimitato «dalla parte del mare del vico de Buoi fino al vico di Sant’Antonino, e dalla parte superiore del vico dei Disperati, sino al vico detto di San Barborino colle alture corrispondenti a detta linea»): praticamente la zona centrale del borgo (chiamandosi “Eguaglianza” la zona di san Martino e “Libertà” la zona della Coscia). In quello stesso anno, o poco dopo, gli Agostiniani  dovettero cessare il culto nel convento, ed andarsene. Fino ad allora, i sacerdoti di s.Antonio, assieme a quelli della Cella, anche perché poi dovevano essere gli stessi, erano gli unici a possedere insegnanti capaci di impartire lezioni scolastiche di cultura generale. Il municipio, sensibile ai dettami francesi di fornire una educazione scolastica ai giovani, aveva dato loro incarico di prestare questo servizio; ma mancando le sedi le ritrovarono nell’allontanare i sacerdoti stessi dai vari conventi concentrandoli in pochi altri: ne derivava che, l’allontanamento dei religiosi aveva anche lo scopo di ritrovare sedi scolastiche utilizzabili: così a san Gaetano, a san Pietro in Vincoli ed anche in una sconosciuta “cantoria di sant’Ambrogio”.  Era ancora eretta, ma non è detto se in attività di culto, quando si segnala che agli inizi del 1800  che, essendo frequente la scelta popolare di ritrovarsi sul sagrato delle chiese, specie nei giorni di festa, ovviamente la folla,  i venditori con bancarelle, nonché i giocolieri, alzando la voce disturbavano le funzioni: ne conseguì che poi, il 1 agosto 1817,  un ordine pubblico negò ai venditori di noci, ai merciai ed ai negiari (ovvero i venditori di cialde: pastetta cotta tra due piastre di ferro, generico venditore di ciambelle, pinocchiati, bericuocoli, confortini ecc, di mettere banco vicino alle chiese; e comunque agli annunciatori di spettacoli di usare trombe o tamburi, ai ciarlatani ed ai giocatori di lumbotti (non conosciuto cosa siano: non rientra nei ‘zûghi’ descritti dal Casaccia) di far chiasso, limitando potersi essi  “stabilire a levante della crocetta di sant’Antonino“.  Nel 1813 viene descritto esservi stata una villa munita di cappella privata, di proprietà di Musso Nicolò; mentre “vicino S.Antonino” un’altra casa con cappella, era del canonico Montebruno. Nella “fame di alloggi” la Commenda, nel 1826 fu tramutata in abitazioni. Lo stessso Soprani (vedi sopra anno 1769), precisa negli indici della sua opera, e a modo suo conclude quale Antonio sia, che detta “chiesa di s.Antonio da Padova, distrutta; nel 1903 sulla stessa area sorse la Chiesa delle Figlie della Carità di S.Vincenzo dé Paoli” (Quelle suore già di corso Martinetti, ora in salita Forte della Crocetta?; dovettero restarci assai poco perché nel 1930 risultano presenti in molti sedi genovesi ma nessuna sampierdarenese).

Dedicata. A un santo martire che forse non viene più nemmeno commemorato dalla Chiesa. Confondendo con altri omonimi, qualcuno lo colloca il 14 febbraio (assieme a san Valentino; ma risulterebbe essere S.Antonino da Firenze), o il 13 novembre (leggi  Cambiaso, assieme a S.Diego). Secondo una tradizione, nacque nel 275 circa nella regione della Tebaide dell’Alto Egitto. Fattosi allievo in giovane età della scuola teologica detta Didascaleion in Alessandria (inaugurata da Origene e da Clemente Alessandrino), si arruolò poi  nella Legione tebea creata da Diocleziano e comandata da Massimiano (vedi a Maurizio in via G.B. Monti), ed andò con essa nel Vallese (ad Agauno, oggi Saint Maurice) ove riuscì a scampare miracolosamente ad una strage di soldati cristiani martirizzati il 22 settembre 286: sarebbero stati  uccisi poichè si rifiutarono di adorare gli idoli. Nell”iconografia è quindi descritto in abiti militari, a piedi o a cavallo. Tornato in Italia, si ritirò (in questo caso, fu vittima di  persecuzione religiosa) o fu comandato (facendo parte dell’esercito longobardo – cattolico , si scontrò con i Bizantini posti nell’entroterra a difesa della riviera di levante; nel caso, fu soggetto a cattura) a Travo (località tra Bobbio e Piacenza). Potrebbe essere Traso? (nell”abitato di Traso è stato trovato un insediamento addirittura pre-romano con ceramiche dell”età del ferro, e successivamente utilizzato pure dai romani e dopo , per tutto il medioevo , in quanto nodo di comunicazione tra l”alto chiavarese e la val Trebbia.  Fu decollato il 4 luglio dell’anno 303 presso un tempio di Minerva. Il culto si allargò da Piacenza (che lo ha scelto come Patrono), il vescovo S. Savino, vissuto alla fine del IV secolo, in circostanze prodigiose ritrovò negli anni tra il 375 ed il 395 le reliquie del martire. Ma i successivi ricercatori, si trovarono di fronte alla totale mancanza di notizie sicure, sia della sua vita che del martirio stesso. É ritenuto anche possibile la sovrapposizione di più persone omonime introdotte da missionari orientali arrivati a Bobbio. Questa abbazia, a partire dall”età longobarda, divenne un centro missionario imponente e altrettanti martiri: così oltre al S. Antonino di Piacenza (il più quotato, festeggiato il 4 luglio; però egli, a Finale, è festeggiato il 3 settembre, come il seguente); altro di Pera; altro di Apamea di Siria ricordato dal Martiriologio al 3 settembre, alla Lombardia e le Gallie. Infatti, al ritrovamento delle reliquie, S. Ambrogio donò parte di esse a S. Vitricio vescovo di Rouen e parte ne usò per diffonderne il culto nel milanese. A Genova, collegata a Piacenza con la strada romana che passa per la valle del Taro, Varese e Castiglione (dove è una pieve a lui dedicata e risalente al V secolo), il culto arrivò ben presto, dopo neanche un secolo dalla morte. Però solo dopo l”anno 1003 si possono avere documenti scritti riguardanti la chiesa di Cesino (Cartario genovese); e 1131 per quella di Casamavari (in val Bisagno, sul torrente Veilino in zona Staglieno, che vanta venerazione dal V secolo, ma non possiede le prove). De Simoni conferma che “ il culto… è certamente molto antico… molto più che dal 1278” . Nell”Archivio del Collettario (o Sacramentario), raccolto in san Lorenzo,  al 13 novembre si fa cenno al ritrovamento nel periodo 1313-21 delle sue reliquie e si sa che nel XIII secolo per la festa di sant’Antonino era prevista solo una semplice commemorazione. Nel secolo XIV, lentamente avvenne un declino di interesse verso il martire, sino alla pressoché scomparsa del suo culto, salvo localmente nelle chiese a lui dedicate (oltre le già citate, un”altra è  in via delle Ginestre). Incerto è un documento riguardante l”epoca della sua onoranza in città. É segnato sul “Calendario” relativo all”VIII secolo (conservato nella chiesa delle Vigne; e fu curato e datato di quell’epoca, dal Cambiaso, in forma sicura)  che il 4 luglio avvenne la “translatio (cioè il trasporto delle reliquie da una chiesa ad un ”altra S.Martini ep. et S.Antonii M (cioè martire)” corrisponderebbe la data del martirio. Un altro Antonino visse nel passaggio tra l’ottavo e il nono secolo; rimase officiante nell’abbazia di Montecassino finché per sfuggire alle persecuzioni longobarde si rifugiò a Stabia, divenendo dapprima monaco nell’abbazia locale di sant’Agrippino, ed alla morte del priore, fu nominato abate suo successore. Grande fu l’opera di apostolato ed operosità del monaco, che alla sua morte nell”anno 830,  fece maturare nell’immaginazione popolare essere stato un santo taumaturgo, sempre presente e pronto per il suo popolo. Curiosa fu l”idea di desiderare essere sepolto “né dentro né fuori le mura”: così fu scavata una tomba dentro le mura di cinta; fu eretta nel luogo una cappella, che nel tempo da chiesetta divenne una delle più belle chiese di Sorrento; ed il santo fu nominato patrono della città. Nel 1558 i Saraceni trafugarono le spoglie, ma per fortuna un prigioniero loro fuggito, riuscì a riportare le reliquie  in patria. Commemorato il 14 febbraio con san Valentino. Nell”elenco dei santi, esiste anche un sant’Antonino da Firenze commemorato il 10 maggio.; ma essendo vissuto tardi,  nel XV secolo (1389,1459), e con vita ed operato limitati alla capitale toscana, nei tempi di Cosimo dei Medici e di Beato Angelico, non appare essere  di nostro interesse. Cambiaso scrive che la chiesa di Cesino, dall’antico titolare è passata senza ragione a S. Antonino da Firenze.

Bibliografia 

– Archivio Parrocchiale di S. Bartolomeo della Costa

– Belgrano LT – atti SocLigStoria Patria – 1871- vol.II- parte I- fasc.II – pag.397

– Cambiaso D. – l”anno ecclesiastico e le feste… – SLSPatr. 1917.XLVIII – pag.259

– idem  XLVIII appendice – pag.432

– Cepollina G. – Regesti di Val Polcevera – Marchese&Campora – 1932 – vol.I- p.228

– Chiappe M. – Il Tigullio e il suo entroterra… – IPS. 1996 –  pag.36

– De Simoni L. – Le chiese di genova – Ceretti.1948 – pag.61

– Gazzettino Sampierdarenese. 8/80.13

– Giustiniani:( parrocchia SS Sacramento)

– Lamponi M. –  Sampierdarena – LibroPiù.2002 –  pag.87

– Marcenaro – Repetto- Diz. delle Chiese… – Tolozzi – 1970 – VolI – pag 231.272

– Novella P. – Le strade di Genova – manoscritto bibl.Berio.1900 – 30 – pag.35

– Remondini A. e M.  – Parrocchie..- Vicariato di SPdA – 1897 – vol.XI –  p.67.281

– Roscelli D. – Nicolò Barabino – Soc.Universale.1982 – pag. 156

– Tuvo. Campagnol – Storia di Sampierdarena – D’Amore.1975- pag. 49.52

– la chiesa non è citata: dallo Spotorno,dal Casalis,dai “saggi cronologici”-dal n .128, dall’Alizeri (“Descrizione…” dovrebbe essere a pag.642).