Antonio (via Sant’)

Antonio  (via Sant’Antonio)

Storia. Tratto dell’attuale via N. Daste, compreso: tra l’intersezione con crosa Larga (poi via J. Ruffini nel 1910 , attuale via Palazzo della Fortezza ) e quella con  via della Cella. A) la chiesa con convento La strada fu così chiamata per una chiesa di Agostiniani della congregazione di Genova dedicata al santo (ma che , molto probabilmente , dalla nascita nel secolo XII,  fino agli anni dopo la metà del 1700, era dedicato a sant’Antonino), che esisteva nel punto che adesso è localizzabile con la parte alta di via A. Castelli; per alcune fonti, a levante (dove esiste un piccolo slargo chiuso da cancellata, come è desumibile dalla pianta del Vinzoni; per altre, a ponente ( di fronte a villa Gerace)

Carta di M. Vinzoni da “Il Dominio della Serenissima Repubblica di Genova in terraferma”  consegnata il 2 agosto 1773 (i colori non sono nell”originale).  La prima a destra nel giallo è villa Imperiale-Scassi alla cui sinistra per chi guarda, dopo villa Doria in arancio ed a monte della strada centrale, sono: sopra la villa Serra Doria Masnata oggi in via A. Cantore; sotto  l”abbazia di s. Antonio dei PP. Agostiniani

La parte storica del complesso abbaziale, è descritta in s. Antonino (vedi). Si presuppone che i fedeli, perdendo venerazione per l”uno (Antonino) ed aumentando quella per l”altro (Antonio), andarono a chiamarla col nome di quest”ultimo, e tale rimase quando si decise di dedicare  la strada. Quindi, parlando della chiesa, la sua storia si sovrappone a quella di sant’Antonino, colà descritta.   Una certa confusione tra i due nomi, tra i quali prevalse poi Antonio, è dimostrata da documenti che attestano che nel 1798, stesso anno in cui la municipalità sequestrò i beni ecclesiastici e chiuse molte chiese, nell”imperiosa necessità di reperire locali da adibire a scuole  “si constatò che esistevano due corporazioni di religiosi  dell’ordine di sant”Agostino, quella nel convento di s.Antonio e quella di s.Maria della Cella  i quali avrebbero potuto unificarsi trasferendosi . . . (ovviamente solo gli abati di s.Antonio ,che poi in realtà  erano di sant’Antonino,) . . . i locali rilasciati dagli agostiniani avrebbero così potuto essere utilizzati a beneficio delle nuove aule scolastiche che tanto necessitavano per la crescente giovane popolazione scolare. Anche De Simoni ne “le chiese di Genova”,  intitola ed inizia descrivendo una chiesa in zona Staglieno dedicata a sant”Antonio e poi senza spiegazioni descrive a lungo i fatti della locale chiesa di sant”Antonino. B) la strada appare sia stata dedicata a due tratti stradali ben diversi, che descriviamo. 1b,  percorso della strada Centrale (tratto incluso tra palazzo della Fortezza e via della Cella). Nel 1757 il percorso stradale è anonimo. A ovest la via terminava incrociando via della Cella (con, nell”angolo, villa Serra Monticelli) che ancor oggi scende verso il mare, e salita Belvedere che sale verso il colle  e che, nell”angolo, il Vinzoni segna una proprietà  quasi rettangolare (sotto quella dei Grimaldi , oggi dei Carabinieri; ed a ponente della proprietà Cardinale, oggi civico 35 di via A. Cantore), con villa posta nell”angolo alto,ovest del terreno, e di proprietà (ma che esisteva ancora nel 1920 come visibile nella foto sotto) di “ab. e Constantino Pinedo”,  nome non bene leggibile e per ora di  illustre sconosciuto (la villa è stata sostituita dal palazzo con i civici  37 e 39 di via A. Cantore;  il giardino, invece, fu metà a monte occupato da via A. Cantore; e la metà a mare dal civico 36 di via A. Cantore).

Foto nel 1919: le case a sinistra appartengono a via G.B. Monti. L’ovale è la parte bassa del giardino delle suore della Provvidenza la cui villa ha il timpano davanti, nella parte più alta nel centrodestra della foto.  Sotto questa villa, poco spostata a sinistra la villa Grimaldi, poi il palazzone attualmente civico 5 e 7 di corso dei Colli (però mi sembra che quello della foto è meno esteso dell’attuale il quale sarà costruito forse sul sedime di questo più quello interposto con la villa.  In primo piano ,a destra, la villa che nel 1757 era  dell’abate Constantino Pinedo.

Nel  1813 viene descritto essere nel “vico S. Antonio” una villa di proprietà Canale Bernardo (eredi), munita di cappella privata, sinonimo di una certa distinzione sociale (non si sa quale villa sia, tra le tante; forse ,  ma non credo , essendo “vico” e non via , è quello oggi “vico stretto s. Antonio”: ma su esso si affiancano non si aprono, la villa Crosa e a mare la villa ex Pretura). Nel regio Decreto del 1857, viene citata come strada sant”Antonio il tratto della “strada Superiore, che dalla casa Grimaldi,Ansaldo (Palazzo Fortezza) arriva sino alla casa fratelli Monticelli della crosa della Cella (villa Serra).  Viene confermata, già così titolata, in una relazione datata 1867 (sui casi di colera avvenuti in città: nelle via morirono in casa sei persone, su 107 contagiati in città e 68 morti in tutto). Al civico  4, nel 1878 esisteva la tipografia Foschini.  Della stessa famiglia appaiono Carlo, che nella stamperia editò a fine di quell’anno il “Bibliografo” un periodico unico nel suo genere contenente bibliografie scritte da valenti critici; e Luigi Domenico Foschini, che  compare a marzo 1878 quale direttore responsabile nonché proprietario del settimanale “Riviera Ligure”, “gazzetta degli avvenimenti,politica e letteratura amena,commercio,marina,finanza”, con racconti a puntate dello stesso Luigi D. e di V. Armirotti; alcuni numeri  furono stampati nella tipografia stessa.  Riuscì a pubblicare 44 numeri e poi ad ottobre dovette cedere la proprietà del giornale ad una Commissione, mentre lui andava a fine ottobre a Sestri a fondare quale direttore un altro giornale politico-amministrativo-commerciale intitolato “il Patriotta”; ed infine nell”aprile 1879 quando stampò tre numeri del  settimanale di otto pagine (domenica) “Giornale dei comuni”,”ebdomadario, politico, commerciale, amministrativo. Organo degli impiegati” (conteneva elenco dei concorsi, fallimenti, aste, appalti, banche ecc. ; nacque una polemica sfociata in insulti, libelli, calunnie ed invio di padrini tra il direttore Augusto Lopez Perera e LuigiDomenico).  Nel luglio 1879 Luigi D. è pure direttore e collaboratore del mensile “Serate magiche”, giornale di ricreazione e letture amene. Un altro giornale, pubblicizzando il “Cosmetico chimico Prussiano”, tintura per capelli, precisa che si sarebbe potuto comperare presso la sede del settimanale (al civico 4 di via s. Antonio). Nel 1887, al civico 2 aveva sede una società di Mutuo Soccorso, denominata “Emancipazione operaia”.  Sempre in quegli anni, sulla strada avevano l”ingresso  molte ville di nobili cittadini  compreso, dove ora si erge il palazzotto detto della Banca d”Italia , la villa Masnata (a quei tempi  Ospedale civile). Nell’anno 1900 ancora esisteva questo nome, per il tratto compreso “tra via Larga ed il corso dei Colli” ovvero tra l”attuale via Dottesio e corso Martinetti.

Un lungo elenco di case, stilato al fine di poterle numerare. Fornisce i nomi dei proprietari di allora, anche se i civici non corrispondono a quelli attuali: civico1: Piccardo Giovanni (la villa,ora distrutta, che aveva a fianco la torre dell’ospedale: da giù in via N. Daste, un lungo viale arrivava sino lassù); 2 e 3 proprietà del Municipio, 4 eredi Scassi (la villa Imperiale,Scassi); 5 Rebora Andrea (il pastificio nella villa Grimaldi d’angolo con via Albini); 6 e 7 Nasturzio Silvestro (ove ora è il centro Civico; industriale, e proprietario anche in via Mazzini); 8 e 9 Conservatorio delle Franzoniane; 10 Chiesa fratelli; 11 e 21a eredi di Carlo Maria Copello (vedi sotto al civico  22 e 26);  12, 14, 14a, 15a marchese Pallavicini (si apriva sulla strada, ma la villa era in alto: ora sarebbe nella sommità di salita san Barborino); 13 Ronco, Carrosio; 15 Dellepiane fratelli; 16, 17, 18a, 18b eredi Dellepiane; 19  Ospedale civile (in villa Masnata, immobile valutato nel 1908 col terreno annesso, di L. 200mila); 22 Grosso Francesca già Copello (nel 1891 viene annoverato tra i fabbricati di proprietà comunale, una “casetta in via Sant”Antonio e terreno annesso (già Copello) del valore di L.25mila”; nel 1896 appare “ceduta gratuitamente all”Ospedale Civile come da contratto 29 dicembre 1894, rogito Perrone, ed in dipendenza alla deliberazione del Consiglio del 20 gennaio 1893”; ma ricompare nell”elenco del 1908 quando si decise il trasferimento dell”ospedale,vedi alla via omonima e qui ai civici  11 e 26);   22a e 22b società Meno Agiati (i  due palazzi gemelli della , non ancora titolata , via Masnata, dei quali rimane solo quello più lontano a questa strada e che ora e in via A. Cantore il  civico 31A; 23 Sirtori Bartolomeo; 24, 25, 27 e 28 eredi Ronco (la villa omonima); 26 Bagnara Ermillo già Copello (villa Centurione); 28aa, 29, 31 eredi Monticelli (la villa Serra, d’angolo con via della Cella); 30, 32 eredi Romani.  Quasi a parziale conferma, il Pagano 1902 per gli esercizi commerciali evidenzia: all’1 dep.  acciaio e ferro di Santamaria Carlo; 4 i bottai Boasi A e Pittaluga; 5 Noli Carmelo negozio di cereali; 12 pizzicagnolo Braiati Severino; 13  fabbrica di conserve alimentari e negozio di Massardo Diana e C. , tel 819; 16 segheria a vapore di Noli Caterina; 21 residenza del dr.  Bonanni Carlo e farmacia Milanesio Luigi; 28  dal 1858, fabbrica di pettini, pesi e misure dei f.lli Gatti (uno, Lorenzo, nel 1919 l”officina sarà solo Giovanni, fu Lorenzo al civico  30, mentre negozio e magazzino sono in via Vittorio Emanuele 27r); 30 fabbrica di mobili in legno di Canepa Antonio; 31 fabbrica di pasta alimentare di Monticelli Bartolomeo e Figli; 121 il ramaio Marchese Giuseppe; nell”angolo con c. so dei Colli il commestibili di Barabino Agostino; (senza precisare il civico) abitazione del dott prof. Botteri G.B.

Il 13 agosto 1905, ma Ragazzi che ha fatto specifica ricerca sul teatro, mette l’inaugurazione il 15 agosto ,vi venne inaugurato un Teatro Arte Moderna, all’aperto (quindi solo estivo),  probabilmente all’aperto nel giardino  della sede del Circolo Socialista. Visto il successo, il 3 dicembre del 1906 l’area fu coperta a vetrata, formando un ampio salone in stile chalet con palcoscenico.  Furono P. Chiesa, come consigliere comunale, ed il partito socialista operaio, con proprie sovvenzioni, a concorrere all’apertura (nel 1910 il giornale “Lotta proletaria” lamenta la non partecipazione comunale, rilasciata invece al Modena ed al Sampierdarenese; comunque ambedue convinti che l’arte filodrammatica fosse un metodo altamente educativo sia della morale che cultura e politica).  Utilizzato sia per divertimento, ma soprattutto per spettacoli, vide l”opera di compagnie teatrali quasi sempre con esplicita ispirazione propagandistica della politica operaia (inizialmente P. Chiesa idealizzava una compagnia stabile, come negli omonimi e più famosi milanese, triestino e torinese; tra esse è ricordata quella stabile diretta da Emmanuel Gatti; e vi fece rappresentare la sua opera “Vispa Teresa”, ospitò sedute culturali invitando i pittori A. Vernazza e L. Gainotti, commemorando F. Cavallotti, aprendo alle femministe). “Il Lavoro” del 10 febbraio 1915 segnala la distruzione per incendio; ma è stato scritto che il teatro, seppur soggetto ad un incendio nel 1913 (data errata, presumendo giusta quella del giornale; in quella data i socialisti si erano schierati contro l”intervento armato e quindi l”incendio è pressoché sicuramente doloso), continuò le rappresentazioni sino allo scioglimento obbligato dal fascismo.

I segni (compreso →) significano che i nomi corrispondenti erano presenti anche nelle date posteriori “fino al”. Il Pagano 1908 segnala: al civico  1 un deposito di ferro e acciaio di Santamaria Carlo (→’25) (telef. n. 468); all’1/7 Eusebione rag. Eusebio, professore di lingua inglese e consigliere comunale(→’25); al 4 i bottai Boasi A.  e Pittaluga (→’12); 12 il pizzicagnolo Braiati Severino (→’12); al 13 la fabbrica e negoz. di conserve alimentari di Massardo,Diana e C.  (→’25 , tel. 819, poi 41.272); al 15r Marabotto Rocco vende vino del Piemonte, all”ingrosso ed al minuto, nonché quaglie vive e cacciagione; nel 1907 fa una ordinazione di Vermout a Martini&Rossi; al 16 la segheria a vapore di Noli  Caterina (→’12); al 21 la farmacia Milanesio Luigi (→’12; a cui si “appoggiavano” per essere reperibili in epoca con rari telefoni, il dr DeRossi Carlo (specialista direttore della sezione ORL nell”Ospedale Civile in villa Masnata), i dr Bonanni Carlo (vedi via G. Mameli), Boragini, Botteri GB (prof.  Dell’ospedale), Bruno, Coronata (palazzo Piuma), Skulteski, Viglione (dal 1919, è di Italiani D. ); al 25 l”impresa edilizia ed appaltatore di costruzioni ing.  Alarico Ferrari (→’12); al 30 la fabbrica di pettini, pesi e misure di Gatti Giovanni fu Lorenzo (→’12; →’25 diviene “Gatti Epifanio fu L. succ.Gatti G. e E. fratelli fu L. ma trasferita in via V. Emanuele); al 31 la fabbrica di paste alimentari di Monticelli Bartolomeo e figli (→’12; nel 1925 trasferiti in via della Cella, 13 come Monticelli B&B e con telefono intercomunale 41.424); al 121 il ramaio Marchese (→’12) Giuseppe; non precisato dove, gli impresari edili Lavagetti Puppo e Zaccheo (→’12). Il Pagano 1911, 1912, 1919, 1925 descrivono (vedi 1908) in più: al 2 il pizzicagnolo f.lli Robba (→’12; tel.  33.95), la fabbrica di mobili, segheria di Masnata Emilio (→’25); l”impresa trasporti di Morasso Barbara (→’12; la quale nel Pagano/25 compare come ”ved.  Robba eredi, tel, 3940 poi 41337; nel 1925 sono allo stesso civico anche “f. lli Robba pompe funebri”); 5 negozio di cereali di Noli Carmelo (→’12); 6 la levatrice Gaggino Maria in Vassallo (→’12); 15 l”intagliatore in legno Professione Ferdinando (→’33); 18 la Tipografia Moderna (→’12); 25 commestibili di Derchi GB (→’12); e Vernazza Giuseppe (→’25); di olio d”oliva  success. Ottone Giorgio e figli; 26-2 l”impresa edilizia Calvi Tomaso (→’12); 27 abitazione dell”ing.  comm. prof. senatore Nino Ronco (→’25, tel. 41345); 28r il forno per pane di Pietranera Maria (→’21; non c”è più nel 1925); 30  la fabbrica di Pesi (che  è divenuta Ferrari Gatti e C.  →12; con secondo negozio in via V.Emanuele); la fabbrica di mobili in legno di Canepa Antonio (→’12); il sarto Cassi Oreste (→’25); 60r commestibili di Zardin Rosa (→’11). Non precisato dove, esiste un progetto approvato il 9 gennaio 1913 di un padiglione cinematografico da costruire all’angolo tra corso dei Colli e sia S.  Antonio (circa dove ora è il civico  40 di via Cantore), di m. 34,5 x 11,6, da chiamare “Centrale”, costruito in pietra artificiale “idiolito” e che avrebbe usufruito di una copertura ricavata da un preesistente padiglione analogo.  Non è chiaro se fu costruito o no , sembrerebbe di no, e comunque non oltre il 1930 quando finendo di costruire via Cantore,  la zona fu stravolta.

Era imprenditore dell”edificio tale Vincenzo Chiarella, e tipica era la prevista decorazione  esterna,  riferibile ai padiglioni espositivi con gusto esotico (influenza della concomitante  guerra libica e , in quell’anno , del rientro delle truppe tra le quali oltre 200 sampierdarenesi ). Nella foto, a destra si legge a grossi caratteri sull’edificio, che sembrerebbe una galleria, la parola “Centrale”. Questo tratto negli anno 1918 – 20 divenne poi “via Generale Cantore”  (ovviamente subito dopo la fine della prima guerra mondiale; è ancor oggi leggibile il nome, scritto sul muro dei giardini della villa della Fortezza); ed infine, sempre presumibilmente dopo il 1930, divenne via N. Daste: ancora nel Pagano/33, al civico  2 vi compaiono la sede dell”impresa trasporti (comprese pompe funebri) dei f.lli Robba, assieme alla segheria,fabbrica di cornici di Masnata Emilio; al 13 la fabbrica,negozio di conserve alimentari Massardo, Diana e C;

La strada nei primi del 1900

L’ospedale in villa Masnata nei primi del 1900

2b) corrisponde a salita Salvator Rosa, inferiore e superiore assieme. Tito Tuvo scrive sul Gazzettino che il 29 maggio 1817 il “nuovo Capo Anziano Antonio Mongiardino firmò un elenco di strade classificate comunali”; tra esse è descritta una “salita o vicolo “Sant”Antonio Superiore”” che porta a Promontorio (confermerebbe quanto scritto da don Brizzolara (vedi a s. Antonino, e corrisponde a salita S. Rosa).  Iniziva dalla strada Provinciale e finiva nella strada trasversale che dalla Pietra porta alla Salita degli Angeli e questa a San Teodoro e a Genova. La targa apposta nella parte alta della salita, scrive “già via s. Antonio”.  Il Comune avrà altri documenti che io non ho visto, per tale asserzione suffragata da don Brizzolara, che non è poco.

Dedicato. Più probabile a sant’Antonio Abate  detto pure “di Tebe”, o “Magno” oppure “il Grande” (per distinguerlo dall”omonimo padovano).  Nel calendario, è commemorato il 17 gennaio. Nato a Coma (oggi Qemans,el Arous) sulla riva sinistra del Nilo nel medio-alto Egitto nel 251 (altri scrive 253) da famiglia di un agiato egizio, divenuto cristiano con tutta la famiglia forse dopo essere venuto ad un primitivo contatto con san Paolo anacoreta (l’effettivo e riconosciuto incontro tra i due avvenne quando Paolo già era ultracentenario ed Antonio nonagenario: dopo questi colloqui, Paolo morì, ed Antonio lo fece seppellire ,si dice, nella fossa scavata da due leoni venuti appositamente: sono i due felini che accompagnano il santo nella sua iconografia, del Velasquez, Guercino, Signorelli ed altri come Grünewald).  Questo accadde proprio in un momento storico difficile, essendo in atto una persecuzione dei cristiani imposta in tutto l”impero dall’imperatore Decio negli anni 249,51 (e da allora fino al 313 con Costantino, essere cristiani significava carcere e morte sicura). A vent’anni ereditò gli averi familiari essendogli mancati entrambi i genitori.  Seguendo l’invito evangelico “se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo”, vendette tutto sia per sistemare degnamente la sorella in una comunità e sia per decidere donare tutto il rimanente ai poveri.  Così, imitando i pii asceti di cui già aveva sentito parlare, decise  infine di dedicarsi alla penitenza in una celletta nella Tebaide vicino al mar Rosso, forse nel villaggio odierno di Meimoun, da solo nel deserto libico inospitale.  Sopravvivendo con lo scarso cibo che riceveva da amici, il deserto significava avere nulla, non poter avere altro che nulla e quindi dover distaccarsi da tutto: luogo ideale per subire dopo un po’ le  famose “tentazioni del demonio”, contro le quali uscì vincitore  (questi gli apparve sotto le apparenze umane, angeliche, bestiali, suadenti e tentatrici: carne, oro, tessuti, bevande e cibi; ma lui seppe resistere tenacemente dando dimostrazione di quella forza di volontà da lui usata contro il male ma necessaria in tutte le operazioni della vita, di cui molti si sentono carenti e che lui incentivava a maturare con lo scontro). Divenuta famosa la sua presenza, è accertato che suo malgrado, lo stare solo non fu totale:  la zona si popolò di numerosi corregionali per i quali  fondò e governò altrettanti romitori, divenendo il “padre degli eremiti”; ovvero i molti che, dopo la metà del III secolo, preferirono fuggire e distaccarsi dalle cose del mondo per ritirarsi nella solitudine penitenziale fatto di  lavoro, preghiera e lettura (è riconosciuto che però non fu lui l”iniziatore della vita monastica come siamo abituati, a considerare fosse a quei tempi, e che leggiamo essere stata nel medioevo: lui non diede organizzazione, né regole né principi (questi verranno dopo, iniziando nella Tebaide per opera di Pacomio).  Il patriarca di Alessandria lo chiamò fondatore dell’ascetismo, cioè della vita austera, di sacrificio, di penitenza); ma lui ancora perseguendo il suo scopo di isolarsi, scelse ritirarsi ancor più, con solo due discepoli Macario ed Amata, nel profondo deserto, forse sul monte Qolzoum ove  restò coltivando un orticello ed  in meditazione e preghiera,  per ulteriori molti anni della sua lunga esistenza. Tra i seguaci della sua fede ascetica, viene citato sant’Ilarione palestinese di Gaza (291-371: dopo aver compiuto gli studi ad Alessandria d”Egitto, si convertì alla nuova religione e, battezzato si ritirò ove viveva il primo degli abati.  Dopo un certo periodo alla ricerca di se stesso, trovò utile tornare a propagandare la fede in Palestina ricevendo fama di saggio e di guaritore in tutta l’area mediterranea). Quando dopo vent’anni di vita ritirata ritornò al mondo degli uomini, apparve loro come un vincitore iniziato ai misteri di Dio: il suo nome fu presto in bocca a tanti e da ogni parte fu raggiunto per essere guidati da lui o per imitarlo (ricchi o poveri, atei o filosofi, eretici o cristiani).  La sua fama si espanse localmente, come di sant’uomo dall’animo imperturbabile; un esempio di come ci rappresentiamo Iddio: grande, benigno, forte, che da fiducia, distaccato dalle cose terrene. Lo sappiamo nel 308 ad Alessandria  (con imperatore Daia), in  visita ai carcerati candidati al martirio per ordine di Massimiano; ed ivi ritornò in tarda età chiamato da Anastasio vescovo di Alessandria per  combattere pubblicamente l”eresia di Ario che negava la divina consustanzialità di Gesù col Padre.  Fu lo stesso Anastasio a scrivere una sua biografia, che però essendo di eccessiva edificazione, lascia dei dubbi sull’autenticità. Morì vecchissimo, più che secolare, il 17 gennaio dell”anno 356 (altri scrivono 355 e altri 358). Sulla tomba fu eretta una chiesa con annesso monastero, ma per circostanze non conosciute le sue spoglie vennero trasferite nell”anno 635 a Costantinopoli, e nel X secolo trafugate in Francia ove furono collocate a Saint Julien di Arles (a La Motte Saint Didier, località di una tappa del trasporto, fu eretto un monastero gestito da monaci detti ospitalieri Antoniani, che diverranno assai famosi nel successivo tempo per il loro interesse alle malattie ed epidemie).  Manns scrive che la sua tomba fu ritrovata due secoli dopo la morte, nel 561; e che  le sue reliquie furono portate in  Francia nella chiesa di san Giuliano ad Arles (Cambiaso scrive vagamente “a Vienna, in Francia, nel Delfinato”) al tempo dell’imperatore Lottario II (954,986). Altrove si legge che i complessi abbaziali genovesi a lui dedicati ebbero motivo di maggiore solennità quando, nell’anno 1461, dalla perduta colonia genovese di Pera di Costantinopoli, venne portata a Genova una reliquia dalla testa del santo (venerata in una preziosa urna ornata di gemme). Come già scritto, dieci anni dopo la sua morte, per additare ai fedeli da convertire  il significato del nuovo Vangelo,  tradotto in esempi pratici di persone vissute in santità, l’arcivescovo Atanasio tracciò una prima biografia che funge da testo promotore per conoscere il santo,  anche se presumibilmente fu forzato nell”intento laudatorio.  Comunque è uno dei primi santi, non martire. Si conservano sette lettere scritte da Antonio e giunte sino a noi; e nella raccolta delle “sentenze dei Padri” si trascrivono numerosi suoi detti  dai quali si possono trarre ampi  tratti della sua personalità (in particolare la modestia, umiltà e fratellanza). Di per sé, è un santo bonario, gioioso, infantile quasi nel suo amore e protezione degli animali.  La sua festività cade il 17 gennaio: a seconda degli anni questo giorno è  all’inizio a addirittura a metà del Carnevale, che nei tempi antichi era festeggiato con danze pubbliche e falò (preparati annualmente conservando appositamente alberi resinosi seccati). E’ ovviamente protettore dell”ordine degli Antoniani.  Fu istituito a Vienne (Francia) da monaci agostiniani, sul finire del XII secolo, con acquisita specialità ospedaliera.  Divenne consuetudine offrire loro in elemosina il maiale, forse ritenuto cibo per poveri e da ciò il proprio principale sostentamento. Si vuole sottolineare come sappia già di miracolo che uno sperduto fellah del medio Egitto, sia riuscito ad avere sì larga fama internazionale pur non avendo fatto nulla di storicamente valido. Così, seppur lentamente crebbe la fama di Antonio, ”scalzando” s. Savino onorato nello stesso giorno,  fino a farlo scomparire; fu coincidenza che nel 1593, Genova travagliata da grande carestia, il 17 gennaio entrarono in porto numerose navi cariche di grano: l”evento fu festeggiato con grande processione dalla metropolitana a san Marco e ritorno. La venerazione del santo si espanse,  e , con i naviganti e pellegrini , arrivò anche a Genova; fatto è che  attorno alla sua figura si sviluppò un ricco folklore popolare, inserendolo nel gruppo dei 14 santi ausiliatori. I primi documenti di una confraternita  genovese a suo nome cresciuta in città, e di una loro chiesa in zona di Prè, risale al 1184;  ma evidentemente ha radici assai più antiche, anche se i documenti si arricchiscono di ospedali, chiese, oratori a lui dedicati nel 1400 e 1500  in tutta la Liguria.    Nella chiesa di Prè, ove già prima del XIII secolo, in apposite stanze ospedaliere,  si curava l”herpes , veniva commemorato in concomitanza di una processione generale per la carestia avvenuta nel 1593 e vinta quando nel giorno del santo arrivarono in porto navigli carichi di grano. Scriba narra gli avvenimenti riguardanti questa confraternita: la chiesa di Prè prima del 1250 era sotto la diretta gestione dell’arcivescovo locale che lasciava a ministri secolari di reggere chiesa ed ospedale.  Questi avevano facoltà di allevare in libertà per le vie della città buona copia di maiali riconoscibili ed intoccabili perché bollati con il simbolo della abbazia (la gruccia di s.Antonio foggiata a Tau (o croce egiziana o crux commissa; nei documenti una T azzurra in campo nero; questa fu considerata simbolo di vita e quindi ostacolo a tutto ciò che potrebbe rapirla, dal morso dei serpenti alle malattie.  Solo nel 1751 i Padri del Comune, pagando una indennità, soppressero questo privilegio). Nel 1250  papa Innocenzo IV decretò che a Prè andassero i monaci della congregazione di Lerino, ma arcivescovo e capitolo di s. Lorenzo protestarono cosicché le bolle papali rimasero lettera morta; e tali rimasero anche quando il successore Alessandro IV riprese l”ordinanza.  Solo dopo un secolo, i monaci Lerinensi ebbero la soddisfazione del trasferimento a Pré, lo testimonierebbe un bassorilievo del 1353 in pietra nera posto nella via omonima, presso chiesa e cortile?, che rappresenta il santo con in mano un papiro su cui sta scritto “vox de coelo ad Antonium exclamans: equidem viriliter dimicasti, ecce ego teco sum”, ai cui piedi è un abate genuflesso con un pugnale nel fianco (l”herpes), un agnello, una  mano con incensiere, un verro. Questa confraternita rimase in attività sino alla fine del 1800 quando gli avvenimenti politici ed una migliore funzionalità dell’ospedale di Pammatone favorirono la chiusura della sua attività ed il trasferimento della reliquia che venne  affidata all”Oratorio di sant’Antonio in Sarzano, che la conservò fino poi alla soppressione anche della chiesa stessa. Anche a Genova, i frati avevano sia l’incarico specifico della protezione della salute ovvero di curare , in locali adatti, chiamati ospedali, i pellegrini e naviganti malati (la parola ospedale non corrisponde al significato attuale, ma a quello latino, di semplice ospitalità,  con parziale assistenza diretta delle malattie; in particolare si distinsero nell”affrontare due malattie epidemiche similari nel dolore e nelle manifestazioni cutanee, diverse di causalità. Una, esistente tutt’oggi col nome di herpes zooster, sappiamo essere una nevrite di origine virale , ma allora assai più frequente per le precarie condizioni igieniche e di contagio. L’infezione, nei secoli a cavallo dell”anno 1000 , molto infierì sia in Francia che in Italia, ed i movimenti di massa legati alle crociate ne favorirono l”espansione essendo infettiva.  A Genova nel 1184 troviamo una abbazia a suo nome, a Prè (dove nel 1461 esisteva una reliquia tratta dal cranio e portata a Genova da Pera chiusa in un reliquiario ornato di gemme e d’oro: alla soppressione della abbazia la reliquia passò all’oratorio di s. Antonio in Sarzano), affidata ai frati dell’ordine Antoniano che avevano iniziato dedicandosi al servizio degli infermi affetti dal “sacro fuoco”.  Fu così secondariamente chiamata popolarmente “fuoco di sant”Antonio” per il dolore nevralgico che procura e che a volte persiste per anni anche dopo guariti (quindi sia perché curati dai frati a lui dediti, sia in rappresentanza delle sofferenze che lui stesso patì nell”isolamento).  Seconda, riguardo il “fuoco di sant”Antonio” è opportuno segnalare che nei paesi dell”Europa del Nord esso era riferito ad altra pesante malattia: il “St. Antony”s holy fire” o “le feu sacre, de saint”Antoine”: l”avvelenamento da segale cornuta (una spora di fungo,, detto sclerozio , parassita del frumento grano e segale , ricca di una sostanza che accumulandosi è velenosa, l’ergotina; se infettato il raccolto era da buttare via, perché nell”uso protratto portava ad un avvelenamento , detto ergotismo , con aborti, dolori da spasmo viscerale ed arteriolare e conseguente mortale cangrena ed infiammazione della pelle.  In Italia questa malattia era già stata affrontata dai tempi dei greci e dei  romani che avevano capito la pericolosità dello sclerozio e quindi non importavano grano  malato. E sia la protezione degli animali in genere, specie da stalla e cortile, con  lui nell”atto di benedirli tutti, in genere quelli domestici,  mucche, asini, gatti, cani e quelli da cortile.  E la sua effige, così  plurisimbolicamente espressa, veniva appesa in tutte le stalle e nei negozi di macellai,  cestai, calzolai e fabbricanti di spazzole.  Nelle nostre campagne gli venne affidata la protezione del bestiame; ritraendolo (sia nelle semplici immagini popolari che nelle iconografie di grandi artisti) come un benigno vegliardo eremita avvolto in un semplice saio, con un bastone in mano da mendicante( terminante con una T a guisa di gruccia, da “ tau”: simbolo delle vita futura); con vicino un fuoco (dell’herpes, ma non meno attinente il collegamento del santo col fuoco in genere, intendendo lui come novello Prometeo che era andato all”inferno a prenderlo (con tutte le picche e ripicche coi diavoli) per portarlo sulla terra e dimostrare la sua capacità di vincere il demoni), dei campanelli simbolici ( continuando un”usanza dei lerinensi, agli animali tutti una volta all”anno portati in piazza per una benedizione, venivano  appesi al collo o alle orecchie  piccoli sonagli, ed offerto a loro pane ammollato nel vino); ed ai piedi o dei diavoli ( a ricordo delle tentazioni subite e vinte) o un porcellino (il suino, che in oriente è animale immondo della cui carne è proibito cibarsi, rappresenta gli istinti più gretti; in occidente  è considerato animale da cortile completo: costa poco alimentarlo e custodirlo, e di lui , per il sostentamento , si utilizza tutto.  Era quindi definito l’animale della Provvidenza; e non a caso il periodo della sua macellazione è a gennaio in coincidenza con la ricorrenza del Santo; e ciò per tanti motivi: non si lavorano i campi; nel freddo le carni si mantengono di più prima di renderle durature da dispensa; nel carnevale a venire si potevano mangiare le carni mentre subito dopo con la quaresima non più;col fuoco in casa di cuociono le carni; col sangue e sanguinacci – da noi, berodi , si alimentano i bambini anemici dopo l’inverno. Storicamente, il figliol prodigo era costretto a guardia dei porci: il più basso dei mestieri; ed anche Dante (Paradiso, XXIX, 124) cita che della stoltezza umana si “ingrassa il porco sant”Antonio”; cioé si scaglia contro i predicatori di falsità religiose che approfittano della semplicità, credulona del  popolo per derubarlo. Usa così specifico riferimento a certi Antoniani toscani che aveva fatto credere che i loro maiali fossero benedetti, promettendo quindi false indulgenze ed introducendo l’usanza di mantenerli (col frutto delle elemosine divenute obbligatorie per il popolo superstizioso) ed ingrassarli (col concetto fossero animali benedetti) per cui, male incoglieva chi li maltrattava; ottenendo infine non solo fossero tollerati,  ma anche nutriti,  fin’anche accarezzati,  usando il messaggio cristiano per estorcere benefici personali.  Dall’esempio dei frati, il passo si estende a tutti coloro che con vane parole promettono fallaci indulgenze). A Genova, in vico inferiore del Roso, angolo via Prè , un bassorilievo votivo raffigura il Santo con ai piedi un guerriero armato di spada; vi è iscritta la bolla di papa Innocenzo III che affidava l’ospedale vicino, fondato dagli Antoniani di Vienne , ai monaci provenzali detti larinensi (dall’isola di Larino). Tra altre usanze, viene ricordata quella natalizia nel tardo 1700, di inviare in piazza s. Matteo da parte del monastero di Pré (ove era sorto un ospedale, senza rapporto con Vienne) alle dame dei Doria, con chiassoso e festante corteo, un porco ucciso e decorato di ghirlande, frasche e verdure, in cambio di una generosa offerta (alcune monete d’oro) ed a ringraziamento di donazioni fatte per la ricostruzione della chiesa o per la precedente festa di s. Lucia.  Fochesato riporta una filastrocca: “sant’Antonio, sant’Antonio, t’æ a barba d’ôu , se ti ne mandi o vento in poppa, me se no ti t’arrecordi de noialtri. ti ghe l’è de stoppa” recitata per ricordare che sulle navi (nel caso, portoghesi e nel XVI secolo) aveva posto d”onore una statua del santo che veniva venerata se il vento soffiava in poppa, mentre veniva minacciata, flagellata e declassata di posto se c”era bonaccia o vento contrario; al ripristino del vento buono, veniva ricollocata nella nicchia, chiedendo umilmente perdono di averlo picchiato. Nel quadro del “Paese della cuccagna” , di Bruegel, l”animale è frequentemente riprodotto. Sempre a Genova,  nella prima metà del XV secolo, fu legalmente concesso all”ospedale tenere un branco di porci col fine della sussistenza del complesso;  gli animali, lasciati liberi e moltiplicati, grufolavano scorrazzando per le strade cittadine:  da un lato ripulendole dall’immondizia ma dall’altro creando innumerevoli danni, avevano fatto cadere da cavallo un nobile (si dice un figlio del re, a Parigi; ma capitò anche a Giotto, al cardinale d”Aragona, un corteo dei Serenissimi mentre percorreva i quattro Canti di s. Francesco, sconfinavano negli orti, ecc). A cicli furono emesse ordinanze e  leggi apposite di limitazione, marchiatura con la T di tau,  o soppressione andate genericamente a vuoto per un sacro terrore, misto di superstizione, rispetto e scaramanzia della gente  a toccare questo abbastanza lucroso allevamento. I Padri della Serenissima nel 1386, con le Leges Genuenses dovettero concedere un versamento a favore dell”Abbazia, purché contenesse e limitasse la presenza degli animali. Ancor oggi, particolari festeggiamenti vengono effettuati al santuario dell’Acquasanta a fine gennaio, con benedizione degli animali domestici e distribuzione del “pane del santo” a base anche di focaccette e frisciêu. Anche Mele festeggia il 17 gennaio “il maiale”: dopo la processione con  trasporto della “cassa” su carro trainato da cavalli, nell”oratorio della Confraternita dedicata al santo (patrono anche del paese) si vendono parti di un suino, riprendendo così una antica tradizione col fine di raccogliere fondi per i bisognosi. A Badalucco di valle Argentina, la festa trova ancora oggi ampia partecipazione. L’omonima confraternita di Casella, che nell”oratorio possiede ricchi argenti antichi (XVIII,XIX secolo) e punzonati (calici, ostensori,cmazze, triboli, ecc) , festeggia il giorno con s .Messa e successiva benedizione di animali e mezzi di locomozione; incontri culturali (conferenze); tradizioni (le focacce di s. A. , che appese in casa   proteggono dal mal di gola; le castagne grasse (piatto dellaa a base di castagne secche locali e grasso, cotenne e zampini , di maiale); meno probabile, ma oggetto di confusione favorita dall”ignoranza ed analfabetismo imperante allora nella popolazione  generale , la dedica  a sant”Antonio da Padova, Infatti il Soprani scrive, come già scritto sopra , che  lo scultore Gerolamo Pittaluga forgiò “una ftatuina di s. Antonio di Padova per la Chiefa intitolata del nome di detto Santo nello stesso San Pier d”Arena”.  Questo Antonio, era confessore del XII secolo, celebrato il 13 giugno, divenuto uno dei personaggi più clamorosi nella storia dei santi cristiani, essendo forse il più noto, più amato, più invocato e rappresentato; veramente “internazionale”. Nato a Lisbona nel 1195 circa e battezzato Fernando.  Dimostrandosi intellettualmente assai precoce, fu accettato tra i Canonici regolari di sant’Agostino in una abbazia sul fiume Tago dipendente da quella di Coimbra. Divenuto sacerdote, assistette alla traslazione di cinque frati francescani martirizzati in Marocco; cosa che se era all’ordine del giorno per i missionari, fece scattare in lui il desiderio di sostituirli: fece trasferimento in quell’ordine, che gli impose il nome di Antonio, e riuscì a partire per la prima missione in Marocco,  cercando di coltivare la semplicità ed umiltà di frati francescani.  Ma una malattia lo obbligò al rientro, complicato da un  naufragio che lo portò sulle coste sicule.  Approfittò per andare ad Assisi e per avvicinare Francesco. Da lui, dopo aver partecipato ad alcuni Capitoli generali assieme a Francesco, dimostrandosi intellettualmente superiore, ebbe  invece la  destinazione ad un eremo presso Forlì.  Qui, per caso,  ebbe l”opportunità di pronunciare delle prediche molto seguite, svelando apertamente la dote oratoria che teneva umilmente nascosta.  Dai suoi superiori fu così indirizzato alla predicazione, ed allo scopo inviato anche nelle città più ostili ed avvelenate dall”eresia.  Tra i miracoli più eclatanti, alcuni sono chiaramente determinati dalla suggestionabilità del popolino ignorante che, di voce in voce, ingigantiva e deformava gli eventi: così per la predica ai pesci nella spiaggia di Rimini: visto che la popolazione disertava la chiesa, lui si mise a predicare sulla spiaggia e , dalla pesca abnormemente abbondante , si sparse la voce che i pesci erano accorsi al posto della gente; e della mula ostinata che, di fronte all”ostensorio si inginocchiò.  Ma a parte queste fantasie, è accertato che la sua oratoria fu assai spesso accompagnata da fatti prodigiosi e strepitosi nonché da conversioni altrettanto clamorose. Recatosi a Verona per contrastare il crudele Ezzelino da Romano e per difendere i più deboli, si fermò nel piccolo convento dell’Arcella vicino a Padova  fissando qui, per 4,5 anni, la sua cella stabile (per questo, è noto come “da Padova” seppur portoghese) anche perché minato nella salute; e qui la sua vita si spense il 13 giu. 1231 a trentasei anni. Apparve subito clamoroso che in così pochi anni, avesse potuto essere così colto, operare tanto, e predicare in così vasto territorio: non era passato un anno dalla sua morte che già papa Gregorio IX, che lo aveva conosciuto personalmente, lo proclamava santo definendolo “l’arca dal Testamento”; e Pio XII, dopo attenti studi e valutazioni, lo laureava Dottore della Chiesa universale.

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