Argine Polcevera

ARGINE   via  Argine Polcevera

 

Targa:  via  Argine Polcevera  – non esisteva. Vi è stata posta a fine 2002, inizi 2003.

Quartiere antico:  Pieve di San Martino. Da M. Vinzoni, 1757. In giallo via C. Rolando; celeste via Vicenza – Campasso; verde via Argine.
N°  IMMATRICOLAZIONE:  3904       CATEGORIA: 3
UNITÀ URBANISTICA: 24 – CAMPASSO
CODICE INFORMATICO DELLA STRADA – n°: 02520    CAP:  16151

Parrocchia: i pari 2 e 4 di  San G. Bosco (altri: San Bartolomeo della Certosa, Santa Maria Assunta di Rivarolo e Teglia)

Struttura: anticamente doveva essere un sentiero – al massimo carrettabile – lungo il torrente, che arrivava alla marina; liberamente percorso dai raccoglitori di sabbia (i minolli, o i carrettieri ad uso edilizio). Per forza di essi,  dev’essere un assai antico tracciato.

Storia:
La Valle. Di Negro scrive che nel secolo X i nobili genovesi non avevano una classificazione catalogata, ma  erano ancora identificati come famiglie, ricche e con varie mansioni politico sociali. Per comodità storica, queste famiglie sono classificabili in quattro principali gruppi, nei quali inserire i vari cognomi: Viscontili; Consolari; Feudatari inurbati; Consiglieri (del Podestà). Solo nel secolo dopo, con le fazioni, nasceranno simboli distintivi (contrassegni araldici, ad cognoscendum unum hominem ad altero). Le prime famiglie, quelle dei Viscontili, sarebbero divenute nobili ‘per stirpe’, ed avrebbero un capostipite unico, un certo Ido. Da esso sarebbero discese tre famiglie che in quel secolo rappresentavano il massimo prestigio politico (alle quali poi se ne aggregheranno altre per parentela o traffici mercantili); esse vengono comunemente chiamate col nome della località ove sorgeva il castello che possedevano; tutti e tre in val Polcevera: Cremeno (o Carmandino); Manesseno;  e Isole.
Sono dei Carmandino: Avogadro (o Avvocati), Caffaro, Campo, Lusio, deMari, Pevere, Serra, Turco, Usodimare, Ranfredo e Palazzolo.
Sono dei Manesseno:  Bozumi, Brusco, Castello (Castro), Embriaci, Marabotto, Marini (de), Porta, Spinola.
Sono di Isole solo gli Isola (Insula).
Torrente. La storia della strada è ovviamente legata al “Polcevera”, ed alla valle corrispondente: “la Polcévera”.
Geologia.  L’alveo si è stabilito sui limiti di due motivi tettonici: scisti argillose dell’eocene da una parte, e serpentine, eufotidi e calcare dolomitico dall’altra. Andò coperto ai margini, affiancato da boschi ricchi di varie specie di legname, biade, vino e frutteti, curati da uomini atti ai negozi, alla pace ma anche  alla guerra “laddove all’occorrenza duemila pedoni sono pronti a comparire in ogni luogo”. É classificato torrente, ovvero che in estate può andare in secca perché privo di acqua (o fiume di III categoria, secondo una legge del 1904). Possiede una stazione idrologica di misura, del Genio Civile, dal 1961, dall’atto di nascita del secondo “Consorzio (il primo fu del 1858) per le opere idrauliche di terza categoria  del Polcevera e del Secca”.  Raccoglie le acque da un bacino di 159 km²  formato principalmente da 3 gioghi appenninici: la val Verde, la val del Secca e del Riccò. È lungo circa 20 km. (15-16 miglia fino al mare) ed ha un bacino di dominio di 59 Km². Nasce dall’Appennino (una corona di monti, tra i quali sono sopra i 1050m.: l’Orditano, delle Figne, il Lecco; numerosi gli altri compresi sopra gli 800m.).  Il letto è in tale pendenza che, in caso di piena, diventa irruentemente pericoloso;  viene formato da numerosi rami influenti, dei quali il principale si chiama Riccò (o Ricò, ad est dei Giovi. Questa principale continuità appare confermata dalla genesi della valle, che dai Giovi  segue la direzione a sud); altri sono il Verde (Viridis), il Secca (o Sicca,  proveniente da est dei Giovi-Vittoria), il Sardorella, il Romairone. Non è infrequente l’improvviso straripamento (che si ripete due-tre volte al secolo) in caso di nubifragio.  Comunque, lentamente nei secoli, alla foce, i detriti trasportati e sedimentati, e sempre in quantità maggiori man mano che cresceva il disboscamento e l’agricoltura, erano determinanti per formare il litorale, plasmati dall’onda del mare e dal libeccio predominante (potrebbe spiegare l’interramento della cappella di sant’Agostino, specialmente avvenuto nei secoli XVII e XVIII; l’internamento delle ‘torri saracene’ specie quella della Fiumara); in età romana indubbiamente la costa rocciosa era più avanzata della recente (prima del porto), riducendosi via via per la lenta azione abrasiva del mare.

Il Polcevera anticamente fu chiamato Porsena (si scrive che così lo chiamò Antonino il Pio), ma anche Purcifera, Porcifera, Pulcifera, Porçevola, Porcevera, Porcobera o Procobera quale nome di origine osco-etrusco, risultato dall’abbreviatura di due nomi etruschi: Por=porco=porta; e Sena=fera=fede=verace. Plinio usa il termine Porcifera, ma identica è l’etimologia; ossia “Portatore di verità”. Il nome è riportato nella sentenza emessa dagli antichi mensori romani allora detti ‘finitores’, oggi agrimensori, che nell’anno 117 aC (II sec. aC., tra la prima e seconda guerra punica, o d’Africa), mandarono due giureconsulti (i fratelli Minucii, dai quali è detta anche “sententia Minuciorum”) per concludere una vertenza sorta tra gli abitanti della valle, Genuati e  Langensi Viturii (Langasco). La sentenza, fu favorevole ai primi, ed è considerata quindi testimonianza di ‘antico possesso’ sul territorio interno;  fu incisa su una lastra di bronzo detta oggi ‘Tavola Bronzea di Polcevera’ (nel 1506 il contadino Agostino Pedemonte, lavorando sul greto del Pernecco (da Serra Riccò) disseppellì  la Tavola. Essa gli fu acquistata da monsignor Giustiniani, che la donò al Comune di Genova per l’opportuna traduzione e custodia in palazzo Ducale. Da lì fu trasferita a palazzo Tursi e successivamente al museo di Archeologia Ligure di Pegli); credo oggi sia di nuovo a Tursi nello studio del sindaco. Su essa il ‘flovio Procobera’ rappresenta l’alto corso del torrente, e l’attuale Riccò; mentre la valle è definita “Edem” ovvero ‘valle verde’ per la lussureggiante vegetazione con boschi secolari. A metà del 1700, la vallata fu una della tre podesterie della città composta di 7 o 8 pievi delle quali S.P.d’Arena era la prima, quando il borgo aveva 538 fuochi e 2567 anime ed era un piccolo insediamento ai piedi del monastero di san Benigno ad ovest della Lanterna. Sono note alcune cronologie e conseguenze di improvvisi temporali:  il 14 maggio 1507 quando re Luigi XII decise tornarsene in Francia, il fiume dopo vari mesi di siccità quel giorno straripò allagando i dintorni e travolgendo alcune persone del seguito e numerose cavalcature; nell’anno 1555,  il figlio del doge Benedetto Gentile Pevere perdette la vita nelle tumultuose acque del torrente, nello sprovveduto e giovanile tentativo di attraversarle a cavallo: il padre fece erigere il ponte onde risparmiare ad altri così luttuosa sventura; nel 1637 si descrivono essere stati costruiti sull’argine alcuni moli, limitati in estensione, a protezione – e alla presenza vicino al decorso – di edifici importanti; così, di quell’anno, il Boschetto a Cornigliano (‘ad reprimenda fluminis impetus’); il  6 settembre 1746 alcuni reggimenti austriaci, testé arrivati dopo aver sconfitto nella battaglia di Finale i francospagnoli alleati della Repubblica, si erano accampati sulla spiaggia,  ed altri sulla ‘géa’  e nella cosidetta piazza d’Armi quando alle acque scroscianti conseguì una piena improvvisa che trascinò a mare seicento persone tra soldati, ufficiali e famigli, nonché animali e bagagli, determinando la morte di un terzo delle forze lì accampate.  Corsi, nel 1798 – nel suo diario – ridescrive la scena «il 23 settembre sono stati licenziati dalla chiesa e convento i PP di San Domenico ove si faceva molto bene al popolo…ora che sono partiti non si fa più la Novena…ieri 28 settembre  fu una giornata d’acqua così veemente e gagliarda, con lampi tuoni e saette ed oracano di mare che… gl’increduli non credono  a certi segnali, ossia al caso, ma pure abbiamo molti  nella sacra Scrittura, e noi medesimi l’abbiamo visto, e tocato con mano del 1746 quando la Santissima Vergine fece gonfiare il fiume Polcevera, il quale era sciutto, senza acque, e v’era accampate le truppe Austriache, che venivano per prendere la Città di Genova, ma non conosciuto dai Tedeschi il prodigio che operava la santissima Vergine che voleva liberare il Popolo Genovese…»; 1777, ed ancora sino al 1816, in queste date l’ufficio dell’Intendente Generale, riscontrando che l’alveo si era alzato di 2,5 m in vent’anni (comunque molto nei secoli XVI e XVII per eccessivi alluvionamenti che, a loro volta, rallentavano la pendenza) e scorreva sopraelevato rispetto la campagna attorno,  propose lavori di inalveamento del basso corso d’acqua, occorrendo argini di contenimento specie nella zona di Campi; nel 1831 e 1834  risulta che il corso fosse impedito da frequenti canneti al punto che una terribile piena travalicò gli argini in più punti; ed altrettanto 5 anni dopo alla Palmetta; nel 1892 uno straripamento distrusse tutte le opere costruite  nel Campo d’Armi per le Colombiadi; ancora nel dopoguerra, negli anni 1945-46, ricordo gente percorrere via B.Agnese… in barca; in sei giorni caddero oltre 650 mm di acqua. —Nell’ottobre 1970 la piena allagò la città, ma fece storia e memoria perché più gravi le conseguenze dello stesso avvenimento, a Genova per il Bisagno ed a Voltri; a san Pier d’Arena il peggio avvenne per straripamento nel tratto tra il ponte di Campi e la passerella del Campasso; il 21 luglio 1987, quando un bancario morì annegato nel caveau in via Avio (non tutta colpa del torrente, credo);  settembre 1992 nubifragio; settembre 1993, quando una donna trentasettenne morì trascinata via dal fango e sul Polcevera si vide galleggiare il suo cadavere.
È ovvio che la foce, prima che si provvedesse ad una incanalatura più rigorosa, nei millenni avesse creato una deltificazione locale, dalla quale il nome alla zona di ‘Fiumara’. La sovrapposizione di ciotoli e sabbia, che dai carrottaggi fatti supera i 40 m. di profondità,  deve aver lasciato nel sottosuolo della zona delle canalizzazioni e falde d’acqua che giustificano sia la ‘rottura’ della piscina della Crociera, sia il sistema adottato per l’erezione dei grattacieli: un sistema basato sulla stesura di una larga piastra di cemento armato, a profondità dei garages sotterranei e decisamente più larga del grattacielo sovrastante, tale da formare una piattaforma più stabile. Anche se poco fu fatto di radicale dall’uomo per modificarne le bizzarrie stagionali, le alluvioni locali attualmente provengono più da acque che calano dalle colline tutte asfaltate, che dalla portata del torrente.

Strada

Dovrebbe essere una strada antichissima, perché in grossa parte dell’anno percorrere il greto doveva essere comodo sia ai traffici locali (raccolta di sabbia e commerci viciniori) e sia a quelli carovanieri per arrivare quantomeno a Pontedecimo anche se per questi ultimi, pare più utilizzata la sponda destra, con meno sbalzi ed innesti di ramificazioni. Non trovo però tracce antiche:  sappiamo che la famiglia Cambiaso conservava vasti possedimenti nella medio-alta Val Polcevera dal XIV secolo,  e che il 3 gennaio 1772 il doge GB Cambiaso aveva inaugurato una strada fatta aprire a sue spese,  che dalla marina percorreva il greto del torrente per arrivare alle sue proprietà con villa, in campagna a Rivarolo, e da qui fatta poi proseguire fino a Novi soprattutto per incrementare e favorire i traffici che la ricca famiglia teneva con l’entroterra. In un documento datato 29 maggio 1817 e firmato dal sindaco Antonio Mongiardino, sul quale erano segnalate le strade comunali esistenti, vi è compresa  «la strada lungo il ‘Molo Cambiaso’. Inizia al Ponte di Cornigliano, finisce nel Comune vicino all’Oratorio di San Martino». Corrisponderebbe quindi a via Argine del PolceveraInterpreto  che ancora si parli di essa, quando, il 30 agosto 1821, in una lettera i sigg. Cambiaggi comunicano al Comune (non c’è spiegazione del perché) l’intenzione di chiudere la strada che dal ponte di Cornigliano conduce a san Martino. T.Tuvo scrive :”Il Consiglio ‘primieramente’ – affermò – ‘che il Comune di San Pier d’Arena ha sempre avuto da tempo immemorabile in mezzo agli orti dei signori Cambiaggi, il libero passaggio, per trasferirsi alla parrocchia di san Martino e coll’andare del tempo detti signori, per togliersi questa servitù, fecero aprire, a proprie spese e a comodo di questa Comunità, un’altra strada lungo un molo verso la ghiaia della Polcevere per rimpiazzo della prima strada appropriatasi, e questo per comodo dei predetti, che si conservarono agli orti attigui a detta strada “. Indi scrisse all’ Intendente Generale, affinché provvedesse a non far chiudere la strada, spiegando che il traffico era notevolmente diminuito in quanto la parrocchia era stata spostata da san Martino alla Cella; ma pur sempre si officiava nell’Oratorio. (non tutto  conosciamo di quegli anni: non abbiamo testimonianza che i Cambiaso avessero terreni lungo il torrente in San Pier d’Arena, ed anche nella carta del Vinzoni di settanta anni prima non vi appaiono -almeno sino a san Martino dove la carta termina.  A quel tempo, la popolazione del borgo arrivava a  5738 anime, più  i 440 di Certosa che dipendevano da SanPier d’Arena).
Nel 1828 è documentato che la lunga strada sino a Pontedecimo era sicuramente già conosciuta con questo nome. Essa, tracciata dall’uso lungo il torrente – procedendo dalla foce verso nord – aveva quindi un tratto A) dal mare al ponte (corrispondente alla zona oggi detta ‘della Fiumara’), ed un tratto B) dal ponte a Certosa (oggi solo sino a via Campi che storicamente farebbe parte del ‘Campasso’ ma del quale non si parla perché da troppo tempo fuori portata del traffico e della popolazione concentrati in via Fillak o sbaricentrati  al di là del parco ferroviario nella zona –oggi limitatamente conosciuta- del Campasso).

A) La carta del Vinzoni del 1757 (consegnata in ritardo: è quindi aggiornata ad almeno un lustro prima) è atta a specificare le proprietà di allora: lungo il torrente è ben segnata la strada, da riva sino al ponte con, a metà percorso un molino e poco sopra una casa,  fiancheggiante la unica proprietà del  mag.co Crosa (questa appare solcata da due corsi d’acqua -poi ramificati tra loro in modo da rendere assai fertile tutta la terra coltivabile-. Probabilmente il Crosa è lo stesso della villa in via N. Daste e di salita Belvedere). Nella stessa carta, nei pressi del ponte, la strada devia decisamente di 45° verso levante, innestandosi nella via principale a livello della Crociera (oggi rispettivamente via R.Pieragostini e Largo Jursé). Da poco prima del 1910già era stato  ‘scalzato’ dall’Ansaldo – perché collocato nell’angolo nord-ovest di questo terreno racchiuso tra il ponte e l’argine  una fabbrica di candele di G. DeMarchi;  e altrettanto, nel 1911, la ditta Allgeyer di Schoeller, di cardatura della lana. Una cartina di progettazione di metropolitana, pubblicata nel 1934, chiama il tratto dal mare verso nord, via Airone, non riportato da nessun altro documento. Ma anche esso dimostra che la strada – a quella data – era ancora agibile. Fu comunque l’Ansaldo, nella sua lenta e progressiva espansione specialmente nel periodo della prima guerra mondiale, ad occupare tutto il territorio dal mare al ponte di Cornigliano prima di ‘espatriare’ anche a Sestri e Campi e praticamente per altri cinquantanni, sino al suo esaurimento. E fu sempre l’Ansaldo a costruire un muro di limitazione e contenimento del torrente contro eventuali piene, che ci permette distinguere –un A-1 di strada in prossimità dello sfociare in mare a ponente del molo Ronco, non chiusa dal muro; ed un A-2 in prosecuzione, costituito da questo muro che si sovrappose alla strada, annullandola.
A-1)   per arrivare a questo primo tratto, bisogna arrivare al termine di ponente di Lungomare Canepa. Nel finale, quest’ultima, da… parallela al mare…  finisce triforcandosi: il primo ramo, devia verso il mare, a sinistra, e finisce alla calata Derna che ospita il terminal Messina, con barriera tipo autostradale a limitarne l’ingresso. Il secondo ramo, che forse è ancora Lungomare Canepa ma senza targa, procede diritto e porta alla nostra via: si procede per ulteriori 2-300 metri; si fiancheggia a lato mare quella sovrastruttura fatta a ponte – che avrebbe dovuto portare una ferrovia dentro il monte sotto Coronata, ma che non fu terminata (nel 2010 questo tratto è stato chiuso con la motivazione dei lavori in atto nella zona).


foto archivio Gazzettino Sampierdarenese

Dopo esso, si passa proprio di fianco – e poi sotto – al ponte detto ‘del Papa’; e si arriva perpendicolarmente al torrente ed alla nostra strada. Essa, per un centinaio di metri prosegue ancora, nel senso della corrente, sulla sponda sinistra, in direzione del mare: è una stradina anonima – ma che secondo me è la nostra strada – asfaltata anche se per ora percorribile pedonalmente o con motocicli, fino a dove finisce chiusa a ridosso alla foce del torrente ed a ponente del molo N. Ronco. In questo pezzo lungo cento metri circa, sono ospitate -in una serie di casotti pianoterra- alcune società, come il Club Nautico Sampierdarenese  (vedi in via San Pier d’Arena), il deposito privato di alcuni pescatori, un bar e la sede  della Soc. Sportiva UGES Esperia sezioni canottaggio e pesca sportiva (stranamente, sulla carta intestata risultano localizzate al civ. 16 e 26 di via Sampierdarena e in via Mamiani 15 r). Da oltre due lustri, è in atto il dramma delle acque nere: esse dovrebbero essere scaricate al depuratore di Cornigliano, vecchio di oltre vent’anni, per essere trattate; senonché essendo impossinbilitato per innumerevoli problami, il liquame viene scaricato nell’ultima porzione del Polcevera il quale, se – in estate è in secca o c’è risacca –  tende a far ristagnare le acque ‘marroni’. Non, dove possano scorrere e defluire ma dove formano una vera e propria maleodorante palude; con grande goduria degli inscritti della società sportiva di pesca!
Il terzo tratto è una anonima strada racchiusa tra il muraglione ed il retro degli edifici della Fiumara e che a nord si riallaccia a via P.Mantovani.
A-2) Fino al mare, non c’è più strada ma muro: che il torrente lambisce fino alla sua foce.

B) Nella carta vinzoniaia del 1757, il tragitto a nord del ponte appare distinguibile in due parti che definiamo B-a) dal Ponte a via GTavani; e B-b sopra essa.
B-a)= in angolo col ponte c’è un molino ed una casa di proprietà di “rev. do Ambroggi… (illeggibile)”; la strada è segnata tratteggiata (interpretabile che indica non una vera strada ma un tracciato; con – a metà percorso – un “molino distrutto”), escluso in alto quando si ridefinisce il disegno di una stradina (che si sovrapporrebbe alla odierna via G.Tavani  e che va a sbucare nella principale via s.Martino, di fronte alla antica abbazia). La strada tratteggiata costeggia tutta la proprietà di GioB.Grondona; quando diventa ridisegnata di netto, poco prima di  deviare verso s.Martino, allora costeggia (a ponente ed a nord) la proprietà del mag.co Stefano Lomellini fu Carlo.
Il percorso B-b, che dovrebbe essere sopra il sudescritto, fino a via Campi ed oltre, non è segnato per nulla.
Tuvo segnala la richiesta, datata 28 ottobre 1841, fatta da Giuseppe Moisello all’Intendente Generale per la «costruzione di un molino a tre palmenti sulla sponda sinistra del torrente Polcevera mettendo a profitto le acque derivate superiormente per molini del signor marchese Ignazio Pallavicini e Barlolomeo Tuvo, nel comune di San Pier d’Arena, in capo alla strada di san Martino». La concessione fu data con un canone annuo di £.30. Forse Ignazio Lomellini è erede di Stefano. Il 2 marzo 1842 il signor Francesco Rolla q.Felice proprietario del filatoio (posto sulla strada evidentemente)  e negoziante in Genova, fa richiesta di una deviazione d’acqua dal Polcevera. Nel tempo, a partire dalla fine del 1800 (ed ancor oggi nel 2007) –in conseguenza del primitivo rafforzamento della ferrovia – pure tutto il tratto B), dal ponte a via Campi,  fu interrotto a metà permettendoci di distinguere una B-1 occupata dalle ferrovie, ed una B-2 la, finalmente, vera ed ancora attuale strada dell’Argine:
B-1) partendo dalla fine di via R.Pieragostini, con il bar d’angolo, la prima deviazione verso destra è – senso unico verso nord – via G.Perlasca, la nuova superstrada che, costeggiando l’argine del torrente, porta a Pontedecimo. Prevista a scorrimento rapido, ha però severi limiti di velocità. Doveva essere inaugurata per le colombiane del 1992, costata oltre 300 miliardi di vecchie lire; ma solo nel 1998 si completarono i lavori; inizialmente questa nuova arteria correva parallela a via Argine ma senza alcuna comunicazione tra le due strade. Solo nel 2003 da questa ‘superstrada’ –che è a senso unico verso monte- fu aperta l’immissione laterale che permette di percorrere i trecento metri che rappresentano B2, anch’essi con senso unico, oggi da mare a monte. Esistono dei tronchi di strada che si prevede faranno continuare via Perlasca oltre il ponte, a mare, facendola collegare con Lungomare Canepa e con la sopraelevata della quale un tratto è stato costruito dento la cinta portuale;  ed il loro prolungamemto verso ponente nell’area che fu dell’Italsider di Riva. Quindi, da questo punto iniziale è impossibile imboccare la nostra strada perché l’area a levante della superstrada è occupata da alcune rotaie della ferrovia. Era la linea definita ‘a piccola velocità’ in quanto destinata alle merci di piccolo peso destinate a Genova e che qui avevano il capolinea prima della distribuzione sul territorio. Nel 2007 questa stazione appare da lungo tempo, vari decenni, dismessa ed inusata se non per alcuni container accatastati nelle vicinanze. L’edificio appare attualmente usato da una azienda trasporti su gomma, una delle principali artefici dell’intasamento ed abnorme …’smogghizzazione’ di via Molteni-via Avio (transito obbligato perché dai valichi del porto si possa arrivare a questo deposito tali da far costituire un comitato apposta che da anni lotta inutilmente per una soluzione che c’è sulla carta dei programmi ma non nella realtà  quotidiana).
B2) Solo dopo aver percorso via G.Perlasca per un centinanio di metri, a destra, dal 2006 si apre l’innesto alla nostra strada, che scorre affiancata e parallela alla grossa superstrada dalla quale è separata da alta cancellata, ovviamente capovolgendo il senso viario alla nostra. Fino al 2002 quindi, la strada che per secoli ha portato il nome di via Argine Polcevera, era in realtà solo un pezzetto (di una lunga strada che prosegue verso Pontedecimo: da via Campi infatti prosegue verso Rivarolo – sicuramente sino ai Barabini di Teglia – però, da loro e da sempre, con dovuta targa. Come la nostra,  parallela e costeggiante via Perlasca) il cui tratto di competenza di San Pier d’Arena è lungo solo 300 metri circa; andava da via Campi verso il mare; è stato per tanti anni senza alcuna targa (collocata nel 2002); finiva chiuso; aveva il crescendo dei civici inverso perché anticamente era percorribile solo provenendo da mare, dal Ponte di Cornigliano.
A fine del 1800 e fino ancora nel 1910 in via Argine (non precisato se nella porzione a mare del ponte di Cornigliano o a monte  (ma tutto fa sospettare essere a monte) viene segnalata la presenza dei sigg. Repetto,  della sede dell’Acquedotto Nicolay. A conferma, altro documento precisa che trattavasi di quattro case posizionate sulla sponda sinistra del torrente Polcevera, con civici sino al 2 e 9  (a quei tempi esisteva una notevole imprecisione di localizzazione; si teme quindi non la stretta posizione lungo l’argine ma sparsi, in zona fiumara e zona sopra il ponte): due dei sigg.ri Repetto; unadell’Acquedotto Nicolay (Negli anni tra il 1920 e 30 il Novella descrive: “Argine Polcevera (via) da via Cesare Battisti” (attuale R.Pieragostini), e nel 1921, vi aveva sede locale l’Acquedotto Nicolay, distribuzione acqua. e la quarta della ‘Raffineria Genovese’ (azienda sorta nel 1888 nel mercato saccarifero, per iniziativa di Erasmo Piaggio – ià attivissimo imprenditore armatore ed industriale genovese -.  Difficile darle una collocazione nel territorio della Fiumara perché non concordano alcuni dati per concludere che lo stabilimento venne impiantato nella villa Cattaneo-Grimaldi (vedi “prato dell’Amore”) che era divenuto proprietà di MariaOriettina LambaDoria quando Taylor (poi Ansaldo) ebbe autorizzazione ad impiantare la sua officina negli orti della villa anche contro il parere della proprietaria, la quale si presume dovette vendere e quindi poi abbandonare il rimasto a Piaggio. La raffineria, dopo una iniziale evoluzione produttiva, entrò in crisi nel 1905 quando fu assorbita da consorelle emiliane; e si presume sempre allora che Piaggio a sua volta cedette tutto all’Ansaldo, che distrusse la villa eccetto la torre, che inglobata negli opifici è oggi chiamata Torre della Fiumara. Se così fosse, è chiaro che anche a mare del ponte la strada era agibile). Ancora è descritta nel Pagano/08-20 come ‘raffinat. zucchero -Società Italiana per l’Industria degli Zuccheri’ -con telef.n. 824 (ma non c’è più nel Pagano/1921).
Nel 1921 vi aveva sede una ‘Società Energia Elettrica’ (ovviamente molto prima di quando le varie più o meno piccole società private dovettero confluire in un monopolio nazionale. Nel Pagano/25 è ancora segnalata come Società Elettrica Riviera di Ponente Ingegnere R.Negri, sponda sinistra del Polcevera, dal ponte di Cornigliano, tel. 4137 e 42004). Nel 1927 era di 5ª categoria. Nel Pagano/1933 viene descritta “via dell’Argine Polcevera” di 5.a categoria, da  “via UmbertoI (via W .Fillak)  a via Archivolto passaggio piazza d’Armi” -senza poi precisare quale sia via Archivolto (vedi)- con  5 civici dispari (dall’1 al 9). Ancora nel 1950 il dizionario delle strade di Genova e la guida del Comune/50 chiamavano “via Argine Polcevera” quel tratto che iniziava da via Campi ed arrivava all’altezza di via V.Capello. Il Pagano di quest’anno scrive che al  civ.53r c’era ‘l’osteria della Passerella’ gestita da Ravera M.; forse per passerella si intendeva quella in corrispondenza di via Chiusone: ma allora, fosse così, la nostra strada era più lunga che non finire a livello di via Capello). Dall’archivio Topografico del Comune, si rileva che dal 1951 al 1965 appaiono demoliti i civici neri 3, 6, 7, e 16D; ed invece costruiti il 4B (1958) , il 16D (1958) , il 6 e 6a (1963), il 22c (1970) .
Il Pagano/1961 fa iniziare la strada “da via V.Capello a via Barabini di Teglia” e pone civv. neri: 1 dell’Acquedotto Nicolay, stabil.;—5 Repetto S. prodotti chimici;—6 C.I.E.L.I., Comp. Elettr.—7 abitazioni;— (segue Rivarolo).

Civici
2007  Civici neri da 1 a 5   e da 2 a 6A  (con 4 anche A e B); rossi: solo 11 r, 19 r, 23 r.
L’elenco SIP/70 segnala – ai civv. 2, 4, 4a, 4b, 5 e 9r – tutti nomi di privati.
Nel 2002 c’erano – da mare a monte – i civici dall’1 al 6 A; (dopo il 7, sono di Rivarolo); nel tracciato, vi erano alcuni cancelli; una casa abitata; la sede di una ditta presente anche sull’elenco telefonico, ove viene riconosciuta anche la via; dei fabbricati delle FFSS  ed altri opifici industriali dismessi; una costruzione a villa all’estremo irrecuperabile degrado; qualche baracca probabilmente abusiva.
Il civ. 5 è una palazzina che nel 2006 è ancora eretta, ma fatiscente. È stata demolita negli anni 2007 circa. Il Costa/28 cita questo esercizio commerciale: al civ.5, Repetto Salvatore ha attività ‘ossa gregge’ (nel Pagano/33 questo Repetto non c’è;  ci sono due aziende che trattano ossa, unghie e corna ma nessuna a SPdA. Questo nome riappare nell’elenco stradale degli abbonati SIP del 1970: al 5  è segnato il nome di Repetto S. Pare sia appartenuta, per abitazione, alla famiglia Fedele; per ben tre generazioni; tutti occupati quali fabbricanti di dadi da brodo. L’ultimo rampollo della famiglia, pare abbia perduto tutto sperperando, dopo che la fabbrica era stata spostata all’angolo nord di questa via con via Campi (quindi in terreno di Rivarolo) dove aveva assunto anche l’impegno di distributore delle macchine da caffè sparse nei luoghi pubblici (ospedali, industrie, ecc.). Nel Pagano/33 non ci sono; invece nel Pagano/61 compare solo l’azienda: in grassetto “Fedele Giuseppe Ditta – (estratti di carne-prodotti alimentari concentrati) – via Campi,17 Ge-Rivarolo”.  I casi sono due: o l’informazione che vi abitavano i Fedele come famiglia è sbagliata. O questo Repetto aveva una parte della villa perché compare prima (Costa/28) e dopo (Sip/70) l’epoca dei Fedele.
Il civ. 26 r, da alcuni anni, funziona una “isola ecologica ” dell’ AMIU, per la raccolta di rifiuti ingombranti provenienti da abitazioni site nel Comune.

alluvione del  1970

veduta panoramica del tratto di strada nel nostro territorio

inizio della nuova strada, poi titolata a Perlasca

isola ecologica Amiu

inizio della strada da via Campi; ma senso unico veicolare quando in senso da mare a monte

 

B2= il civ. 5

l’area del civ. 5 nel 2010

foto panoramica del 2001; la strada scorre tra il palazzo bianco con tetto a righe e la costruzione rossa: si vede il retro delle case che si aprono nella via.

 

in direzione mare.

Tratto A1 alla foce del torrente. 2009 – in direzione torrente.

in direzione monte, dalla quale si arriva, 2009

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