Armirotti Valentino

Armirotti Valentino

Targa: San Pier d’Arena – via – Valentino Armirotti

Quartiere antico:   San Martino

Dalla carta del Vinzoni, 1757, zona su cui si aprirà la strada

N° immatricolazione:  2712  Categoria: 1

Dal Pagano 1961

Codice informatico della strada – n°: 02660  Unità urbanistica: 25 – San Gaetano   CAP:  16151  Parrocchia:  San Gaetano e San G. Bosco

Storia. I soci della soc. Universale, dopo aver eretto due palazzi in via Masnata (via A. Cantore 31A) pagando 250mila lire, soddisfatti dell’andamento del programma e dell’aumento dei soci, sul finire del 1883 stabilirono di trovare un capitale per comperare altro terreno; per costruire fu scelta la zona a monte di via A. Saffi (oggi via C.Rolando). Una volta finito il primo palazzo, il 17 giugno 1887 si fece nel teatro Modena l’estrazione per assegnare agli iscritti i 40 appartamenti di questo  caseggiato (terzo per la società) munito anche di cantine e botteghe. Il buon fine dell’operazione, permise che nella stessa zona il 23 febbraio 1890 si inaugurasse il loro quarto palazzo (secondo nella via), più grande del precedente, mettendone in cantiere un quinto (terzo nella via) grande ancora il doppio degli altri essendo munito di 50 appartamenti. Ambedue gli ultimi, costarono quasi 300mila lire. Con queste costruzione venne a delimitarsi la strada, a cui, non esistendo ancora la cultura dei nominativi stradali, fu dato provvisoriamente in quanto non ancora riconosciuto ufficialmente dal Comune, il nome di  “via detta Case Menagiati” a significato di ”meno agiati” ovvero case popolari (stesso nome era in via Masnata a fianco della villa omonima: come là, già scritto). Nei progetti di inizio secolo, la strada doveva essere collegata con via Cristofoli, ma evidentemente il piano regolatore fu cambiato perché si preferì utilizzare diversamente l’area di collegamento. In  tempi assai più recenti fu progettata l’ erezione del liceo a nord di dove avrebbe dovuto avverarsi l’allacciamento. Il nome attuale fu ufficialmente scelto nel 1906 in sostituzione di quello provvisorio. Ma ancora nel 1910, per localizzarla nelle guide, si faceva riferimento  all’essere “da via A. Saffi  (via C. Rolando), di fronte alla Cooperativa Avanti, verso la collina”, con civici 1 e 2 – 4.  (a voce viene ricordato che allora le strade non erano ancora né lastricate né ancor tutte illuminate: in conseguenza, per chi rientrava tardi dagli stabilimenti era uso lasciare un lumicino alla porta che servisse da orientamento; è abbastanza logico che questo comportamento, similare a quello di tante altri in città, sommato alla presenza di un Baciccin un po’ d’ovunque, abbia fatto leggere riferite ad una finestra o portone locale, muniti di questo stoppino ad olio, le prime parole di un canto di anonimo divenuto popolarmente conosciuto perché ripetuto dal 1925 nel proprio recital da un popolano di Portoria. Questi a sua volta, vantandone la paternità ed arricchendolo di clamorose ‘gnære’ se ne usava per far ridere il pubblico.  Poi la strofetta, fu opportunamente manipolata, rielaborata, e composta in una vera canzone in stile trallalero da Carbone e Margutti,  divenendo un classico della canzone genovese: “o bacicin vattene a cà tê moè t’aspêta” quando fa riferimento a “a l’â lasciou o lûmme in ta scâ”. Dato che era un modo usuale ed obbligato per segnalare una strada al buio a chi lavorava di notte, è ovvio che il riferimento sia generico). Nel 1927 era di  5° categoria. Anche il Novella descrive la via, nelle prime decadi del secolo 1900: la cita dipartente da  via A. Saffi , “a notte” (in realtà è orientata verso levante e non verso nord; in questo caso forse vuol dire ‘chiusa’, come è tutt’ora). Prima dell’avvento dell’attuale epoca automobilistica e perciò dell’utilizzo per il parcheggio, la strada viene ricordata negli anni 45-50 come luogo di vita locale specie per i ragazzi (con giochi tipo: la propria squadra di calcio “pro Valentino” si batteva con la “via Currò” o il “don   Bosco” o con via Agnese… ma anche a sassate).

Struttura. Strada a doppio senso veicolare, lunga cento metri, chiusa al termine da palazzo con due portoni raggiungibili previa breve scalinata.

Civici. Nel 2007: neri da 1 a 9 e da 2 a 10 ; rossi da 1r a 31r (compreso 5Ar,17Ar; manca 15) e da 2r  a 18r  (compreso 2Ar, 12Ar, 16Br). Per il Pagano 1925 all’1-1 vi esercitava il corriere Pizzaretti Giacomo. Il Costa 1928 cita: al 1-3r Sani Ida lattaia (ancora presente nel Pagano/61, anche come fruttivendola); 6 e 8, Zorzi Enrico, erede, commestibili; 7r Siri Gioconda straccivendola; 10r Ariotti & Repetto panificio; 17r Tosca Giovanni confettiere e pasticciere. Nel 1933 era sempre classificata  di 5.a categoria ed al 1-1 vi era sempre il corriere Piffaretti Giacomo; ed al civico 7 Frigerio Mario di “modelli in legno”. Nel Pagano/1961 all’1-3r la Sani fruttivendola; 4r Grande F. commestibili; 5r Boffito & Pagliari grossisti vini; 16r Storace; 17r Donati D. costruzioni edili

– civico 7: nel 1951 fu ricostruito

– civico 16r:  ancora negli anni 1960 vi si apriva lo stabilimento siderurgico fonderia “Fratelli Storace costr.in ferro”;  fu (Carlo) Aurelio, ad aprire il capannone dopo il 1920 in uno spiazzo esistente tra via Currò e via Armirotti (titolare dell’officina divenne uno dei due figli di Aurelio, Guglielmo, che abitava in via Armirotti nella casa a levante dell’area dell’officina alla quale era concesso anche tutto il piano terra, e che ebbe un figlio Carlo. L’altro figlio, Amedeo, medico, abitava in via Currò. Nel Pagano ’33 né l’officina né alcuno di essi viene citato; in contemporanea nello stesso ramo commerciale lo sono invece, e non sappiamo se sono gli stessi o degli omonimi, degli Storace che con i Rolla lavorano in via Garibaldi, e uno Storace Luigi, successore a Domenico a Genova; nel contempo abbiamo conosciuto degli Storace che assieme a Frioli, nel 1889 commissionavano l’Ansaldo.). L’area è dismessa ormai da varie decine d’anni; pare che tutto il terreno, e quanto sopra esso, siano stati ceduti ad una società (G. Carlo Garaventa) costituitasi per strutturarli a posteggio auto (sul quale contavano anche i progettisti delle zone pedonali di via C. Rolando, avendo in quei tratti ovviamente sottratto i posti auto); allo scopo iniziò delle riparazioni dei due capannoni nell’anno 2001, ma dopo aver inutilmente abbattuto due sane e maestose piante esistenti, i lavori nel 2002 sono stati fermati per intoppi burocratici non conosciuti. Nel 2006, causa i suddetti lavori in via Rolando, quando essi sono arrivati nella zona di sbocco di via Armirotti – via Currò, l’area è stata aperta al centro del piazzale, catramando un percorso che permettesse alle auto di passare in via Currò e viceversa.

– civico 6: faceva parte dell’officina metallurgica; tutto il piano terra era ad uso stabilimento mentre ora è adibito a box auto privati; i piani superiori pare fossero abitati dagli Storace.

Dedicata. Al locale “eroe del lavoro”, essendo nato a San Pier d’Arena l’11 novembre 1844 (alcuni scrivono 1846; Piastra a pag. 239 dice addirittura 1824). Finite le scuole dell’obbligo, divenne apprendista (lavoro da “garzonetto”, che era gratuito per due anni) e poi dopo un esame,  lavoratore dell’Ansaldo come operaio fonditore (Costa scrive che “si iscrisse subito alla scuola di figura e di ornato e poi di meccanica”). Nel 1860 non fu accettato tra i garibaldini perché troppo giovane; attese il loro ritorno (tra tutti, di P. Botto, C. Rota, e dei fratelli Canepa) trascorrendo il tempo leggendo (Mazzini, Guerrazzi, Azeglio, Berchet, Campanella, Saffi e Quadrio nonché i classici come Manzoni, Foscolo, Leopardi, Monti). A 18 anni (1862) entrò nella Universale, esercitandosi con Meronio in scherma e tiro alla carabina.  In quell’anno si prospettò la possibilità di andare a Roma: si dette disponibile assieme ad altri trenta concittadini (però gli fu scelto Carlo Rota, più anziano ed esperto di tutti: il Rota arrivò in Aspromonte il 29 agosto). Ad una Messa domenicale in San Lorenzo, con Meronio e Rota, fu ripreso a gridare “o Roma o morte!”. Allora andò a Milano per lavorare come fonditore di caratteri presso la Società Elvetica, continuando a istruirsi in forma autodidattica, forgiando una volontà a tutta prova e formandosi una cultura che gli permetterà di emergere poi nella vita pubblica. L’esperienza fu utile anche per conoscere altri mazziniani del circuito nazionale e interessarsi dei problemi fuori della propria regione. Brescia si preparava per aiutare una sommossa nel Tirolo: lui con Meronio (arrivato a Milano chiamato da lui) tentarono di arrivarvi attraverso la val Trompia; ma prima di giungere furono arrestati e trasferiti alla fortezza di Alessandria ove restarono detenuti per alcuni mesi. Liberato, tornò all’Ansaldo; ma nel 1866 appena ventiduenne seguì Garibaldi con i volontari nella campagna del Trentino (al comando di Antonio Mosto (vedi) nella quarta compagnia del primo battaglione Volontari italiani, Carabinieri genovesi – combatterono a ponte Caffaro ed a Bezzecca (Medulla scrive anche a Mentana, l’anno dopo). Mancando il lavoro, dopo una parentesi come fonditore a Livorno (stabilimento Callegari), tornò a casa e nel 1867 ripartì volontario per condividere con Garibaldi la gloria di Monterotondo e lo strazio di Mentana nell’agro romano (3 novembre sconfitti dai generali Kanzler dell’esercito pontificio e De Failly di quello francese che usò i fucili “chassepot”).
Era diverso dagli altri operai, distinguendosi per ponderatezza, per estensione del pensiero, per cultura (già collaborava con alcuni giornali e riviste e firmando gli articoli con la sigla “AKKA”; così sul “Il nuovo Comune”, periodico settimanale locale, del 1875; su “La Riviera Ligure” 1978-9; sul “Corriere elettorale di Sampierdarena” nel 1889). Rientrato, andò ad abitare all’ultimo piano in via C. Colombo civ. 85 (via San Pier d’Arena; dalle sue finestre allora si vedeva da Portofino a capo Vado); divenne fervente divulgatore delle idee repubblicane mazziniane (fu un vero apostolo del Mazzini; conosceva i suoi scritti alla perfezione e sapeva interpretarli; a ventitre anni già teneva discorsi agli operai nella Società  locale; e il tema  era sempre basato sul concetto che del principio repubblicano occorreva farne non una meta ma una religione, una fede); perfezionò gli studi socio economici e organizzativi; si attivò come propugnatore delle riforme necessarie per migliorare la vita dei lavoratori tutti  (settimanalmente – come capo di numerose commissioni operaie – era a colloquio col prefetto comm. Casalis, a cui portare le richieste degli operai, specie dell’Ansaldo, ottenendo varie ordinazioni come la costruzione delle tubature per l’acquedotto De Ferrari Galliera, nuovo naviglio per la regia marina e, si scrive che con caparbia insistenza, avendo scritto a tutti i 200 deputati nazionali nonché a Garibaldi e Saffi e personalmente parlando col ministro Cairoli, ottenne una ordinazione di 12 locomotive per l’industria sampierdarenese salvandola quando di quei macchinari era già pronta la commessa per la Germania e il Belgio); diede impulso alle Associazioni  di Mutuo Soccorso (specie a quella Universale, alla quale era iscritto fin da giovanissimo), e fondò con C. Rota, ne fu segretario stipendiato (1869) divenendo più un impiegato che un operaio, la Cooperativa di Consumo e quella di Produzione, accattivandosi la stima di tutti i lavoratori (lo statuto, compreso in 51 articoli, recita :…” lo scopo è di riunire, con i propri risparmi, i mezzi sufficienti per l’impianto di un opificio meccanico o d’altro genere di lavoro, onde togliere la preponderanza del capitale sul lavoro emancipando l’operaio col renderlo compartecipe all’utile” … ;… l’iscrizione costa 5 lire (pagabile con 50 cent/quindicina …). La cooperativa, per lui era l’unico mezzo di emancipazione del popolo operaio avendo essa obbiettivo principale sia l’associazionismo (e quindi di forza contrattuale), sia il risparmio (vendendo, pur conservando un minimo margine di utile, merce di prima necessità a prezzo inferiore a quello proposto dai comuni commercianti). Nel novembre1869 rappresentò la Cooperativa della nostra città al congresso delle società operaie liguri, a Savona; e venne eletto membro della commissione permanente nell’ambito delle società operaie liguri, carica che detenne sino al 1877 quando avvenne il VI congresso a Genova. Il 25 giugno 1878 compare sul n. 16 del giornale “La Riviera Ligure” (settimanale della domenica, gazzetta di avvenimenti, politica e letteratura), una sua novella intitolata “Angiolella” ambientata a Condino, paese del trentino, nel 1866. Divenuto uomo sociale, fu eletto Consigliere comunale di Sampierdarena senza perdere contatto col mondo operaio che rappresentò ai vari congressi, difendendo tra i primi il lavoro nazionale (la voce dei nostri rappresentanti ebbe eco a Palermo, a Napoli, a Milano, a Torino e Bologna), chiarendo i principi di differenza tra repubblicani e comunisti, propugnando come fondamentali la cultura e la cooperativa, la necessità di separare la lotta sindacale dalla politica. Ma contro questa regola decise nel 1882  di provare a partecipare alle elezioni per la XV legislatura. Malgrado l’ampia campagna pubblicitaria, i tempi non erano ancora maturi perché un operaio ambisse al Parlamento e l’elettorato, sebbene allargato in numero, era ancora spostato dalla parte aristocratica e moderata; così anche l’anno dopo nel  ballottaggio del 15 gennaio 1883 non venne eletto (vinse Cesare Parodi candidato del prefetto e “vassallo” del potere; la campagna era mirata sia a compattare gli operai che a rispondere alle denigrazioni della controparte: le accuse pesanti erano l’incapacità culturale amministrativa e che era stato licenziato dall’Ansaldo, senza specificare che lo fu, ma solo per mancanza di lavoro). Si era presentato sia a La Spezia che nella lista del primo collegio di Genova del “Comitato democratico radicale” di cui facevano parte anche dei mazziniani: il maggiore Federico Gattorno, Federico Campanella, socio onorario dell’Universale, e l’avvocato A. Pellegrini, notissimo penalista genovese. La campagna elettorale fu mirata alla difesa del lavoro nazionale contro l’uso in atto di dare grosse commissioni all’estero a prezzo doppio, specie nelle ferrovie e nella marina, nella falsa convinzione che le nostre industrie, l’Ansaldo in particolare,  non fosse capace di simile produzione; altri temi furono la parità per la donna nell’esercizio dei diritti; educazione laica gratuita e totale libertà di pensiero, di associarsi e di coscienza, svincolati dall’obbligo del clero. Sul giornale “Il mare” scrisse a favore della produzione nazionale e del lavoro offerto agli italiani. Nel voto successivo del 22 luglio 1883, quando la parte avversa ministeriale fu rappresentata da Carlo Randaccio, perdette di nuovo. Randaccio era direttore generale della marineria mercantile, candidato del Depretis: risultò perdente a Genova, San Pier d’Arena, Rivarolo e Busalla, ma nel complesso vinse con un minuto scarto di voti (3438 contro 3199) dell’Armirotti.  Il suo seggio fu reso vacante per annullamento e si dovette procedere a rielezione il 2 marzo 1884 successivo, quando il Randaccio rivinse definitivamente. Forse fu anche massone: ma questo risulta solo come illazione basata sul fatto che anche questa società dal 1883 lo appoggiò “quale nostro candidato”. La sconfitta ebbe tra le cause una certa non coesione delle forze democratiche repubblicane: Stefano Canzio per esempio, membro del comitato direttivo, si era precedentemente dimesso non approvando la candidatura dell’Armirotti. Come politico locale, si recò tra i colerosi del 1884  (e assieme a Nicolò Barabino come copresidenti del “Comitato cittadino di soccorso ed assistenza agli epidemici”, andarono ad assistere i malati nelle loro case distribuendo sussidi e provvedendo ai mezzi atti a limitare la diffusione del male. Al cessare dell’epidemia, il Comune deliberò di premiare i due, che rifiutarono la medaglia d’argento chiedendo che l’attestato venisse affisso in Comune e nella sede della Società Universale quale riconoscimento per tutti i componenti del comitato di soccorso); e poi tra i terremotati della riviera nel 1887. Si impegnò nella Banca Operaia ma soprattutto nelle società Cooperativa di Consumo e Produzione (che arrivò ad avere diecimila soci, riuscendo a fornire a credito per sei mesi gli operai licenziati; contribuì con Pittaluga & Fossati alla Cooperativa di produzione e con G. Bonzi alle case popolari).
Il 3 novembre 1885 avvenne l’elezione comunale a San Pier d’Arena, per la prima volta allargata a sempre più numerosa quantità di cittadini; Armirotti  era membro del Comitato Elettorale Democratico sorto nell’Universale (lo dirigevano Giacomo Dall’Orso, Giuseppe Macaggi, Mario Daneri, Filippo Pavero, Domenico Di Negro); viene ricordata un’enorme folla presente al Modena per un comizio, presenti onorevoli, deputati, varie associazioni di Mutuo Soccorso milanesi e genovesi; riuscirono a trascinare l’attenzione della nazione sui temi dello sperpero governativo, delle commissioni all’estero specie navali e ferroviarie, dell’ignoranza, dell’emigrazione obbligata dalla povertà. Il 23 maggio 1886, candidato nel collegio  cittadino (in alternativa con C. Rota che non poté accettare “per un altro dovere”) nella lista dei democratici (composti dai radicali, dai repubblicani della Società Operaia, dalla Progressista e dagli esercenti; con l’appoggio di Federico Campanella (il più vecchio e fedele amico del Mazzini) e di Antonio Pellegrini) con 6310 scelte (Pellegrini ne ebbe 6003) fu eletto per la XVI legislatura e divenne il primo operaio ligure, il secondo italiano a entrare in Parlamento (primo deputato operaio italiano fu il milanese Antonio Maffi, quando il governo di Agostino Depretis aveva allargato il suffragio nazionale da mezzo a oltre due milioni di cittadini maschi: solo un miglioramento, perché ancora escludeva  gran parte della massa di popolo. Si può leggere nelle scelte propagandistiche, il non favorire  l’ingresso di questi candidati popolari, non graditi al governo, in quanto  essi portavoce del popolo che … voleva scandalosamente portare una propria volontà nel governare la “cosa pubblica”). Con i socialisti e i radicali, sedette all’estrema sinistra e quindi all’opposizione (per entrare alla Camera, sebbene contrario dovette sottoporsi al giuramento di fedeltà alla corona: lui repubblicano; in parole chiare si giustificò asserendo “.. non ho speranza che la nostra generazione che ha fatto miracoli pel compimento dell’Unità della Patria, sarà quella che ne farà altri per giungere a quella libertà a cui tutti aspiriamo. E siccome  lo aspettare tempi migliori, standosene inoperosi mi sembra meno conveniente che il lottare sempre ed ovunque…affermerei sempre e in ogni occasione i principi della democrazia…ed approvare tutte quelle leggi politiche e sociali che sono reclamate dalla democrazia tutta: quelle leggi che possono avviare il popolo alla sua piena ed intera sovranità, e per questo l’abolizione di ogni privilegio…”. Ovvero: resto nel parlamento per ottenere tutto quello che, strappato all’istituzione privilegiata, si potrà devolvere al popolo per il suo miglioramento sociale, materiale  e morale. Fu una scelta giudicabile, ma molto importante. Nel 1887 (anno della sciagurata sconfitta di Dogali) nei confronti della monarchia confermò: “Io fin da ragazzo, sono sempre un repubblicano, mazziniano.. . e credo che per finirla… con quelle monarchie che per la loro reciproca conservazione sperdono, spendono e sprecano tutte le risorse del paese in pranzi ed inconsulti armamenti …al popolo non resta che associarsi e fare un bel giorno la rivoluzione. Ma non sono di quelli che per questa rivoluzione ragionano come si ragionava prima per la unità e cioè che qualunque tentativo è buono! No amici…Mazzini diceva: badate che a Roma dobbiamo andare con la rivoluzione; e guai a noi se ci lasciamo prendere il vento della monarchia. Se l’Italia lascerà che la monarchia entri a Roma, avrà assicurato ad essa per altri 50 anni la vita, ed i repubblicani dovranno per forza acquietarsi!…”. Quindi non  sovversione dello stato, ma neanche acquiescenza: “insegnare il popolo che con la monarchia, governo a base di privilegio, non potrà mai avere libertà vera né riforme sociali…ma col lavoro associato i lavoratori cessano di essere sfruttati da pochi privilegiati…è quistione (sic) di fede, e che se tutto non si otterrà domani si otterrà indubbiamente dopo…i repubblicani debbono farsi apostoli dell’educazione civile, servire di esempio e di modello agli altri…». In altra lettera scrisse: «qui (a San Pier d’Arena) si è lavorato quando era tempo, si è cospirato, preparato e poi combattuto; ma dalla morte di Mazzini in poi non si cospira più, si lavora  pel bene di tutti, ma più che altro nel campo educativo ed economico…”. In lista con A. Pellegrini (al ballottaggio, questi ebbe 3659 voti contro 4394 del Nostro),  fu rieletto alle votazioni del 23 novembre 1890 (quando era Crispi al governo: gli successe Di Rudinì e poi Giolitti; era la XVII legislatura, che rimase in carica per due anni). Nelle 245 sedute della Camera, fu quasi sempre presente e attivo, nel perorare gli interessi e dignità dei meno abbienti e disagiati, genovesi e italiani, essendo capace di irruenta e appassionata eloquenza non elegante ma estremamente chiara, nonché sostanziale e soprattutto basata su quella integrità morale, di intenti e di scopi per cui mai nessuno, nemmeno l’avversario politico, osò denigrare la sua parola. Alle successive votazioni per la XVIII legislatura del 6 novembre 1892, una nuova legge elettorale  obbligò presentarsi per il solo IV collegio genovese (di San Pier d’Arena). In lizza si presentò Bartolomeo Mazzino (nato a San Pier d’Arena il 31 gennaio 1845 col nome Tiscornia, si era stabilito a Roma e cambiato cognome; nella capitale, in quanto armatore di quattro piroscafi aveva radunato immense ricchezze, divenne cointeressato e membro del consiglio direttivo di numerosi enti e banche nonché consigliere comunale; seppure mai presente e disaffezionato della città natale, desiderando accedere al Parlamento e contando sull’appoggio del governo, del giornale Caffaro e dei moderati e clericali locali) contrapposto all’Armirotti: capitale contro lavoro. Malgrado quest’ultimo trovasse l’appoggio di tutta la Società Universale e di un comitato frequentato da uomini come l’avv. A. Pellegrini e Carlo Orgiero,  il primo vinse. Nel 1893 pubblicò uno scritto, intitolato “Un po’ di storia delle società cooperative di Sampierdarena”, da leggere al congresso dei cooperatori italiani. L’anno dopo lo sappiamo andato a curarsi a Voltaggio; ma qualche malattia lo minava lentamente, e  povero com’era nato, tale rimase sino alla morte quando aveva solo 50 anni,  avvenuta il 25 giugno1896 (Costa e Piastra dicono il 26 giugno) a Manesseno di Sant’Olcese.

  

Fu sepolto nel cimitero della Castagna. La lapide descrive “fervente apostolo delle idee di Mazzini / la formula pensiero e azione … / nelle officine nelle schiere di Garibaldi / nelle cooperative  …/ la vedova e le associazioni repubblicane di San Pier d’Arena / 1842 – questo ricordo reverenti posero”. Fu commemorato in Parlamento da Paolo Emilio Imbriani. Alla vedova Colomba Pecci, la Giunta Comunale decise il 20 dicembre 1923 una pensione di 2.000 lire annue, per riconoscenza cittadina.

Anno 2000, da via C. Rolando

1998 da via Currò, con capannoni ancora eretti

Verso via C. Rolando 2003

senza parte di capannoni

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