Balbi Piovera Giacomo

Balbi Piovera Giacomo

Targhe : via – Giacomo Balbi Piovera –scienziato-politico– 1800-1878 – già via De Amicis

via- Giacomo Balbi Piovera – scienziato – politico – 1800 – 1878 – già via Edmondo De Amicis

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Angolo con via A. Cantore

Angolo con l’inizio della scalinata C. Beccaria, al civ. 25r

Angolo con via G.B. Botteri

A metà percorso, angolo con scalinata C. Beccaria

In alto, prosegue  con corso O. Scassi

Quartiere antico: Coscia

Dalla carta di M.Vinzoni del 1757. In giallo corso O. Scassi; in rosso via A. Cantore; in fucsia la torre dell’Ospedale; in verde via G. Balbi Piovera.

N° immatricolazione: 2714  Categoria: 1

Da Pagano/67

Codice informatico della strada – n°: 03440   Unitá urbanistica : 27 – Belvedere; 28 – S. Bartolomeo   CAP: 16149

Parrocchia:  S.Maria delle Grazie: l’edizione 02 per lei precisa: dal 5 al 17 e dal 6 al 22 (senza dire di quale parrocchia sono i primi e gli ultimi civici)

Storia. Sotto l’amministrazione Ronco (assieme alle scuole, al mattatoio, a nuove strade e loro pavimentazione) nacque e fu approvato (seduta del Consiglio Comunale del 30 maggio 1903; e della R. Prefettura del 14 maggio1904) il progetto della “costruzione d’uno spedale, nella villa Scassi sopra la quota 40 sul livello del mare” con un preventivo di £.1.402.000, a padiglioni, da far sorgere nel boschetto della villa Scassi, con iniziale idea di farlo sorgere a quota 60 e con accesso da  via dei Colli (corso Martinetti; le difficoltà emerse nel tentare il passaggio per questa via, bruciò  quattro anni di progetti, dal 1904 al 1907 anno di dimissione di N. Ronco e subentro del prosindaco Murialdi). Nel 1907 si decisero le “varianti” riguardanti sia l’ubicazione degli edifici ospedalieri (abbassati a quota 40, in corrispondenza della vasca, causa impervietà altimetrica; con costruzioni a padiglioni isolati, da quota 40 a 97) – sia la strada di accesso (cambiata, da via dei Colli al prolungamento di via De Amicis – iniziante da via De Marini a quota 5,5 ed al cui culmine, quota 14,80 – era un cancello della proprietà Piccardo. Da qui, a quota 40 fu prevista una strada lunga 400 m.). Nel 1907 cadde la giunta Murialdi e subentra un Commissario Prefettizio che bloccò il progetto. Nel 1908 con la nuova Giunta riprese lo studio partendo dalle ultime varianti più “l’espropriazione  Piccardo” di 7500 mq di terreno a nord-est della quota 40  più in basso all’origine della strada, 50 mq da espropriare alle monache del Sacro Cuore della villa la Fortezza più 500 mq da espropriare ad un sig. Bruzzone. Una relazione comunale del 12.1.1910 spiega che la “grande strada” (8 m.)  era già stata progettata e approvata “a monte del fossato san Bartolomeo alla via dei Colli”  per la quale “debbonsi occupare estese zone di terreno di proprietà del Signor Benedetto Piccardo” (cav.uff.; era vice presidente del Consiglio di reggenza della banca d’Italia) e “prima di ricorrere alle espropriazioni coi mezzi legali si è tentato la via amichevole…in quanto egli in passato (1908) già aveva donato gratuitamente dei terreni (non si specifica quali; ma presumo quelli da via De Marini in su, oggi via Malfettani: infatti insieme ai terreni in oggetto, ora cederebbe al Comune anche quelli contenenti via M. D’Azeglio e via J. Ruffini)) per aprire una strada in contiguità del tronco della grande strada su accennata”. A carico del Comune le opere (marciapiedi; ringhiere; muri di sostegno; massicciate; scavi; demolizioni – di un “piccolo casino detto del roccolo” – non  specificato; un pozzo con acqua perenne e con tubazioni). In sostanza e, in totale, e compreso le aree dell’ospedale,  il Comune acquisirebbe dal Piccardo 15.055 mq dei quali 3800 per la strada essa gratuita; e 11.255 mq  al prezzo di £ 225.392 lire (il Piccardo ne chiedeva 250mila). Si era preferito accedere per via De Amicis – sia perché meno ripida,  sia per un accordo tra Sindaco ed il sig. Benedetto Piccardo. Quest’ultimo si impegnò a regalare un tratto di terreno pari a 7500 mq., per allargare in basso la strada, nel tratto tra quota 5,5 a 14,8 m, ove già esisteva) e prolungarla ( tra quota 14,8 e 40 )) in modo che avrebbe misurato in tutto – sino all’ospedale –  400 metri. Il Novella, negli anni dal 1900 al 1930, segnala la presenza di “via E. DeAmicis“, limitata “da via Generale Cantore (quest’ultima va intesa non come l’attuale – allora ancora da costruire – ma il tratto dell’attuale via N. Daste che va dal palazzo Fortezza a via della Cella); anche il Pagano/33 cita la strada E. De Amicis, classificandola di 4.a categoria,  ponendola da via De Marini a via Promontorio e G. Galilei. Il 19 ago.1935 nacque con delibera podestarile il nome di via G. Balbi Piovera, iniziante da via Dottesio. Questa si completa affermando:  – che andava a sostituire, ma solo per un tratto,  il precedente nome di via Edmondo DeAmicis; – che sino al 1946,  comprendeva  anche l’attuale via G. Malinverni, la quale fu staccata  dall’insieme dopo la  2.a guerra, conservandosi  i civici 1,2,3,4; – che sino al 1959 possedeva anche i civici  15 A,B,C, ora di via M. Vinzoni , denominata in quell’anno e divenuti di essa il  1,2,6. Nel Pagano/1940 è descritta andare “da via L.Dottesio a corso O.Scassi”.

Struttura. Doppio senso viario, da via A. Cantore a corso O. Scassi. Fondamentale strada cittadina per arrivare all’Ospedale civile “Villa Scassi” ed alle abitazioni sulla collina di Promontorio. Seppur stretta e tortuosa, riesce onorevolmente a smaltire l’intenso traffico – anche urgente – ed a offrire, per molti anni, un minimo di posteggi, il tutto in un equilibrio assai instabile e con ragionevoli contestazioni da parte di qualsiasi ipotesi. Dalla fine degli anni 1990 ha prevalso la linea dura, favorita dai dirigenti dell’ospedale, di togliere la fila posteggio lungo il marciapiede a monte, onde lasciare tutto lo specchio stradale al traffico in movimento reso così più  libero e veloce. Due  erte scalinate tagliano i tornanti stradali (una più a levante, anonima (ma dando accesso ai civici 1 e 5 di via Pittaluga,  si deve interpretare come derivazione di questa) e l’altra centrale,  la più lunga, che ha nome suo “scalinata Beccaria”); due strettissimi marciapiedi (per fortuna – da poco tempo- rialzati onde evitare “invasioni” veicolari. Nel secondo e più lungo tratto rettilineo, per lasciare più spazio alla strada, il marciapiede esterno è ‘volante’ nel senso che è appoggiato su putrelle sporgenti dal muraglione di sostegno). È servita dall’acquedotto De Ferrari Galliera.

Civici. Nel 2007: U.U. 27, rossi: 20Ar; U.U. 28, neri: da 5 a 23 (mancano  1 e 3), 6, 26 (mancano 2 e 4; compreso 16A); rossi: da 3r a 125r (mancano 1, 5 a19, 51, 53, 65 a123; compreso 39A), 20r  52r (mancano 46 e 50; compresi 34AB, 44A(B)C).

Nel Pagano/1940 si segnala (al civico 2 int. 3 l’abitazione dello scultore Toso O. (ma in quell’anno la strada iniziava da via Dottesio quindi questo portone era nel tratto ora via Malfettani ove aveva i civv. 1-3 e 2-4) al civ. 11/12 (nella cartina a fianco, è segnato dove è la G.B. di Botteri) che vi abitava il pittore A. M. Canepa ed al 11/20 il pittore Ernesto Massiglio (nella cartina allegata al volume, il civico 11 si apriva sul retro del civico 6 ove ora è una stradina anonima che unisce via Botteri con via Issel. Nel Pagano 1950 vengono segnalati: un’osteria (34r di Boffito Nicola); un bar-caffé (27.29r di Marengo R.); nessuna trattoria.

Civico 5 : progettato nel 1912, fu costruito per commissione di Emanuele Croce  e su disegni di A.Petrozzani,  con caratteristiche post liberty  ricche di decorazioni plastiche che danno alla facciata un  piacevole effetto di movimento.

 

Civico 8: è del 1913

Civico 11: risale al 15 aprile 1941 una fattura rilasciata dall’edile Michele Pini – il quale nel febbraio aveva “costruito ricovero anticrollo (con 5 puntelli da ml 4 .13×16 e 7 tavole di abete) con una spesa di £. 1759,55.

Civico 15:  eretto nel 1957. Sulla facciata è stata apposta una targa memoria “qui cadde per la libertà il 24 aprile 1945 il partigiano Amedeo Adreani – ANPI nel ventennale della Resistenza“ (purtroppo poco si sa di lui: “nato a S.P.d’Arena il 6.5.1912 e qui morto il 24.4.1945). Viene incluso nell’elenco dei 187 caduti nei combattimenti per la liberazione di Genova e Provincia. Sappiamo che il 24 c’era caos: Meinhold aveva proposto di evacuare la città, mentre tedeschi e fascisti prendevano contatti di resa o di fuga dato la consapevolezza della vittoria partigiana con le armi. Ma i quotidiani usciti quel giorno, avevano pubblicato l’appello del CLN all’insurrezione e quindi già erano entrate in opera le SAP cittadine dalla notte precedente. Queste ostilità proseguirono per tre giorni in cui si ebbero circa 1500 feriti tra partigiani, civili, tedeschi e fascisti, dei quali poi 140 morirono in ospedale. La battaglia infuriò per tutta la città. Per cronaca, il 25 mattina l’ospedale di San Pier d’Arena era pressoché circondato da truppe tedesche in ritirata dal porto: a un tratto scoppiarono dei depositi di munizioni nel porto, e fin lassù piovvero calcinacci e vetri. A parte i feriti leggeri (curati nell’ ambulatorio Ansaldo-Siac) e i morti (subito trasportati all’obitorio), furono portati nel nostro ospedale e ricoverati 30 partigiani feriti, di cui 9 deceduti; 40 civili (16 deceduti); 35 tedeschi (1 deceduto); 9 fascisti deceduti. Come noto, la resa fu firmata da Meinhold il giorno dopo, 25 aprile alle ore 19,30).

Civico 47r: il circolo G. Malinverni. Nacque da una delle società di solidarietà formatasi nel 1918 tra i lavoratori portuali addetti alle manovre  (ossia quelli che con i cavalli in antico erano detti “manovratori a cavallo”, e con locomotive o trattori dopo,  spostavano i vagoni ferroviari portandoli sotto le navi per il  carico).  Come a tutte, nel periodo fascista venne cambiato nome e statuto, divenendo “Gruppo rionale 21 aprile“ in seno all’Opera Nazionale Dopolavoro. Terminato il conflitto col sacrificio di molti soci nei nuclei della resistenza, i vecchi decisero rifondarlo nel 1946 dedicandolo al partigiano (vedi alla via specifica), e prefiggendosi una attività ricreativa, culturale e politica (fa parte dell’Enal) a difesa democratica del lavoro e dei lavoratori tutti. Nel Pagano/1950 è citato come club.

Foto Archivio Gazzettino Sampierdarenese

Dedicata. Al  patriota Giacomo Balbi, marchese di Piovera (Piovera – era terra del principato di Pavia, sul Tanaro, vicino ad Alessandria – ed era un feudo che comportava il titolo di marchese- quando fu venduto dalla regia Camera di Milano a Francesco Maria Balbi nel 1650. Le terre erano divise in 11 masserie, soggette troppo spesso a movimenti militari, ma pur sempre operazione economica in attivo. Nelle successioni, due BalbiPiovera diverranno dogi). Nato a Milano il 12 settembre 1800, da Giacomo Francesco Maria, e da Adelaide Maria Operon, famiglia nobile e benestante genovese, fratello del marchese Francesco Balbi Senarega. Viene riconosciuto e definito “noto esponente del moderatismo genovese, senatore, generale della Guardia Nazionale (1848), appassionato ed esperto agronomo (amato dai suoi contadini perché interessato al loro miglioramento; aperto all’iniziativa industriale (meccanica agricola); realizzò un opificio per la filatura della seta (presente e premiato con Croce di Cavaliere della Legion D’Onore all’Esposizione Internazionale .di Parigi nel 1855). Personaggio lineare e simpatico, dotato di cospicuo patrimonio. Le prime notizie risalgono al 1833, quando fu coinvolto nel processo della Giovine Italia, in conseguenza del quale fu tenuto in arresto preventivo nella cittadella di Alessandria (direttore il “feroce” Galateri; costretto a mangiare con le mani non essendo dotati di posate; non era permesso né leggere, né scrivere, né amministrare i beni) per sei mesi. Nella verità, in quegli anni di sentimenti ancora confusi, appartenne deciso al gruppo che non voleva – con fiera intransigenza ed aperta professione d’idea – l’annessione al Piemonte. Al processo, svolto quando già aveva concluso gli arresti, fu riconosciuto innocente per non aver partecipato ai fatti; ma fu obbligato ancora agli arresti domiciliari – in sdegnoso isolamento – nel suo castello di Piovera, rimanendo scritto nel libro nero della sospettosa polizia. Questa brutta avventura, non cambiò certo le idee libertarie che lo animavano fin da ragazzo, quando aveva amichevole rapporto col Mazzini e certi ambienti giansenisti, ma gli fece maturare la consapevolezza che il riscatto nazionale prevedeva tempi molto più lunghi, e che poco servivano i sacrifici di singoli sparuti. Da qui l’idea di accettare una monarchia costituzionale. Nel novembre 1841, col permesso austriaco (motivato “al fine di accudire interessi familiari”; fu accettato con la definizione “non ha cambiato idea politica, ma è troppo onesto per potergli contrapporre una qualsiasi sinistra opposizione”) poté arrivare in Lombardia e frequentare certi ambienti, che lo convinsero nel 1846 a organizzare – quale presidente della Commissione consultatrice agraria e orticoltura – l’8° Congresso degli Scienziati Italiani a Genova (il primo era stato fatto a Pisa; unica occasione di riunire gli intellettuali italiani provenienti da molti Stati  della penisola nei quali era bandita ogni sorta di libertà. Il Congresso fu interpretato come portatore di quegli ideali da esportare da Genova (fratellanza, amor di patria unita, progresso, indipendenza), anche se la presidenza generale dei lavori, dal governo sabauda fu affidata a Antonio Brignole Sale, noto come tenace antiliberale. Il Nostro, assieme ad altri patrizi,  tra i quali Giorgio Doria presidente e conosciuto promotore di ideali liberali; sua moglie Durazzo Teresa; Michel Giuseppe Canale,  Giancarlo Dinegro, Lorenzo Pareto geologo  di fama europea e Vincenzo Ricci  radunarono circa 800 studiosi suddividendoli in nove sezioni di lavoro.  La nobiltà in quest’epoca, dimostrava una retrograda incapacità a stare al passo con i tempi, senilmente asservita alle varie corti tutte economicamente molto indebolite, contrapposte ad una borghesia brillante, prevalentemente democratico-liberale-repubblicana, rappresentata da Nino Bixio, Goffredo Mameli, Didaco Pellegrini, David Chiossone, Federico Alizeri, Cesare Cabella, Antonio Caveri, Sebastiano Balduino, Filippo Penco, Carlo Bombrini, Raffaele Rubattino, Maurizio Bensa; di essi, solo alcuni divenuti capitalisti neo arricchiti.). Vennero a Genova Massimo d’Azeglio, Luigi Carlo Farini, Bettino Ricasoli, Marco Minghetti, Cesare Cantù,  e sia a far parte quale rappresentante delegato, di una commissione genovese inviata a Torino per chiedere al re Carlo Alberto la costituzione. Chiamato confidenzialmente James – per distinguerlo da un omonimo Giacomo Balbi – dal 1846 al 1848 fu presente e collaborò fattivamente ad ogni iniziativa di rilievo: pur continuando gli studi non ci furono incontri patriottici, discorsi o banchetti, a cui non partecipò attivamente (all’arrivo a Genova dalla Spagna di Riccardo Gobden, organizzò un banchetto a suo onore – presente anche Massimo d’Azeglio – pronunciando un discorso sempre ispirato ad idee liberali). L’8-9 settembre 1847 – in occasione dell’amnistia pontificia di Pio IX (i preti erano in genere, i più conservatori ed ostici alle riforme. E  – tra loro – era di particolare vivacità l’ostracismo dei gesuiti: una petizione firmata da migliaia di cittadini tumultuanti, chiedeva al re addirittura di scacciare l’ordine da Genova, e Balbi Piovera fu incaricato di portare la petizione al re. Gli animi erano molto tesi e vicini alla violenza nei confronti di questi religiosi, e dei religiosi in genere) Organizzò la prima manifestazione popolare politica dello Stato Sardo: sotto forma di pacifici cortei di dimostrazione (per l’indipendenza, e per una reale libertà di stampa). La sua riconosciuta personalità servì ad evitare eccessi e violenze specie contro  i religiosi, ed il suo monito facilitò che non avvenissero in città generiche manifestazioni violente. Da questo suo primo impegno, divenne conseguenza la fondazione di un “comitato dell’ordine” (al fine di mantenere l’ordine pubblico – primo passo per la costituzione di una Guardia Nazionale – e che fu poi approvata dal re).  Era il tempo di infuocate richieste al re, a fronte del suo cauto riformismo: parole forti e di azione (una parola d’ordine tra attivisti, fu ‘viva e morte’) elevavano il sentimento di nazionalità e di indipendenza (la folla esultava gridando “viva PioIX”, “viva Carlo Alberto”, “viva Gioberti” “viva l’indipendenza”, mescolati ad antigesuitismo ed eudemonismo; la parola “libertà”  creava reazioni di disordine e tendenza al contegno ribelle del “secondo e terzo ceto”). A San Pier d’Arena, la folla composta in gran parte da marinai, si accalcò sotto la finestra della marchesa Teresa Durazzo Doria, moglie di Giorgio Doria (il più attivo di tutti nell’arringare la folla e distinguersi nel cercare di dare ordine e regolarità alla massa raccolta ad ascoltarlo), inneggiandola per aver fatto organizzare una regata; ed assieme si grido viva al papa ed al re. Nell’occasione il Balbi Piovera seppe unire clero e popolo in un’integrante sentimento,  ritenuto indispensabile per poter raggiungere lo scopo libertario totale, il cui primo scalino di avvicinamento fu entusiasticamente sottolineato dal fatto che il re Carlo Alberto – dopo averlo consultato assieme a Giorgio Doria e Gio. Filippo Raggi – licenziò il La Margherita ed accettò le invocate riforme specie in materia di stampa e di consigli elettivi. Il 4 novembre successivo,  era con in mano la bandiera genovese del 1746 alla testa del corteo che accolse a Genova il re stesso, acclamato dal popolo per le riforme: fu allora che ad un sire attonito ed un pò impaurito,  Nino Bixio pare gli abbia esclamato, fermandogli il cavallo per le briglie,  “Sire, varca il Rubicone (Ticino),  e saremo tutti con te !”. Propose, nel dicembre successivo, sia una pubblica manifestazione religiosa (mirata alla salvaguardia del re ed alla riaggregazione del clero al popolo e viceversa); e sia  la pubblicazione di un giornale, chiamato “La Lega Italiana”, convinto che la stampa  potesse sostenere le idee professate, anche se l’analfabetismo era estremamente diffuso nella povera gente. Dallo stesso Carlo Alberto che lo aveva imprigionato, fu eletto senatore (il 3 – altri scrive 8 – aprile1848); e sebbene con tale incarico potesse evitare il campo di battaglia, preparò un battaglione di volontari genovesi per partecipare all’ auspicata prima guerra di Indipendenza:  a Pastrengo (30 aprile 1848) meritò una medaglia al V.M. per aver protetto con la spada la persona dello stesso re. In qualità di ufficiale  superiore della neonata Guardia Nazionale genovese, (corpo formato da cittadini atti alle armi ma non ufficialmente inclusi nell’esercito, pronti a supplire la truppa nelle operazioni collaterali o di appoggio, come ad esempio lottare contro il brigantaggio, o in città garantire l’ordine pubblico. Compito principale era “difendere la monarchia ed i diritti dello Statuto, delle Leggi presso il popolo; secondare l’esercito nella difesa delle frontiere e coste” e fresco di nomina a cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (13 maggio 1848), avvenne la nomina (giugno ’48) a  comandante generale addetto allo Stato Maggiore.

Estratto delle deliberazioni del Consiglio di Ricognizione, prese nella seduta del 4 novembre 1862 (visto che erano militari a cavallo, forse il termine Ricognizione ha significato di “controllo”. Nel caso a fianco, si esprime parere di “radiare” Celso Nicola perché non abita più nel territorio.

Gli fu conferita la responsabilità dell’ordine pubblico a Genova; con tale carica, nell’agosto ’48,  guidò una dimostrazione popolare sotto l’abitazione del console francese, per sostenere la partecipazione della Francia alla guerra contro l’Austria. Ma dopo Custoza, avvennero dei moti di piazza sfuggiti al suo controllo: (alcuni più esaltati pretendevano il ritorno in città di Filippo De Boni, un estremista rivoluzionario del Circolo Italiano, reduce di fatti luttuosi avvenuti in agosto a Milano) che lo costrinsero a non aderire e piuttosto a dimettersi. Per questo comportamento viene qualificato “moderato filogovernativo” (contrapposto ai “moderati municipalisti” antipiemontesi, ancora nel 1859 più numerosi dei primi, come Cesare Cabella e Giorgio Mameli padre di Goffredo). Nel 1869 lo leggiamo sempre membro della camera e segretario, quale senatore del regno presente all’opera diuturna dell’alto consesso. Allo scopo, si trasferì a Torino, per partecipare alle sedute. Ma quando la capitale fu trasferita a Firenze, tornò a Piovera per occuparsi di letteratura  agricoltura e politica (liberali moderati), mantenendo continuamente  rapporto con la casa di Genova, ove immancabilmente ospitava esuli da tutta Italia, aiutato dalla moglie Fanny Di Negro.Qui a Genova,  morì il 14 novembre 1878 ( altri scrivono il 5 dicembre).

Iinizio via – 2008

Finestre dipinte

Bibliografia 

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