Balilla (vico G.B. Perasso)

Ufficialmente venne chiamata vico G.B.Perasso. Compare sulla Guida Genovese Costa del 1928-29 la “via Balilla”, dove al civico 5 tale Picchio Francesco è negoziante di bestiame. Anche il De Landolina cita la via con questo soprannome.
Dedicata – Controversa è l’interpretazione dell’esistenza del giovane, perché gli studi sul suo gesto e sulla sua figura – già incerti di per sé – sono stati poi significativamente ‘maculati’ – in peggio – dalla politica. Si parte dall’essere stato un allievo tintore che si barcamenava per sopravvivere e con poche speranze di migliorare. Probabilmente, nel rione, per restare a galla non esisteva alternativa che crescere precocemente comportandosi da bullo; a Portoria tipi così si chiamavano “malèmo”, ovvero un rissoso, attaccabrighe, “manupronto”. Ebbe l’avventura di involontariamente ed incoscientemente iniziare i fatti del cannone con il famoso “che l’inse”, senza rendersi conto del tafferuglio che avrebbe creato, forte solo del suo carattere e della sensibilità popolana dell’esasperazione ma espressione simbolica di uno stato d’animo generalizzato, e non tanto per i fatti narrati dalla storia (l’arroganza del Botta Adorno, i genovini richiesti, le scuse a sua maestà, ecc.) ma quelli della vita spicciola della gente, della altrettanto arroganza, delle ruberie, delle violenze, subite da un occupante il quale, a sua volta, era un miserevole che viveva una ben misera vita fatta di stenti e di soprusi. E che le cose siano andate così, lo testimonierebbe la fine che fece il giovane: seppur col privilegio di un fondaco da vino (allora monopolio del Governo locale), essendo violento per natura acquisita, dovette fuggire per una coltellata in più e rifugiarsi a Livorno ove morì sconosciuto. Sconosciuto, finché gli storici del Risorgimento cercando una figura che celebrasse il moto popolare, vollero farne un eroe. Di per sé, la cosa potrebbe starci: non sempre è un nobile colui che si trova al punto giusto nel momento giusto; importante è che faccia quel che deve essere fatto. Era arcivescovo mons. Giuseppe Maria Saporiti – si insediò il 27 febbraio 1746 al 1767; la diplomazia pontificia era schierata a favore della Repubblica: questo facilitò l’organizzazione anche di reparti di clero, armati a combattere contro gli imperiali; e altrettanto interpretò favorevolmente la visione del padre francescano Candido Giusso (del santuario di N.S. di Loreto) il quale segnalò al Senato di aver assistito nella notte tra il 9 e 10 dicembre 1746, durata 15’, avuta dalla finestra del convento alla presenza dell’immagine della madonna Immacolata Concezione, (festeggiata l’8 dicembre; anche se la questione del “senza peccato” era –allora- ancora sub judice, con i domenicani contrari): a braccia allargate, con spicchio di luna e serpe fiammeggiante sotto i piedi e con inginocchiata in basso S.Caterina Fieschi Adorno da Genova, vestita di scuro ma con giacca lorda di sangue. (N.B. non apparve la “Madonna di Genova”, quella in auge dal 1637, col bimbo in braccio che porge il filatterio col Te Deum; e neppure la Madonna di Loreto, titolare del convento e la cui festa è il 10 dicembre. Determinante fu quindi la presenza di S. Caterina). Le cose iniziarono ad ingarbugliarsi quando – per prima cosa – emersero più d’uno omonimi. Per seconda, disastrosa fu la scelta del fascismo di usarne il nome per i suoi ragazzi: alla caduta del regime, ormai il nome era ‘bollato’; e, l’onta, superiore al gesto che l’aveva promosso: anzi, si preferisce – tout court – sminuire il significato del gesto piuttosto che rivalutarlo con luce più obbiettiva. Così, ancora nel 2007, il nome è nel limbo perché tabù politico; e presso il suo monumento in Portoria, quando si fa commemorazione del gesto, lo stesso sindaco si guarda bene dal venire a porre la corona di alloro, e manda delegati. Unici presenti disinteressati, i soci della A Compagna. (Vedere a Perasso; e – per gli eventi – a villa Masnata di via A.Cantore).

Bibliografia
– Commissione della Società Ligure di Storia Patria – Vol.56.pag. 296
– De Landolina GC. – Sampierdarena – Rinascenza.1922 – pag.29