Balleydier (via)

 

via Balleydier

Targa:

San Pier d’Arena – via Balleydier

Quartiere antico: Coscia

da M. Vinzoni, 1757. in giallo via Demarini con Largo Lanterna; in blu via della Marina (P. Chiesa)

da Porro 1835, segnalato “fabbriche di ghisa”

N° IMMATRICOLAZIONE:   2716   CATEGORIA 2 CODICE INFORMATICO DELLA STRADA – n°  :   03600
UNITÁ URBANISTICA: 26 – SAMPIERDARENA CAP:  19149 PARROCCHIA: Santa Maria delle Grazie

Storia: inizialmente, popolarmente e sulle carte del tardo 1700, venne chiamato Stradone piano della Coscia (perché aperto nella zona omonima; e come tale riconosciuto nel regio Decreto del 1857 di approvazione dei primi nomi stradali di San Pier d’Arena). Divenne via del Ferro (il motivo di questo nome, è ovviamente riconducibile allo stabilimento, nato nella prima metà del 1800). Poco prima dell’anno 1900, fu proposto alla Giunta in nuovo nome di dedica ai due fratelli (chiamati insieme), e tale rimane  tutt’oggi. Nel 1940, il Pagano scrive che andava da via L. Dottesio a via P. Chiesa (ma edidentemente è sbagliato fosse da via Dottesio). Dalla fine degli anni 1990, dopo il lavoro delle ruspe nella vicina via DeMarini-Largo Lanterna, la strada divenne “terra di nessuno e di tutti”: rifiuti, panni stesi, furgoncini da rottamare e roulottes. Erano un centinaio di nomadi rumeni, viventi squallidamente in accampamenti improvvisati, autori di furtarelli e furti, nell’incapacità-impossibilità di inserirsi nel nostro tessuto sociale. Furono sgomberati nel 2000.

Struttura: andava da via Pietro Chiesa, a via De Marini e quindi a via di Francia. Viene descritta essere inclusa nei terreni di proprietà del CAP. Prima dello sbocco in direzione mare, sulla sinistra era visibile il fianco di una antica officina, per lungo tempo abbandonata. L’edificio fu abbattuto nel 1999  causa abuso occupazionale di immigrati; era molto presumibilmente l’ultimo residuo di un antico stabilimento, in quanto eretto non in cemento ma con  pietre, ed aveva doppio tetto centrale – per la luce e far fuoriuscire fumi e vapori. Sino all’inizio secolo, la targa portava la scritta come oggi, ma con una sottoscritta che non c’è più: “San pier d’Arena – via Balleydier – dallo stabilimento siderurgico omonimo”.

CIVICI: 2007 = NERI   = 7 → 15 (mancano  1→5 e 11→13). Nessuno pari

ROSSI = 29r →75r (mancano 1→27, 39→43, 47, 51→55, 63→71;  aggiungi 29Ar)

2r → 60r  (mancano 4, 14→26, 52, 56, 58; aggiungi 6A, 26AB, 28ABC, 52A)

Nel 1902 il Pagano segnala unica impresa esistente, quella di trasporti di Bianchetti Sebastiano, tel. 591 (presente ancora nel Pagano/21, assente nel /25). Nel 1910 , i limiti della strada erano via DeMarini a monte, e via Galata a mare; ed aveva già civici sino all’8 ed al 3. Il Pagano/1912 segnala in più l’esercizio di commestibili di Cabella Angelo¨ al 20r. Dal Pagano/1919 (tel.25-63) sino alla loro demolizione, facevano lato alla strada i Docks Liguri (nel 1940, società anonima con capitale versato di 4milioni e ‘già docks vinicoli’. Ancora nel 1970, era SpA con capitale di  £.  100milioni. Aveva vasto edificio adibito a magazzino e deposito per merci varie generali, estere e nazionali, tel. 41-178), con – sul colmo del tetto- delle gru poste su binari,  ed affacciantesi nella corte interna, attraversata dai binari ferroviari, i quali collegavano in modo diretto la struttura col porto allo scalo del ponte Morosini. Nel 1921 vi si apriva  l’esercizio pubblico della soc. Auto Trasporti (forse dello stesso Bianchetti del 1908). Il Pagano/1925 segnala al civ. 1  la filiale-succursale della soc.an.lubrificanti Ernesto Reinach (ancora presente nel P/1933) di Milano;— all’8r il garage (chiamato ‘scuderia’) dell’impresa trasporti  Canepa Stefano e figli (vedi v.CColombo 83);—  al 20r un commestibili di Cabella Angelo. Nel 1927 era di 4° categoria. Fino al 1933-4 era di 4.a categoria , e  congiungeva via DeMarini  con  via Pietro Chiesa. Nel Pagano/40 ci sono solo due negozi (osteria e fruttivendolo), due autotrasporti,  una soc. EVIA estr.veget, insetticidi; e al 19r i Docks Liguri s.a.

1940 – La carta evidenzia che la strada aveva lo stesso nome da ambedue i lati della salita alla Camionale

Nel Pagano/1950 è segnalata unica una osteria al 17-21r, di Costantini L.; non bar né trattorie. Nel Pagano/1961 leggiamo al civ. 50 la casa di spedizioni Lanati & C.; due osterie, di Gualco e di Campominosi; 2 corrieri; un riparat. auto, gommista, riscaldamento, saldatore e rigattiere. Nel genn.1969, soppresso vico Chiuso, i suoi civici furono trasferiti a via Balleydier. Nel 1980, al civ. 3 ancora esisteva una edicola dedicata ad un santo non facilmente riconoscibile perché già allora abbandonata e sporca. Ancora nel 1991, si segnalava l’errore del nome sulla targa, lo stesso riportato nei libri di toponomastica editi nel 1953: Ballaydier. Infinita la storia della povera gente: nell’aprile 2004 quattro rumeni avevano ricavato – ovviamente senza permessi né diritti – uno spazio arredato vivibilmente, anche se precario. Presumibile il loro rimpatrio. Poi, la Romania entrerà nella comunità Europea con libera circolazione. Ancora in quell’anno, tutta una serie di imprese artigianali sono state intimate di sfratto essendo il terreno destinato a grandi progetti di trasformazione; collocate sulla strada sono una carrozzeria ed un elettrauto per mezzi pesanti chiamato ‘Elettrodiesel’; ma altrettanto è stato per imprese  più o meno grandi, sulle strade vicino adiacenti.Autrice dello sfratto è la cooperativa ‘il Promontorio’ che ha vinto l’appalto dei lavori in previsione del Piano Regolatore sia del Comune che del Porto per tutti i terreni dall’elicoidale alla Fiumara.  Si resta in attesa della realizzazione dei vari progetti che interessano la zona. Quali che siano nessuno avrà mai la poesia della Coscia tradizionale.

Civici

Proseguivano da mare verso monte i civv. 1, 3, 5  furono demoliti nel 1999.

nella foto: a sinistra il civ. 5; alla sua destra, il civ.3 il cui portone era sulla facciata a mare.

civ. 7: Nel settembre 2001 veniva comunicato  l’acquisto del palazzo, ultimo rimasto della via, di 5 piani, costruito nei primi decenni del 1900. A scopo demolizione il Comune, per la cifra di 750 milioni di lire (lo scarso valore commerciale è legato alla finalità demolitiva ed al degrado della zona) ha soddisfatto due problemi: pagare dignitosamente gli ultimi abitanti proprietari (dei dieci appartamenti facenti parte del palazzo, solo cinque erano ancora abitati) e liberare la zona alle ruspe. Con la sua eliminazione iniziata nel 2002, finisce un pezzo non da poco di storia: il rione Coscia.
civ.7A era divenuto tale nel 1969 quando la strada assorbì il civ.4 di via Chiusa (essendo stata quest’ultima soppressa).

Dedicata

Dei due fondatori si conosce assai poco: due fratelli,  Joseph Marie (1777-1857) e Jean (1779-?) Balleydier fréres, nati ad Annecy nell’alta Savoia allora italiana da famiglia notabile benestante (Le terre erano dei Savoia torinesi fin dall’anno 1041; in base ai trattati di Vienna fu confermata al re di Sardegna; ma in cambio dell’appoggio ottenuto nella 2a guerra di Indipendenza, egli dovette infine ricederla alla Francia il 24.3.1860); ed al nipote Luigi (1816-1891- figlio di Joseph M). I primi, assieme, avevano iniziato una attività siderurgica in località Settenex (Ginevra) ma avevano trovato difficoltà di rifornimento delle materie prime di facile approvvigionamento: un primo esperimento lo fecero in uno stabilimento aperto presso l’abbazia N. Dame de Tamié introducendo l’uso del carbone fossile preferito al carbone di legna, estraendolo a saint Jorioz. Ottennero dal re di Piemonte e Sardegna, il monopolio di fabbricare utensili di cucina ed altri piccoli oggetti di metallo.  Ciò malgrado, e malgrado la concessione di una miniera di lignite presso Cluses, la concorrenza iniziava ad essere forte e pesante per una piccola impresa. Si convinsero che localizzare simile impresa vicino ad un porto capace di facile approvvigionamento delle materie prime, fosse l’elemento necessario per avviare una produzione economicamente migliore e vantaggiosa. Individuarono nella zona della Coscia il luogo adatto (erano esigue anche le richieste fiscali del comune). Il 2 giu.1832 dal regio Tesoro del governo di Torino da cui dipendevano, in particolare dal Ministero Affari Interni furono (in pratica sovvenzionati) “autorizzati a trasportare dalla Savoia nel Ducato di Genova, in un locale sito in SPd’Arena nel luogo detto Coscia,  una fonderia in ferro di seconda fusione, per fondervi ghisa estera”; le clausole imposte furono: che entrasse in funzione entro la fine d’anno; usasse solo combustibili fossili; sottoporsi alle regole dettate dall’amministrazione delle miniere. Un documento della Prefettura Sarda con questa data, relativo allo “Stato di tutte le Ferriere e manifatture di ferro esistenti nei Comuni della provincia di Ponente” scrive esserci una ferriera «dal Lago» a Campofreddo (attualmente Campoligure) ed uno “Stabilimento di un forno reale per fondervi il minerale dell’Isola d’Elba gestito dai fratelli Ballendier” (sic).

piano della Coscia–progetto Angelo Scaniglia 1844 con la proprietà (case, fonderia, orti dei Balleydier). 

– in celeste, proprietà dei De Franchi
– strada Comunale centrale, poi via De Marini
– in verde, proprietà dei Balleydier (officina per fabbrica di ghisa, piazzale, abitazioni ed orto
– in nero, case private (dall’alto: Lancetta, Cipollina, Dellacasa (2), Favaro
– in rosso zone che il Comune vuole alienare per erigervi case

Sino ad allora, dai tempi antichissimi, il ferro era pressoché tutto importato dall’isola d’Elba, e veniva lavorato in forma artigianale: in forni a legna (fuochi detti catalani) e lavorati con magli di diverse dimensioni. Dalle 2mila t./anno del medioevo, alla fine del 700 era appena raddoppiato: 5mila t./anno, dovendo soddisfare il relativo fabbisogno locale (edilizia, navale). Nell’ottocento, al ferro si aggiunse la ghisa; apparvero le prime legislazioni nei confronti dell’importazione; iniziò il rinnovamento tecnologico (azionati da vapore, comparvero forni di ribollitura e laminatoi a cilindri; nel 1882 i forni MartinSiemens permisero fabbricare lamiere per le nuove navi a vapore. A metà 1800 la produzione ligure del ferro raggiunse il 40% di quella nazionale, arrivando alle 35mila t..

lo stabilimento a fine 1800

Essi crearono (una loro carta intestata precisa: “sul principio della strada Vecchia, vicino alla Lanterna”) il primo capannone a carattere industriale metallurgico-meccanico della Liguria superando fin da subito le modeste quantità di personale della numerosa presenza artigianale: con l’assunzione di cinquanta operai -i primi così tanti insieme in una zona prevalentemente artigiana o di piccole imprese (sapone,  candele, tessuti di seta, costruzioni navali)- fu costruito un corpo di fabbrica contenente un forno che usava come combustibile la lignite di Calizzano e di Cadibona, capace di portare a fusione il metallo ed ottenere in due tempi la ghisa (ferro e carbonio+silicio,manganese,fosforo, zolfo) con la quale si diedero alla lavorazione di oggetti ad uso domestico (utensili da cucina, fornelli, pentole, balconate ed oggetti vari semplici). Un altro documento all’archivio Comunale relativo al 1832 scrive ”stabilimento di un forno reale per fondervi il minerale dell’Isola d’Elba’ gestito dai fratelli Ballendier” (sic per il nome. Non fu la prima in Liguria: altre ne erano già in esercizio nel 1811 a Rossiglione, Masone, Ronco censite poi dalla prefettura sarda). Nel 1833 essi già consumavano 30mila rubbi di ghisa inglese, 10mila rubbi di coke (carbone vegetale) a cui si aggiunsero 18500 di lignite per la macchina a vapore; e si producevano 18500 rubbi di ghisa smerciate nel genovesato ed in Piemonte. Solo nel ‘39,  aprirono un forno a carbone coke (di provenienza via nave), capace di produrre la ghisa stessa  direttamente in unica lavorazione (permettendo la fabbricazione di opere di più grande impegno, come tettoie;  tubi per acqua e storte per gas illuminante; torchi per uva , per olio, e pasta; ruote idrauliche e verghe dentate; boe, ormeggi, mozzi di ruote per l’artiglieria, proiettili di ogni misura, mortai e tutto quanto si potesse formare fondendo il minerale), sempre conservando dall’inizio la doppia produzione, metallurgico (fonderia) e  meccanico (manifattura), che diverranno alla fine un tutt’uno produttivo (dalla fusione allo scafo, macchine utensili, ponteggi, ecc.). Già nella prima metà degli anni 1840  compare il nome dei fratelli tra quelli desiderosi di investire nel settore ferroviario, allora ai primi vagiti; ma già dimostra la versatile disponibilità manageriale nell’aprire officine adatte alla costruzione di materiale ferroso o quantomeno –nel caso ferroviario- di riparazione del materiale rotabile. Più tardi si ammodernarono con la presenza di due forni,  con manica di ventilazione, alimentata a sua volta da macchina a vapore da 8 cavalli (chiamata Kubilot, brevettata dal Balleydier stesso); questa permetteva ottenere in poche ore oltre 3mila chili di materiale e produrre strumenti sempre più complessi e difficili come macchine a vapore (rivoluzionando l’attività manifatturiera dei piccoli artigiani, specie nei tessili e carta; la difficoltà prevalente fu la mentalità genovese  riluttante ad accettare le innovazioni –di pensiero, costume e meccaniche dei ‘foresti’-) o ponti in ferro (uno anche sopra il Bisagno di fronte alla Porta della Pila: la struttura in ferro fuso fu elaborata dall’ing. Barbavera e realizzata in tre archi, appoggiati su pietre arenarie di LaSpezia (si vede in un disegno del P.D.Cambiaso,  ove ha però 5 arcate). Ed un altro, sospeso sopra lo Scrivia a Serravalle. Compreso il meccanismo di copertura mobile del tetto dell’ottocentesco teatro Politeama Genovese, su progetto di Nicolò Bruno nel 1874; e  la copertura di galleria Mazzini). Vennero premiati con medaglia d’oro all’Esposizione dei prodotti e delle manifatture nazionali, organizzata a Genova nel 1846 (nella motivazione, si fa cenno ai 49 articoli esposti e prodotti nella loro fonderia). In un elenco comunale del 1847, risulta nel borgo la solo loro presenza quale fabbrica di ghisa. Nel 1857 morì GiuseppeMaria. Subentra alla direzione il nipote Luigi. Al passaggio di consegne,  la fabbrica occupa 10mila m² di terreno, 350 operai, produce tubi, ruote, lampadari, macchine agricole (fabbricate e commercializzate) e proiettili. Ancora nel 1870 aveva 3-400 operai (una delle più importanti fabbriche del nuovo Regno), produceva macchine a vapore capaci di 20 cavalli, ‘pressoi idraulici’ (sic. Evidentemente –come poi anche la corte piemontese- ancora parlavano francese, essendo un francesismo di pressoir=pressa, torchio), ecc., utilizzando 3500 t. di materia prima. Risultano vi fossero occupati : anno 1833=40-60 operai con salario medio di L.3,20; 1846 =60;  1847= 59; 1857-8 = 180; 1866 = 350;  1874  = 300 (Fu in quest’anno, al restauro del Politeama dell’ing. Bruno che furono apposte ‘colonne e ringhiere della prima e seconda galleria, fuse nello stabilimento metallurgico dei Fratelli Balleydier di San Pier d’Arena alla Coscia’);  1876=280; 1890 = 400; 1896 = 250; con oscillazioni legate agli eventi bellici (e quindi alle commissioni statali), all’espansione della rete ferroviaria, all’agricoltura ed i suoi macchinari, alla partecipazione della trasformazione della marina, dal legno al metallo. Da questo nucleo iniziale di operai ed in questo torno di tempo, si iniziarono i grandi eventi di evoluzione sindacalistica, culturale e sociale  durati oltre un secolo a cavallo del 1900: le questioni dell’analfabetismo, dei salari, orari, rapporti ed accordi  con i padroni per conquistare gradino per gradino dignità, eque misure, salute e diritti (quando in quegli anni un agricoltore  percepiva 8 lire al mese, un operaio ne guadagnava 2 al giorno, una tessitrice 50 centesimi, una operaia in cartiera 60 cent. (che seppur iniziando l’orario alle due di notte in un sistema mai interrotto, erano ‘provvedute di lumi, alloggi e di lavoro sempre al coperto’); mentre una pigione di casa valeva 4 lire al mese per stanza). Non esistendo né banche né la mentalità del risparmio, tutti i guadagni dei bassi ceti venivano consumati in bisogni immediati, non solo necessari ma anche voluttuari tipo alcool, fumo (usavano i ‘sigarri’), gioco del lotto. Dei tre, fu Luigi (figlio e nipote dei fondatori) il più attivo in attività sociali ed per intraprendenza commerciale, perché il mondo imprenditoriale emergente favorì la sua generazione. Nato il 13.2.1816, fu socio palchettista del Modena nel 1857 quando se ne decise l’erezione; nel 1868 lo leggiamo nel consiglio d’amministrazione (assieme a R.Rubattino, al sindaco di Genova A.Podestà ed il conte Albini) della ‘società di colonizzazione per la Sardegna’ nata con la nobile finalità di valorizzare questa regione del regno; divenne anche sindaco (maire) di San Pier d’Arena negli anni 1875 (succedendo a N.Montano). Morì l’ 8 apr.1891, quando l’azienda era in piena espansione, occupando fino a 400 operai. Aveva dimostrato tenace attaccamento al lavoro; anche sul piano umano, riconosceva che preferiva lavorare in perdita anziché licenziare un solo dipendente. Quando avvenne la morte del direttore – evidente figura trainante – iniziò una lenta ma progressiva diminuzione produttiva aggravata dalle varie crisi del settore, anche internazionali. Don A. Miscio segnala un Ballaydier (con la ‘a’), Carlo; ma la successiva descrizione si sovrappone a Luigi: morto secondo lui il 9 (non l’8) aprile 1891 (seppur colti, anche i preti possono sbagliare nel dire messa, specie se presuntuosi); riferisce comunque che alle Grazie si svolsero le esequie con cerimonia avente “…l’aspetto di apoteosi, per dovere di ringraziamento ad un uomo benemerito per essere stato il primo ad introdurre in Italia uno stabilimento metallurgico e a dirigerlo secondo criteri di efficienza straordinaria e di grande giustizia, una giustizia che travalicava in umanità, in carità e in responsabilità insolite. Era un ottimo cristiano. Padre dei suoi  operai. Incapace di licenziare quelli che o per l’età e per indisposizione non erano più efficienti. Li teneva lo stesso. Si accontentava di quello che potevano fare. Li pagava lo stesso. A tutti gli operai che lo volessero permetteva prima del lavoro che potessero fare le loro devozioni in chiesa”. Una carta intestata del 1895, reclamizza “Fonderia in ghisa Stabilimento Meccanico – Balleydier Frères – Sampierdarena presso Genova“, con ovvio riferimento solo ai due fondatori, forse perché Luigi lasciò loro l’onore del nome aziendale. La diminuzione dell’attività (dal 1897)  divenne sempre più critica ed estremamente  labile negli anni a cavallo del secolo, e fu determinante la ricerca di essere assorbiti in altre imprese del settore. Dimostrativa  l’assenza, alla partecipazione della  grande festa dell’Esposizione colombiana del 1892. E nel momento particolare, fu la Wilson e MacLaren che parve  interessarsene: ma anche questa società però era già entrata in crisi, tanto che nell’anno 1900 era già stata a sua volta liquidata e svenduta (al banchiere privato Pietro Canzini) che nel 1903 delibera lo scioglimento e la cessione dei suoi impianti alla Balleydier. Dopo un anno di chiusura totale (nel 1903 –causa fallimento- lo stabilimento venne valutato 350mila lire, il macchinario ed il materiale 462mila, il capitale era 1,2milioni), ed a prezzo di drastici e duri licenziamenti l’industria fu rinnovata nell’estate del 1904 con l’apporto di pochi nuovi capitali  (2milioni, portato a 5,9 nel 1907) forniti da un gruppo di finanziatori genovesi compresi alcuni ‘grandi’ dell’industria (quali Giovanni Tassara, Rosolino Orlando, i fratelli Pastorino Carlo e Pasquale).    Questa boccata d’ossigeno le permise di durare qualche anno, di fondersi e confluire con i vecchi impianti della Wilson-McLaren in una nuova gestione chiamata  “Società italiana di fonderie in ghisa e costruzioni meccaniche già Fratelli Balleydier” che fece conoscere ai tre stabilimenti ancora alcuni anni di impulso produttivo, usufruendo di commissioni  ricevuti dalla marina militare e dalle ferrovie, a margine dei grandi e complessi interessi e legami del trust siderurgico-cantieristico. Ma già nel 1907 (l’aumento del capitale programmato non fu attuato ed il capitale fu diminuito per assorbire il deficit), dei 350 operai praticamente tutti vennero licenziati (Doria scrive da 410 del 1908 a 127 del 1911) e -con il varo di un ultimo rimorchiatore in commissione-, nella primavera del 1908 praticamente cessò qualsiasi attività (il Gazzettino Sampierdarenese dice assorbita dall’Ansaldo) al punto che nel 1911 aveva accumulato debiti per circa 8milioni e perdite per 3milioni. Nel 1914 scrive Doria ancora esistere con un capitale  ulteriormente ridotto a circa 1,5milioni, forse relativo solo ai beni immobili e non al lavoro produttivo. L’esplosione della prima guerra mondiale determinò una ripresa dell’attività con le commesse belliche, che però non ebbe la forza di sussistere appena stipulata la pace. Furono i primi ad inserirsi nel borgo di San Pier d’Arena fino ad allora votato all’artigianato; e furono seguiti a breve da altri industriali impegnati nella metallurgia, come Robertson, MacLaren e Wilson,  Taylor e Prandi; portarono per circa 100 anni, lavoro e prestigio che per San Pier d’Arena venne riconosciuto col fatidico ed insieme disastroso per l’ambiente, titolo di ‘Machester italiana’ .   Innumerevoli furono le piccole aziende metallifere, autonome o dipendenti per lavori accessori. Tra tante nella zona della Coscia, un documento datato 2 aprile 1961 contenuto nel faldone n° 489 dell’ASC, segnala la presenza di un opificio per la cappellazione del piombo argentifero, con caldaie e ciminiera per vapore, gestito dai sigg. Massone Lorenzo e Musante Giuseppe, eretto in terreno Bodda Saccomanno, sito “in regione Coscia, dalla Cappella di S.M. del Primo Quartiere in luogo isolato, a lato della strada ferrata a cavalli e nell’alto dei sig. Balleydier”.

BIBLIOGRAFIA

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non citati da 

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