Barabino (piazza)

BARABINO                          piazza Nicolò Barabino

Targhe: S.Pier d’Arena – 2717 – piazza – Nicolò Barabino
Piazza – Nicolò Barabino – già piazza G.Bovio

Quartiere antico: Coscia

da M.Vinzoni del 1757. L’asse verticale: in giallo

mappa del 1887 con progetto della piazza
villa Spinola e via GDCassini; celeste via San Pier d’Arena; nell’area divenuta di proprietà Pallavicini
rosso l’asse via Buranello – via di Francia.

N° IMMATRICOLAZIONE: 2717
CODICE INFORMATICO DELLA STRADA – n°: 03840
UNITÁ URBANISTICA : 26 – SAMPIERDARENA
28 –SAN BARTOLOMEO
CAP: 16149
PARROCCHIA: s.Maria delle Grazie

Storia: la piazza nacque in terreni che nella carta vinzoniana del 1757 appaiono essere di proprietà dei Grimaldi e Spinola, i quali avevano le ville sulla strada Centrale (oggi via L. Dottesio). Si formò pochi anni prima del 1850, quando fu eretta la lunga muraglia del treno, assieme alla via Vittorio Emanuele (oggi via G.Buranello) la quale, a est della piazza proseguiva diritta sino a Largo Lanterna: l’incrocio tra la vecchia strada della Marina e la neonata via Vittorio Emanuele creò questo vasto slargo. Inizialmente, e fino al 1935, la piazza fu intitolata a Giovanni Bovio – e come oggi, collegava a Y via di Francia con via Vittorio Emanuele (via G.Buranello) e con via C.Colombo (via San Pier d’Arena). Fu nominata al pittore, con delibera del podestà del 19 agosto 1935. Ospita il monumento al pittore, scolpito da Augusto Rivalta (1837-1925). Eretto dapprima nei giardini (ora Pavanello) davanti alle scuole elementari che inizialmente erano state intitolate col suo nome (poi divenute A.Cantore); ivi fu inaugurato il 30 ott.1905 alla presenza dei reali d’Italia. Fu pagato con contributi volontari, raccolti da parte delle varie associazioni e la partecipazione di tutta la nazione. Rimase nella primitiva sede sino oltre il 1922; e trasferito in questa ultima, non viene riferito quando.
Alla base, la semplice e scarna scritta “a Nicolò Barabino 1832 – 1891“. Poche parole, come usa qui.

La piazza, così abbellita, per anni rappresentò uno dei cosiddetti ‘salotti buoni’: vi si aprirono eleganti caffè e negozi, e divenne punto di incontro per poi passeggiare in città o scendere al mare ai bagni. Ma la realtà, seppure un pò esagerata, è quella scritta da don Miscio “la piccola piazza e il monumento sono oppressi da una montagna di palazzi, di grattacieli, di vie che rendono il luogo irriconoscibile, soffocato e angusto, quasi vergognoso il monumento di aver avuto l’ardire di farsi ergere e costruire in quel posto, all’incrocio di una strategia di strade, di svincoli, di costruzioni, veramente impressionante”.
Negli anni 1960 circa, un anonimo ladro rubò il pennello di mano al pittore: il fatto fece scandalo e sdegno, ma per trent’anni il pittore rimase senza; rifatto il pennello, fu di nuovo rubato. Fu definitivamente rimesso a posto nel 1992 (ricostruzione sponsorizzata da una banca, ed affidata allo scultore prof. Cesare Alfieri, insegnante all’Accademia delle Belle Arti).
Sul lato mare, una lapide ricorda Romolo Pensa (vedi): “(stella partigiana) – alla memoria – di – Romolo Pensa – partigiano della IV Brigata Mazzini – qui – ucciso dai Tedeschi il 30 settembre 1943 – l’A.N.P.I. – nel ventennale della Resistenza”.

Struttura: ai limiti occidentali dell’antico quartiere della Coscia, compresa tra via di Francia, via Giacomo Buranello e via Sampierdarena. Lunga 37 m; larga da 18,20 a 25,20 m; ed ha una pendenza dell’1% .

Civici:
2007=UU26= NERI = 2 → 10
ROSSI = 2r→ 66r ( escluso 52→56)
UU28= NERI = 1→ 7
ROSSI = 1r→ 49r (compreso 37A)
LATO A MONTE
1-3, una trattoria che nel 1950 era di Giordano R.
civ.25-27r, una trattoria“Paolo”, che nel 1950 era di Corana Sacchi ‘Paolo’
via D.Cassini
sul marciapiede, c’è il chiostro del giornalaio
civv. tutti chiusi (al 41r =c’erano dei cessi; 47r=pelletterie)
civ 45r orologeria Tartari
civ. 49r clinica dell’accendino = laboratorio artigianale in un piccolo bugigattolo sotto le arcate. Ne è titolare Cavanna Angelo che nel 2010 ha 88 anni
finiscono col civ. 49r, quando iniziano con civ.1r quelli di via Buranello
LATO A MARE
civ. 2, prima dell’insediamento per lunghi anni di un mobilificio, era deposito di carubbe, frutto molto usato per nutrire i cavalli: per questo la zona allora veniva chiamata popolarmente “dai carubbê”.
14r negli anni 1970-2010 ta trattoria “da Munsù” – cucina sana, specialità ravioli
38-40r il bar caffè, nel 1950 di Bertorello L.
Nel Pagano 1940 si registrano civici neri da 1 a 5; e dal 4 al 10. 37 civici rossi con: 3 osterie, 4 bar, 3 bottiglierie; e trattoria, sarta, latteria, sellaio, 2 pane, 2 falegname, 2vetraio-vernici, 2 parrucchiere, 4 calzolaio, officina, carbone, banco lotto, pollivendolo, mercerie, poste e telegr., fruttivendolo, orologiaio, stiratoria.
Nel 1950 vi si aprivano 5 bar-caffé: 31r di Lovisolo Carlo; 38.40r di Bertorello L.; 39r di Caviglia F.; 43r di Boccardo A.; 64.66r (ed anche 2r di via GBuranello)di Suardi M. ‘bar Manin’ ; 4 osterie : 14r di Ferrando ved. Ferrero; 18r di Colli Irma; 42r cantine Stradella di Torretta Maria; 54r di Comuzzi Gemma; 2 trattorie : 1.3r di Giordano R.; 25.27r ‘Paolo’ di Corana Sacchi.
Nella trattoria ‘Rosetta’ che nel Pagano/50 non c’è, in nessuna via, né di Genova né delle delegazioni), nel 1951 nacque (su idea di Rolla, Negro e Gaggero) -quale ramo ciclistico della US Sampierdarenese ’46-, la soc. “Pedale Sampierdarenese” –che, quando meglio strutturata, cambierà sede andando in via Daste. Raccolse in quindici anni di vita numerose vittorie, da campioni anche a livello nazionale. Cessò le attività nel 1967 circa.
Nel 1956 fu demolito il civ. 10 , che fu ricostruito nel ’58 col n° 10a
Nel 1961 il Pagano ricorda civici neri fino al 7 e 10; e rossi fino al 49 e 66. La vitalità dell’ambiente era dimostrata dalla varietà dei negozi, mirati a tutti gli usi e necessità: 2 trattorie (Giordano all’1; Corona e Sacci al 25); latteria, sellaio, mobili (Bartolozzi all’8), panificio, cicli (Brolis al 13); 2 osterie, 2 parrucchieri, calzolaio, banco lotto, colori, 5 bar (ai civv. 31 Squillari, 37 Caviglia, 38 Bertorello, 43 Boccardo, 64 Manin di Suardi), friggitoria, merceria, fiori, orologiaio, ombrellaio, motocicli, soc. assicurazioni (Reale) e soc. costruz.meccaniche.
Negli anni ‘91 si descrive che i lecci malati vennero sostituiti con platani; un bell’autosalone ebbe vita breve; una bancarella di cocomeri e cocco rimase come ornamento fisso per qualche anno; il giornalaio lì da anni, dovette difendersi dai ladri e dal vespasiano retrostante; mentre i viaggiatori dell’AMT aspettavano una pensilina coperta ed il monumento ancora il secondo pennello.

Dedicata al pittore sampierdarenese, la cui data di nascita appare controversa: (Rocchiero, deciso, dice il 13 giugno 1832, come la targa sulla casa natale, e come anche Encicl. Liguri Illustri. e Biavati Marasco Rizzo – pag  234 e Arvati – pag.93 e Tuvo, Campagnol – pag.94; e Medulla  Bruno: il 14 giugno;  Gente di Liguria e Guida Sagep: scrivono 15 giugno 1832; Vigliero pag. 106 e Bottaro Paternostro – pag.367 dicono: il 14 luglio 1832;- Novella dice solo 1831;-  il prof Giuseppe Isola (suo maestro – sul numero unico ‘Genova-Iberia’ uscito per beneficenza nel novembre 1891 subito dopo la sua morte) dice: 15 giugno 1831;- Lamponi tout court 1832 senza data) Primogenito di undici figli di un sarto e di una cucitrice (Gaetano e Luigia Traverso, originari di Traso); abitavano al secondo piano di via C. Colombo 77 (attuale via San Pier d’Arena, civ. 99/2, ove è posta una lapide ricordo) e fu battezzato alla Cella (certificato scritto in latino “Barabbino Nicolaus Antonius”). Fu costretto ad abbandonare la scuola (alla 2a.elementare) per aiutare il padre in bottega, seppur questi fosse un lavoratore, di carattere burbero, autoritario e severo, ma che non si risparmiava per combattere l’indigenza di una famiglia così numerosa. Per le sue qualità, e sollecitato dal generale F. Marabotto cliente del sarto, fu autorizzato ad iscriversi a 12 anni all’Accademia Ligustica di Belle Arti a Genova, ove nel 1850 espose alla Promotrice di belle Arti la sua prima opera ‘Agar nel deserto’ e riuscì a distinguersi ben presto su tutti, guadagnando premi ed encomi, ma soprattutto la stima del prof. Giuseppe Isola (pittore di corte dei reali, tenace assertore dell’ortodossia accademica, solo fugacemente e moderatamente aperto al nascente romanticismo) che lo ammise a perfezionarsi nel suo studio privato. Per dodici anni di tirocinio eseguì il tragitto da San Pier d ‘Arena a Genova e ritorno a piedi, pur di stare a lavorare ore ed ore al cavalletto. Completò in quegli anni il primo esordio pubblico con un grande lavoro ad olio: il gonfalone del Santo Rosario per la chiesa della Cella (1854, a 22 anni; traendo a modello uno stendardo di Pellegro Piola presente in Accademia). Vincitore (1857) su tutti, al termine del corso dell’Accademia ( si racconta l’episodio della sua tela , squarciata da ignoto collega invidioso a due giorni dall’esposizione finale: lavorando indefessamente rifece da capo il quadro e vinse), ebbe il premio legato al lascito Durazzo: ovvero mille lire per tre anni, con la possibilità di recarsi presso l’Accademia di Roma come voleva la commissione del concorso onde completare gli studi sui grandi maestri del rinascimento (allora si chiamava “pensione”, dedicata da Marcello Durazzo al migliore; lui volle dividerla con Francesco Semino classificato secondo, altrettanto povero economicamente; e questi da allora, rimase suo prediletto aiutante per molti anni. Unico perplesso era il padre, se da un lato felice, vedeva allontanarsi il più grande dei figli da cui sperava un sostanziale aiuto). Dopo un anno di soggiorno a Roma, non ancora capitale nazionale, preferì negli ultimi mesi del 1858 prendere dimora definitiva a Firenze in piazza Donatello 8 (una targa dice «qui ebbe la casa e lo studio Nicolò Barabino genovese di nascita fiorentino d’elezione pittore eccellente che nelle grandi composizioni storiche e religiose continuò con novità di sentimento la tradizione dei maestri. All’antico presidente e collega amatissimo, il Circolo degli Artisti, q.m.p. il XIX Novembre MDCCCXCI»), in un ambiente pre-dannunziano perché ricco di tende, tappeti esotici, animali imbalsamati, pelli di volpe e di tigre, scanni e mobili classici, vaso di Sèvres e coppe e piatti originali. Qui dipinse ed inviò all’ospedale di san Paolo di Savona l’ancona commissionata dal marchese DeMari ed intitolata ‘Consolatrix afflictuorum’ da porre nella cappella: il risultato di questa opera fu che la pensione Durazzo gli fu prolungata di altri tre anni per meriti artistici sempre rigorosamente tradizionali (proprio nel periodo che Firenze diveniva capitale d’Italia). Divenne anche presidente del circolo Artistico locale. Frequentando l’ambiente del caffè Michelangelo aperto a tutti gli artisti, entrò in contatto con tutte le nuove correnti dell’arte. Così, seppur disponibile alla scoperta fin dalle prime istanze vivacemente cromatiche dei Macchiaioli – dai quali fu attratto e professionalmente legato, ma dai quali prese solo l’oggettività dell’interpretazione non presente nella scuola avuta a Genova – rimase fedele alla pittura tradizionale (retaggio della grande decorazione secentesca e della cultura del romanticismo storico e del sobrio accademismo), anche se non rimase estraneo al fascino dell’arte del napoletano Morelli, ed alla cultura verista fiorentina. Nel 1864 fu nominato accademico di merito della Ligustica genovese.  Dalla residenza toscana, frequenti le ‘puntate’ di rientro a San Pier d’Arena ove probabilmente mantenne uno studio avendo occasione di dipingere il sipario del Modena (1857, un’enorme tela di 120 mq. (D’Oria dice 140), rappresentante 50 grandi personaggi raffigurati in grandezza naturale, ed altrettante figure allegoriche, tutti esaltanti l’Ariosto, tutti idealmente collocati in grande sala del palazzo Ducale); per la chiesa della Cella affrescare sulla volta la storia di San Martino (1864), nonché dipingere poi la famosa Madonna dell’Olivo (21 ott. 1884: intitolata ‘quasi oliva speciosa in campis’; (la prima, detta ‘delle arance’ fu acquistata dalla Regina Margherita e portata a Racconigi, poi donata ad altri; una terza – 1888 – Madonna omonima ‘delle arance’ ma in formato ridotto fu dipinta commissionata dal banchiere Giuseppe Rossi, conoscente del pittore); ==oppure frequentare i caffè di piazza V.Veneto, la società Universale (a cui donò un olio rappresentante lo storico emblema “l’allegoria della Libertà –1887, vedi in via Carzino, all’ Ass.O.Universale di M.S.), la “compagnia dei celibi” da lui stesso fondata e che serviva per piacevoli trattenimenti conviviali, tra i quali viene ricordata la frequentazione alla “Piccola Grotta” di Sestri; per affrescare a Rapallo 1866, a Pegli 1867, a Santa Margherita 1869, a Sestri, Camogli e Staglieno 1871, a Genova 1872 e 1876. Divenne consigliere municipale per volere plebiscitario (datata 4 ottobre 1884 una lettera al sindaco di San Pier d’Arena, dichiarandosi favorevole all’acquisto di villa Scassi); ed una volta anche co-presidente, nell’opera di soccorso ed assistenza nell’epidemia di colera del 1884 – abbandonando momentaneamente l’affresco nell’ospedale di sant’Andrea-, e meritando nell’occasione la croce al merito civile.
Nel 1880, alla grande mostra di Torino, il suo “Galilei ad Arcetri” ottenne il primo premio, ex-equo con opere di altri pittori. Divenuto figura di primo piano nella pittura italiana del secondo ottocento, negli anni ‘80 fece anche numerosi viaggi all’estero (Parigi 1880, Spagna 1883, Belgio, Olanda ed Inghilterra 1889).
Innumerevoli sono le sue opere, tutte di alto prestigio, ora in collezioni private oppure a Genova: nel 1882 affrescò nel palazzo Orsini; e poi nel palazzo Celesia e Pignone (in quest’ultimo dipinse quattordici figure allegoriche); il Comune gli affidò la decorazione con allegorie di due stanze nel palazzo Tursi: una sala dedicata alla memoria della duchessa di Galliera (la Munificenza, la Carità, la Pace, nonché dei putti nelle due sovrapporte) e l’altra della signora Tollot (Genova vincitrice e le colonie soggette, la Geografia, la Nautica), al santuario di Montallegro, sulla facciata di Santa Maria del Fiore a Firenze, ed altre chiese e teatri. Delle sue numerosissime opere, sono prevalentemente da ricordare quelle diffuse in Liguria, a Firenze (anche agli Uffizi), in Inghilterra.
A Firenze, lo studio fu visitato dal sovrano Umberto I (che lo nominò -motu proprio-commendatore dell’ Ordine dei SS.Maurizio e Lazzaro), da Augusto Rivalta (che scolpirà il monumento per lui), da Signorini, Lega ed altri grandi artisti con i quali spesso avveniva, per stima, reciproco scambio di disegni e tavolozze.
Morì a Firenze, cinquantanovenne, nelle prime ore (Roscelli scrive due ore diverse: alle 01,30 circa a pag. 78; alle 03,00 a pag. 284) del 19 ottobre 1891 (Vigliero scrive erroneamente 15 giugno), pare a causa di rottura di un aneurisma (Biavati scrive di infarto); ebbe il tempo di avvertire il malore e di chiamare la portinaia: ella prestò le prima assistenza e face accorrere un medico che però fu impossibilitato ad aiutarlo.
Stava ultimando una grande tela raffigurante la “morte di Carlo Emanuele I di Savoia” commissionata ed acquistata dal re Umberto I e donata alla città di Genova; ora a Nervi nella galleria d’Arte Moderna; solo la figura del duca era completata, in poltrona, rivestito da un manto regale, in attesa di partecipare con i sacerdoti che gli portano il viatico (il duca era un soggetto di carattere ambizioso e testardo, con forte desiderio di espandere le sue proprietà – ed oltre le terre limitrofe anche conquistare lo ‘sbocco al mare’ invadendo la Repubblica di Genova – vide alla fine coalizzate contro di sé le nazioni che lui stesso aveva tentato di ‘usare’ per i suoi fini: Spagna, Francia e Germania. Convergendo su tre direttrici, esse obbligarono il Duca a ritirarsi a Savigliano ove in soli tre giorni di profonda amarezza spirò il 26 luglio 1630. Questo quadro fu per l’artista causa di conflitto logorante, crucci ed ansie, durati 11 anni di studi e ripreso nei giorni precedenti la propria morte con l’angosciante soggettiva sensazione di aver fatto ‘una porcheria’. In particolare, sull’espressione da dare alla morte imminente faceva frequenti ricerche espresse in più bozzetti diversi e lunghe pause riflessive, onde renderlo più aderente alla realtà sulla base dell’ordinazione ricevuta a comporlo, da parte di Umberto I: questi gli aveva detto “non dubito me lo farete bello come il Galileo in Arcetri”; così Barbino non solo cercò di superarsi e malgrado l’opera sia non perfettamente terminata, certamente riuscita fu l’immagine del Duca, raffigurato ormai agonico, in attesa solenne del momento fatale, offeso dal tormento della sconfitta e dalla consapevolezza della vita che si spegne contro il suo volere in un momento in cui non aveva la forza di reagire). L’ultimissimo lavoro disegnato a mano fu una litografia: una bimba che guarda la palla tenuta in grembo. Post mortem, per volere del sindaco toscano, fu iscritto all’Arciconfraternita della Misericordia fiorentina, che provvide al funerale. Il 21 sera fu letto il testamento: lasciò ai parenti stretti (ai fratelli Salvatore, Giuseppe, Angelo, Teresa; nonché al nipote Giuseppe Romairone figlio di Serafina il quel tempo già defunta) tutto il materiale dei due studi (uno fiorentino in piazza Donatello inventariato dal notaio Nencioni: quadri finiti, bozzetti, cartelle di disegni, cartoni e spolveri, nonché abiti da posa da frate, da monaca, da vescovo, da soldato romano, spagnolo ecc) ma con la clausola che “nel caso venissero a lite tra loro ed entro un anno non si fossero accordati, dispongo che metà dell’eredità passi a beneficio dell’ospedale civile di San Pier d’Arena e si costringano gli eredi a restituire quanto si fossero già divisi fino alla concorrenza di essa metà. Sia dunque pace a tutti “. Lasciò poi in testamento un piccolo dipinto all’Accademia raffigurante la testa di una bimba, studio per l’affresco a Tursi; diversi legati ad asili d’infanzia ed all’ospedale di san Pier d’Arena; vari ricordi a molte società. Raccomandò funerali modesti (che però riuscirono solenni) e – pare – religiosi visto che i parenti chiamarono i sacerdoti: le esequie furono in chiesa anche se è pressoché sicura la sua appartenenza alla massoneria Si scrive che con tale appartenenza sarebbe esistito un forte veto a cerimonie religiose; la loggia massonica che doveva intervenire ufficialmente e pomposamente con bandiere e simboli ritenne opportuno non apparire apertamente ed accettò non imporre la presenza, evitando uno scandalo. La sua iscrizione alla società e l’essere stato apertamente mazziniano, era fonte anche di critiche indirette e di parte alla sua arte, rilevando da alcuni critici che solo i giornali liberaleggianti lo elogiavano in misura superiore al suo vero valore, e che un pesante difetto di fede lo portava e dipingere le sue Madonne in modo che fossero molto belle ma troppo donne, e che troppo spesso nei quadri eseguiva sceneggiature sottintendenti uno spirito antireligioso (come ad esempio proporre i religiosi come i ‘nemici’ dei soggetti). Per il carattere modestissimo, schivo e caritatevole, mite di animo, preciso e meticoloso nel lavoro, e per le sue mirabili capacità artistiche, (caratterizzate da un temperamento forte, una esigente precisione raffigurativa -innovativa per i tempi in cui operò, ma purtroppo altrettanto rapidamente travolta dall’evolversi dei gusti e dei tempi-, che però -lui in vita- gli valse la fama di essere Maestro dei Maestri) ebbe, allora, il compianto universale: Firenze gli tributò i massimi onori; per treno la salma fu trasferita a San Pier d’Arena dove il Consiglio comunale aveva già deciso un lutto cittadino con bandiere a mezz’asta sugli edifici pubblici, manifesti murali, rappresentanza inviata a Firenze, ed a spese comunali le onoranze e posto cimiteriale nonché un monumento in bronzo da erigere in città (fu commissionato poi allo scultore Augusto Rivalta) alla memoria eterna del suo più stimato figlio; i giornali cittadini gli dedicarono intere pagine (Il Secolo XIX, il Caffaro, il Corriere Mercantile la prima pagina; il Cittadino e l’Eco d’Italia pagine interne); la Soc. Operaia Universale alla riunione partecipata da 1200 soci decise la scorta da inviare a Firenze e tre mesi di lutto societario; il re attraverso il ministro Rattazzi, inviò al Municipio un telegramma mentre la regina aveva ordinato una corona di fiori a Firenze. Artisti francesi aderirono al lutto con un telegramma, riconoscendone la statura europea. I funerali eseguiti nel pomeriggio di venerdì 23, furono testimonianza dell’amore e del rispetto che la città gli offriva: un imponente corteo con tutte le massime autorità, deputati, rappresentanti della real casa, accademici delle Belle Arti, ma soprattutto le scuole, gli operai, tutto il mondo cittadino si fermò per onorare le spoglie, che furono tumulate alla Castagna, onorate da un monumento, opera di Pietro Roncallo. Il Secolo XIX dedusse che il motivo di tanta partecipazione, andava letto nel fatto che gli oscuri popolani si sentivano rappresentati da quell’”uno di loro” che si era elevato a ranghi eccelsi, senza perdere lo spirito spontaneo tipico delle persone semplici, onorando così la classe sociale nella quale era nato e che non aveva mai rinnegato.
Dopo così enfatico addio alla salma (discorso del sindaco Dall’Orso al cimitero, e di cento altri nelle più varie sedi come all’Accademia e nei circoli artistici), salvo qualche lampo – fugace e scarsamente incisivo -, il pittore fu abbandonato ad ingiustificabile ed inesplicato oblio; da una prima mostra nel 1892 nel IV centenario colombiano, si salta al 1932 in occasione del primo centenario della nascita, nel palazzo Ducale; per passare al 1967 e finire al 1976 con due mostre a carattere locale. Viene comunemente classificato uno della triade dei massimi pittori genovesi dell’Ottocento (con Rayper e Merello), ma dei tre, il meno forte ed il meno grande: perché, pur possedendo uno stile di pittura innegabilmente personale, fu l’ultimo esponente di una pittura tradizionale in un periodo di incandescente e fervente rinnovamento pittorico a cui non volle partecipare; e quindi, seppur ricco di allievi, a loro non poté fornire alcunché di durevole o di particolarmente originale. Quando il pittore morì, la pittura europea aveva già compiuto passi in avanti giganteschi (il Merello, allora ventenne, poté poi assorbire e maturare queste innovazioni, raggiungendo affermazioni senz’altro molto più trionfali). Fu il Delogu ad iniziare il ricupero dell’immagine e del valore del pittore, la cui fama però è rimasta limitata e locale. Alla mostra effettuata nel primo centenario della sua nascita 1832-1932, furono esposte 135 opere:
(abbreviazioni: bxa=bozzetto per affresco; ost=olio su tela; osc=olio su cartone; ostav=olio su tavola; altezzaxlarghezza; P=proprietà: GAM=Galleria Arte Moderna; dei fratelli: Ar= Armando; Ac=Achille; rag. Salvatore Nicolò; Secondo; MSvB=Mary (in Serra poi vedova); ABvB=AngelaBarabino ved. Biagi; IBT=Ida in Tardini; LPB= cognata Luisa Pesce mg di Salvatore Nicolò
– ritratto di Angioletta Barabino (ost, 046×034, P=ABvB) – L’apparizione della Madonna della Lettera a san Domenico (1862; bxa in chiesa di San Giacomo di Santa Margherita Ligure; ost, 044×045 P=MSvB) – 2 Studio di testa (ost 049×037; ost 049×038; P= Guido Sanguineti) – Folchetto alla corte del conte del Balzo (1858-b.per sipario teatro SestriP; ost 058×080; P=Francesco Boccalandro) – La consacrazione della s.Ostia (1867, bxcappella DurazzoPallavicini a Pegli; osc 047×038 P=MSvB) – La perugina (ost; 061×044; P=MSvB) – Ritratto di vecchio (ost; 059×046; P=LPB)—Testa di donna (ost; 082×043; P=GiuseppeRomairone)—Donna con pensiero (ost; 046×037; P=ABvB)—La primavera (ost; 081×041; P=MSvB)— Testa di giovinetta (ost; 057×044; P=AcBarabino)—Ciociara (ost; 063×047;P=Francesco PuccioPrefumo)—Allegoria dello SpiritoSanto (ost ovale, 053×042; P=AcBarabino)—Testa di donna (ost, 044×037; P=StefanoRebaudi)—Testa virile (ost; 041×031; P=ArBarabino)—Minolla (sic) (ost; 055×042; P=FP.Prefumo)—Minollo (ost; 055×042; P=FP.Prefumo)—Donna con mesero (ost; 057×044; P=IBT)—Testa di moro (ost; 054×041;P=ABvB)—Dignitario Fiorentino(studio per PierCapponi; ost; 055×042; P=Giuseppe Romairone)—Trionfo dell’Amore (bozzetto; ost; 053×066; P=LPB)—Madonna del Rosario tra i santi Domenico e Teresa (1874-5; bozzettoxpala altare chiesa Immacolata.Ge; ost; 063×050; P=GAM)
—Fregio allegorico (1878; bozzetto non eseguito; ost; 04×1,30; P=AnBarabino)—L’adorazione dei Magi (1869-70; bxa chiesa SMAssunta di Camogli; con dedica “a mio fratello SalvatoreNic.Barabino 1871”; ost;062×046; P=LPB)—Le nozze di Cana (1869-70; bxa chiesa precedente; dedica “a mio fratello AnNBarabino 1877”; ost; 062×050; P=IBT)
—Trionfo d’amore (1876; bxpalazzo Orsini; ost; 050×063; P=NicBarabino)—Studio di testa di frate (ost;047×036)—Martirio di sAndrea (1884-5;bxa ospedale sAndrea della Duchessa; ost; 045×055; P=ABvB)—Balia che allatta (ost; 086×054; P=NicBarabino)—Ritratto di Sarah Bernardth (ost; 064×042; P=SecondoBarabino)—Ritratto di bambina (ost; 069×042;P=ABvB)—Figura femminile in grigio-nero (1879; ost; 081×042; P=GRomairone)—I vespri siciliani (1873-4; bxa palazzo Celesia; ost; 024×032; P=FPPrefumo)—Trionfo della scienza (1877; bxa palazzo Orsini; ostav; 030×044; P=AnBarabino)—Studio di testa (ost 045×035; P=MSvB)
—Galileo in Arcetri (1880; bxa palazzo Orsini; ost; 035×046; P=SecBarabino)—La nutrice (ost; 081×042; P=AcBarabino)—Colombo deriso (bxd palazzo Orsini; ost; 043×059; P=ABvB)—La nutrice (ost; 059×040; P=IBT)—La munificenza (1889; bxa palazzo Tursi; ost; 065×083; P=NicBarabino)—sAndrea in gloria (1884-5; bxa chiesa ospedale della Duchessa; ost; 1,46×080; =SecBarabino)— sFrancesco d’Assisi (1891; osLegno; 042×025; P=AcBarabino)—sFrancesco d’Assisi (1881; ost; 081×041; P=GRomairone)
—Monaca che legge (ost; 038×036; P=AcBarabino)—La fine di Saffo (1890; ost; 049×029; P=NicBarabino)
—La morte di Bonifacio VIII (1866; bx ost; o16x026; P=FrancescoBoccalandro)—Orfeo (1891; bozzetto x ostav; 014×023; P=IBT)—La flagellazione (1874-5 bxpala altare Madonna Rosario in chiesa Immacolata Conc.; ost; 014×016;P=conteFPPrefumo)
— Chierico (studio per ‘CarloEmanuele’1890-1; ostav; 030×021; P=FPP)—Testa di vecchio (ostav;033×024;P=IBTardini)—Paesaggio (oscart;033×024;P=NicolòBarabino)—La domenica della Palme (1891;ostav; 032×023; P=NicolòBarabino) —Figura di bambina (1890; studio per ‘Munificenza’;ostav;038×017;P=GRomairone)—Il malato (1890; bxMunificenza; ostav 038×017; P=NicolòB)—Studio di testa muliebre velata (ost; 037×032; P=GAM)—Donna nuda (ost; 028×019; P=GAM)—Il tempo e le ore (1860;bxsoffitto CFelivce; ost; 017×037; P=GAM)—Il sacco di Roma (b. ost;019×030;P=GAM)—Studio di figura muliebre (ost; 021×015;P=GAM)—
Venere (ost; 015×027; P=GAM)—La Perugina (1878; ostav;028×020; P=GAM)—Profeta (1870; bxaffr Chiesa Sestri; con dedica«all’egregio dottore Sig. Fed.Debarbieri ricordo Nic.Barabino 1873»; 041×030; P=GAM)—L’Alhambra (1880; ostav;023×032; P=dr Bartolomeo Pellerano)—Incontro di Dante con Matelda (1877; ost; 032×050; P=GAM)
—Testa di bambino (ost;048×038;P=ALigusticaBArti)—Archimede (1882 (b.;ost;054×036;P=museo RevoltellaTrieste)—VittorioEmanueleII (1861; ost; 2,24×1,32;P=museo risorgimento); Madonna dell’ Olivo (1888; ostav; 022×041); ritratto della madre (ost; 048×035; P=SecondoBarabino)—La Munificenza (b; ostav;037×018;P=Stefano Rebaudi)—Studio di bambino (ost;045×034;P=NicolòBarabino)—Studio di testa (ost; 045×035;P=NicolòBarab)—La Libertà (ost;ovale;1,12×093;P=Universale)—Ritratto di bambino (ost; 1,37×086; P=Tito Pignone)—La signora spagnuola (ost;ovale;061×048;P=Luigi Gainotti)—Testa di frate (studio x colombo; ost;045×035; P=Costantino nitti)—Frate domenicano (st.xColombo; 1887; ost; 043×037;P=F.PPrefumo)—testa di chierico (ost; 046×035; P=MSvB)—Studio di testa (ost; 046×035; P=Nicolò B)—La morte di CarloEmanueleI (ost;2,53×3,76; dono di UmbertiI al Comune; P=GAM)—La Fede “le Corporazioni” (1885-7; telaxmosaico lunetta in SMariaFioreFirenze; ost; 2,30×2,90; P=deputazione su Opera sMaria dFiore)—Gesù tra i santi patroni di Firenze (1885-7; idem preced.; ost; 3,48×3,75)—La carità (1885-7; id preced.; ost; 2,30×2,90)
—“Quasi oliva speciosa” (1887; ost; P=sar Principe di Piemonte)—La geografia (ost; 090×120; P=IBTardini)—La Carità (1887; ost; rotondo 058; P=FPPrefumo)—La chimica (ost;090×1,20;P=SecondoB.)—studio di testa di frate domenicano (ost; 059×045; P=NicolòB.)
—sutio testa di Cristo (dis; 030×023; P=Daniele CDeBernardi)— studio di figura (dis; 030×022; P=StefanoRebaudi)—studio di testa di profeta (dis; 030×023; P=Munic.Ge, collez.disegni)— Orfeo (1891; dis; 050×080; P=ABvB)—studio di uomo nudo (dis; 031×039; P=SecondoB.)—studio per Cristo (dis; 030×023; P=NicolòB:)—studio di nudo (dis; 023×030; P=NicolòB)—studio per i Vespri Siciliani (dis.023×030; P=Nicolò B)— Le nozze di Cana (1869-70;dis.ovale053x041;P=ABvB)—Ritratto femminile (dis; 032×024; P=FPPrefumo)
—Trionfo dell’amore (dis.1,17×1,62;P=Antonio Schiaffino)—studio di testa di apostolo (dis; 026×017;P=FPPrefumo)—studio di nudo e di figura (2 dis; 024×032; P=Coll.DisegniMunicGe)—studio di nudo (dis; 028×021; P=CollDisMunicGe)—studio di figura (dis; 031×021; P=CDMGe)—studio di nudo (dis; 028×021; P=Guidosanguineti)—Le tre età (studio di teste; dedica «alla gentile sig,ra A.Puccio N.Barabino 1877»; dis; 025×020;P0FPPrefumo)—2 Colombo deriso al Consiglio di Salamanca (dis; prima idea; 057×084;P=Francescoi Boccalandro) (dis; 042×057; P=MSvB)—Studio per testa di Colombo (dis; 032×024; P=Ugo Ferraguti)—2 studio di frate per Colombo (dis; 030×023; P=MSvB)
—Studio per Colombo (dis; 030×023; P=IBTardini)—Studio per ‘Genova vincitrice’ (dis; 030×023; P=IBT)—Studio (dis; 030×023; P=IBT)—Studio (dis;027×021;P=GAM)—Colombo deriso (dis; 014×016; P=GAM)—Studio di figura (dis; 032×024; P=SecondoBarabino)
—Studio di frate (dis; 032×024; P=SecondoB)—Studio di pieghe (dis; 030×023; P=IBT)—Studio di mani (dis; 030×023; P=IBT)—Tre studi di figure (dis; 032×024; P=IBT)—Studio di figura (dis; 031×024; P=CollDisegnoMunic.)—Studio di figura (dis; 028×021;P=CololDisMunic)—Studio di nudo femm (dis; 030×048; P=IBT)—Caricatura di NB e Anatolio Gordigiani dovuta ad Angelo Tricca (acquarello; 022×026;P=SRebaudi)—Studio testa per ‘Pier Capponi’ (1875; dedica «alla’amico cansani N.Barabino »; dis; 031×024; P=Angelo Balbi)—Studio di figura (dis; 030×024; P=IBT)—Studio di bimbo (dis; 030×024; P=IBT)—2 studi mani (dis; 023×031; P=IBT)—Studio di bambino (dis; 031×022;P=IBT)
– Studio di chierico (dis; 031.022; P=IBT)—Studio di putti )di;023×031;P=IBT)—Studio per l’Orfeo (dis; 023×031; P=IBT)—Studi per galilei (testa di frate; ost; 022×017; P=GAM)—2 studi (figura e testa di chierico; 031×024; P=IBT)—Studio di piedi (dis; 022×027; P=IBT)
– Studio di mano (dis; 023×029; P=IBT)—2 Studio di frate (dis; =AngelaB)—profilo di donna (ost;P=Gavarone Giovanni).

Alcuni suoi dipinti:

Alhambra

olio-tela-con fratello in preghiera-regalato al fratello Angelo

Quasi oliva proprietà Ospedale Villa Scassi

Il monumento


prima collocazione ai giardini scuole Barabino→Cantore


pennello rubato

riposizionamento di nuovo pennello


anni 1960 – proprietà Gazzettino Sampierdarenese


documento di ricevuta dalla Chiesa della Cella, firmato Daste 1856

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-Lamponi M.-Sampierdarena-LibroPiù.2002 pag. 12
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