I quartieri di San Pier d’Arena

canto

La toponomastica in genere, divenne progressivamente più precisa dal XVI secolo, con l’uso più allargato della cartografia. Fu questa che impose definizioni sempre più esatte e via via accettate da tutti; dapprima pochi nomi per territori vasti, poi per ambiti sempre più ristretti.  Il nome stesso San Pier d’Arena, va letto in ottica iniziale non del paesano che l’abitava ma del cittadino di Genova che voleva indicare la spiaggia lontana, al di là del colle (san Benigno) dove sulla sabbia esiste ancor oggi una cappella dedicata al santo Apostolo. Quindi, nel piccolo di un paese – ma anche nella grande città – l’indicazione di una località rimase fino alla fine del 1800 genericamente vaga e legata solo a quello che la gente del luogo in genere aveva bisogno di identificare. Ovvero una zona del territorio era definita con un nome caratteristico,  etimologicamente proveniente da situazioni locali o geografiche, dai nomi di personaggi o di stabilimenti – noti ai più, ed in base a proprie caratteristiche di rilievo,  con confini vaghi. L’importante era che fosse ampiamente conosciuta nel gruppo di vita. Se ne può concludere, che più un toponimo è relativo ad un vasto territorio oppure più è generico, più è antico. Antico come Coscia o Canto o Campasso. Ancora nel luglio 1822, nel documento determinante il ruolo dei facchini destinati a fare servizio nella regia Dogana locale, si citano: ‘Benedetto Multedo q. Agostino, abitante nella Piazza così detta Comparello; e Canepa Giovanni di Ambrogio abitante vicino al ferraio delle zappe’. Intermedi sono, per esempio, come ancor oggi dire ‘o zêugo de bocce o  l’é a-a mænn-a, a-o Canto’, fa parte del modo generico di individuare una zona non specificata con esattezza, ma conosciuta dai più  presso il baraccone del Sale. Oppure  “da-o sùcou” significava all’Eridania in zona della Crociera; oppure ancora, relativo ai primi anni del 1900 “a fabrica, da-a pista” ovvero l’officina acciaieria dei Torriani che l’avevano eretta dove una volta c’era una pista da biciclette.
Spulciando all’Archivio del Comune, nelle biblioteche, nei libri in possesso, ed a margine delle notizie ricercate per conoscere specificatamente la storia di San Pier d’Arena – descritta sempre all’ombra di quella genovese – ho rilevato questi nomi locali, tipici,  usati dai tempi più antichi per indicare alcune parti del territorio e per rendere di comune utilità l’identificazione o per arrivarci, quando prima della fine del 1800 ancora non esistevano i nomi delle strade. Che io sappia, non esiste alcuno studio sui nomi dei quartieri di San Pier d’Arena; e le fonti a mie mani sono tutte molto vaghe,  spesso discordanti,  comunque citate senza riferimenti precisi né causali: vocaboli alcuni di origine oscura, di senso imprecisato, ereditate da chi sa cosa,  e forse anche storpiate dalla calligrafia non sempre esemplare di allora o dalla ripetizione orale dialettale. Quindi il lavoro risulterà inesatto, lacunoso, e possibile anche errato; però  – con saggia prudenza – vuol costituire una base su cui, chi sa di più  potrà apportare le dovute correzioni ed aggiunte.
Nel linguaggio urbano, quartiere e rione sono sinonimi; indicano un nucleo autonomo -per tradizione o funzionalità- all’interno di un agglomerato; ma nel quartiere stesso, innumerevoli sono i siti particolari che elencherò in ordine alfabetico alla fine del lavoro; lavoro che, per questione di spazio e per evitare la monotonia di sterili elenchi, dividerò in altre quattro parti.

Storia dei quartieri

Il primo scritto compare nei Libri Iurium della Repubblica,  ove in data  1139 si fa differenza solo ‘Sancti Petri Arene’ come borgo (che deve fornire uomini per la guardia ai confini, e quindi una struttura già di alto livello organizzativo), da ‘Prementore’ e  ‘Basali’ (quest’ultimo corrisponde alla vallata della abbazia di San Bartolomeo). I due ultimi erano nuclei poco abitati e non ancora compresi nell’insieme del borgo: nello scritto, ambedue debbono fornire una ‘fiala’ d’olio, probabilmente per alimentare il Faro. Errano quindi, quelli che scrivono S.P.d’Arenaria o S.P.della Marina; perché non esistono. Un Autore scrive invece che già in quella data erano quattro i rioni,  includendo ‘Galliano’ (in Cipollina ripetutamente chiamato Gaiano; senza specificare i confini e l’etimo – vedi sotto alla data 1416 -; altri dicono che tale zona era al confine con Rivarolo; ma in una supplica fatta scrivere dai pescatori di San Pier d’Arena ai Senatori contro vessazioni subite dal Governatore della Polcevera, datata 1778, i Galleano risultano due pescatori i quali abitavano vicino alla Cella ed i cui nomi corrispondono a quelli – nella stessa zona della Cella – delle mappe rilevate per far transitare la ferrovia). Un altro storico del 1799, afferma a quella data erano cinque i rioni: “dell’arcaica (evidentemente quindi preesistenti da gran tempo) giurisdizione parrocchiale sopravvissero, allora, nella nuova (anche) i quartieri di Gallieno e della Pietra; e  quest’ultimo non è privo di logica, visto che ha origini in epoca romana avanti Cristo.
Nei registri della Curia arcivescovile di Genova datati 1143, con Siro vescovo, compaiono le località  “sancti Martini” e “Glariolum” (da glarea, ghiaia, relativa alla zona del greto verso Campi); ed in forma non ben comprensibile, un’altra località “petra nadia” che Belgrano traduce, con dubbio, in salita della Pietra. Compaiono altri nomi di zone ma non del nostro villaggio in quanto allora la competenza della curia di San Pier d’Arena era assai vasta: a parte alcuni noti come Begali=Begato; Granarolo; Cornelianum, c’è anche Ficarium (non precisato dove: c’era un manso, cioè una casa con frutteto di fichi (i fichi secchi, come le castagne, erano cibo prelibato, commercialmente ricercato e protetto fin dall’epoca romana)  ed un  ‘loco sancti Silvestri’ (ambedue non collocabili, ma indicativi di boschi dei quali era pieno l’immediato entroterra).
Sempre su Cipollina  a pag. II/218 si accenna una cessione di una “terra che ha nella braida di San pier d’arena”. Secondo il vocabolario Treccani, il significato e’  “campo suburbano coltivato a prato”  e lo stesso dovrebbe valere per il termine “braja” riportato più sotto in data 1416.
Un atto del notaio Lamberto Sambuceto, redatto il 22 marzo 1308, in riferimento ad una ‘gabella del pane’ stabilisce dei confini della podesteria: ”vid.t a pedefar incipiendo a domo quondam Calandrini et exinde usque crucem de Basori…”.
In un atto notarile del 22 giu. 1412 la vendita di una casa, posta “nella contrada detta la ca del comune”: confina da un lato con la via pubblica, dietro gli eredi di q. Antonio Marabotto (vedi carta del Vinzoni), da un lato, casa con giardino di Angelo da Recco, maestro d’ascia e dall’altro lato casa degli eredi del q.Giuliano di Gorzeggio. Ripetuta il 17 genn.1416 come “contrada che si chiama casa del Comune”.
Sempre di quell’anno, 5 luglio, un altro atto stilato “nella crosa della carata del piè di faro per la quale si va all’arena”
É datato 1 dic. 1415 un atto notarile che inizia « in Sampierdarena, sulla piazza posta sull’arena di contro la crosa della chiavica…».
Più difficile dedurre dove fu scritto, nel 1416 28 maggio: “nella contrada che si chiama la braja, nel carroggio pubblico”; assomiglia al termine su già detto di braida. E similare, in data 2 febbr,1417 «in Sampierdarena nella contrada detta la braya… », Ripetuta il 1 dic.1417 «nella casa di abitazione del notaio rogante, situata nella contrada che si chiama la braia…».
23 sett.1416 cita tal Pietro de Pietra, ‘abitante a Gaiano’, massaro della chiesa di san Martino. Corrisponde a due zone tra loro confinanti, Galliano e Pietra; quindi si conferma che i Galliano hanno, prima o poi, abitato là.
Nel 1531, il borgo era abitato da 1307 persone o anime, comprese in 282 famiglie o fuochi; queste ultime divennero 325 nel 1535 per conta di un altro scrittore storico. Nel 1607 si descrive l’esistenza di  2567 anime, per 538 ‘fuochi’ o famiglie.
Per il capitolo 38 della costituzione varata nell’anno 1576, la Polcevera è una delle tre podesterie suburbane (assieme a SestriP e Voltri) e viene compresa come Pretura (uffici intermedi) conferibili a nobili o civili. Con legge 9 marzo 1582 la Polcevera venne eretta in Capitaneato, riservato solo a cittadino nobile. Successiva legge del 5.4.1606, eleva la Polcevera ad Ufficio Maggiore, retto sempre da un capitano – assistito da un vicario, come tutti  i giusdicendo maggiori – il quale risiedette a Rivarolo.
Da quella data si salta al 1635 quando il borgo è già ‘invaso’ dagli edifici di villeggiatura aristocratici; risulta suddiviso in ancora modesti nuclei di case, rappresentanti quattro quartieri :  –san Martino o Pieve  (la parrocchia; nella zona a nord-ovest di Certosa a confine con Rivarolo; e da Belvedere al Polcevera; con 197 fuochi per 545 anime);  –Mercato  (o Ponte  o Loggia; la zona  centro-ovest; dal ponte di Cornigliano  alla villa Centurione-Carpaneto di piazza Montano, sino al Belvedere; con 93 fuochi per 486 anime);  –Canto     (la fascia litoranea della marina, dalla crosa della Cella al Polcevera; era la più abitata) ;   –Coscia,  con capo di Faro (da san Benigno alla Cella, compreso le basse pendici di Promontorio; il conto delle case ed abitanti è sommato col Canto: 244 fuochi per 1141 anime). In totale da due a duemilacinquecento persone  circa, essendo i censimenti assai discordanti tra loro;  gli abitanti di tutto il borgo si  ridussero a poco più di mille, dopo la peste del 1656. Compaiono in seguito a quegli anni alcune nuove frazioni, significative di maggiore espansione dell’agglomerato: come Pietra, Campasso, Palmetta, Castello,  Cella, Quartiereto, Festa, san Bartolomeo, Fiumara. Mentre appare ancora separato dal borgo, ed autonomo,  Promontorio che era inteso suburbio di Genova poiché il suo territorio arrivava oltre Granarolo.
In un primo libro del Vinzoni , scritto dal 1722 al 1745 per una divisione territoriale in Commissariati di Sanità,  i punti di riferimento di San Pier d’Arena addirittura sono otto: Coscia, Crosa Larga, Crosa della Cella, crosa de Bovi, Cinixiano, Ponte di Cornigliano, san Martino, Mercato. Ma in questo stesso testo, in altre righe, aggiunge altre località del borgo  non specificate come quartieri:  Borcagero, Comixiano, Lazaretto, e Castello;  pone la Fiumara nel territorio di Cornigliano.
Nel 1757 una nuova Legge genovese relativa all’organizzazione periferica della Giustizia, eleva la Polcevera a Governo (con altri nove) e comprende:
a) la pieve di San Pier d’Arena (con Cornigliano, Campi, Promontorio e Gallieno); b) pieve di Rivarolo, c) di Mignanego e –via via- Serra, s.Olcese, Ceranesi, s.Stefano.
Nel 1763, quali reggitori per l’ “esigenza delle pubbliche avarìe (tasse)” furono nominati: Tagliavacche Alberto e Cabella BG per il quartiere Mercato; Storace Antonio e Lantero GB per il quartiere di Corpo di Piena; Connio Giuseppe e Casanova Giuseppe per il quartiere di Capo di Faro. Nello stesso anno  nel Castello –dove prestava servizio una guardia armata comandata da ‘capitani’- furono nominati il predicatore per la chiesa parrocchiale ed il medico.
Nella seconda metà del 1773, in un altro libro del Vinzoni, i quartieri del borgo (inclusi nel ‘Governo di Rivarolo – ossia – della Polcevera’) si riducono a tre. Però pubblica un po’ confusamente, ma  testualmente: “Pieve di Sampierdarena  – distinta in 3. Quartieri  –  cioè  –  Della PieveMercato –  Capo di Faro (ma poi  l’elenco continua ininterrotto e senza spiegazioni, aggiungendo  –Cornigliano superiore  -Cornigliano  inferiore –  Campi – Rivarolo sotto – Promontorio – Gallieno’ ).
Durante il periodo napoleonico, nel 1797  i tre suddetti rioni, ospitanti circa 4371 abitanti, assumono nomi rivoluzionari francesi: Eguaglianza, Fraternità e Libertà .
Un elenco del 1813 di ville, munite di cappella religiosa privata, sinonimo di distinzione e nobiltà, descrive una ‘villa Rossi Luigi, ‘nello Scalandrone’; altrettanto il parroco della Cella, scrivendo nel 1820 il suo itinerario per la benedizione delle case, segnala la presenza di fedeli in zona Scalandrone, Mandraccio e generico ‘dalle navi’.
Con la restaurazione del 1815, ripresero gli antichi nomi; e con l’industrializzazione seguente, nacquero nel tempo numerose altre nuove frazioni come  Carrubê, Catene, Montagnette, Fornaci, Stalle, Crociera,  piazza d’Armi,  san Gaetano, Comune,  Chiusone, Labirinto.  Tuvo scrive che nel 8 lug.1822 esisteva un elenco dei facchini impiegati nella regia Dogana. Le disposizioni stabilivano che «81 erano forniti dal ‘Quartiere del Centro’; 91 dal ‘Quartiere del Ponente’; e 163 dal ‘Quartiere del Levante’. Successivamente i predetti quartieri diventeranno  ‘Zona Prima’, ‘Seconda’, ‘Terza’».
Nel 1843, l’ufficiale incaricato di censire i  “terreni da occuparsi colla (sic) costruzione in economia del tronco di strada ferrata da Genova”, attraversa da est verso ovest le ‘regioni’  della Coscia, Festa, Catene, crosa Larga, Borcaghero, Comune, Mercato, san Cristoforo, Ponte. È il Comune stesso di San Pier d’Arena che nel dicembre 1861 risponde ad un questionario del mandamento di Rivarolo, circondario di Genova, sulla “divisione del Comune in Centri di Popolazione” che specifica: il “sobborgo” è diviso in “tre centri, chiamati  della Marina, Centro e Superiore”; di essi il primo è il “centro principale con 242 case abitate, 16 vuote e 1468 famiglie”; gli altri due “secondari” rispettivamente con 106 e 137 case abitate, 8 e 12 vuote, 816 e 439 famiglie; possiede anche “due casali, che si chiamano Promontorio e Palmetta-Certosa” rispettivamente con 60 e 49 case abitate, 26 e 12 case vuote, 82 e 76 famiglie; nonché “13 case spicciolate in campagna, con 19 famiglie”.
L’Alizeri, nel 1875 pubblica che ‘compongono Sampierdarena tre quasi quartieri, o come dicono Frazioni, le quali han nome dai colli a cui ella s’atterga, vò dire di Promontorio, e di Pietra e di Belvedere che signoreggia nel mezzo ad entrambe’ ).
Nel 1910, nel momento del 5° censimento del popolo del regno, i regolamenti stabilirono, oltre all’obbligo di porre nome alle vie, numero ai civici, anche  che ciascun comune si dividesse in ‘frazioni’. Queste a loro volta potevano suddividersi in varie ‘sezioni’.
Negli ultimi tempi, dopo il 1930, sono apparsi i toponimi popolari di Autostrada, e Ferrovieri, oltre quelli ovvi tipo Stazione, via Cantore e san Gaetano.
Finché ultimo, dal 1966  il centro statistico del Comune segna una nuova divisione della delegazione, ufficialmente chiamate”Unità Urbanistiche” “; per San Pier d’Arena sono cinque, ovvero: Campasso , San Gaetano,  San Pier d’Arena, Belvedere, San Bartolomeo.

 quartieri

Immagine di base tratta da Tuttocittà

Dizionario dei quartieri

Quartieri veri e propri

Belvedere:  non abbisogna di spiegazioni. Per il viandante, quando ancor prima di Cristo la strada romana e poi medievale passava in costa in alto sul colle, lo spettacolo del lungo litorale, della spiaggia praticamente deserta ed oltre sino al confine ovest della regione, era sicuramente ammirabile e meraviglioso, un ‘bello videre’… come oggi!

Canto:  la zona comprende la marina, da via della Cella al Polcevera; ed in profondità, dal ponte di Cornigliano al mare; include le località chiamate: il Comune, la Marina, la crosa dei Buoi, la Fiumara, la Crociera. Etimologicamente proviene dal dialetto “cantu” – ed a sua volta forse dall’antico latino ‘canthus’- che significa angolo, spigolo, muro esterno di casa  (allettante l’idea dell’angolo di sbocco alla marina della crosa dei Buoi; perché fondamentalmente nella zona la spiaggia è lineare e non ad angolo). In alternativa al toponimo Cella, potrebbe far riferimento all’insenatura che vi esisteva formata da uno sperone di roccia proteso dalla spiaggia verso il largo. Pensandole tutte, ci fu chi propose popolarmente poter derivare dal suono – non credo quello gregoriano della chiesa – ma più probabile quello derivato dal sibilo del vento, più irruento in quella zona (scherzosamente la delegazione viene chiamata San Pier del Vento; essendo aperta a tutte le sue direzioni più importanti : Tramontana (da nord); grecale (da nord-est); maestrale  (da nord-ovest),  libeccio (da sud-ovest)  e scirocco (da sud est)).

Coscia: assieme al Canto, è una dei quartieri più antichi e divenuti romanticamente simbolo della delegazione. L’interpretazione etimologica anatomica è quella più accreditata, con l’italianizzazione del latino ‘coxa’ (anca, e poi coscia); forse in quanto vista dal mare l’insenatura e lo spiazzo retrostante limitati dall’aspra ed erta fiancata del colle di san Benigno, apparivano simili alla parte del corpo. Oggi è stato completamente abbattuto e distrutto e rimane solo nei sogni. Il territorio è stato parzialmente ricostruito con le ardite tecnologie moderne dei grattacieli che però non solo ne hanno sconvolto la poesia, ma stanno persino facendone dimenticare il nome, insistendo con la denominazione impropria di San Benigno. Uno storico suggerì la possibile derivazione dalla popolazione degli Osci. Comprendeva il Quartiereto, Capo di Faro, Carrubê, Labirinto, Catena.

Campasso: corrisponde alla vasta zona compresa tra Belvedere ed il torrente Polcevera, e dall’attuale via Vicenza alla Pietra. L’aggettivo tende ad essere dispregiativo; ed infatti nella zona non fu costruita mai alcuna villa nell’epoca feconda di tali iniziative, anche se era assai prossima all’abbazia di san Martino, unica parrocchia del borgo; evidentemente era poco abitata perché insalubre,  acquitrinosa causa i torrenti che liberamente discendevano dalla collina di Belvedere, tali da addirittura alimentare il funzionamento di mulini. Nella sua parte piana al limite del torrente, era un vasto prato incolto detto poi Piazza d’Armi.

Capo di Faro: è scritto anch’esso per la prima volta nell’anno 1142 per le assegnazioni dei posti di guardia sulla spiaggia; fa parte della Coscia e riferito al tratto sino alla punta estrema di san Benigno ove era un faro, prima ancora della Lanterna (in quella data, Genova era ancora racchiusa nelle assai lontane mura della seconda cinta, che sul mare  si aprivano con la porta san Giorgio, posta in fondo all’attuale via san Lorenzo: questo alimenta nei sampierdarenesi la rivendicazione del possesso iniziale della Lanterna). In epoca napoleonica ed ancora nel 1894, il semaforo omonimo fu posto sopra la caserma, a quota 93m, e non sulla Lanterna. In alcuni testi è detto pure Codefà , o latinamente Pedefaro.

Pieve: fa riferimento alla vecchia abbazia di san Martino localizzata ove, ora, è l’inizio in basso di via A. Caveri. La chiesa, per secoli unica parrocchia del borgo, si autodistrusse all’inizio del 1800 per abbandono e mal uso; mentre l’Oratorio vicino – piccolo e ricco gioiello d’arte e tradizione – fu distrutto da una bomba nell’ultimo conflitto mondiale.

Primo quartiere: Il nome deriva senz’altro dal trovarsi il più a oriente di tutti, primo al di là di san Benigno, prima che esistessero le mura; viene nominato solo associato alla chiesetta dei Cibo, ora distrutta, in cui si venerava l’immagine di una Madonna da cui poi il nome della parrocchia attuale di santa Maria delle Grazie. Poiché mai viene citato la presenza di un altro ‘secondo’ quartiere, fa pensare sia un appellativo solo relativo al Vicariato arcivescovile, che vide il territorio del suo primo quartiere esteso a tutto il borgo, al massimo comprendente Cornigliano.

Promontorio: sono i terreni e la collina  ove sorge la abbazia omonima. La chiesa è originaria del 1200 ed esternamente ne ha le caratteristiche; nei secoli è stata notevolmente rimaneggiata, conservando però alcuni  temi architettonici  medievali. Andrebbe valorizzata meglio.

Località genericamente vaste

Basuli  o Basali o basà:  il fossato di San Bartolomeo. Questo nome è ritrovato per la prima volta scritto nell’anno 1142, sul decreto che assegnava i posti di guardia alla marina. Ancora nel 1308, segnando dei confini “…usque crucem de Basari”. Non ne è chiara l’origine: Bazali in val Bisagno, è antico nome di Bavari vicino a Fontanegli; il Casaccia traduce per ‘basâ’ il termine ‘fondare’: potrebbe riferirsi all’abbazia. Altre interpretazioni valutano possibilità dal latino bajula (vaso), dal piemontese bazula (catino), dal greco baino-bas-basa (strada o avvallamento). A mio avviso sono suggestive ma ipotetiche; non escluderei l’ipostesi di provenienza da ‘bàusu’  quale sinonimo di balzo, precipizio, massi rocciosi aggettanti; termine poi più usato nella Liguria di ponente.

Calandrini: forse è un cognome di persona; ma può derivare dal sistema di scorrimento tramite rulli, quindi sulla spiaggia ove esisteva il sistema per tirare a secco o varare una barca.  É nominato in atto notarile del 1308 come punto del limite di una podesteria o   “incipiendo a domo quondam Calandrini et exinde usque crucem de Basori… iniziando dalla casa detta Calandrini e da lì fino alla croce di s.Bartolomeo del Fossato”.

Quartiere del Centro: significativo della presenza di un quartiere ‘del Ponente’ ed altro ‘del Levante’ (definizione ritrovata in documento del 1822 relativo alla fornitura alla regia Dogana, di facchini sampierdarenesi destinati a fare servizio in questo settore. La stessa fonte spiega che –per lo stesso motivo-successivamente i quartieri vennero chiamati –rispettivamente- Primo, Secondo, Terzo).

Comune o Castello: posta nel confine tra il Canto e la Coscia, acquisì autonomia per la sua primitiva funzione di servizio pubblico e di torre di guardia.  Comprende la chiesa di N.S. della Cella ed il Comune.

Fiumara o dialettalmente Sciummæa (altrove scritto ‘s-ciümèa’): corrisponde al terreno compreso tra il ponte di Cornigliano e la foce del torrente, e fa chiaro riferimento al periodo in cui il torrente non era ben incanalato ed al momento in cui l’acqua dolce (oggi si fa per dire) si confonde con quella del mare formando della schiuma. Sino al 1600-1700 era una zona acquitrinosa esposta alle bizzarrie del torrente, con prati ed orti, e con qualche cantiere navale sulla spiaggia. In tempi alto medievali fu isolato sulla spiaggia un lazzaretto locale per le epidemie varie (peste soprattutte). Dopo quelle date iniziò ad insediarsi una villa padronale (Rolla), circondata da qualche fabbrica (biacca, sapone, filati, corderia), ma soprattutto orti. Il vero insediamento urbano (che occupò dei terreni chiamati ‘prati dell’Amore’) avvenne dal 1840 in poi con le industrie e l’immigrazione conseguenti. Geologicamente l’alveo del Polcevera scorre su una qualità di rocce totalmente diversa dall’alveo del Bisagno e di conseguenza più svasato, acquitrinoso; ma assai fertile perché lascia alla foce un sedimento di gran lunga superiore, permettendo nel tempo far divenire la zona anche sede di prelievo di sabbia da parte dei famosi minolli.

Eguaglianza: adottato dal 1797-8  per pochi anni, nel periodo napoleonico di comunanza e soggezione con la Francia, ma Genova ancora libera Repubblica. Corrispose al territorio nord-ovest locale, che dalla Pietra arrivava alla diagonale crosa dei Buoi-vico dei Disperati.

Fraternità: era la zona centrale del borgo a levante della Eguaglianza, compresa da essa fino a vico stretto s.Antonio-vico san Barborino. La zona a mare è segnalata dal Gazzettino essere chiamata contrada “Scalandrone”.

Libertà: era il territorio dal quartiere della Fratellanza a San Benigno

Mercato: antico nome della zona centrale del borgo, nel punto in cui la strada pubblica centrale (via N.Daste) si separava: per san Martino o per il ponte sul torrente (fine via A. Cantore). Oltre a zona di mercato, in epoca medievale era anche luogo di riunione del popolo, quando era sindaco Alberto di Bozzolo a cui è stata titolata una strada alla Crociera. Un documento del 5 agosto 1663 cita “…villa del mag.co Agabito Centurione situata nella contrada del mercato…”

Palmetta: corrisponde a tutto il territorio compreso da Belvedere al torrente (oggi via F. Marabotto-argine), e racchiuso tra il quartiere del Mercato e quello del Campasso (via GB Monti-via Vicenza, anche se l’etimo è prevalentemente usato compresa tra via Currò e via Vicenza, quindi per la zona della pieve di san Martino oppure per la villa Durazzo-Currò oppure villa Moro di vico Cicala-via A. Caveri).  L’etimologia sembrerebbe facile ed ovvia, visto la presenza nel territorio di una diecina di grosse ville circondate da piante simili; ma nessuno la spiega con precisione, essendo caratteristica di altre ville, sia in altre zone locali che viciniori e della riviera. Non è da escludere la presenza di palme vicino alla pieve, fornitrici di rami per le celebrazioni litrugiche tradizionali.

Primo: vedi a Centro.

Località più limitate

Borcagero: si presume dal nome di persona o famiglia nota. Non ha riscontro neppure di nomi similari. Era nella parte centrale del borgo.

Braja : compare una sola volta in un documento del 28 maggio1416: “in San Pier d’Arena, cioè nella contrada che si chiama la braja, nel carroggio pubblico – Benvenuto Bosco qm. Simone, maestro d’ascia abitante in San Pier d’Arena...”. Braja può stare per braga, usata per issare a bordo corpi pesanti, quindi in località della marina dove era un attracco, ovvero alla Cella o alla Coscia. Se così è, allora, per ‘carrogio pubblico’ si intende l’attuale via San Pier d’Arena.

Carrubæ: zona attorno la chiesa delle Grazie ove erano stalle e depositi del frutto molto usato dai cavalli. Evidente origine ottocentesca.

Catena: la zona è evidenziata su documenti del periodo 1840, e corrisponde alla cinquecentesca villa Spinola con i suoi terreni. Essa, è posta a monte della strada allora principale (oggi via L. Dottesio), mentre i suoi orti erano nella parte a mare al di sotto della strada. Per impedire il passaggio del pubblico e dei carri (oggi via GD. Cassini) l’ingresso fu limitato da una catena anziché da un cancello come era uso.

Chiusone: corrisponde all’omonima strada attuale, ove -per uso mulino e poi corderia- c’era una chiusa ad un importante torrente, che ancor oggi seppur sotterrato, da Belvedere-Campasso (via Pellegrini) va a sfociare nel Polcevera.

Cinixiano (presumo, per assonanza uguale a Comixiano): non so a quale particolarità si possa riferire se non anch’esso ad un nome personale (sono cognomi locali Campitano, Cimignano, Comitano. Un Gisulfo Comixani compare come testimone in un atto genovese del 1177. La famiglia Clavexana fu aggregata all’albergo dei Doria nel 1528-76).

Corpo di piena: riferimento ad un corso d’acqua, o zona limitata da una diga; non è mai specificato dove fosse di preciso (ma venendo citato con Capo di Faro e Mercato, lascia pensare corrisponda alla zona dello sbocco del torrente proveniente dal Fossato: oggi via GB.Carpaneto-elicoidale-DeMarini).

Crociera: dove attualmente è largo Jursé. All’incrocio – e questo spiega il nome- tra le attuali vie Pacinotti, Degola, Pieragostini, Spataro.

Crosa dei buoi (o dei Bovi): storica strada, oggi intitolata a Stefano Canzio. Controversa e confusa la sua origine; più d’una la spiegazione fornita a volte con sicurezza, ma in sostanza nessuna con  motivazione storicamente certa. Il nome appare sulla carta del Vinzoni del 1757 (precede di un secolo la ferrovia e non può derivare quindi da arrivi di mandrie con tale mezzo); non è chiaro per niente perché i buoi passassero da essa  né  in quale direzione: mai ho trovato scritto l’esistenza di macelli o mercati bovini alla marina (quando mangiare carne nel 1700 era un lusso per pochi. Forse poteva esserci una fiera in zona Mercato: oggi la strada è stata dimezzata ma originariamente andava da  mare fino alla attuale piazza N. Montano, ma appare assai improbabile un mercato bovino così in centro, quando la popolazione non superava le 3-5000 persone (2892 famiglie nel 1861) e neanche allora di certo davano ai figli del filetto di vitella).  Più logico appare quindi che lì ci fosse una grossa stalla con le bestie,  ove anche – per chi bisognoso e non proprietario – potesse affittare il servizio di carri trainati da questi quadrupedi,  da e verso la marina (carichi di sabbia per minolli o costruzioni, o traslochi e trasporti, o  derrate sbarcate/da imbarcare sulle navi (quando erano usati comunemente solo muli e buoi, e questi ultimi favoriti perché riutilizzabili nei campi da arare)). Il carro del SS Salvatore è tradizionalmente trainato da buoi. Non è da trascurare un’altra possibilità: i ‘bovi’ intesi quali barche. Il bovo non è una barca tipicamente ligure perché adottato in tutta Italia, ma anche qui ce ne erano tanti; e Vinzoni, nella sua carta scrive, sulla spiaggia,  “crosa de’ bovi”.

Crosa Larga: corrisponde alla zona attorno all’antichissima e storica strada omonima (che oggi –per una assurda e sciocca necessità di cambiare- è ufficialmente e banalmente chiamata  via Palazzo della Fortezza). Ancora nel 1800 era così larga, che ospitava a levante un prato detto “gioco del pallone” (in quell’epoca non era certo il nostro foot-ball ma la pallamano, una specie di tamburello, e comunque ‘de pessa pressâ’) .

Ferrovieri: fa riferimento alle case di via Porro, il cui terreno era proprietà delle ferrovie da molto prima (la società Strade Ferrate iniziò ad espropriare ed acquisire terreni dopo il 1840 lungo tutta la linea inaugurata nel 1853).

Festa: era la zona ove ora è l’elicoidale e l’arrivo della sopraelevata da Genova verso l’autostrada: in antico c’era una grande villa Pallavicini. Chiaro riferimento ai frequenti  momenti di svago e vita felice che vi svolgevano i nobili, trasferiti in campagna dalla città o quando in villa arrivavano ospiti.

Fornaci:  risale alla prima decade del 1900, e corrisponde alla zona di via Rota-Rayper-Cristofoli, ove era una fornace di mattoni (nel vasto spiazzo, andavano ad esercitarsi i militi della Croce d’Oro ed i primi giocatori di foot-ball ed atleti della Sampierdarenese).

Galliano: come scritto nella parte generale, c’è chi include questo nome nei quartieri in data 1200. Sicuramente il nome è riportato in documenti di poco posteriori e poi ancora degli anni 1416 e 1840. Corrisponde a quello di ricca famiglia abitante del borgo, la cui casa ovviamente fungeva da riferimento locale. Ancora nel XIX secolo era una delle piccole dinastie familiari di imprenditori, costruttori e comandanti di velieri. Il nome è molto antico. Gallieno fu imperatore di Roma a metà del III secolo d.C.. Il nome compare nell’elenco dei Consoli genovesi che giurarono nell’anno 1188 i patti con Pisa; e lo ritroviamo nell’elenco delle famiglie feudali che dal 1250 ottennero dal Consiglio degli Anziani la facoltà di traffico in Genova  e nel suo territorio. Lo stemma vedeva in alto due leoni rampanti ed in basso due galli, ambedue bifronti. Negli anni 1528-76 come famiglia ‘Galiana’ fu  aggregata all’Albergo dei Fieschi. Viene citata in atto notarile É ancora presente tra i nobili della Repubblica genovese nel 1797 allargati fuori giogo, verso Gavi, Ceva e riviere. Nel nostro borgo non è di collocazione sicura essendo due le possibili attribuzioni, ambedue giuste e forse diverse solo per differenza di epoca (a sua volta dipendente dall’importanza della famiglia): quanto citato sopra fa presumere sia stata la zona di confine con Certosa-Rivarolo che però era genericamente squallida e disabitata; a conferma una legge del 1757 che suddivideva il territorio della Repubblica sotto il profilo della somministrazione di Giustizia, divideva la pieve di San Pier d’Arena (quale comprendente Cornigliano, Campi, Promontorio, Gallieno) dalla successiva pieve di Rivarolo (comprendente Murta, Bolzaneto, Garbo, Begato, ecc.  Quindi al confine nord del borgo). Esiste anche una carta di Genova del 1817, schematica per evidenziare solo “fortini e posizioni militari”, su tutto il nostro litorale pone solo “C(apo) Galeano” in zona Cella; altrettanto un’altra del 1845 circa, stilata per aprire la strada ferrata, descrive un limitato territorio omonimo collocato a monte della chiesa della Cella. Una terza del 1873 evidenzia sul lato mare dell’attuale via SPd’Arena, una “casa Galleano-Tubino-Testa” localizzata subito a ponente del Magazzino dei Sali.

Idroscalo: era dagli anni trenta al dopoguerra ai piedi della Lanterna; seppur dentro l’area portuale era raggiungibile perché ancora non cintata.

La torre del Labirinto (foto di Fabio Bussalino - tutti i diritti riservati)

La torre del Labirinto (foto di Fabio Bussalino – tutti i diritti riservati)

Labirinto: a levante di piazza Barabino, è ancor oggi un piccolo strano caratteristico agglomerato chiuso al pubblico, con strade larghe poco più di un metro, ed una torre duecentesca apparentemente abbandonata. Meriterebbe più conoscenza concedendo libero accesso.

Lazzaretto: Vinzoni è l’unico che lo cita in zona Fiumara; ma scrivendo un libro mirato a stabilire i servizi di guardia per prevenire la peste, appare ovvio il suo interesse per una zona isolata da usare per eventuale calamità; e non è detto che durante le epidemie successive, anche di colera, non vi fosse eretto qualcosa di similare allo scopo. In altri testi successivi, è chiamata uguale una contrada in Promontorio; sicuramente fu approntata a tale uso la villa ove poi fu ospitato il pensionato Tubino-Scaniglia.

Loggia: la loggia è una balconata aperta, solitamente verso il mare,  presente in tutte le ville cinquecentesche per ammirare il paesaggio che a quei tempi era veramente idilliaco; è quindi generico sinonimo di casa signorile. Però di solito, dove è scritto ‘dalla Loggia’, per il nostro borgo la località va intesa per la zona a monte della Cella, ove sono villa Serra e villa Gavotti; esse  la delimitano (ma soprattutto sinonimo della seconda, perché ne era proprietario il Municipio). La ‘Loggia d’alto’ era invece un villino (poi distrutto, seppur riccamente e preziosamente decorato) usato come casino di caccia da Marcantonio Doria, eretto nella zona compresa via A.Cantore, e la sua villa (ora Istituto don Daste, in salita Belvedere).

Mandraccio: sinonimo di darsena; genericamente possibile lungo tutta la spiaggia. Termine ricuperato da Genova; poco usato nel nostro borgo.

Montagnette: di origine tarda ottocentesca, era nella zona bassa di via GB. Monti, evidente riferimento a piccoli caratteristici dossi del terreno.

Pietra: attualmente è in Rivarolo; riferita alla presunta pietra miliare ivi esistente al tempo della strada romana Aurelia, tracciata nel 110 a.C. quando la città di Genova era ancora solo in zona di piazza Cavour.

Ponte: chiaro ed univoco riferimento al ponte sul torrente Polcevera.

Piazza d’Armi: fa parte del Campasso: un vasto terreno che dal 1850 andò sempre più ad essere utilizzato per industrie e case, fino alla completa copertura. Era usato -dagli anni attorno alla fine del 1800- per attività ludiche compreso il primo derby tra il Genoa e la Sampierdarenese, esercitazioni militari e della Croce d’Oro, merende e spassi domenicali. Scomparve perché dapprima tagliato verticalmente dalla ferrovia, poi occupato dal parco ferroviario e da fabbriche; ed infine da case (per ultime, quelle ‘dei ferrovieri’).

Prato dell’Amore: compare questa definizione in più resoconti, inerenti al terreno in zona Fiumara, tutto ad orti e vigneti, acquisito forzatamente (1846, per ‘opera socialmente utile’) da parte di Taylor e Prandi, precursori dell’Ansaldo, al fine di installarvi il loro stabilimento.

Quartiereto: termine in uso nella seconda metà del settecento, quando Genova era divisa in 5 quartieri. Sinonimo di Primo Quartiere fuori porta (vedi), spesso chiamato anche “Primo Q.”, perché primo ad incontrarsi fuori dalle mura, all’inizio-est  di via DeMarini.

Rialzo: viene così chiamata un’area fiancheggiante il torrente ed a mare di via Campi; già occupata dalle ferrovie, ora è utilizzata quale ‘isola ecologica’ comunale.

Saponiera: numerose erano le fabbriche artigianali del sapone, esistite ancora nelle prime decadi del 1900 (vedi a Amore, Ansaldo, Colombo, …).

Scalandrone: è lo scivolo per il varo delle navi; ve ne erano sparsi su tutta la marina. Unica testimonianza è riportata dal nostro Gazzettino, per la zona  attorno al Comune ove vicino era un terreno in cui ragazzi ed uomini  potevano liberamente giocare da mattino a sera al  pallone ed a tamburello.

Stalle: corrispondeva sino ai primi decenni del 1900 alla zona finale ed a mare dell’attuale via A. Cantore (a ponente di via U. Rela). Sino al cambio della qualità dei veicoli ed alla costruzione degli attuali palazzi abitativi, c’erano ampi spazi per i cavalli, ed i servizi a loro conseguenti.

Vaccheria: era in via e scalinata dei Landi con ovvio riferimento alle stalle della famiglia Mignone (ad uno di essi, deportato e deceduto a Mauthausen, è stata titolata una strada locale).

 

Bibliografia

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*Vinzoni M.-Il dominio della Serenissima-CIELI-1955-pag. 58

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