San Bartolomeo del Fossato

Via San Bartolomeo del Fossato

TARGA: via – S.Bartolomeo del Fossato; S.Pier d’Arena – 2720 – via – san Bartolomeo – del Fossato

Angolo con via A. Cantore

  

Palazzi dietro l’abbazia, ex IACP
In zona San Teodoro-Genova , vi sono altre targhe, delle quali la prima è all’apice sopra le mura.

Quartiere antico: Coscia

Da Vinzoni, 1757. In rosso via G.B. Carpaneto (antico inizio della strada all’abbazia)

N° immatricolazione: 2720 Codice informatico della strada: n° 04380 Unitá urbanistica: 28 – S.Bartolomeo  CAP: 16149

Parrocchia: dal 2 al 10: S. Maria delle Grazie – dall’ 11 al 115 e dal 12 al 96: S. Bartolomeo del Fossato – oltre: S.Maria della Vittoria.

Struttura. Doppio senso viario, da via A. Cantore: continua omonima in san Teodoro sino a 100 metri dopo la chiesa, per continuarsi poi con via Mura degli Angeli. Il Fossato, come un grosso taglio o stretto cuneo, è delimitato in basso da via A. Cantore (ancora fino al 1933 arrivava più a mare, a via De Marini (via L. Dottesio)) mentre, ai due lati, comprende tutta la ripidissima vallata compresa tra la collina di san Benigno a levante, e di Promontorio a ponente. A levante è in parte coltivata, in parte selvaggia e in parte fittamente abitata; a ponente il crinale è tagliato dalla autostrada e sopra essa, è dapprima interrotto da alcune abitazioni di via D. Conte e poi – vicino alla vetta – dai complessi eretti su due tornanti di via Fanti.

Il Torrente, ha dato il nome alla valletta. Sino al suo sfociare in mare, creava problemi praticamente solo nei periodi di piogge intense ed alla foce. Così era la strada della Marina quella più soggetta a divenire acquitrino e difficile da percorrere senza un eventuale ponticello che naturalmente si demoliva sia per azione del mare che delle acque stesse del torrente. Numerose sono le testimonianze scritte in proposito di lamentele (vedi a “Reale” della “Marina”) degli abitanti. Si presume che le acque del torrente, trovassero anche ampio sfogo sotterraneo, considerato che gli orti della piana erano assai fertili, e tutti con provvidenziali pozzi a cui attingere. La strada, anticamente iniziava da via De Marini (oggi L. Dottesio). Da banale sentiero – carrabile, venne via via allargata; ma solo negli anni del 1870 fu resa carrozzabile, almeno fino all’abbazia; e ben dopo quegli anni, si iniziò a proseguirla in salita sul fianco a levante – e per breve tratto – per costruirvi le case popolari sovrastanti. Inizialmente in alto arrivava solo sino alla abbazia, dove il sentiero medievale continuava per collegarla col sovrastante Promontorio e – malamente tramite il Rompicollo – in epoca romana o tardo romana, con l’antica via Postumia e poi Aurelia. Infine, solo dopo la ultima guerra mondiale, a tornanti fu portata sino alla cima del colle a valicare le mura del 1630, ma solo per fiancheggiarla da grossi caseggiati per abitazione, con il solito problema dell’assenza dei servizi, dei posteggi auto per i residenti, inesistenti spazi verdi utilizzabili dai bambini, il tutto conseguente ad una non assennata pianificazione preventiva se non quella di erigere a basta. In basso, l’apertura di via A. Cantore tranciò come un pezzo di gambo di fiore la parte bassa, cosicché -da allora- la strada inizia da quest’ultima grande arteria. All’inizio strada, a destra, al civico 11 vi è un’area recintata di proprietà dell’ANAS – Autostrade, la quale già da anni si proponeva costruire una casa di tre piani per magazzini, uffici ed abitazioni dipendenti sbancando l’area ed eliminando le piante; tutto rimase in sospeso ed ogni progetto ovviamente decaduto e l’area abbandonata. Alcune scalinate fanno comunicare il fondovalle con i tornanti superiori, (vedi sotto maggiormente nel dettaglio). La prima, più lunga, è a levante; la seconda, a ponente, la collega con via Vinzoni ; altre, con salita D. Conte, e con i tratti superiori della strada stessa.

Storia. Il fossato (ö fossôu). Così ripido e scosceso, sino all’avvento dei mezzi a motore e all’apertura della via attuale, praticamente mai ha offerto viabilità per salire e scendere dalla primitiva strada romana che scavalcando san Benigno – all’altezza di ove ora è la porta degli Angeli – proseguiva in quota verso Rivarolo: quindi è rimasto per secoli una valle isolata, una specie di selvaggia, boscosa ma vuota appendice. Ma se è dagli anni attorno al 1100 che il borgo cominciò ad animarsi, già nel secolo prima la zona era denominata basali (oppure basuli, o basà): nei Libri Iurium della Repubblica di Genova, in rapporto alle disposizioni dettate prima dell’anno 1139 per l’’assegnazione dei servizi di guardia agli abitanti dei sobborghi e vallate continue alla città , si scrive “ …Homines de Prementore et de Basali per unumquemque debent dare phiolam unam olei …”. Basali è un nome di significato ed origine sconosciuti: qualcuno ha tentato interpretazioni facendolo risalire al latino bajula (vaso), al dialetto piemontese bazula (catino), al greco baino-bas-basa (strada, avvallamento); comunque, come spesso a quei tempi è toponimo relativo a sconosciute caratteristiche del luogo. All’erezione dell’abbazia, ovviamente si sviluppò più agevole il transito, ma solo sino ad essa; e probabilmente solo un sentiero o mulattiera. Qualche autore (Marcenaro e Pagano) interpretano che la antica via Aurelia passasse appunto per il Fossato, discendendo la ripidissima costa dagli attuali Angeli fino ad immettersi nella via principale del borgo, e per andare infine ad attraversare il Polcevera proseguendo per Cornigliano, Campi, Fegino, Borzoli, Sestri; ciò è da ritenere improbabile sia perché ai tempi dell’impero romano non esisteva alcun ponte sul torrente a livello Fiumara, sia per l’estrema difficoltà a scendere la ripida ed allora selvaggia costa di levante del Fossato (fu la prima dedica del nome Rompicollo – vedi Aurelia). Che comunque nel tempo, aumentando i traffici terrestri, si sia dato inizio a nuovi sbocchi stradali, è ovvio e possibile, ma probabilmente non in epoca romana, e quindi tutt’al più nel più lontano medio evo. La strada (cronologia). È del 1857 il riconoscimento nel regio decreto del nome di “stradone Fossato san Bartolomeo”. Solo nel 1870 fu resa praticabile anche alle carrozze. Alizeri, nel 1875 descrive lavori di miglioramento stradale, e che da poco “i terrazzani avviarono per sotterranei condotti lo scender delle acque, e spinarono un facil tragitto … fuorviando sulla dritta del borgo”. Il 18 apr.1885, vi fu fondata una Società di mutuo soccorso, chiamata “S.M.S. Gioventù pensiero libero”, per assistenza generale, con sede nel tratto stradale non precisato; ebbe come presidente nel 1886 il sig. A. Aloisi. Da poco prima dell’anno 1900, la strada assunse il nome di “via san Bartolomeo”; e tale le rimase fin oltre la seconda guerra mondiale, anche se nel dicembre1900 un regio Commissario straordinario, propose il nome di “Fossato san Bartolomeo” e di cambiare la “strada al Forte” con “via san Bartolomeo”; probabilmente non fu accordato il consenso da parte della Giunta comunale, anche se nel 1901 fu posta la targa alla “salita san Bartolomeo” che saliva sul versante a ponente sino al bivio con vico Imperiale vicino a Promontorio). Nel dicembre 1900 il regio Commissario Straordinario confermò il nome “via Fossato san Bartolomeo”: così nel gennaio subito dopo, l’impresa Rebora- Calvi – Barabino poterono apporre la targa in marmo a tutte le strade che ruotavano intorno alla abbazia: Strada al Forte divenne “via san Bartolomeo”; parte di vico Imperiale divenne “via Chiesa e Fossato san Bartolomeo”; tra via s. Bartolomeo fino al bivio con vico Imperiale si chiamerà “salita san Bartolomeo”. In un censimento delle anime, don Brizzolara parroco dell’abbazia, allora residente in Promontorio, nel 1907 – non esistendo via A. Cantore e con inizio quindi da via De Marini, già la chiama “via san Bartolomeo del Fossato”. Nel 1910, iniziante da via De Marini, arrivava sino alla “salita ai Forti”, con civici sino a 17 e 18. Nel piano regolatore dell’agosto 1915 (redatto dall’ing Mattè Trucco per conto del torinese cav. Giovanni Agnelli e del sig. Paolo Cottino, approvato nell’agosto dello stesso anno, riveduto nel 1918), già si prevedevano edifici su terrazze parallele alle curve di livello, e con strada a tornanti lungo il fianco della collina, raccordata da alcune scalinate: degli edifici ne furono costruiti solo due: nel 1921 il civici 44-46 e nel 1922 il 50-52 coprenti ciascuno un’area di 342 mq, corrispondenti ai civici 44-46 e 50-52, gemelli con 4 scale, per 56 appartamenti in totale. Nel piano regolatore del 1925, si previde nel fossato la costruzione di una nuova grande arteria (larga 15 m. e lunga 4 km), tracciata parallela a levante della precedente lungo il ripido crinale del colle di san Benigno e che – arrivata sul retro dell’abbazia -, continuava però sul versante di Promontorio per raggiungere corso Roma (attuale corso O. Scassi), a formare la “Quota 40”; progetto evidentemente abbandonato con l’ammissione di San Pier d’arena nella grande Genova. Furono costruiti altri due caseggiati, nel 1929 il civico 54-56 e nel 1930 il gemello 58-60 (per ambedue nel 1928 fu approvato il progetto dell’ing. L. Solari e finiti nel 1930 dall’impresa G. Torretta per conto dell’ Istituto Case Popolari, in cemento armato, praticamente gemelli essendo ambedue di 333 mq di superficie, capaci di 34 appartamenti cadauno per un totale di 72 vani, cadauno, e con decorazione omogenea sulle quattro facciate (quindi anche sul retro) da lasciar presupporre l’intenzione di proseguire a tornanti. Parte del piano terra del civico 58-60 fu adibita a servizi per l’istruzione elementare). Nel 1930 l’Ente Autonomo Case Popolari si fuse con l’Istituto Autonomo Case Popolari (IACP) portando ad erigere quattro caseggiati in cemento armato (i primi furono i civici 44-46 e 50-52 gemelli, con un totale di 28 appartamenti e per 110 vani cadauno, costruiti nel 1921 uno, e nel 1922 l’altro, a levante dell’abbazia, dal Consorzio Ligure delle Cooperative Genovesi) e prolungando fino ad essi la strada; questa arrivò fino a confinare con l’attuale via Dante Conte (che non avendo ancora nome, il tutto si chiamava via Bartolomeo, ed arrivava quindi sino a salita Promontorio).

Anni 1930

Anno 1943

Nel 1932-3 con i lavori per la camionale (vedi), la strada fu “invasa” da essa, sia nei primi trecento metri (vedi foto sotto) con intersecazione e relativo ponte; e sia per contenere il piazzale d’inizio con un muraglione, furono necessari lavori che comportarono: -dal viadotto verso mare (fino a via Carducci: via A. Cantore) deviazione del torrente (che fu poi coperto) ed occupazione dell’antichissima strada -che fu spostata più a ponente. Per la base del piazzale stesso, fu necessario espropriare un terreno (che era di proprietà del senatore Giovanni Agnelli e del cav. Pietro P. Cettino; fu raggiunto un compromesso permutando con del terreno vicino, più piccolo e da ricavarsi dopo lo spostamento della strada, oltre al pagamento di una piccola somma di conguaglio da parte del Comune). Così la strada non proseguì più nel vecchio tracciato (che era allineato e corrispondente all’attuale via G.B. Carpaneto; questa fu poi raccordata con via A. Cantore tramite una scalinata), ma fu invece allineata con via Bottego (che passava a ponente dello stabilimento Moro). Questi lavori furono progettati e diretti dall’ing. Gian L. Connio, eseguiti dall’impresa F. Savio per una spesa di Lit 280mila.

 

Nel 1934-5, con l’apertura di via Cantore, la corrispondente parte di strada vicino allo sbocco, venne tagliata (all’incirca in questo posto, nel 1919 -per oltre un anno- fu spianato uno dei primi campi per il foot-ball : ricordato come “o campo de moneghe“, che sopravvisse sino all’apertura di quello meglio strutturato nel giardino di villa Scassi), ed il tratto terminale a mare ebbe – per decreto del podestà del 19 agosto 1935, il nome trasformato in via G.B. Carpaneto, mentre il tratto a monte (da via A. Cantore compresa salita D. Conte), divenne “via san Bartolomeo del Fossato”.

1936 – foto Pasteris

Nel 1940 l’IFACPP costruì il civico 40-42 tramite l’impresa SAF Liberti e su progetto dell’ing. M. Braccialini: su un’area di 445 mq conteneva 34 alloggi per 96 vani in tutto. Questa casa fu gravemente danneggiata dai bombardamenti (foto sopra).

Nel 1950 appare di 5.a categoria. Ancora nel 1961, appare tracciata solo sino a “salita ai Forti”. Sono di quegli anni i palazzi che ora fiancheggiano l’attuale tracciato sino alla vetta del colle, dove si sconfina in san Teodoro.

Civici. Nel 2007, U.U.28; Neri: da 11 a 117 (mancano 41-3, 47 a 55, 69, 73; aggiungi 13AB, 17A, 25A, 61A, 75AB, 95AB, 101AB, 115(A)BC); da 2 a 96 (mancano 18, 22, 28 a 38; aggiungi 52A, 74A, 80 a (DEF) I); Rossi: da 1r a 187r (mancano 5, 69 a 73, 103 a 135, 145-7, 151 a 165, 175, 183; aggiungi 9A, 11A, 13A(B)C(D)E, 55A, 57A, 99D); da 2r a 222r (mancano 32 a 170, 218; aggiungi 2ABDF, 8AB, 16A, 18ABC, 20ABC, 22ABC, 24AB, 26A, 28ABCDE, 180B, 206 a E, 208A, 214A). Il Pagano 1940 pone senza civico l’abbazia; una torrefazione di caffé Canessa A.; una officina meccanica Di Roncallo – Pastorino. Civici neri: 81 suore Pietrine; 99 circolo ricreativo “Amici del Fossato” OND. Civici rossi: tra 20 civici, cinque commestibili, tre osterie; due carbonai; 85 circolo dopolavoro ”Vaiflo Tuberoni”. In contemporanea alle trasformazioni di cui sopra del 1950, tutti i numeri civici furono modificati; e così per esempio i civici neri 18-20-22 divennero 2-4-6; e dall’81 al 101 divennero dal 40 al 60. In seguito furono ricostruiti gli immobili col civico 29, 41, 43, 47, 49 (nel 1952); ed invece costruiti nuovi il 14a (dicembre 1945; nel nov.1958 viene assegnato a via M. Fanti); il 10 (marzo 1948; appare demolito e ricostruito nuovo nel ’55); il 65 (giugno 1951); dal 78 al 111 (giugno 1951); il 67, più dall’ 81 all’89, più il 99 e101, più 113 e 115, più dal 62 al 70, più 94 e 96 (luglio 1953 – ultimi in San Pier d’Arena); il 95 (aprile 1954); il 25a (settembre 1954); il 72 e 93 (giugno 1956); il 24 e 26 (febbraio 1957); il 11a (ottobre 1959); 91 (febbraio 1962); 79b (aprile 1975: è la scuola elementare); 20 (luglio 1963); 74 più 74a (dicembre 1963); 17a (novembre 1964); trasformato da una porta senza numero il 71 e 79a (luglio –agosto 1961) e 76 nel 1959, quale secondario del 72); 80 abcghi (trasformati nel gennaio 1977; come: il 95a nell’ottobre 1986, il 16 febbraio 1965, il 101b luglio 1993; 95b aprile 1994 e 52a febbraio 2000); sopraelevato il civico 72 (gennaio 1959); soppresso il 53 (agosto 1970); 41,43,45,47,49 (demoliti nel febbario 1974). Il Pagano/1950 vi segnala tre osterie: 2r di Gastaldo O.; 19r di Dulini Teresa; 85r del circolo “Amici del Fossato”; nessun bar-caffé né trattorie.

La valle nel 2010, presso l’ingresso dell’autostrada

Numerazione pari sul lato a ponente, a salire. Nell’anno 2008

Civico 2r: inizia la strada;

Civico 2: in questo palazzo, e anche al civico 4, a piano terra, c’era negli anni 1950 un asilo e scuola elementare gestita dalle suore Pietrine. Sul lato mare del civico 2, sul fianco interno c’è un microgiardino al quale accedevano gli alunni per la ricreazione, tramite due aperture, ambedue con alcuni scalini;

Civici 6 e 8: precedono il ponte dell’autostrada;

Ponte autostradale

 

Rettilineo, a salire dopo il ponte, negli anni ‘60

Civico 10r: è a sinistra salendo il primo civico dopo il ponte;

Civico14r: nel 1950-60 deposito della ditta S.A.F.F.A. di legni compensati, paniforti, ed altre lavorazioni del legno. Sul fianco a monte, di questo edificio, si apre tramite cancello, l’entrata alla tipografia “Grafica don Bosco”. Tra il 14r ed il 16, esiste l’inizio della scalinata che passerà sotto l’autostrada e sale sino a via M. Vinzoni. Un pezzetto di giornale ritagliato (…Cittadino”) e senza data riferisce “comunichiamo con piacere che la Gazzetta Ufficiale portava in questi giorni il decreto prefettizio di esproprio di un appezzamento di terreno, per effettuare una scalinata di raccorciamento a quota 40, a SBdF: il provvedimento più volte invocato anche su queste colonne e di assoluta utilità pubblica. Con ciò viene coronato il lavoro assiduo costane (sic) di due anni del Rev. Sac. Gazzolo G.B. Rettore dell’Abbazia di SBdF e soddisfa la popolazione. Non resta ora che attendere l’inizio dei lavori: per cui ci rivolgiamo..all’ill.mo Podestà on. Broccardi (anni 26 circa) giacché voglia disporre un inizio sollecito…” ;

Civico 16r: uno stabilimento per torrefazione di caffè, di “Tubino & C.”, rinomato importatore, grossista e torrefattore, direttore della “Ind. Naz.le del caffè”, possedeva anche un bar omonimo in centro (via Cecchi). Mi si racconta che negli anni ‘60 ebbe guai con la giustizia accusato di contrabbando, per cui si chiuse la torrefazione. Forse è nella stessa sede negli anni 1944-XXII, -da fatture emesse di fornitura all’ospedale Celesia della soc. “Caffè Canessa”, tel. 43-555 premiato con medaglia d’oro all’esposizione universale francese a Parigi nel 1900, a quella italiana a Milano nel 1906 e diploma di gran merito all’esposizione italiana di Torino nel 1911; con fatture che lasciano presupporre la sua presenza anche negli anni 1930 anche se sul Pagano 33 non c’è, e che si reclamizzava con “dall’albero alla tazza … delizioso sino all’ultima goccia”;

Civico 16: è un palazzotto a due piani, con finestre senza persiane, a tipo industriale;
L’ex civ 18 ha avuto lunga storia. Nella carta del Vinzoni del 1757, è visibile la villa allora di proprietà villa Ghiara, alla quale si accedeva tramite diretta salita deviando dalla strada principale lungo il torrente. Il Remondini segnala nel 1882 un “palazzo Airenta”. Presumo siano la stessa dimora. Inizialmente la casa, eretta nel 1700, fu di antica e forse primitiva proprietà di un Magistrato di Pammatone, della cui famiglia conosciamo una femmina, la marchesa Marzia Imperiale-Centurione (della quale, leggibili sulla carta del Vinzoni, parte dei terreni sono ancora di sua proprietà, confinanti con quelli posseduti dalla abbazia di san Bartolomeo del Fossato retta dall’emin.mo cardinale Doria).

Carta del Vinzoni del 1757

A sinistra la villa Airenta

Questa vendette l’edificio e parte del terreno (non si è sicuri se nel 1739). Infatti la villa con vasto terreno nella carta del Vinzoni è attribuita al sig. Ghiara Giuseppe, famiglia livornese che risulta possedesse nel palazzo una cappella intitolata alla SS Nunziata e san Giuseppe, arredata da una icona di uno dei Piola (nel 1770 la cappella appare confermata in una relazione del rettore sac. Grondona). Tra i terreni del Ghiara e quelli della Imperiale, nella carta del Vinzoni è scritto il nome Lorenzo, non facilmente attribuibile (al cardinale Doria -ma non è nei suoi terreni-; o ad ipotetico Centurione marito di Marzia?). A loro volta essi lo cedettero ad Airenta G.B. nel 1822 (che ebbe eredi maschi e femmine proprietari ancora delle villa e terreni nel 1884. Nell’archivio di Promontorio, nell’anno 1839 si propone come nuovo fabbriciere, un Domenico Airenta). Della famiglia Airenti, molti e famosi sono originari dell’imperiese. Più “vicino” al nostro borgo conosciamo Giuseppe Vincenzo. Dell’ordine dei predicatori, nacque a Dolcedo il 20 giugno 1767 da agiati genitori; a quindici anni scelse vestire l’abito dei domenicani che nel paese avevano un fiorente convento. Proseguendo negli studi, fu invitato a leggere di filosofia a Genova nel loro rinnovato convento; poi alla cattedra di teologia di Parma; poi bibliotecario prima a Roma, intanto dilettandosi in ricerche storiche, scrisse sulla tolleranza religiosa nell’antica Roma, poi di Genova quando a fine secolo, sino al 1810, molti conventi furono chiusi; meritandosi così fama di erudito e filosofo. Nel 1820 fu nominato vescovo di Savona; e dal 1830 di Genova a succedere Luigi Lambruschini. Ma la sorte volle che dopo soli undici mesi di cattedra, durante un viaggio nella terra natale fu colpito da ictus apoplettico cerebrale che lo portò a morire il 3 settembre 1831. Fu succeduto da mons. Maria Tadini). Nel 1831 l’architetto Ignazio Gardella espone al comune un progetto ordinatogli dagli “eredi Airenta” per la non meglio specificata “costruzione di due traverse ossia serre o chiuse in fabbrica a volto rovescio” da erigersi lungo la vallata. Non sappiamo quando né come, dopo gli Airenta la proprietà passò alle suore “Figlie di s.Anna” comunemente dette “ suore cappellone”. Vi avevano aperto un Collegio educandato, che si apriva anche sul versante ovest all’altezza circa di dove ora finisce via M. Vinzoni; infatti fu reso possibile passare anche dall’alto quando nella prima decade del 1900 fu completata la via Balbi Piovera per arrivare all’ospedale.

Storia delle suore “Figlie di S.Anna
Furono istituite (in un’epoca storica caratterizzata da nuove ed impegnate esigenze sociali, e in particolare richiedente un ruolo fondamentale ai religiosi nell’impegno assistenziale dei giovani) dalla genovese Anna Rosa Maria Benedetta Gattorno, nata il 14 ottobre 1831 in piazza san Bernardo da genitore agiato commerciante di un certo prestigio economico e sociale, e dalla madre Adelaide Campanella, sorella di Federico patriota mazziniano; essi educarono i sei figli al rispetto, carità e partecipazione verso i più deboli (tra essi, Federico, 1836, mazziniano convinto, viaggiò per mercanteggiare granaglie per la società paterna ma poi combattente con i Mille e molto amico di Garibaldi – e financo col generale, nella campagna di Grecia del 1897 – da ricevere in dono dagli eredi la rosa che Garibaldi stringeva nel letto di morte. Molto legato alla sorella, più volte partecipò economicamente ai progetti di ella. Divenne Capo di Stato Maggiore dei corpi garibaldini e Deputato del regno). Battezzata Rosa Maria Benedetta in san Donato si sposò giovane ma a 27 anni rimase vedova con due figli di cui la prima sordomuta. Trasformò la sua vita dedicandosi alla conversione dei peccatori. Decise prendere i voti religiosi quale terziaria francescana ed indirizzarsi verso gli infelici, i poveri, gli infermi; lentamente maturò l’idea di una attività più organizzata, assecondata in questo dal vescovo mons. Andrea Charvaz e – dopo udienza – anche da Pio IX. Guidata da un insegnante di teologia a Piacenza, qui aprì la casa madre, istituendo la “congregazione delle Figlie di sant’Anna” l’8 dicembre 1866 a cui seguì una casa gentilizia a Roma. L’opera ebbe subito grande risonanza e partecipazione, allargandosi rapidamente in tutta Italia, in Europa (Francia e Spagna), in America latina ed in Africa arrivando a creare 368 case, ospitanti oltre 3500 suore. Morì il 6 mag. 1900 a Roma ove fu sepolta nella casa gentilizia della Congregazione; nel 1998 fu dichiarata “venerabile”, beatificata dal papa Giovanni Paolo II il 9 aprile 2000. Iniziale scopo a Genova, era interessarsi degli infermi, in sede distinta di p.za san Silvestro; della protezione delle giovani in via Balbi; del carcere femminile a Marassi; ed del collegio educandato a Sampierdarena. Mentre in Italia si erano moltiplicate possedendo una casa madre a Piacenza; una casa generalizia a Roma; tre case a Genova (via Balbi e nelle carceri); una a Sestri Ponente; e un collegio-educandato poi divenuto orfanotrofio a Sampierdarena. Dove furono ospitate all’inizio della attività, non è dato conoscere; probabilmente nella casa della fondatrice, ma – come detto – era a Genova. Conosciamo però che già prima dell’anno 1900 erano nella villa Airenta. Dagli scritti del parroco di Promontorio sappiamo che nei primi anni del secolo avevano una ‘casa colonica’ al civico 1 di salita san Bartolomeo (oggi via G.B. Derchi) e che in concomitanza (1907) erano ospitate nel civico 3 di via san Bartolomeo sotto il nome di “educandato”. Per la storia di partecipazione in epoca fascista e nascita del Patronato san Vincenzo de Paoli, vedi a Crocetta. Nel 1925 e 1933 il collegio femminile è sempre nella stessa villa che però è diventata aperta in via san Bartolomeo del Fossato al civico 24. Sulla rivista “Genova” del 1927 risulta nelle “opere pie” ed ospitare 87 fanciulle; nel 1937 compare con ricovero, come “collegio per assistenza ad una sessantina di ragazze, orfane o derelitte”. Esse, nella nostra delegazione, appaiono ancora esistere nel 1960 sia come Patronato di san Vincenzo dè Paoli per fanciulli abbandonati nella villa di salita al forte della Crocetta, n° 11; sia come orfanotrofio femminile in villa Currò al civico 23. Nel 1999, le case si erano ridotte a 270, con 2000 suore circa. Già dal 1975 la casa di via Currò languiva finché la villa Durazzo Currò fu definitivamente abbandonata nel 2006 perché le suore erano rimaste in quattro (Anna Cecilia, Anna Fortunata, Anna Carmela, e la superiora Anna Albertina); rimanendo solo in salita Forte Crocetta. Questa villa, non sappiamo quando, fu demolita. Nel terreno posto a ponente della strada, di fronte dei civici 27 e 29, nel 1924 fu fatta richiesta al Comune da parte degli eredi Morasso di poter costruire un piccolo capannone nel loro terreno, ad un unico piano. Civico 20: è un grosso caseggiato, ad abitazioni tra esso ed il successivo, una stretta scalinata a zig-zag porta ai civici 24-26-26a. Pero ricorda al civico20 l’officina meccanica di Alberto Tosi, definendolo un “mago” delle auto, specie da corsa o di alta cilindrata; Al civico 28n esiste ancor oggi un lungo edificio industriale; corrisponde al civico 30Ar c’era la s.a. Galoppini (vedi), per la lavorazione della latta. Aveva 30 dipendenti; fu chiusa nel 1962. Ha grosse tipiche finestre, delle quali prima due piccole. Poi sette alte; poi 5 più basse e larghe. Civico 42n il circolo intitolato a S. Dondero, e già sede del PCI; Civici dal 62 al 70 (vedi eguali ai numeri dall’81 all’89);

Numerazione dispari, a levante
Preceduti da un muraglione, i civici iniziano solo dopo il ponte autostradale; e con il n.11: forse la numerazione sotto era nell’antica via G.B. Carpaneto.

Civico 11 è l’area dell’Enel, chiusa ed abbandonata (foto sotto);

 

Scalinata

Ascensore

Da dopo essa, in uno slargo di retro la fila di palazzi che fanno da palizzata alla strada, esiste il portone civico 11A e la prima scalinata (foto sopra) che porta alla sommità del secondo tornante – primo verso il mare – della lunga strada in salita. Ha 11 rampe per 237 massacranti scalini, in parte era di proprietà dell’impresa Sergio Stura ed in parte dell’Anas; ambedue nel 1981 la cedettero gratuitamente al Comune che deliberò (10.12.79, previsione spesa di lire 958.725.600) i lavori di ripristino (mentre con una impresa Dolcino –miglior offerente nella gara svolta nel novembre 1980, doveva provvedere alle fognature nella zona (acque bianche e nere); nel primo tratto funzionava un ascensore (foto sopra), già di proprietà dell’impresa Montemare di Sergio Stura, ormai in totale disuso da più di 25 anni, situazione giustificata dal costo non compensato e dal poco uso, considerato che i più ormai usano i mezzi veicolari privati o pubblici);

Civici da 13 a 19

della facciata, l’ultima a destra è il civico 15r

Civico 19: una palazzina a tre piani: sul suo fianco a mare si apre la soc. Weltra spa (fondata nel 1962, si interessa di import-export marittimo, terrestre ed aereo). Questo edificio ha una angolatura che stringe bruscamente la strada; Sulla strada ci sono i civici 15r-17r (vedi foto sopra) adibiti ad officina-carrozzeria: particolare è il “terzo piano” completamente aperto e coperto da tettoia metallica sostenuta da travature sempre metalliche: mi si dice che prima di essere adibito a carrozzeria l’edificio era stato una conceria e lassù venivano essicate le pelli (molti ancora lo chiamano “palazzina delle pelli”), (sul Pagano, al 15n è stata descritta una fonderia); Dei palazzi dopo, corrispondenti al civico nero 21 e rossi dal 19 al 35; 23 nero con 37r al 43r; 25-25A nero con 45r al 59r sono case da abitazioni; Civico 27: è all’estremo a mare di una palazzina composta da tre elementi uniti; essa possiede anche i civici rossi dal 61r al 67Ar. Al termine, a monte del caseggiato, un piccolo cancello con altrettanto piccola targa: essa segnala l’ingresso di “Num. Int. 29-31-33-35-37-39”; (da cercare i civici 41 e 43). Al civico 45 c’è la scuola materna statale Walt Disney e per le elementari: costruita nel 1974 (finanziata a metà tra stato e comune) su progetto dell’ing. Di Stefano. È un edificio di 4 piani, con 15 aule per 200 scolari.

 

Al suo posto, scrive Pero, c’era la fonderia Trivelli (sul Pagano/61 è chiamata “Fonderia san Bartolomeo”, ma con officina al civico 15 nero e direzione al 53; lavorava rottami di ferro ricuperati dalle demolizioni di case nel periodo post bellico, fondendolo per farne -forse- pani di ghisa. Aveva la sua bella ciminiera, con fumi senza filtrazioni. La famiglia Trivelli offrì alla nuova chiesa il cancelletto dell’altare ed alcuni candelieri. Aveva circa 50 operai, fino alla chiusura nei primi anni ’70); sul fianco a monte della scuola, una scalinata porta alla strada, sopra il tornante; L’ Abbazia (descritta dopo); A fianco-mare dell’ingresso della chiesa, si apre un giardinetto di probabile proprietà della chiesa stessa essendo aperto dalle 9 alle 12 escluso se c’è messa, titolato al sacerdote “don Giancarlo Tamagnone – parroco dal 3.10.98 al 12.6.02”. Di seguito il campetto sportivo; Civico 75: è l’entrata con civico nero ma non utilizzato e sempre chiuso, della casa che nel retro ospitava il Circolo Amici del Fossato, descritto dopo. Attualmente al piano terra dell’edificio si accede dalla porta posta a monte del campetto di calcio: in alcune vaste stanze sono ospitate una palestra, i servizi igienici e la sede degli scouts. La facciata, conserva ancora tracce del dipinto colore rosso genovese. Sopra il portone chiuso una finestra rotonda sormontata da un ovale con Madonna (sembrerebbe in rame, a sbalzo).

 

Facciata sulla via s. Bartolomeo del Fossato e sul campetto della parrocchia

 

Facciata, verso il campetto e il muro esterno del campetto

Prima del tornante della strada, c’è una casa con due portoni: civico 77-79: casa da abitazioni (foto sotto);

 

 

Al civico 101r (vedi foto sopra – quando nacque era al civico 65r; nel 1930 appare al civico 99; sull’opuscolo della Circoscrizione 2003 è al 79/A) il Circolo “Amici del Fossato”. Nacque nel 1929 come club ricreativo di Mutuo Soccorso, per assistenza generali ad i suoi iscritti. Divenne poi circolo dopolavoro popolare, che negli anni 1960 era sede del PCI dedicata a Stefano Dondero (vedi). Mi si dice sia stato definitivamente chiuso nell’anno 2009; Civico79B: ospita succursale della scuola materna “Walt Disney” e di quella elementare “San Bartolomeo del Fossato”;

Civici dall’81 all’89 erano chiamati “del Consorzio” perché furono eretti negli anni 1950 ad opera del CAP (Consorzio Autonomo del Porto) per i suoi lavoratori;

Al civico 81 nel 1950 c’era l’asilo infantile comunale di s.B.d.Fossato; A sinistra salendo, si apre una laterale che doveva essere prolungata per salire sul versante a ponente della valle, prima di decidere il tracciato a levante; ora quindi è una appendice chiusa alla fine ma, in essa si aprono sia la via che poi risale il fianco di ponente (via Derchi) e sia, poco dopo, la “salita ai Bastioni”; Al civico 115c c’era una scuola materna comunale “Mura Angeli”; Al civico 129/1 (forse già a Genova) nel 1984 esisteva la direzione e redazione de “la Bottega del Teatro” con direttore Rosario Romano, proponente un “teatro multimediale” di ricerca e sperimentazione, basato sulla volontà di discutere e far discutere, senza censure e “rete”, di teatro; Il civico 117 è in San Pier d’Arena; il 119 in san Teodoro; Le pareti ripide del colle, sono state soggette a frane, per fortuna senza vittime: l’ultima verificatasi tra i civici posti dietro l’abbazia richiese la collocazione di gabbioni di contenimento; La strada sale a tornanti, fino alla vetta della collina ove è costeggiata dalle mura del 1630 prima di valicarle, per arrivare in san Teodoro (ai giardini dedicati a G.B.Carlone).

L’Abbazia

Monopolizzava il tracciato stradale il semplice ma maestoso complesso, uno dei più antichi monumenti religiosi della Liguria, costruito “extra muros Ianuae” alla fine dell’ XI secolo, in un recesso solitario lontano dalla marina e sotto le falde del colle. In architettura romanico-gotica di congiunzione tra le forme già ampiamente attuate il Lombardia e le prime a propagarsi in Toscana; aveva caratteristicamente i muri con in basso pietre scure di Promontorio ben squadrate, e in alto, dai due metri circa in su, con mattoni bene ordinati. La fondazione della nostra abbazia si fa risalire al 1064 (altri dicono 1068; Marsaglia scrive 1035). Incerta la data precisa: alcuni propendono per un generico fine XI secolo (Toesca, Ceschi), primi del XII (Piersantelli; Di Fabio: da alcuni aspetti architettonici, recenti studi del Di Fabio concluderebbero la vera data di fondazione del complesso nella prima metà del XII secolo: questa posticipazione, mentre non spiega l’entità dell’apporto vallombrosano, fa rientrare l’edificio nella piena fioritura romanica locale). I Padri del Comune di Genova ed alcuni nobili locali, nell’anno 1064 (la data non è certa, ma corrisponde ad appena concluso il Concilio di Mantova – che pose fine allo scisma riconoscendo Alessandro II pontefice legittimo contro l’antipapa Onorio sostenuto dall’ Impero; e ad un passo dalla guerra tra papato e casa di Franconia, tra Gregorio VII ed Enrico IV), col fine di combattere la locale crescente simonia nei laici ma anche negli ecclesiastici dilagante in città, favorita dalla presenza del porto e della conseguente mescolanza di pensieri, nonché corruttela, egoismo e violenza (guerra di potere tra Chiesa ed Impero ovvero guelfi e ghibellini, o di saccheggio dei saraceni che da Frassinetti scorazzavano le coste liguri e che proprio da poco erano stati sgominati), avevano chiamato i Vallombrosani perché famosi appunto per la severità con cui la loro regola affrontava il tema di queste deviazioni filosofiche e religiose (“simonia negli ecclesiastici che Pier Damiano fulmina; corruttela e sifre nata licenza ne’ laici; Chiesa e Impero in armi; i saracini a saccheggiar le coste…”). Tra i nobili, la famiglia Porcelli (già concessionaria del ritiro delle decime a nome della Curia e che aveva sul territorio vasti possedimenti e ricchezze) era patrona sia del convento femminile e sia poi dei vallobrosani, con l’ovvio beneplacito della Curia. L’appannaggio offerto dalla famiglia ai monaci non è quantificabile da documenti; probabilmente oltre al terreno del manufatto e orti, competevano loro tutte le prestazioni che poi diverranno delle confraternite: partecipazione alle cerimonie ed ai materiali ad esse necessari (ceri, vesti, libri, calici, ecc.). L’episcopato genovese era, come i nobili gerenti laici, in forte contrasto, con lotte sanguinose ad andamento alternante ma con prevalenza di filo-imperialisti ghibellini; e ciò lascia dubbi sulla data dell’arrivo dei Vallombrosani, che da taluni Storici viene spostata al 1140; accettando però che la cappella e monastero, dedicati a san Bartolomeo, già da prima avevano una documentata presenza femminile (vedi sotto, al primo scritto attendibile – della badessa Ermellina. A noi che interessa la storia dell’abbazia, vale relativamente se i vallombrosani sono stati i primi o i secondi ad occupare l’edificio; ed appare ovvio che, se il lavoro faceva parte fondamentale della loro regola, il loro arrivo determinò una miglioria anche strutturale e sociale). Infatti, pare che da Firenze, delegati da Gualberto (o da suoi successori), giunsero cinque monaci, guidati da padre Anselmo degli Anselmi (Salvestrini “presuppone’ alcune cose: a) che il vescovo di Firenze Attone – accusato da Gualtiero di simonia – poi, come vescovo di Pistoia, operò molto a favore dei Vallombrosani; o è un omonimo o forse non c’era quell’attrito col fondatore che si presuppone nelle motivazioni che spinsero Gualtiero al ritiro nei boschi; b) che già esistessero rapporti tra Firenze e Genova quando lo stesso Attone ebbe da entrare in possesso di una importante reliquia di san Iacopo, offertagli da Compostella (Spagna)– via Genova; in sostanza scrive “non è del tutto peregrino pensare che l’insediamento del Fossato sia sorto nel contesto dei viaggi che Attone o alcuni suioi emissari… prima del 1144”. Oppure ancor prima, per dei viaggi dello stesso presule verso Asti, sempre via Genova, nel 1140”. c) ci fu anche una ‘intesa’ da parte di Roma alla loro venuta a Genova; specie per appoggiare il presule Airaldo – eletto 1097/8 – favorevole all’autorità centrale romana. d) difficile pensare ad una sopravvivenza basata unicamente sullo sfruttamento delle risorse agricole, nella minuscola e impervia valletta del Fossato; quindi che tra gli scopi della loro venuta, anche un impegno di tipo ospedaliero, per poveri, malati e viaggiatori, come già essi gestivano nelle regioni vicine: a questo scopo però, lascia perplesso la località – a quei tempi – assai disagevole da raggiungere sia dall’alto -Rompicollo- sia dal mare e sia da terra percorrendo la via centrale). In Liguria, romitori erano sparsi sul territorio: più famosi, quelli di Marsiglia (dal V sec.); di Lerins (Cannes, fondato da Onorato), della Gallinara (Albenga, fondato da san Martino di Tours nel IV secolo); di San Romolo (Sanremo); di Noli (fondato dal cartaginese Eugenio nel VI secolo); della Palmaria-Tino (Portovenere, fondato da san Venerio nel VII sec.). Rotari nel 641-3 ne distrusse alcuni, ed altri sopravvissero fino a Liutprando quando inizò una predominanza dei cenobi lombardi (Bobbio). I Saraceni – dalla Provenza – iniziarono nel X secolo a colpire soprattutto queste comunità, normalmente più ricche della popolazione paesana; la vittoria sui residenti di Frassinetto avvenne nel 973-5, permettendo una sensibile ‘rinascita’ di monasteri, nell’XI secolo, ma quelli liguri rimasero tutti territorialmente piccoli per ovvie ragioni di spazi vitali. Nel XII secolo, in Liguria si affermarono i Cistercensi in corrispondenza di un notevole sviluppo del potere di Genova (anche se, sBenigno -del 1120- era dei fruttuariensi, e sBdFossato sarà dei Vallombrosani. Nella stretta ed isolata valletta, detta del Fossato, pare esistesse – primo fra tanti – un monastero di suore con patronato della famiglia Porcelli. Che i vallombrosani siano venuti qui a soppiantare le suore, lascia forti perplessità: che la simonia – ma sopratutto la corrutela e “licenza” ovvero comportamento non consono (di ragazze votate alla clausura contro il loro volere, per decisione paterna) siano nati proprio tra le mura del convento femminile. Una prima versione era che fu inviato a Genova un gruppo di frati, per decisione – dopo sollecito – di Giovanni Gualberto Visdomini (nato 999, altri scrivono 995, altri fine X secolo. Deceduto nel monastero di Passignano in Chianti il 12 luglio 1073), nobile – ma della minore aristocrazia fiorentina – e cavaliere nell’esercito imperiale, professo nel monastero di san Miniato al Monte, di tradizione cluniacense (dal monastero di Cluny, fondato nel 909 come ramo riformato dei Benedettini: indipendenti dal vescovo e signori feudatari, soggetti solo al Papa). La sua leggenda narra che il giorno di venerdì santo 1036, si incontrò sul sagrato con l’uccisore del fratello Ugo; affrontatolo e vinto, concesse perdono all’avversario in ginocchio, che chiedeva pietà. Entrato in chiesa, ricevette la sensazione che il Crocifisso col capo desse segno di approvazione.

Depose così le armi e dopo breve travaglio, si tolse i lussuosi abiti e si vestì con un saio molto rude e semplice (poi, divenne quello monacale) accettando dapprima le regole dell’ordine benedettino in uso nella sua chiesa. Difficile la vera ricostruzione storica dei fatti e dello stato d’animo di questo nobile, vissuto in epoca di grande violenza e miseria miste a misticismo (a sua volta su basi di superstizione e profonda ignoranza), e dove solo un ritiro mirato (al recupero psichico e fisico) poteva affrontare una situazione prettamente psicologica: non essere d’accordo col mondo che ti circonda. A quei tempi o si subiva in silenzio accettando il proprio “essere inferiore”; o ci si ribellava, solo con le armi (ancora due secoli dopo, Dante inghiottì tanto fiele non riuscendo a trovare libero spazio per le sue idee), ed è anche per questo che di quei tempi rimangono poche tracce scritte di vera documentazione; oppure, terza alternativa, la “fuga” in un “ritiro utile”: divenne una comoda alternativa per tantissimi nobili i quali, superata una certa età, non erano d’accordo col proprio feudatario o arcivescovo: nel caso di Gualberto, c’è la possibilità di disaccordo con il proprio abate accusato di aver comprato la carica (anche se era prassi abituale per corruzione del clero: anche il vescovo fiorentino Attone era stato accusato di simonia da Gualberto, ma lo stesso popolo rifiutò – per quest’ultimo almeno – l’accusa di Gualberto e questa sconfitta fu una delle cause del ritiro nei boschi dell’Appennino toscano – lo stesso Salvestrini non chiarisce la figura di Attone: a pag. 14 è descritto -come scritto sopra- vescovo di Firenze, accusato di simonia da Gualberto; a pag. 18 è agiografo di Gualberto; a pag. 25 e 33 è vallombrosano e vescovo a Pistoia: – o sono due, omonimi o ci sono stati ripensamenti anche da parte del prelato poiché nell’indice sono la stessa persona). Più logica quindi che il disaccordo con i superiori (e specie per simonìa di essi) e l’ostilità del popolo, siano stati i motivi che spinsero Gualberto a isolarsi e ‘fare a modo suo’ dando ai seguaci una impronta di severa intransigenza; favorito dai conti Guidi che gli concessero ospitalità nei loro boschi in località Acquabella, a Vallombrosa, alle pendici di Pratomagno presso Fiesole, si unì ad alcuni altri monaci dissidenti che si erano allontanati dalla città per segregarsi nella foresta (i Vallombrosani saranno soppressi dalle truppe di Carlo V (1500-1558), riebbero auge nella seconda metà del ‘500; lo stesso in epoca napoleonica per rientrare nel 1815; di nuovo nel 1886 quando tutto il complesso passò allo Stato del Regno d’Italia. Questi pur mantenendone la proprietà concesse ai frati di rientrare nell’abbazia nel 1949 e dal 1961 concesse loro anche la gestione amministrativa, sempre per conto dello Stato. Dal 1977 l’area è Riserva Naturale, e si chiama “Riserva naturale statale biogenetica di Vallombrosa”, presa in carico –assieme all’abbazia- dal Corpo Forestale dal 1866, quando il regno d’Italia soppresse il possedimento dei frati e istituì il primo corso di laurea in scienze forestali. L’abbazia rimane possesso dello Stato anche se dal 1949 ha permesso il ritorno dei frati). Là i frati Paolo e Guntelmo -anche loro di s.Miniato- già vivevano da eremiti (vicini ad altri che si erano fermati vicino, in un eremo “delle Celle” noto come il Paradisino); svolgevano attività pastorizia (pecore soprattutto), ortofrutticulture, sfruttamento del bosco; con loro, la personalità di Gualberto lo fece imporre come priore ed iniziò una congregazione che assunse caratteristica propria nell’ambito del movimento di riforma del tempo: cioè sempre benedettini – detti poi vallombrosani – col loro programma ma con l’accentuazione della preghiera, intransigente povertà (prima di morire aveva ricevuto in dono ben nove case e terreni), ospitalità, lavoro sia intellettuale che manuale (affidato ai conversi, che furono posizionati tra chi manteneva rapporti con l’esterno e chi desiderava la clausura stretta in continuo raccoglimento). Uno dei primi impegni decisi e rigorosi, fu quello di affrontare con successo un malcostume abbastanza frequente: la simonia ed eresia nicolaita. Lasciò come eredità il messaggio: “nell’eleggere i prossimi abati, favorire gli umili, i mortificati, i semplici”. Alla morte. gli successe come padre generale, frà Rustico. Tra i Benedettini Riformati (Cluniacensi, Cistercensi, Olivetani, Fruttuariensi, ecc.) i Vallombrosani imposero un’opera di rinnovamento che fu approvata nel 1055 dal papa Vittore II e nel 1070 dal papa Alessandro III; ma già a ‘cose fatte’ poiché dal 1030 circa aveva portato alla fondazione di nuovi monasteri in tutta Italia, specie in Lombardia, Umbria ed Emilia Romagna. La prima sede fu un chiostro eretto nei boschi e terre concessi dai nobili Guidi; la fama di Gualberto portò alla rapida assimilazione di tante comunità (lui stesso preferì dapprima accentrare, anziché fondare nuove comunità che – il più delle volte- si sfasciavano dopo breve tempo se non rette da persone capaci) comunque nel 1090 le “case dipendenti” erano una quindicina. Ospitati nella celeberrima badia di Fiesole, nel tempo essa divenne uno dei primi centri di studi della Toscana, tra i più antichi nel mondo. I fiorentini affidarono a questi monaci le chiavi del tesoro ed il sigillo della Repubblica. Ed a fianco dell’aspetto culturale, lasciti, acquisti, donazioni, permisero al cenobio di dotarsi di un ingente patrimonio fondiario. Furono tra i primi ad introdurre la coltura e l’uso delle patate e del gelso per la seta; ed a favorire il mercato del legname e degli abeti in particolare. È esistito un ramo femminile fondato nel 1050 dalla monaca Berta. Nel 1419 tal Andrea da Genova, su commissione di Bartolomeo da Cogoleto abate del Fossato, scrisse una “Vitæ” su Gualberto: costituisce la più vasta agiografia medievale sul fondatore; del libro se ne conservano due copie a Vallombrosa (uno forse proveniente e quindi di proprietà del Fossato)

Gualberto fu riconosciuto santo nel 1193; la sua festa è il 12 luglio. Risulta patrono dei boscaioli e, dal 1951 (Papa PioXII) delle Guardie Forestali (che –dalla loro fondazione- hanno la scuola nella struttura); protettore della città di san Paolo in Brasile; si invoca contro la possessione diabolica. Quindi – seconda versione – appare più probabile che essi iniziarono nel 1134 circa, inviati da Attone e non da Gualberto, occupando il suddetto monastero femminile già esistente, nella zona chiamata Basali (o Basuli; termine di probabile origine longobardica), e ne migliorarono la struttura ricostruendo il convento e la cappella primitiva, in pietra, a struttura romanica (impianto a croce; presumibili decorazioni molto semplici in pietra di Promontorio). Solo in seguito la struttura sarà rialzata ulteriormente dagli stessi vallombrosani, con adeguati laterizi (fu don Brizzolara che dalle sue ricerche riferì che questi dati apparivano in una memoria del 1732, rilasciata da Vallombrosa stessa al rettore di san Bartolomeo del Fossato don Gio Gerolamo Bacigalupo (vicario del cardinale, mentre era abate commendatario Carlo De Marini), e rinvenuta nell’archivio di san Bartolomeo della Costa a Sestri; erano stati trascritti da una testimonianza-cronaca-cronistoria monastica scritta 120 anni prima dal monaco p. Egidio Flammini (il quale scrisse, nel periodo a cavallo tra ‘500 e ‘600, l’opera “Epilogo cronistale” presente nell’archivio di Vasllombrosa, con cronistoria degli abati generali arricchita di noterelle e aneddoti leggendari che ne squalificano alquanto la veridicità), il quale a sua volta le aveva tratte da fonti non conosciute. Allo stesso risultato però, portò l’esame degli elementi architettonici. Sin dalle sue origini, il complesso ebbe la dignità abbaziale (in seguito, alcuni suoi abati ebbero il titolo nobiliare di conti e marchesi), e fu posta direttamente alle dipendenze della santa Sede. Non è dato sapere con certezza perché dalle suore fu dedicata al santo apostolo Bartolomeo -protettore dei coltellieri, macellai e conciapelle (questi ultimi due assai fiorenti e potenti come congregazione: vedi riferimento a Ruby, nella chiesa delle Vigne)-: si sa solo che il culto per questo santo, fiorì assai presto, anche ad opera dei marinai che portavano notizie dal mondo lontano; o relativo ad alcune attività pratiche che venivano svolte nel monastero; e che poi i vallombrosani – arrivati a Genova – ne divulgarono ulteriormente il culto. Nel XII secolo, la famiglia Porcello (o Porchetto) ne ebbe il patronato (atto notarile firmato da Oberto de Langasco, in cui essi sono chiamati “padroni e difensori del monastero”), essendosi distinti: -per maggiori benefici concessi (quando il complesso era sotto la diretta giurisdizione della Santa Sede); -per aver provveduto sia ad un primo restauro (sempre nella semplicità , dovuta alla regola monastica ed alla collocazione -per allora quasi sperduta-, nella località “in loco Basuli”) che al progressivo arricchimento tramite legato: il 18 settembre 1210 Guglielmo Porcello lascia un appezzamento di terreno col cui ricavato di vendita si potesse pagare una ancona con Madonna e santi; -e d infine per il dono del quadro con l’effige del titolare, che ancor oggi si può ammirare conservato. Poiché nulla vieta cercare delle soluzioni pratiche ed in corrispondenza realistiche, l’idea che la chiesa sia stata eretta nell’ XI secolo e che poi sia stata riedificata nel XII spiega i dati storici notarili del primo periodo e le strutture murarie evidenti sino alla distruzione, del secondo.
I primi scritti, sono del 1128, relativi ad una donazione di un terreno in Fassòlo (con testimoni prete Martino da “sancti Bartholomaei” et prete Giovanni di “sancti Michaelis” in Fassolo) donato alla chiesa di s.Teodoro dalla “badessa Ermellina” del monastero “de loco Basili” presente nel monastero con delle suore, probabilmente coesistenti o preesistenti ai monaci stessi, e forse dell’ordine Cistercense. Essi poi rilevarono o comperarono dalle suore tutto il complesso: non si sa quando di preciso, ma nel 1138 pare si fossero completamente insediati, guidati dall’ abate Antonio e con la chiesa già insignita del titolo di Abbazia. Diverso da tutti i monasteri in genere, questo pare fin dall’inizio essere non dipendente – anche se in buona sintonia –- dalla curia arcivescovile (ma questa informazione non appare univoca). La critica legge nella struttura l’influenza architettonica toscana e lombarda, tipica delle più antiche costruzioni della Congregazione: unica navata, croce latina, grande semplicità che esclude qualsiasi decorazione scultorea, dimensioni limitate. Alcuni testi accettano la data del 1138 quale anno di fondazione del monastero medioevale vallombrosano , confermata dai documenti. Il 22 dicembre 1153 o 1155, la chiesa viene ufficialmente nominata e collegata a Vallombrosa, in una bolla di papa Anastasio IV. Il Ratti dice che i vallombrosani si introdussero in san B.d.F. nel 1155, e se ne andarono nel 1632. Anche altri autorevoli storici, pongono date diverse. La discordanza della data d’arrivo dei monaci è dovuta al far essa capo alla dimostrazione scritta di bolla pontificia sicura, rispetto l’antica data che è tradizionale, e desunta sia dalla data di vita di Giovanni Gualberto che dai nomi dei signori postulanti . Se ne ricordano uno del 1196 (1156), per 20 soldi, lasciato a san Bartolomeo. Nel 1156 altri scrive 1196 appare un primo testamento a favore (notaio Scriba), da parte di un Sibilia q. Ribaldo Nocenzio (Pero dice essere una nobildonna che lasciò quote del suo patrimonio a vari istituti religiosi; 20 soldi a s.Bartolomeo ‘del Fossato’ -ed è la prima volta che viene citato il nome “Fossato”, forse perché dall’inizio, l’accesso all’abbazia avveniva dall’alto, dalla strada romana). Altre donazioni, in epoche successive tra cui 1160 – Baldone Scarso (5 soldi e una libbra di cera); 1161 – Pietro Clerici (venti soldi); 1162 Wuilelmus Scarsaria (20 soldi); 1190 – Comitissa uxor Guillelmi (2 lire);1191 – Agnese q.uxor Baudi de Contissa, (5 lire pro anima et suam sepolturam). Nel 1157 il suo abate priore Giovanni, fu nominato dall’arcivico Siro – assieme all’abate di santo Stefano – giudice in una questione tra i canonici di san Lorenzo ed il rettore della chiesa di Quarto. Questa delicata trattazione sottolinea l’importanza che aveva raggiunto questo cenobio nel giudicare e decidere le questioni della Chiesa locale. Sempre in tema di patrimonio fondiario, in data posteriore di un anno: 1158, da una minuta risulta che l’abbazia aveva beni territoriali in Coronata (Columnata); e nel 1160, terreni attorno alla “villa de Basali”; nel 1209 l’abate priore Ogerio vendeva – per 10 lire – una casa nelle terre di s.Siro che aveva a metà con Enrico q.Ugo Malacoda (=Malecaude); nel 1211 gestivano terre nella pieve di Ceranesi; e 1214 la vendita di una parte di casa con sedime, a Savona; 1216 l’abate Manfredo dà in locazione per 2 anni a Ogerio de Rubeo de Borlasco una terra in Molassana (Molaçana). Terre e fondo (fullum) anche a s.Quirico vicine al Polcevera – date in locazione – dove si lavorava la lana (gualcheria per la battitura della lana); ma anche a Borzoli e Promontorio, nonché addirittura fuori diocesi, a Basaluzzo e Pastorana (di Milano e Tortona), in Corsica (tre chiese, nel 1274; sei nel 1386. Con e per interesse anche della Repubblica) ed in Sardegna. Nel 1163 Ugone (al secolo Ugo della Volta) divenne secondo arcivescovo di Genova e vi restò per 25 anni. Nel suo tempo, considerato che sino ad allora l’abbazia era alle dirette dipendenze della sede apostolica, i giudici incaricati stabilirono che il monastero obbedisse direttamente all’arcivescovo sia nelle contribuzioni spettanti alla chiesa genovese, sia nelle elezioni degli abati. Decisione non gradita e rigettata in appello, se nel 1168 (Salvestrini scrive 1169) e nel 1176, al monastero di san Bartolomeo del Fossato presso Genova, viene citato in due lettere pontificie di papa Alessandro III ; la prima da Benevento, datata 14 febbraio 1168, indirizzata a Giacomo abate di Vallombrosa) viene confermato il privilegio e la dipendenza diretta dalla S.Sede: questo dava al priore una certa autonomia dall’arcivescovo, con conseguenti attriti. Nell’altra sono citati i terreni venduti alla chiesa di san Teodoro, nel 1128, da suor Ermellina, badessa in san Bartolomeo durante gli anni della sua reggenza). Ed altrettanto verrà confermato nel 1186 in bolle di Urbano III , nel 1188 di Clemente III , nel 1204 di Innocenzo III , e 1216 di Onorio III. Nell’arco degli anni, i monaci iniziano a porre le prime ristrutturazioni all’edificio. Nel 1188 morì a Genova l’arcivescovo Ugo o Ugone DellaVolta dopo 25 anni di servizio in quella cattedra. Giustiniani conferma che durante il suo operato abrogò la dipendenza da Roma, ed avocò a sé la diretta assistenza all’abbazia (come detto sopra all’anno 1163, ma decisione direttamente sconfessata da Roma.
Risale al XIII secolo la costruzione della chiesa di Promontorio, che fu governata dallo stesso abate priore, tramite un sacerdote che abitava in Promontorio, chiamato rettore o vicario o curato. Del 1200 tutta una serie di testamenti e donazioni: di Arnaldo Raimondo figlio di donna Giulia (5 soldi); 1203 – Druda (20 soldi per far cantare alcune messe);1206 l’arcidiacono Ottone dona 20 soldi ‘pro missis canendis’; 1212, 26 gennaio, di Simona Doria «fra gli altri legati…”a S.Bartolomeo del Fossato soldi 30”, … quas mihi ordinavit archiepiscopus per penitentiam quod eis preberem. Nella casa di Oberto Doria. Testimoni Pietro Doria e Nicoloso Doria il giovine»; 1213 il giudice Giacomo lascia pro anma sua ben 4 lire; 1215 Alda uxor Jacobi lascia al fratello fra Iacherio 4 lire perché dica messe per l’anima sua; Verdelia figlia q.Vassallo Tasca dona 40 soldi e sceglie essere sepolta in sBdF. Non mancano, a testimonianza del buon inserimento de vallombrosani nel tessuto paesano, e della parità di considerazione con altri istituti, dei prestiti (con interessi un po’ elevati, tipo raddoppio in caso di insolvenza alla data prefissata); 1216 ad Auda, uxor Enrico Formaggio, l’abate Manfredo presta 4 lire e 7 soldi per pagare la casa ed alcuni negozi. In questo anno (di poco seguente il concilio lateranense IV e alle riforme promosse da Innocenzo III) in un capitolo svoltosi in san Benigno, si stabilì che i superiori dei monasteri guabertiani lombardi (tra i quali il nostro rappresentato da ‘Maifredus’; assieme al cenobio di san Giacomo del Latronorio seconda fondazione vallombrosana ligure) si riunissero in assemblee generali a Vallombrosa ogni due anni, per discutere sulle nuove regole (ovviamente non fu rispettata).
Nel 1216 un atto, elenca i monaci presenti: Manfredus abate; Wiliemus priore; Ansaldus camerarius; Zacheus sacrista; Artursius presbyter; Wilielmus papiens; et Johannes, Armannus, Wilielmus presbyter, Johannes acolitus, Nicolosus. Essi avevano due avvocati che sostenessero le varie cause legali conseguenti. 1224, l’abate Ansaldo dichiara aver ricevuto 10 lire a saldo, da Giovanni de Pallo, tutore di Andriolo q. Ogerio de Pallo; 1233 – più complesso il testamento di Adalaxia uxor q.Guillelmi (sepoltura in sBdF, 14 lire pro anima sua e altre 25 per premio godendo i frati di buona fama; per una messa annuale, un pezzo di terra a Castelletto da condividere con chiesa di s.Onorato – con prelazione al Comune di Genova in caso di vendita). Dal 1234 il monastero paga un contributo (non sappiamo quanto) alla casa madre .Salvestrini relaziona che nel 1252 frà Raimondo – già abate in Stura, (diocesi torinese), fu eletto superiore, a SPdA. Arrivò, forse con altri confratelli, sia a sostituire Enrico che aveva abbandonato la vita religiosa e sia a governare i vari monaci (frater Vassallus; frà Anselmus –forse decano e vice: egli tentò fosse eletto Vassallus; frà Armanus; frater Gregorius; fra Andreas; frà Johannes; fra Benedettus inviato a Roma quale rappresentante dell’ordine, a sanare un debito della casa madre fiorentina con dei banchieri). La scelta fu avallata da Guglielmo Porcello (patrone e della famiglia dei fondatori) e dal un chierico di s.Bartolomeo, tale Manfredino da Lavagna. Altra fonte descrive lo stesso evento, ma in data 1258 e dando per morto l’abate priore Enrico (‘viam universe carnis ingresso’). Ma nel 1259 il priorato dell’abazia era di nuovo vacante dopo che un priore Iacopo (forse uno venuto al seguito di Raimondo, il quale forse aveva chiamato dei confratelli e congiunti a vivere nel monastero per consolidare il suo potere, con ovvio risentimento dei monaci locali che si erano trovati in minoranza) aveva mal gestito il convento; alla conta, risultano presenti sette monaci, tre locali e quattro venuti dal Piemonte; Giovanni, priore di s.Giovanni in Latronorio (diocesi di Savona)fu incaricato dal padre generale, venire a sostituire Iacopo, mettere in ordine i debiti (‘crisi patrimoniale’) secondo le desiderata dei Porcelli e porre pace tra i vari monaci impedendo abusi (eventuali ospiti dovevano andarsene dopo quindici giorni di sosta). Finì che Giovanni (già priore in Latronorio), fu eletto priore a SPdA. Nel 1277 appare ‘superiore’del Fossato, frà Benvenuto. In questa epoca, frequente era il via vai di monaci tra i vari monasteri, sia per promozioni che per sanzioni. Il 19 marzo 1280 – successe che il milanese Lorenzo –vicario generale dell’ordine in Lombardia- venne e depose (non si sa perché) il priore Benvenuto; ma Ughetto da Zignago –sindaco del Fossato- fece ricorso a questo provvedimento, giudicato illegale perché Lorenzo non era autorizzato a questa decisione. Ma nel 1286 il Lorenzo risulta priore del Fossato, incaricato di decidere sul comportamento anomalo di un superiore del convento di Stura.
Nella seconda metà del secolo, tra i suoi monaci, compare come professo, l’abate Lanfranco Sacco, pavese, che poi diverrà arcivescovo di Genova (tra il 1377 ed il 1382) e come tale committente a favore del Fossato del polittico, quale atto di riconoscenza verso il convento dove aveva iniziato la sua vita religiosa. Questo secolo, ed il prossimo, saranno caratterizzati dalle continue lotte tra fazioni e tra famiglie; ne risentiranno anche i conventi, divenuti prevalentemente distributori di prebende o coinvolti negli interessi di parte..
XIV secolo nel 1305 abate è tal Ruggero (o Ogerio): nel capitolo generale convocato a Prato nel 1310, viene nominato – assieme ad altri otto – per decidere le nomine dei vertici congregazionali (una specie di “consiglio superiore ristretto”). In questi anni i vari abati si schieravano nelle lotte di potere politico, distribuendosi tra guelfi e ghibellini, per ottenere sostegni e alleati nelle nomine superiori e nelle decisioni generali, con ovvie ripicche e controversie. Nel 1324 a s.Benigno ci sono solo due frati. Il monastero compare per la prima volta, nel 1328, dovendo pagare 50 fiorini (un fiorino: 3,5 gr. d’oro) di tasse per i ‘servizi comuni’ (tassa medio bassa rispetto altri monasteri), metà per la ‘camera apostolica’ e metà per il ‘collegio cardinalizio’. Nel 1337 è abate Matteo che risulterà far parte del ‘consiglio ristretto’ nel 1357 e forse morirà nel 1384. Nel 1339 si instaura in Genova il regime del dogato perpetuo. In un atto notarile del 1341, 19 aprile, compare il nome “frate Lazzaro, abbate di s.Bartolomeo del Fossato (che) è testimonio…”. Nell’anno 1360 la Curia (arcivico Egidio de Albornoz) impone delle tasse, ed il Fossato ne pare esente; ma nel 1363 compare nelle ‘rationes decimarum’ ovvero tasse trienneli (dette decime) da doversi pagare alla camera apostolica: 10 lire, versate in due rate; saliranno a 25 nel trennio successivo. Salvestrini fa notare che la presenza del monastero, dapprima servì alla comunità genovese in quanto famosi – come istituzione vallombrosana – per serietà e preparazione; ma poi, anche per la singola capacità di essere super partes, e quindi chiamati come giudici, nelle beghe della curia arcivescovile e delle varie pievi tra loro; o come rappresentanti nei congressi e concilio; o come rettori di altre pievi. 1377 viene eletto come arcivescovo Lanfranco Sacco, personaggio deciso e forte che riuscì a imporre relativa pace anche nel potere politico (doge fu Nicolò Guarco) facendo in modo che tutte le fazioni –nobili e popolari, guelfi e ghibellini- avessero una fetta di potere negli uffici cittadini. Fu lui a donare all’altare maggiore del monastero il trittico, commissionandolo a Barnaba da Modena: unica opera di importanza patrimoniale che fu mai presente nella chiesa. Dal 1384, priore dell’abbazia di san Bartolomeo era Bartolomeo da Cogoleto, gestiva quale vicario anche altre chiese, di cui sei in Corsica (difficili i rapporti con queste dipendenze, e controverse rivendicazioni specie del vescovo di Sagona che –ancora poi nel 1442- violava i diritti abbaziali poiché voleva sotto sua esclusiva gestione le chiese locali; dislocate per lo più intorno al golfo di Calvi, località seconda solo a Bonifacio per gli interessi genovesi; in genere chiese officiate da sacerdoti locali e non inviati da Genova. In particolare, nella diocesi sagonese: san Giovanni, san Quilico, san Lorenzo d’Alica; in quella maranense: sant’Agostino di Caccia; in quella aleriense: san Pietro di Lumio e san Salvatore); una in Granarolo -da dopo il 1450- dedicata a santa Maria, già guidata dai canonici della S.Croce di Mortara; un’altra in Barbagelata -presso Lorsica, nel chiavarese -, dedicata a santa Maria Maddalena (d.Brizzolara scrive che è in diocesi di Tortona); ed un’altra ancora in Cogoleto, dedicata a san Giacomo di Latronorio, in cui un priore si chiamò Bartholomeus de Cocoleto; ed aveva terreni a Basaluzzo e Pasturana, nonché larga giurisdizione prelatizia sulla Costa, Belvedere e gli Angeli). Tutti questi incarichi farebbero presupporre un numero di monaci assai elevato; invece erano assai pochi, in genere non più di cinque. Il priore sampierdarenese fu attivissimo a livello alto: non solo era precettore nell’ospedale di san Lazzaro, ma anche affidò ad Andrea da Genova (‘natione civis Ianuensis’ da s.Ambrogio; colto priore benedettino di san Matteo con patronato Doria), di ridescrivere la vita del fondatore Gualberto; ed anche – presente al concilio di Pisa del 1409, anno in cui Genova si ribellò al dominio del re di Francia seppur dilaniata da faziosità interne tra Adorno e Campofregoso, con infine doge Tommaso Campofregoso e con Battista da Montaldo; arcivescovo era Pileo De Marini succeduto al Fieschi. Assieme a Baldassarre Cossa – partecipò in ottobre all’elezione di papa Alessandro V – e, il Cossa, diverrà dopo esso, papa Giovanni XXIII. Però nel 1415, al concilio di Costanza, dovette rinunciare per età, seppur invitato; ma forse fu presente al concilio di Ferrara nel 1437-anno in cui i genovesi si liberarono del vincolo dei Visconti- su invito del papa stesso). Ma anche a livello locale: frà Bartolomeo era anche precettore nell’ospedale di san Lazzaro (domus infirmorum); a lui nel lebbrosario succedette nel 1408 (me solo per un anno, dopo il quale fu destituito non si sa perché) frà Antonio da Promontorio, proveniente anche lui dal Fossato. Già in questo secolo si documentano alcuni rimaneggiamenti come la facciata, ed i costoloni quadrati presso il transetto sopra i quali si costruì dal nulla la torre campanaria: impostata sul braccio destro del transetto, fu ovviamente rifatta la volta a crociera e con i grossi costoloni d’appoggio la resero così più adatta al peso; nonché l’erezione in corrispondenza della facciata a sud di una casa monastica poi divenuta canonica. Nel 1387 dall’arcivescovo fu imposta una tassa straordinaria dettata dal papa Urbano VI al fine di rimpinguare le casse centrali dopo enormi spese in guerre e scismi: al ‘monasterium sancti Bartholomei de Fossato’ fu imposta la cifra di una lira. Il monastero risulta essere anche tassato per un soldo, ma esente dalla giurisdizione vescovile. Una analisi di valutazione del secolo trascorso, legge per il convento una diminuzione di lasciti testamentari, l’abbandono dei precedenti patroni ed, una diminuita espansione di questi religiosi nel territorio. Forse questo ‘calo’ è dovuto alla ‘concorrenza’ delle altre congregazioni (Cistercensi per primi) appoggiate dalla curia locale, o anche dalle lotte delle fazioni locali.
XV secolo: Il notaio Casanova Francesco legalizza un testamento datato 11 dic. 1408 in cui Antonina Bandollo, figlia del qm Giovannino e moglie del qm Francesco Colombo, abitante in Sampierdarena, lega all’abate del Monastero di S.Bartolomeo del Fossato fiorini quattro d’oro per le messe di S.Gregorio. 1409, 29 apr. L’abbate Bartolomeo viene convocato dall’arcivescovo Pileo De Marini perché assieme ad altri prelati (l’arciprete di s.Martino ed altri) revochino gli accompagnatori dell’Arcivico al Concilio Generale di Pisa, convocato per l’unione della Chiesa cristiana (Regesti II.280). Un atto del notaio Pineto Giovanni, del 25 nov.1412, precisa che “nel chiosto inferiore del Monastero della chiesa di S.Bartolomeo del fossato – il venerando fra Bartolomeo di Cogoleto, abbate del Monastero è testimone….” (di una vertenza tra il vescovo di Ventimiglia e tale Nicola Robaudo da Castelfranco – Filza III.atto204 del Regesti Polcevera). Nel 1414 fra Bartolomeo di Cogoleto dell’ordine vallombrosiano è sempre abbate; ma non solo ha una infermità che lo tribola, ma anche ha il monastero assai povero cosiché non può intervenire al Sacro Concilio di Costanza (promosso dopo quello di Pisa del 1409, al quale fu presente) a cui era stato invitato con lettera da papa Giovanni XXIII, e delega altro sacerdote (Regesti di ValPolc. Pag.255). Ma nel 1437 – quando i genovesi da due anni si erano liberato dal giogo visconteo – promosso dal papa un concilio a Ferrara, frà Bartolomeo forse va (appare che fu incaricato da altri abati liguri di rappresentarli: ciò a dimostrazione dell’alta considerazione tenuta – anche da parte del Papa – al singolo ed alla comunità del Fossato). Nel 1442, al longevo frà Bartolomeo, succede un altro – poi longevo pure lui – fràter Lazzaro Lipora da Cogoleto (1442-67 circa) che fu l’ultimo abate vallombrosano quando nel monastero c’erano altri cinque monaci (tra i quali un frater Benedetto (o Bresanus) e Ieronimus Lipora); nel 1451 (anni in cui Genova è dominata dai Fregoso; con Niccolò V papa e Giacomo Imperiale arcivescovo) confermò la soggezione alla s.Sede e contemporaneamente – essendo difficile la comunicazione nonché la riscossione dell’erario (mine di grano) dalle diocesi corse – affidò la giurisdizione di dette chiese ad un sacerdote locale. Divenne noto come abile mediatore, con incarichi direttamente avuti dal Papa inerenti a contrasti tra divese congregazioni (mortariensi e canonici lateranensi; tra i priori, di s.Teodoro e di Priano a Sestri; tra due precettori, ambedue della Commenda di Prè; per esempio). Nel 1463, nel convento c’erano sei frati (valutati numericamente sufficienti: tra essi Benedetto Bresanus – priore ‘claustralis’ e frater Ieronimus Lipora – parente dell’abate; tutti insieme – locati ‘ut moris est’ anche ‘in claustro superiori’ alla Costa – sono concordi per dare in affitto una loro casa sita in Genova al canone di sei lire annue. Erano anni difficili per Genova: Paolo Campofregoso, ordinario diocesano, fu doge in tre diversi periodi ed anche ammiraglio della flotta pontificia contro i turchie naturalmente non riusciva a fare tutto, ed il territorio veniva –non pacificamente- spartito tra i Fieschi e i Fregoso nelle influenze amministrative. Non è a caso quindi che il cenobio si stato assegnato a uno dei due – essendo un beneficio di grande importanza nel dare potenza alla famiglia – e che poi sia stato coinvolto in queste beghe politiche tra famiglie e alberghi. Alla morte di Lazzaro, ed essendosi ridotti a poche unità i monaci vallombrosani, il papa savonese Sisto IV (1414-1484, al secolo Francesco della Rovere, nato a Celle Ligure, lo stesso che promosse l’erezione della cappella vaticana che dal suo nome venne detta Sistina) decretò, nel 1476 circa, che l’abbazia con i frati sempre vallombrosani, fosse ceduta in commenda (cioè sempre affidata a religiosi, ma con amministrazione a sé; permetteva gestire i valori terreni in forma imprenditoriale e spesso senza pagare le decime. Tale rimase poi fino al 1847), offrendola alla guida di mons. Urbano Fieschi, vescovo di Frejus, che come usava a quei tempi, l’amministrò per mezzo di un vicario – non senza subire tentativi – sia politici mirati a diminuire il potere dei Fieschi (anche da parte del duca di Milano Galeazzo Maria Sforza, dominante su Genova nel periodo 1468-1477) e sia dei Vallombrosani che non gradivano il distacco e rivendicavano autonomia dal nuovo abate. Il Fieschi, che oprima era priore in s.Maria di Granarlo, sommò i due impegni e rimase commendatore fino al 1485 quando venne sostituito da Matteo Cybo, vescovo di Viterbo e Toscanella, quindi presumibilmente assente; nipote di Innocenzo VIII (non si cela la supponenza di un gesto di nepotismo); rimase in carica fino al 1491. Importanti, ai fini della storia locale, le sagre nel giorno del patrono (24 agosto); era motivo per il popolo per scendere dalle ville e dai quartieri attorno, per stare in allegria e fare mercato; sia per i ricchi, sfoggiare abiti e diademi, o armi e cappelli piumati. L’abate ospitava a tavola i maggiorenti, sia mercanti che nobili, per scambi di doni, regalie, assaggi.
XVI secolo: nel 1502 subentra Ilario Gentile che rimarrà fino al 1510. Il 17.03.1507 un atto notarile conservato nella filza 64 del Regesti scrive: ”per parte dei mag.ci Segnori Antiani de lo Comune di Zenoa. Se comanda expressamenti per virtu de queste, a Domenico dal Ponte qm. Io Bapte., Io Bapta de Zino qm. Carcagni, Bapta de Ramairono qm Abbatis. Quilico de Cameris, et Bricio de Montaldo macellaro. che subito visto lo presente nostro mandato debiano senza dimora ne contradictione alcuna restituire al Rdo M. Illario Gentile Abbate sive commendatario perpetuo de la Abbatia di Sto Bartholomeo de lo fossato ed prothonotario apostolico doe sue mule et altre cosse per loro preise in la dicta Abbatia de Sto Bartholomeo. sotto pena de la desgratia et indignazione nostra et ultra de ducati cento d’oro, ex nunc applicati al Sp.le Officio de Monaco. li quali in caso de contrafactione li sarano scosi irresistibilmente….”. Nel 1510 il monastero fu affidato alla famiglia Di Negro (che nelle riforme alberghiere del 1528 confluì nei Giustiniani) iniziando con Tommaso – protonotario apostolco e fiduciario di Cosimo I de’ Medici. Sotto la sua reggenza nel 1519 – anno che concomita con la morte dell’arcivesco Giovanni Maria Sforza e con la città – retta da Ottaviano Fregoso ma dominata dagli spagnoli – i monaci vallombrosani dovettero cessare il servizio, per esaurimento, così che l’ abbazia divenne “secolare” (cioè affidata ai preti secolari e non frati). L’abbazia passò così di commendatore in commendatore, chi più interessato chi meno, alla vita del complesso: da Tommaso nel 1539 il beneficio passò al nipote Giacomo Di Negro che rimase fino al 1572 quando fu sostituito da Tommasino Di Negro e subito dopo da Niccolò, fino al nov. 1574. Dopo un breve periodo gestito da un Vincenzo, si salta al 1577 a Gian Battista Lomellini che rimase fino al 1581 anno in cui divenne commendatario il cardinale Benedetto Giustiniani (genovese a Roma; personaggio colto, dal carattere energico e forte, molto religioso, seguace delle correnti più rigide e severe della curia romana, molto impegnato con i vallombrosani che gli erano stati affidati: promosse una riforma, mandò a controllare dei visitatori apostolici, condizionò le nomine dei priori). ). Un resoconto delle rendite, riferisce che, in sostanza, erano rappresentate da ”case, ville, boschi, prati e terr, di più qualità.., in Genova, Promontorio, Borzoli, Sesino, Pontedecimo, Cogoleto, Varagine, Bazaluno, Pasturana, … terre incolte, … si calcolano centinaia di scudi 100 d’oro, e più se si curassero … se ne cava in più galline, capponi e capretti, orzo, frumento, segale, veza e vezarda, vino, … un mulino in Bazalusso … limosine … benefizi e terre in Corsica … chiesa di s.Bartolomeo della Costa. Parte di queste somme compare fossero sfruttate anche con investimenti tramite il Banco di San Giorgio: ciò confermerebbe un tipo di amministrazione usufruente il nuovo sistema da poco instaurato e dimostratosie efficiente. Nel 1582 è descritta la visita apostolica, di monsignor Francesco Bossi, vescovo di Novara e mandato da papa Gregorio XIII. Constatò suo malgrado un certo pesante rallentamento sia della vita religiosa che del mantenimento delle strutture. Ciò determinò nel commendatario Benedetto il desiderio di far tornare i frati da Vallombrosa, più vicini alla sua linea di rigorista, facendo un ‘cessio e resignatio’ in favore della congregazione fiorentina. Mantenne il suo titolo di superiore, al quale aggregò il diritto di ricevere una pensione annua (di 100 scudi + 10 giuli) anche in caso di situazioni avverse (guerre, metereologiche come alluvioni e tempeste, furti, peste, incendi, ecc. = sapeva cosa poteva accadere, e forse anche conoscveva bene i suoi polli e cosa avrebbero inventato per non pagare la gabella). Questa preparazione mirata al ritorno dei frati, richiese anni. Malgrado ciò, una clausola dell’impegno fu il punto debole per il suo mantenimento: si richiedevla presenza di un priore e due monaci preti più un converso: un organico così numeroso che non fu possibile mantenere e favorì – nel prosieguo – il non mantenimento dei patti.
XVII secolo: I frati furono richiamati da Vallombrosa nel nov. 1612 per volere del papa Paolo V espresso con una bolla (ratificata con altra il 13 genn. 1617) e –come detto – dietro pressione del commendatario in carica, il su detto card. Benedetto Giustiniani. I tre, venuti dalla Toscana, si imbatterono in un periodo storico travagliatissimo, durante il quale persino altri ordini chiudevano i loro conventi per carenza di vocazioni, come gli Olivetani ed i Cistercensi; il monastero aveva dei beni a Cogoleto (Latronorio) e fondi più un mulino a Basaluzzo,la dipendenza di Promontorio e di alcune chiese corse. Nel 1621 morto Benedetto, subentrò suo nipote Vincenzo Giustiniani il quale assunse l’incarico cercando di ricavarne più l’interesse proprio che non quello del monastero. In seguito alla costruzione delle nuove ed ultime mura dal 1626 al 1630, l’abbazia perdette molta parte del terreno sotto sua giurisdizione ed il patrone commendatario ne approfittò per cedere tutto – con maggior suo profitto – ad un certo Andrea Pastore (poiché il superiore del monastero era frà Giovanni Giacomo Pastori si teme un errore di persona; ma non del tutto, considerato che G.G. era figlio di GB, cancelliere segretario del Senato il quale, come detto sotto, emise il decreto definitivo di allontanamento dei vallombrosani essendo così divenuti in numero inferiore; quindi si trattò di un voltafaccia del frate superiore che ‘passò’ dalla parte dell’arcivescovo). Comunque, il Pastore effettivamente subentrò a Vincenzo e prese possesso della parte amministrativa entrando in conflitto con i frati i quali, per ‘discutibile condotta’, furono rimandati in Toscana a metà gennaio 1632, con espressa disposizione dell’arcivescovo e anche per decreto del Senato della Repubblica (o del Papa stesso), chiudendo definitivamente la presenza dei vallombrosani (non graditi dalla curia) e lasciandola da gestire dall’arcivescovo genovese tramite un Ordinario della diocesi (clero secolare) ma seppur sempre soggetta direttamente alla S. Sede. L’Andrea, probabilmente era un intermediario che accettò la cessione in modo che non comparisse direttamente il priore, vero interessato all’affare. Questo Andrea era infattio “huomo di mala vita” che giurò il falso capovolgendo la verità: accusò i due frati di voler introdurre ‘banditi nelle case dei monaci’. Ci fu una inchiesta che rirpistinò la verità ma non i fatti. La Santa Sede, riservandosi la nomina dell’abate priore commendatario accettò insediare, il 9 febbraio 1632 Gio Giacomo Pastori il quale, anche lui, pochi anni dopo -1638- lo leggiamo incarcerato –per ordine del Senato- per “delitti commessi” (pare l’uccisione di un ufficiale; a fine anno 1639 fu rilasciato dal Senato e consegnato al Cardinale arcivescovo il quale mutò la pena mandandolo in relegazione per nove anni in Corsica; gli furono concessi due mesi per organizzare il trasloco ma senza poter uscire di casa eccetto per le feste –pena una multa di 200 scudi da pagarsi alla Curia e, se non osservava la relegazione, la pena si sarebbe tramutata in carcere per dieci anni. Nel frattempo il padre, GB Pastori, di carattere violento e fomentatore di disordini era stato assassinato). Da allora l’edificio rimase abbandonato, anche in virtù di una riforma del papa Innocenzo X la quale dal 1650 prevedeva l’eliminazione del conventi minori. I Vallombrosani nel frattempo avevano reclamato alla Congregazione dei Regolari le loro proprietà, instaurando una causa legale affidata ad un famoso avvocato romano Dirk van Amayden (1568-1658). I vallombrosani perdettero la causa, perché l’allontanamento non era stato deciso dall’arcivescovo ma direttamente dalla s.Sede (papa Urbano VIII e la Sacra Congregazione) quando avevano accettato per valide le accuse del Pastori. Il beneficio tornò quindi, a metà secolo -1650 circa- ad un altro Giustiniani, che – anche lui – si chiamava Vincenzo ma persona più seria e religiosa dell’omonimo scomparso nel 1635. Questi tentò far tornare i vallombrosani, ma perduta la causa, desistette rimettendo la carica di commendatario nelle mani del papa Clemente IX il quale, nel 1668 la affidò a Francesco Carbonaria il, quale nel 1692 risulta ancora in carica.
XVIII secolo. Per tutto il secolo, il territorio di Promontorio era praticamente ‘suburbio di Genova’ e quindi svincolato dall’ultima plebania della valle Polcevera (dalla collina di s.Benigno –Capo di Faro, al forte Tenaglia a nord e la cappelletta di N.S. delle Grazie a sud. I tre abati commendatari, prima De Marini Carlo, poi Giorgio Doria e Giovanni Lercari, nel periodo 1700-1767 ebbero residenza a Roma in servizio della s.Sede e solo da lontano ebbero cura dell’abbazia seppur “conformemente alla leggi canoniche le quali hanno sempre riconosciuto ‘l’unione pleno jure della cura suburbana di Promontorio con l’abbazia del Fossato’. Come scritto sopra, nel periodo 1749-1759, il papa Clemente XIII aveva concesso la commenda a mons. Giovanni Lercari, poi divenuto arcivescovo di Genova. Questi designò vicario un tal Pietro Giuseppe Boero; e provvide a restaurare il complesso, scegliendo la canonica quale residenza autunnale. Per secoli, sotto il governo dei vari commendatari, in genere intenti a trarne lucro personale, non vi avevano apportato migliorie né restauri, tranne piccoli lavori poco documentati. Nell’archivio Durazzo si conserva un documento attestante che il 5 aprile 1795 ‘il monastero loca una terra in Rivarolo a Francesco Boccardo, f. di Gio Stefano’; essa sarà acquistata l’8 ott.1799 da Giacomo Filippo Durazzo III.
XIX secolo – agosto 1801 – i conduttori Angelo e Lorenzo Callegari di Pasquale – (dopo aver fatto periziare i terreni di proprietà dell’abbazia (“in una terra nominata “il Bricco”), con le migliorie fatte da loro e stimate pari a £.7000 (“aver reso domestico un piccolo promontorio pieno di rupi e scogli, a loro spese, di spettanza dell’abbazia di cui ne è abate commendatario l’arcivescovo di Genova…”)- chiesero all’abate (procuratore dell’arcivico Lercari ed abate comm.rio dell’abbazia di sBdF il canonico Tomaso Negrotto q.Gregorio, con delega del 18 ago 1785) davanti al Notaio essere soddisfatti in locazione perpetua (per sé (sic) ed eredi) per £.200 (lire genovesi fuori Banco, pari a £. italiane166,65, da pagarsi il 29 settembre di ogni anno=san Michele) di “una terra domestica vignativa ed arborata ed in parte zerbida posta in faccia la chiesa di sBdF in San Pier d’Arena. Sotto a levante il fossato e la strada pubblica, a tramontana con il Cittadino GioBatta Tini (e poi Anna Tini); a mezzogiorno e ponente con la contessa (cittadina) Marzia (Marcella) Imperiale Centurione; e dall’altro lato in cui resta intersecato dalla strada che conduce alla chiesa Parrocchiale di s.Bartolomeo di Promontorio; non compreso nella locazione quello pezzo di terra vignativa con alberi di morone e caneto posto sotto la strada che da san Pier d’arena conduce alla Chiesa ed è posto attiguo e lungo il fossato e mura della villa di detta chiesa …non possono vendere, alienare, donare, cedere, trasferire anche solo in parte senza prima datane legale notizia all’Abate…omissis.

Pianta ante 1920 – matita – Foto Fondazione Museo Torino Fondo d’Andrade

Coro 

Area chiostro

L’arcivescovo Lercari, di ritorno da Roma, fece eseguire alcuni lavori alla canonica per trasformarla in casa propria durante i soggiorni invernali; lo stesso alla chiesa di cui non si ha precisa notizia (forse fu lui a distruggere l’architrave sopra la porta, sostituendolo con un arco con cornice modanata). Nel 1830, mons Francesco Giuseppe Rodriguez d’Andrade, vescovo di Madera, trovò ospitalità dal card. Placido Maria Tadini, commendatario; fu rifugiato nell’abbazia col suo seguito, essendo fuggiti dal Portogallo in rivoluzione; e qui vi morì per apoplessia nel 1838 (venendo sepolto in san Bartolomeo della Costa – vedi-). Nel 1843, mons. Francesco Ignazio, dei marchesi Cabrera di Cordova, anche lui al seguito dei fuggiaschi portoghesi, aprì nell’abbazia, in accordo col cardinale Tadini ed il sac. Giuseppe Frassinetti, un seminario per chierici spagnoli che funzionò per poco più di 5 anni: nel 1848 il seminario fu sciolto, ed il sacerdote si trasferì nella Compagnia di Gesù. Nel 1847, alla morte dell’abate commendatario card. Placido Maria Tadini, e causa la rinuncia del suo successore mons. Andrea Charvaz a riceverla in commenda (quando i suoi successori l’avevano ricevuta in beneficio direttamente dalla s.Sede), la chiesa rimase “beneficio ecclesiastico vacante”, del priore in particolare e per circa un quarto di secolo: in questi anni, il regio Demanio municipale di Torino si impossessò dei beni e dei redditi, applicando prima una legge napoleonica per la quale l’abbazia era divenuta sede vacante di titolare e poi dei Savoia per la quale i beni ecclesiastici di sedi vacanti di titolare venivano incamerati dall’Economato Generale di Torino il quale poteva disporne a piacimento: E così fece: venderà il tutto a privati o all’asta pubblica, dai terreni, al chiostro, la canonica e la chiesa. L’iter inizia il 15 luglio dell’anno 1861 fu firmato un “obbligo per prestito di lire 3500 che acconsentì al sig. Giuseppe Callegari (erede –figlio e nipote (Angelo morì vecchissimo, avendo fatto testamento nel 1884) dei due firmatari del 1801) di pagare il rev.do sac. Risso Leonardo, per affrancazione del terreno e stabili (a termini della legge 13 lug.1857). Erano presenti da un lato il sig. avv. Piana PierGiovanni di Bartolomeo nella qualità di economo temporale dell’abbazia vacante di sBdF a seguito di autorizzazione avutane dall’ill.mo e rev.mo sig. comm. Abate Michele Vacchetta Economo Generale Regio Apostolico con autorizzazione speciale del 15 luglio. Di fronte il molto rev.do sac. Risso Leonardo fu GB arciprete di SestriPon (che imprestò i soldi necessari) e sig. Callegari Giuseppe fu Angelo dimorante a s.B.dF mandamento di Rivarolo circondario di Genova. Una sola volta all’anno -il 24 agosto alla festa di san Bartolomeo- veniva concesso celebrare una messa, aprendosi al pubblico. Dai fastigi allo squallore. Nel 1870 il malagevole sentiero che portava all’abbazia, fu allargato e reso carrettabile, rendendo più comodo l’accesso, ma iniziando il declino di quell’isolamento e riservatezza che ne contraddistingueva l’origine; dall’annesso chiosco, iniziarono a scomparire marmi e colonne. E’ datato 3 ottobre 1873 il decreto di autorizzazione della vendita all’asta, firmato in una sala dell’Arcivescovado genovese (dalla morte del cardinale abate P.M.Tadini rimasta vacante della presenza di un parroco; e ciò si protrasse fino al 25 maggio 1902 quando fu nominato parroco don Giovanni Brizzolara che però già presente in chiesa perché era stato investito da parte della Chiesa del beneficio abbaziale dal 1893 quale curato), da parte dell’Economato di Torino (dei benefici ecclesiastici vacanti, ente del governo torinese), “Un vasto fabbricato ad uso civile e rustico con magazzeni, fienili, stalla e cantina ed annesso terreno vignativo, seminativo e fruttivo della superficie di metri quadrati 14.175 circa formante un sol corpo denominato Villa di s.bartolomeo del Fossato, posto nel comune di Sampierdarena tra le coerenze delle mura o spalti della città di Genova, la strada pubblica, del rivo, e della proprietà Pagano e della Chiesa di san Bartolomeo e del suo terreno escluso dalla vendita”(infatti era esclusa la vendita della Chiesa ed adiacente campanile e piazzale fronteggiante, nonché l’area di terreno di metri quadrati 170 circa in attiguità dal lato di tramontana della detta Chiesa, per la erezione di un piccolo fabbricato ad uso del cappellano e di una aiola d’orto come trovasi limitata dalla rimanente superficie dello stabile, così che la sacristia della Chiesa rimane compresa in tal vendita. Seppur non protetta da Enti specifici non ancora esistenti, il grande valore storico ed artistico della chiesa impedirono la cessione ma non l’infelice utilizzo). L’asta avvenne il 24 sett. 1874 con proposte alternate di due concorrenti: il signor Parodi Stefano e l’avvocato Brignardelli Luigi che vinse per 43mila cento lire e che rappresentava i fratelli Guelfi Giovanni, Michele e Settimio fu Antonio (gli ultimi due abitanti in SPd’A), Così la chiesa ed il campanile non furono venduti, ma dati con diritto di utilizzo: i Guelfi, già fabbricanti di pasta trasformarono il fabbricato in pastificio, usando la chiesa per essicatoio ed il campanile per fienile, facilmente raggiungibili per il -da poco precedente- allargamento della strada. In quest’abbandono, il complesso minacciava di rovina progressiva, specie l’antico chiostro con la dispersione e rivendita dei marmi e colonne. Probabile che intonacarono completamente la chiesa. Nel 1875, l’Alizeri, riferisce che i divini uffizi vi sono di rado, e poco men che neglette le suppellettili; riferisce la presenza della pala sull’altare. Nel 1884 (25 giu) furono erette in SPd’A due nuove parrocchie (s.Gaetano e Grazie). Nel 1887 ci fu un’altro tentativo di vendita di proprietà dell’abbazia da parte “dell’esattore di S.Pier d’Arena e da diversi sedicenti creditori”, di copiosi beni stabili tra cui il terreno di 170mq a nord della chiesa, e di tutti i beni materiali di proprietà dell’abbazia, salvo pagando la cifra di £.300 ad un ‘Reagente’(sic) incaricato vicario. Nel 1893 un incendio e le sue riparazioni, finalmente destarono l’interesse della Commissione alla conservazione dei monumenti ed antichità di Genova (Alfredo D’Andrade, direttore dell’ufficio per la conservazione dei monumenti del Piemonte e Liguria: iniziò sottoponendo alla Direzione Antichità e Belle Arti di Torino segnalando il valore dell’immobile e l’inopportuno uso e stato di conservazione). Iniziarono i sopralluoghi ed elaborate proposte di risanamento in attesa che si risolvano prima i diritti di proprietà dei fabbricati e del terreno, malamente alienati, riconoscendo il compratore quale “distruttore del chiostro…venditore di numerosi e preziosi marmi strappati”..e “propongo veto assoluto a qualunque idea di alienazione”.

Abside sinistra

Abside centrale

In contemporanea il sac. Giovanni Brizzolara coincideva negli interessi di ricupero dell’insieme; dalla s.Sede Apostolica fu nominato abate titolare ecclesiastico dell’abbazia di sBdF e l’annessa cura di Promontorio secondo la tradizione dei secoli passati (Leone XIII, con bolla del 6 maggio1893). Il prete colto e battagliero, iniziò rivendicando alla Curia ché entro 10 anni avrebbe potuto e dovuto ritrattare la vendita –comunque a suo avviso scorretta-, e non lo fece, a scapito della sua abbazia. Ma la sua lotta. armata di documenti, ricerche negli archivi, pubblicazioni sui quotidiani cattolici e non, portò avanti il discorso in forma tutt’altro che sommessa, come detto appresso fino al 1902, quando alla fine ebbe soddisfazione. Fece ampi studi storici e giuridici ( e questo tornò a vantaggio degli storici che si trovarono ‘la pappa fatta’), dopo i quali stese relazione all’arcivico mons. Tomaso Reggio, e rivendicò al Governo (all’Economato di Torino) i suoi beni: dopo lunga e dispendiosa lite dinanzi al Tribunale civile di Genova il 28.12.1899 si addivenne a onorevole transizione poi lealmente mantenuta: riottenne così l’uso ecclesiale ed i beni sequestrati (gli stabili venduti nel 1874 e ne 1887, durante la vacanza del Beneficio abbaziale-parrocchiale (delle due chiese comparrocchiali), non essendo stata fatta da chi di ragione in tempo utile una protesta in buona forma contro chi vendeva e chi comperava), anche se non ebbe da Roma la somma sperata di 10mila lire necessaria per ridonare l’aspetto rispettoso che meritava; riuscì comunque a munire il campanile di campane e la chiesa di un pulpito in marmo. Anche il polittico dell’altare maggiore richiese l’intervento dei vari ministeri compreso quello della Pubblica Istruzione e del Prefetto: una commissione composta da LT. Belgrano e V. Poggi controllò le condizioni fortunatamente non disastrose, cosicché si dovette attendere altri 5 anni perché latra perizia fu eseguita da T.Luxoro che decise affidarne il restauro al pittore Vencesclao Bigoni.
Comunque dal gennaio 1894-5 la Commissione governativa conservatrice dei monumenti (direttore A. D’Andrade, collaboratori O. Germano e C. Bertea, soprastante A. De Marchi e G. Carnaglia, muratore ditta GB Grillo (un muratore riceveva 4 lire al giorno, un manovale 2,50, un fabbro 4,50), spese lire 2648) aveva incominciato dei lavori di restauro al campanile della Costa, ed allo “spurgo dell’intercapedine” attorno alle tre absidi nel Fossato, rinforzando il tutto col cemento, costruendo una via di scorrimento delle acque piovane; fu precisato il confine col podere dei Guelfi; e contemporaneamente teneva sotto sorveglianza la situazione con l’incarico a De Marchi di controllare periodicamente le strutture (campanile, muri, tetti (fu lui che trovò tracce sicure di un tetto antico in alcune travi ed in un travicello intagliato, giungendo a rilevarne e disegnare la forma primitiva). Datata 17 agosto 1898 il parroco don Brizzolara ricevette una copia di lettera dal sindaco di SPd’A, di altra lettera inviatagli dal Procuratore del re in cui gli si chiedeva il parere del Sindaco e del Parroco relativo al decreto dell’Arcivescovo di Genova del 24 aprile –previo assenso del Sovrano- per il quale sarebbe avvenuto uno smembramento di parte del territorio parrocchiale di Promontorio per aggregarlo alla nuova parrocchia di san Teodoro, in particolare quel territorio compreso ‘entro le mura’. In quest’anno, una perizia dei lavori da farsi al tetto, comporta la cifra preventiva di 5200 lire (quando si faranno i lavori sei anni dopo, l’importo sarà di 10.850 lire).

Senza le case a mare

XX secolo. Nel 1902 don Brizzolara fu finalmente premiato della lotta –lunga e dispendiosa- contro il Governo reale ed il suo Economato, dinanzi al Tribunale di Genova). Spese le sue ulteriori energie alla ricerca delle dovute riparazioni, rallentate da promesse non mantenute dei dirigenti dell’intendenza ai monumenti per carenza di soldi (“se viene giù il tetto un lavoro in meno per noi che dovremo rifarlo ex nuovo secondo le esigenze dell’arte”; durante la guerra del 1915-18 parte del tetto venne effettivamente giù, ed il prete ebbe a scrivere ‘ le continue pioggie (sic) del prossimo passato mese di Dicembre, hanno provocato la caduta del tetto della navata… rimanendo incolume soltanto la parte della crociera del Coro perché costrutta a volta solida, col tratto di alcuni metri che si protrae sotto la cancellata del ‘Sancta santorum’, ed anche questa molto danneggiata. Il progetto di ripristino delle antiche copertura fu elaborato da Ottavio Germano, rielaborato poi nel 1904 da Cesare Bertea, sotto la direzione del D’Andrade, ma non attuato per le solite lungaggini burocratiche sino a vent’anni dopo.

 

Ripristino delle coperture: nella foto a sinistra mancano campanile e cupola ma con case a mare; ancora senza case dietro

Nel 1906 anche il sindaco su proposta dell’on.Pietro Chiesa, decise concorrere alle spese di restauro. Ma le cose ristagnarono rimpallandosi le cifre destinate ai lavori di diversa entità (l’ufficio della Conservazione voleva che il Municipio si assumesse un terzo delle spese, peri a 3600 lire). Il prete si dimostrò partecipare con la Fabbriceria per una somma di 2000 lire. Ma don Brizzolara morì nel 1918. Dal 1910 la abbazia era tutelata dalla Sopraintendenza alle Belle Arti.

 

1912 – esercizi a cavallo di militari

Nel 1913 Umberto Vittorio Cavassa (giornalista e storico) scrive “è brutta al sole del meriggio quando giunge all’orecchio il frastuono assordante delle prossime officine mentre il pollame razzola per la via e i fanciulli giocano schiamazzando e le donne, ciarliere, stendono il bucato. Non si comprende perché sia lì quel vecchio e logoro tempio, chiuso e muto nella sua austerità, rigido nella sua vecchiezza triste; è un anacronismo, un monologo di Amleto incastrato nelle ‘Baruffe Chioggiotte’. Ma l’antichissima chiesa riprende tutta la bellezza tutto il suoi fascino, quando la notte stringe nel velo di ombre, frescoi e puro, la valletta silenziosa: il vento porta i selvaggi profumi agrestiu, vicine –suicolli sui campi- a miriadi vagano le lucciole fiammeggianti e mentre tutto intorno s’alternano, in ampie chiazze, la luce e l’ombra, la luna avvlge l’Abbazia con un diafano candore ridonandole la magnificenza antica.”

 

Datate 1915

Rimasta vacante la sede, in seguito a regolare concorso la parrocchia fu assegnata nel 1920 a don Angelo Parodi, locato a Promontorio, il quale – insieme al prof. Vernazza – si adoperò ai relativi Economati, sindaco locale, Sovrintendenza (lui anticipa una certa reticenza essendo «il popolo sobilato (sic) dai rossi, era tutt’altro che propenso a far sacrifici per opere di Religione…Era quella l’epoca dei trionfi di Lenin»).

Dopo restauri del 1920

Disegno a matita di D’Andrade – Fondazione Museo Torino

Nel settembre 1921 il Presidente dell’Associazione artistica fra i Cultori d’Architettura, G.Giovannoni, da Roma scrisse al presidente del Consiglio dei Ministri segnalando il marchio di ignavia se –assieme alle opere di pubblica utilità- non si provvedeva anche a salvaguardare i monumenti (dei quali allega l’elenco di quelli liguri: tra essi, oltre la nostra abbazia, quella di s.Fruttuoso dei Doria; i castelli di Savignone e Crocefieschi; la Loggia dei DaPassano di Levanto; a Genova mura, forti e chiostro di s.Matteo; Santa Maria a Rapallo; l’arco di Finalmarina; il ponte a Tiglieto). Nel 1922 i tempi stavano maturando; l’ing. Alberto Terenzio fu incaricato di iniziare i restauri periziati alcuni anni prima per lire 70mila (di cui 45 per il tetto) (direttore A.Terenzio, soprastante A DeMarchi, muratore ditta G.Stura (£.101.840,4) falegname D.Bianchi (£. 6.782), provvista legnami f.lli Gardino (£.20.092,9), marmista C.Bosio (£.2528), trasporto materiale e detriti ditta Canepa-Carpaneto (£.4.785), materiale elettrico ditta Acerbi (£.1089,5) ed elettricista E.Raglio (£.1090), ferramenta ditta Aragona-Amelotti (£.906,5), provvista vetri ditta Novarina (£.1491,3)—alla fine, spesa lire 140.603,60); nel contempo l’arcivescovo di Genova mons. Giosuè Signori, dopo una visita pastorale, decise collaborare attivamente, ma affidò i lavori di restauro non al parroco ma alla direzione del sac. G.B. Gazzolo a quei tempi parroco delle Grazie (comunemente conosciuto col nome popolare di “præ Baciccia” e, per i ragazzi ‘prae bagun’ (scarafaggio) per l’abito talare; a lui infatti nel 1978 sarà stata dedicata una lapide a “don G.B.Gazzolo – ‘Prè Baciccia’ – restauratore della parrocchia – con riconoscenza- il Fossato” affissa nel teatrino parrocchiale (la targa ha due errori: prete, in dialetto, si scrive con la dieresi; parrocchia divenne molto dopo, ed al tempo di don Parodi era ‘con parrocchiale’, e quindi sotto la sua unica responsabilità anche se lui abitava alla Costa e se la sede storica e principale parrocchiale era al Fossato ove era anche il maggior numero di fedeli.. L’arcivescovo favorì e non sanò un grosso e pasticciato equivoco: il Parroco delle Grazie si sentì autorizzato a dirigere i lavori, a dire messa la domenica, spiegare il Vangelo e fare Catechismo ai ragazzi: tutte mansioni di cui da due anni era responsabile don Parodi residente alla Costa; ma esorbitò perché nelle mente dell’arcivico invece doveva solo fare da curato, dipendere dal parroco, rappresentarlo negli uffici, ecc..Ma visto che si muoveva bene, con qualcosa doveva premiarlo: quindi pensò meglio proteggerlo ignorandolo e lasciando un prete su ed uno giù, meglio se intercomunicanti. Ma ovviamente la cosa non era andata così. Anche la Fabbriceria, schierata col Parroco, si dimise in blocco dall’ufficio’). Don Gazzolo, genericamente intraprendente, approfittando dell’incarico diretto del vescovo e scavalcando la responsabilità e suscettibilità del parroco, ed un pò “da padrone assoluto” (parole di don Parodi) favorì -utilizzando tutti i suoi beni personali ed aiutato anche dal municipio cittadino, allora ancora autonomo rispetto Genova-).

 

Don Gazzolo

Nel 1925, arcivescovo Carlo Dalmazio Minoretti, don Gazzolo fu ufficialmente nominato ‘vicario cooperatore’ con possibilità di risiedere al Fossato e compiere tutte le funzioni parrocchiali dirette alla cura delle anime; e l’anno dopo definiva due volte i nuovi confini parrocchiali; i primi erano “partendo da Porta degli Angeli sino all’inizio della località denominata ‘la valletta’ per continuare in collina sino alla via Galileo Galilei (con le case che prospettano verso l’abbazia). Poscia si prosegua per la collina per entrare, piegando, nella via DeAmicis e nel vicolo Montegalletto, donde seguendo, quasi in via retta, il taglio di san Benigno, si percorrerà il confine che racchiude la regione di s.Bartolomeo”. Il secondo conservava i confini suddetti di levante ed a sud, mentre quelli ad ovest “dal fondo della scalinata posta in via DeAmicis, si passa ad ovest della casetta Piccardo (n°4 in salita Galilao Galilei) e di qui va diretta a Porta Angeli”. Sulla rivista Genova nel 1927, si leggono contributi del Comune (lire 10mila, per l’acquisto dal sac. GB Gazzolo di antiche strisce di velluto genovese, già conservate nella chiesa, e che erano state mostrate alle colombiane del 1892), per un totale al fine del restauro di lire 24mila (non sufficienti a saldare i debiti che si protrassero fino agli anni trenta per essere soddisfatti tutti). Alla fine comunque si realizzò una generale opera di ristoro, approvata dall’arcivescovo di nuovo in visita (affidata dapprima all’arch. A. D’Andrade sostituito poi dall’ing. Alberto Terenzio, assistito dal cav. Maurilo Demarchi ed all’impresa Edilio Storace (Lamponi dice Stura). Il 25 agosto1935 (XIII dell’EF) alle ore 9,10 in piena festa parrocchiale per la ricorrenza del Santo, un furioso ciclone con tromba marina staccò delle tavole d’ardesia dal tetto dell’abbazia; fortunatamente le travature lignee resistettero ed il danno fu prestamente riparato (“accentuati e desolanti danni al tetto della canonica ed altre opere parrocchiali”; altra fonte precisa: il ciclone riportò estesamente l’insieme al primitivo stato di decoro ed alle sue forme medievali originali compreso il portale munito di un nuovo solido infisso (ma non la facciata nell’insieme né la pavimentazione; furono invece scrostate tutte le pareti dall’intonaco sia all’interno che esterno con reintegro dei mattoni e pietre deteriorate; fu demolito il soffitto centinato e due archi in muratura interni e fu messa in opera -a vista- l’armatura del tetto della navata, usando legno di pino di Corsica; ripristino di tavolette coprigiunta decorate con colori a colla; rifatto la cornice coronante nei muri esterni; le armature dei tetti del transetto e sacrestia; restauro delle tre absidi; rifacimento di un altare maggiore “rendendolo consono all’architettura della chiesa” ed utilizzando antico materiale ritrovato durante gli scavi e demolizioni; ripristino di 5 finestre e cornici; restauro completo del campanile. A riparare fu direttore A..Terenzio, lavori ditta Stura e figli—spesa lire 23mila); Sul piazzale posto a fianco quale oratorio, costruito da don Gazzolo, giocavano e pregavano i ragazzi della parrocchia partecipando a vari intrattenimenti (burattini, sagre, la festa della benedizione degli animali ed a Natale, l’artistico presepio; nel fuggi fuggi, nella strada morì un bambino, o sollevato dal vento o colpito da uno degli oggetti volati via (Giulio Serra, di 12 anni; “strappato da una giostra su cui giocava e scaraventato contro un muro”). La tromba d’acqua si era formata in porto dentro il molo (dedicato al principe Umberto), nel mare davanti alla Lanterna (bacino Vittorio Emanuele III); la massa si spostò verso l’interno lungo la calata Giaccone, passando sul lato a levante del Faro -che resse all’urto-; a livello della cava della Chiappella, curvò verso ponente, attraversò il piazzale della Camionale ed entrò nella valletta di san Bartolomeo percorrendola tutta sino alla vetta, ove si disperse. In porto ci furono 6 morti di giovane età –da 21 a 47 anni; abbatté o danneggiò 28 elevatori; transatlantici con ormeggi strappati; capannoni abbattuti causando un danno di 15 milioni. Amaro in bocca restava a don Parodi, parroco, ma in pratica, escluso. L’apertura della Camionale, sempre nel 1935 tagliò orizzontalmente la ripida parete davanti all’ingresso obbligando alla costruzione di un muraglione: si creò un taglio opprimente ed un distacco netto col poco verde rimasto sopra di essa, generando un vago senso di soffocamento nel già asfittico spazio davanti al complesso (forse andava ricostruita in senso monte-mare per dare più spazio all’entrata). Le badie vallombrosane sottintendono il silenzio degli eremi: isolamento lavoro e preghiera erano le regole dell’ambiente. La incombente vicinanza del muraglione e dell’autostrada – peggiorata dal suo ininterrotto chiasso -; la strada dall’incessante traffico che le passa davanti indifferente; sommate all’ altrettanto incombente colata di cemento sul versante a levante, hanno sconvolto la zona: da selvaggiamente agreste ma in cui la chiesa spiccava ed era capace di richiamare sentimenti di isolamento e quindi di contatto con Dio o comunque di pace con se stessi, ora essa appare schiacciata, genericamente sgraziata specie se vista dall’alto, umilmente compressa, sotto tutti i punti di vista svalorizzata. Nulla a San Pier d’Arena è stato risparmiato, che rappresenti lo spazio ed il verde, e che rispetti il mistico bisogno dell’uomo di un certo distacco dalla convulsa vita quotidiana sempre più precipitata verso il “tempo reale”.
Nello stesso anno 1935, caratteristica fu la scoperta effettuata da Guglielmo DeAngelis d’Ossat durante suoi studi: di una particolarità era fornita la parete dell’ultima campata di destra -in corrispondenza del punto di predica del sacerdote-: nove coppe cilindriche, poste come vasi acustici atti ad aumentare il risuonare della voce e renderla più distinta e sensibile (raro esempio in Italia, molto usato in Francia e nell’Europa del nord; nell’immaginazione popolare si pensò servissero a proteggere i tesori dei frati, da incursioni, rivoluzioni o guerre). Personaggi di quell’epoca, vengono ricordati da Viturin (a pag. 15 e segg.). Nel 1940 finalmente si concluse l’iter dei restauri con l’opera di due valenti studiosi Carlo Ceschi e Ugo Nebbia, che completarono l’opera iniziata ma non completata per ultimo da Terenzio (restauro definitivo del portale di facciata con rifacimento di una architrave eliminata precedentemente ma soprattutto, per incarico della Soprintendenza, stilarono un documento preciso del monumento risanato. Tali giudizi furono poi ripresi dal Ceschi anche dopo la distruzione, e parzialmente corretti (riconoscimento di ’chiesa suburbana’ –diversa dalla ‘urbana’, ma anche dalla extraurbana come era classificato il territorio di SanPierd’Arena; accettò la datazione di nascita a partire dalla fine dell’XI secolo; considerò l’influsso lombardo ma aggiungendo quello toscano dell’ordine dei fondatori). Peggiore il giudizio di DiFabio che, ignorando i documenti scritti giudicati ‘non controllati affatto’ – e sulla base di valutazioni architettoniche rilevate, propone (ma aggiunge, ‘si tratta di uno studio ancora tutto da intraprendere’) la datazione della chiesa nel suo insieme, alla prima metà del XII secolo. Nel mio piccolo, penso che le cose più semplici sono le più probabili: non credo che 5 frati arrivati dalla Toscana -presumibilmente senza un quattrino dietro-, siano stati capaci di arrivare ed erigere subito un grosso edificio quale avevamo: sicuramente però avranno eretto un principio di tempio in cui ripararsi e da cui iniziare l’apostolato per cui erano arrivati. Solo la loro opera positiva ed i lasciti ricevuti come era usanza allora furono impiegati nelle migliorie; e con il corrispondente successivo interessamento dei Consoli ma soprattutto dei nobili già dediti a patronare opere religiose, avrà determinato dotare questi sacerdoti di più degna dimora con la decisione definitiva di un tempio adeguato; a quei tempi le operazioni pubbliche avevano pochi intoppi burocratici, ma pur sempre per dei frati esistevano problemi economici: Di Fabio sostiene che non è facile accettare che la costruzione si sia sviluppata lentamente in un lungo arco di tempo e che alla fine siano occorsi anche un centinaio e più d’anni, ma la verità a volte è semplice, specie nelle cose che appaiono impossibili. Si tratta allora di stabilire se per data di inizio si intende quando, anche nel minuscolo, si concepisce un’idea che sarà vincente, o se invece ci si riferisce all’edificio completato -mattone e pietra una sull’altra- che rappresenta il coronamento, sicuramente più tardivo, del seme gettato. A noi piace, meno tecnici e più sentimentali, propendere per la prima parte.

Don Levrero

Nel 1943 don Gazzolo, trasferito a Sarzano, fu sostituito da don Emanuele Levrero: la perdita del vecchio parroco non fu accolta con sollievo dalla popolazione che riversò sul nuovo venuto -schivo e riservato- un certo astio iniziale. Arrivato come curato, ‘pretino’ fresco fresco, con la sorella Erminia da perpetua che lo chiamava ‘don Lulli’, divenne poi parroco del Fossato, anzi: ‘il parroco’ per antonomasia. Divenne il più appassionato biografo del predecessore, ma soprattutto si evidenziò – dopo le leggi razziali, su suggerimento del segretario del card. Boetto, mons. Francesco Repetto – mai parlandone con alcuno- salvando e sfamando nel periodo bellico una numerosa famiglia di ebrei locali di nome Lempel (provenienti dalla Francia; quando iniziò con il governo Petain la cattura degli ebrei, fuggirono in Italia per cercare ospitalità da un parente che viene ricordato sol soprannome ‘Pietrin’ il quale li indirizzò alla parrocchia; poi trasferiti in Belgio), ospitandoli nelle soffitte, cantine e nella sala di proiezione oratoriana, rischiando in prima persona deportazione e la vita stessa. Ovviamente poi, racconti da leggenda non mancano; tipo particolari sovvenzioni nella cassetta delle elemosine da parte dei fedeli ‘che sapevano’, assai improbabile perché c’era l’obbligo della denuncia; o che di fronte ad un poliziotto sospettoso, con la sorella si mangiò alcuni chili di pane per dimostrare che lo usava lui. Vengono descritti altri ospiti: uno, trattenuto per parecchi mesi, tentò una fuga non riuscita e spedito ad Auschwitz ma dove sopravvisse perché internato vicino alla fine del conflitto; altri -solo con brevi soggiorni- prima di scappare in Svizzera (in seguito fu ringraziato ufficialmente dallo Stato d’Israele ed iscritto nello speciale albo dei Buoni, chiamato “Giusto fra le Nazioni”). Dopo la distruzione dell’abbazia, dapprima rimase alloggiato in un appartamentino vicino, quando finita la chiesa traslocò nell’attuale canonica adiacente il tempio rimanendo in carica sino agli inizi degli anni 1980. In quella data, l’arcivescovo mons.Siri –dopo averlo nominato monsignore- lo mandò a reggere (lui diceva ‘in villeggiatura’) la parrocchia di Carrosio, tra Gavi e Voltaggio. Naturalmente ci andò per obbedienza, ma con notevole malincuore. Conosciuta, è la sua amicizia con l’ex presidente del Genoa Aldo Spinelli, che aveva avuto come parrocchiano nell’eta infantile e che –con rapporto di amicizia- mandava la squadra ad allenarsi e giocare a Carrosio. All’età di 84 anni, in seguito a malore fu ricoverato all’ospedale di NoviL. dove morì all’inizio di novembre 1999.

Struttura dell’antica abbazia

L’architettura vallombrosana fu presto abbandonata, per influenze di stili differenti. Studiata attentamente da Terenzio, per rimanere in linea con i migliori intendimenti del restauro, venne da lui descritta con leggibili ‘schiette forme lombarde’ seppur misto ad un ‘carattere spiccatamente regionale’. Evidentemente ciò accadde, con l’arrivo di monaci-architetti non provenienti dalla Toscana; laddove – a detta di studiosi- non sempre, si può parlare di uno stile specifico vallombrosano. Nel 1927 si inserì lo studio di G. Piersantelli il quale, oltre ad arretrare la data di nascita dell’insediamento vallombrosano (dal 1064 ai primi anni del XII secolo, causa estrema incertezza dei documenti presentati dal Brizzolara), pubblicò i suoi giudizi in un libro il cui ricavato fu da lui offerto a parziale risanamento dei debiti dovuti alla ristrutturazione. In sostanza, di opere antiche comprendeva: generiche tendenze ed influenze architettoniche lombarde e toscane: questo confermerebbe il concetto del rifacimento da parte dei vallombrosani su strutture gia preesistenti.
Esterno. Tutte e tre le facciate erano dicrome perché avevano la metà alta in mattoni e quella bassa in pietra di Finale con pietra nera di Promontorio, alternata, nel portone, e con archetti tutto lungo la linea di gronda. La facciata principale in stile romanico: a) veduta nell’insieme era a capanna con prevalente altezza; lateralizzata -per tutta l’altezza- da due lesene ai lati; b) veduta nel particolare era nettamente divisa in due settori dicromi, inferiore e superiore: quest’ultimo, aveva la parte cuspidale con una serie di archetti romanici pensili a sesto acuto sotto i quali al centro una quadrifora gotica (quindi forse successiva), sovrapposta un’altra piccola apertura a forma di croce traforata (in un disegno del 1883 non c’era), e con sottoposti -scolpiti in marmo- gli stemmi del papa Sisto IV Della Rovere (1471-1484; istitutore della commenda), e di un abate commendatario mons. Matteo Cibo (vescovo di Viterbo, nipote del papa genovese Innocenzo VIII (1484-1492) che fu il secondo abate commendatario); un terzo stemma -forse esistente vista la collocazione asimmetrica dei due- andò distrutto nel tempo. La parte in basso grigiastra era in filari di pietra a blocchi rettangolari ed aveva al centro un portale ad arco spezzato senza decorazioni e cordonato di pietre bianco-nere, con architrave in marmo dell’XI secolo. A sinistra della lesena laterale a nord, era esistente anticamente -ma poi murata- un’altra apertura che non portava in chiesa ma al convento ed al pozzo. La facciata del fianco a nord era libera, fino al braccio del transetto (questo era dicromo ma senza archetti; al centro con una monofora, ai lati con due lesene rafforzanti gli spigoli). Sopra il braccio su detto, si vedeva un basso tiburio ottagonale ed a cuspide; ed il campanile duecentesco (vedi poi). Quella a sud era occultata da costruzioni (adibite in antico a celle monastiche disposte attorno ad un chiostro distrutto a metà del 1800 sul quale si aprivano due monofore ed una porta; area che poi divenne canonica) escluso a livello absidale dove si vedeva una ampia monofora in basso e tre in alto.
C’era un elegante duecentesco campanile, tutto di mattoni, di forma quadrata e tozza, a tre piani separati da sottili cornici ed ornati da alte monofore in basso e trifore sopra e poggiato su robuste cordonate in pietra che rappresentavano la crociera costolonata del braccio sinistro del transetto; coperto da cuspide piramidale, senz’altro posteriore alla costruzione della chiesa, ma pur sempre risalente al 1200 circa ; a sinistra, il pozzo dei cenobiti, molto profondo: un basso tiburio forgiato ad orciolo, ottagono e coperto a cuspide; a monte una sala teatro, costruita dai parrocchiani con materiale di ricupero, l’asilo e la scuola .
Interno. La pianta era a forma di T (o croce detta commissa, o ‘a tau’), ad una sola navata, con transetto triabsidato (sormontato da una cupola ottagonale con raccordi a cuffia e gravante sul tiburio); ricalca poche lontane ed antiche chiese liguri (a Masone ed a Capodimonte di Camogli); anche le strutture portanti nei tempi erano rimaste integre da rimaneggiamenti e ristrutturazioni.

  

Il pavimento diveniva lievemente sopraelevato in prossimità del presbiterio e delle cappelle laterali. I muri, tolto l’intonaco, erano dicromi come l’esterno, senza alcuna decorazione particolare se non la nuda semplicità della pietra di Finale ed in alcuni punti quella scura di Promontorio, poste fino ad una certa altezza, sormontante dal muro in mattoni lineari, interrotto da alcune monofore per illuminare l’interno, e da alcune lesene rimaste incompiute forse in previsione di una diversa copertura della volta. Il tetto era in legno, a solaio soffittato, e con travature a sequenza regolare, decorati all’estremità da figure gotiche; la cupola a spicchi, a sesto acuto, poggiata su un tamburo ottagonale con raccordi a cuffia verso il basso; nel coro era conservato il polittico tutt’ora presente; i due altari laterali erano dedicati al ss.Cuore di Gesù ed al N.S. della Provvidenza, con statue in legno della Madonna di Loreto e di sant’Antonio da Padova definite di fattura meschina; nel presbiterio, ai due lati c’erano due grandi reliquiari, raccolti progressivamente dai vari abati. Nell’ultimo restauro (1922) furono rinvenuti affreschi nel catino dell’abside maggiore, risalenti al XVI secolo; delle colonnine sormontate da capitelli romanici, molto probabilmente appartenenti al chiostro che era posto alla destra del presbiterio ed a cui si arrivava tramite una porticina gli archi della quale erano appena intravedibili attraverso alcune sovrastrutture posteriori; sulle pareti del presbiterio numerose aperture o armadietti a muro atti a ripostiglio di libri, di oggetti utili e di essi, uno più grande a sinistra dell’altare, utilizzato a tabernacolo prima che divenisse obbligatorio chiuderlo; due fori sui muri delimitanti il presbiterio, entro i quali poggiava una trave al cui centro si ergeva un grosso crocifisso (che fu ricollocato nello stesso modo); e una notevole quantità di vasellame di terracotta, non chiaro se appartenesse ai sistemi acustici o a stoviglie per i pellegrini. Il presbiterio era sormontato da una cupola ottagonale a spicchi, a sesto acuto, che si innalzava dal rettangolo di base tramite raccordi a cuffia.

 

Il parroco si aggira smarrito tra le macerie: una guardia appoggiata ad un palo, lo osserva

Il 4 giugno 1944 (il giorno in cui gli Alleati entravano in Roma), un bombardamento aereo, praticamente rase al suolo l’intero complesso millenario, da poco restaurato e restituito alle originali forme medievali, polverizzandolo e lasciando pochi tronconi di muro affioranti dalle macerie: due archi che davano accesso al monastero ed un piccolo tratto della parete destra della chiesa. Da pochi munuti, erano usciti i partecipi di un matrimonio celebrato dal rettore don Levrero, e probabilmente la chiesa era vuota. In un fatale attimo, la Liguria, San Pier d’Arena in particolare, hanno perduto uno tra i più interessanti e significativi monumenti. Fa rabbia aver perduto nello stesso modo e per lo stesso motivo questa chiesa, assieme a san Gaetano e l’Oratorio di san Martino; tre templi su quattro. Per fortuna è rimasta la Cella; ma tutti avrebbero potuto testimoniare con opere d’arte e tradizioni la vera grande storia di San Pier d’Arena.
Al parroco toccò officiare per anni in umili locali, dapprima posti nel ‘teatrino’ (eretto negli anni 1920 a nord dell’abbazia era, a piano terra, cinema e palcoscenico parrocchiale; dopo don Levrero, il locale – ristrutturato – non fu più cinema e rimase libero per le feste parrocchiali. Al piano sopra, metà è l’abitazione del parroco e suoi famigli, e l’altra metà –a monte- dapprima scuola elementare pubblica. Quando la chiesa andò distrutta, nel teatrino vennero ospitate le scuole elementari gestite dalla suore Pietrine di salita Belvedere alcune delle quali erano dislocate lì. L’asilo invece era a piano terra del civico 60) e poi a metà degli anni 1950 nei fondi del palazzo a tre piani posto prima della chiesa salendo la strada (poi divenuti sala ricreatorio per i ragazzi, assieme allo spiazzo interposto con la chiesa, che in parte c’era ed in parte fu formato liberando -dopo la fine della costruzione dell’edificio sacro- anche il terreno esistente a fianco del teatrino e formato a giardino cintato. Negli anni 1990 lo spiazzo fu utilizzato a posteggio auto finché l’ultimo parroco lo ha ricuperato per i ragazzi, coprendolo di erba sintetica). Riconosciuta parrocchia il 10 giu.1955 con decreto arcivescovile, mantenendo il titolo ormai consuetudinario di abbazia (riconosciutole nella causa del 1900), il 19 mar. 1958 da mons. Siri fu posta la prima pietra della riedificazione (murata sotto la prevista localizzazione dell’altare; durante i lavori di scavo vennero alla luce i resti ossei di frati sepolti durante i secoli sotto il pavimento e –scrive Pero- poi coperti da colata di cemento lasciandoli sotto la chiesa nuova); solo il 31 magg.1960 – il parroco don Levrero poté consacrare l’edificio e iniziare la sua funzione. Nell’anno, don Levrero traslocò nella nuova canonica, lasciando il vecchio appartamentino ad un anziano sacerdote, don Vittorio Schenone e perpetua (ex insegnate, originario di Boves, fu incaricato di aiutare il parroco nella sua missione, forse in sostituzione di un altro anziano sacerdote –anche lui aiutante del parroco- chiamato don Piacentini).
Costruita con nuove caratteristiche architettoniche vagamente ispirate all’antico – nella volumetria e facciata – dall’arch. genovese Erio Panarari, coadiuvato dall’ing. Carlo Bellati, ha richiami allo stile gotico; la facciata, con i tradizionali bicolori (pietra bianca di Finale e verde di Promontorio), a fasce sovrapposte orizzontali, interrotte da pochi elementi verticali asimmetrici; sul fianco a nord, i corpi di servizi come la canonica, delimitano l’oratorio strutturato a ‘campetto’ per i giovani; ed il campanile che è alto 35 metri, a cuspide appuntita piramidale similare a quella antica; il tetto spiovente diede da subito sintomi di grossolana infiltrazione d’acqua appena pioveva da raccogliere con bacinelle!, oltre la solita segatura e stracci (errori di costruzione?= visto che prima di finire l’impresa costruttrice era fallita; materiali scadenti da speculazione edilizia, come divenne uso in quegli anni; errori architettonici =troppo alta -rispetto la precedente-, senza finestre al tetto da far circolare l’aria, soffocata dal tornante stradale che favorisce ristagno di umidità. Pero defilisce “pessimo esempio dell’architettura di quegli anni e dei suoi modi approssimativi”). I soldi per la riparazione arrivarono nell’anno 2000, con i fondi raccolti dal 8/mille statale. Rimane che per cattiva aereazione, è freddissima d’inverno e caldissima d’estate e pur sempre con alto tasso di umidità (P.Pero la scrive …come un’isola malsana)

  

Anno 2010
L’interno, a navata unica alta 20 metri, larga 12 metri, lunga 34, con presbiterio affiancato da due cappelle; in cemento armato, ha la copertura a ‘falde’ triangolari ripetute e bifronti e sorrette da una alta muratura spoglia, con alternanza di bianco e nero verticale che sembra avere la funzione di innalzare vieppiù il soffitto appuntito. Il pavimento è di marmo rosso francese. Nell’ingresso a sinistra è appeso al muro il reperto ricuperato dall’antica abbazia di uno stemma cardinalizio.

  

L’altare maggiore centrale, sorretto da dieci colonnine ricuperate dalla chiesa distrutta (dal chiostro o dal campanile?) assieme ad un grande stemma sistemato nel portico adiacente. È sormontato da copia del famoso polittico a cinque ante cuspidate (l’originale oggi è al museo diocesano; in sede esiste una gigantofotocopia alta eguale), con disegni suddivisi in 9 scomparti maggiori e 7 minori, tempera su tavole di pioppo, dimensioni 217×257. Vi sono raffigurati – nell’anta centrale cuspidata ed in proporzioni più grandi- san Bartolomeo, apostolo nelle Indie e in Armenia, con -in piccolo- inginocchiati ai suoi piedi l’arcivescovo (inginocchiato in basso a destra – posizione privilegiata, perché è il committente della pala- con mitria e prezioso piviale ricamato d’oro: sicuramente è l’arcivescovo -dal 1377 al 1382- Lanfranco Sacco; era stato dapprima monaco in san Bartolomeo, poi trasferito in s.Stefano, poi abate in s.Siro, infine eletto presule; fu allora che in memoria del suo soggiorno o per particolare devozione, potrebbe aver ordinato a Barnaba un polittico per l’altare maggiore) ed un monaco (con l’abito colore marroncino-grigio, forse lo stesso Sacco quando era monaco (i tratti somatici infatti sembrerebbero di un giovane), o l’abate priore Matteo (che allora era già anziano), o san Gualberto: tutti i vallombrosani venivano definiti ‘monaci grisei’ dal colore del loro abito). La loro presenza, porta a datare il dipinto tra il 1377 e 1381. Attorno -in 8 piccoli riquadri-, aneddoti della vita del santo. Nei 4 scomparti minori, posti nelle cuspidi, in cornicette trilobate, i ritratti di santi a mezzo busto; nella cuspide principale centrale, una crocifissione con -in due tondi alla base- l’immagine di altri due santi. Alizeri cita un atto notarile del 1210, stilato dal notaio Raimondo Medico, che lega alla chiesa una icona dipinta, donata da Guglielmo Porcello: non è specificato se questa immagine sia quella presente ora, che appare dipinta invece da pittori posteriori a quell’epoca, del XIII-XIV secolo. Nel 1890 la prima di tre perizie andate a nulla di fatto: primo Luigi Tommaso Belgrano compì un sopralluogo inviato dalla Commissione Conservatrice dei Monumenti: fu vago attribuendolo bisognoso ‘di un bene inteso restauro’ essendo ‘opera attribuita di un pittore trecentista’. Ma evidentemente non fu convincente perché se ne fece nulla. Cinque anni dopo Tammar Luxoro e Giovanni Campora esaminarono il dipinto da vicino (e non appeso a livello del catino dell’abside centrale). Ma si dovette attendere ancora un anno per avere una prima relazione dal pittore Venceslao Bigoni (sperimentato restauratore, anche dei Rubens conservati nella chiesa del Gesù. Scrisse che delle “membrature in legno manca qualche colonnina, due gugliette e l’intera base”; …per rifarle è possibile seguire l’impronta che si nota sull’imprimitura gessosa. Per risanare la tavola bisogna “portare tutti i miglioramenti possibili levando le parti guaste e rimettere i pezzi di legno sano ma vecchio”). Quindici anni in tutto per una seconda perizia dello stesso ultimo esperto, a cui finalmente fu commissionato il restauro; la relazione diceva “nella sua origine tutta la tavola fu coperta con una tela la quale passa anche sugli ornati in rilievo i quali sono eseguiti di gesso direttamente sul nudo legno; la tela fu impressa a gesso e su quello dipinto e i rilievi indorati. Detta tela, ora, trovasi in gran parte staccata dal legno lasciando cadere gran parte di colore ed anche parte dei rilievi che stanno sotto di essa. Le particelle di colore caduto sono innumerevoli anche là dove la tela non si è mossa ed alcune…piuttosto grandi. Nel petto della figura del santo vi è una zona assai grande dove si vede la pittura che sembra abbia subito un forte calore producendo ritiro e scurimento della parte. Le tavole sono in buone condizioni; non si può dire così delle spranghe trasversali che tengono unito il polittico; esse sono in gran parte consumate dal tarlo. Per portare a quest’opera i miglioramenti necessari per la sua conservazione, occorre un lungo e paziente lavoro. Occorre rifare gli ornamenti in rilievo e provvedere a metterli bene al posto perché la tela raccordi con essa nel fermarla alla tavola, Dove il colore è mosso fermarlo alla tela dove è caduto, le parti piccole che sono innumerevoli accompagnarle alla pittura e le zone grandi raccordarle in modo che non stonino. Per quello che riguarda la zona nel petto del santo… si vedrà quello che convenga fare durante il lavoro. Conviene mettere le spranghe che reggono il polittico sostituendole a quelle che vi si trovano precedentemente perché guaste. La spesa… è di lire 800 comprese le spese necessarie all’esecuzione del lavoro.” A restauro compiuto, occorre “dare infine varie mani d’olio essicativo per difesa dell’umidità. Per fare detto lavoro occorrono circa giorni cinquanta”. Il quadro fu restituito dal restauratore nell’agosto 1907, rimesso a nuovo con soddisfazione dello stesso artista che lo riscontrò “meglio di quello che io potevo sperare”; e ricollocato sopra l’altare maggiore.
Ormai concordemente ed in ultima analisi (1970) è attribuito a Barnaba da Modena (pittore nato a Modena nel 1320 circa e morto dopo il 1383. Prima erano stati valutati Spinello Aretino, la scuola lombarda o senese del 1400, Taddeo di Bartolo, e l’aretino Margaritone). In quegli anni del trecento era divenuto famosissimo, e pertanto abbastanza richiesto dalla nobiltà genovese da dominare nell’arte pittorica in Liguria; fu presente nella vicina Provenza ma anche in Piemonte, Toscana e Spagna. A Genova aprì bottega nei fondi del palazzo arcivescovile dal 13 ott.1361. Nel lug.1362 divenne cittadino genovese: in un contratto si autodefinisce “cittadino ed abitante di Genova”; e due anni dopo, il 26 apr.1364 gli fu pagato dal governo genovese una grande tavola per la cappella ducale). Fu salvato dalla distruzione dell’abbazia, dal bombardamento del 1944 perché opportunamente protetto; restaurato negli anni ‘60, ed attualmente è ospitato al Museo Diocesano lasciando in chiesa una volgare copia. I giudizi su questo nuovo edificio, tendono a sottolineare l’impossibilità a ricostruire la vecchia struttura, e la necessità di una nuova che però suggerisse l’antica, fondendo attraverso la personalità del progettista, gli aspetti medievali del monumento con quelli della moderna architettura, cercando di mantenere i due significati fondamentali: la spiritualità e la monumentalità. Se c’è riuscito, non so. A me appare esternamente brutta e internamente – seppure di ampio respiro- poco mistica essendo sì rappresentativa dell’antico ma modernamente intonacata e decorata.

 

Capitelli del chiosro e delle bifore, formano ora il basamento dell’altare maggiore

Nel 1979 andò via il nuovo parroco don Luciano Polastri (da poco insediato: a sua richiesta ritornato alla natia isola d’Elba, prima che subentrasse il successore) ed a settembre subentrò don Giacomo Chiesa, chiamato don Mino, già vicario cooperatore presso la parrocchia del Borghetto di Rivarolo. Arrivò con la famiglia: due sorelle, un cognato e il cane.

Don Chiesa

L’11 gennaio 1998, dopo 18 anni di attività, don Mino prematuramente morì 67enne, accasciatosi dopo aver portato un sacco di pane al suo centro (rinunciatario di una molto probabile e già iniziata carriera religiosa nelle gerarchie ecclesiastiche considerato le sue eccezionali capacità e qualità; da mons. Siri arcivescovo di Genova, preferì farsi dedicare ad una comunità parrocchiale, così dal Borghetto di Rivarolo, nel 1981 arrivò a san Bartolomeo aprendo nel 1985 con una ventina di volontari un importante centro di accoglienza per disagiati e senza fissa dimora, riconosciuto dalla Charitas: ogni domenica mattina un centinaio di barboni internazionali trovavano in parrocchia chi era pronto a lavare, a procurare cibo, o dare un poco di denaro e tanto affetto. Naturalmente era molto amato nel quartiere e fuori). Dopo nove mesi di interregno, gestito dal parroco di sopra (don Corrado Franzoia, di s.M.della Vittoria, coadiuvato da don Berto Ferrari), arrivò il parroco successivo dal 1999, don Gian Carlo Tamagnone proveniente da Geo sul monte Figogna. Spense la vita prematuramente nella seconda decade di giugno 2002 (nativo di Pont Bozzei –Aosta- nel gennaio 1945, frequentò le scuole elementari e medie a Sampierdarena dove il padre era noto quale promotore di beneficenza nella s.Vincenzo). Così, dopo un’altra breve ‘vacatio’, dal 9 nov. 2002 c’è don Mario Passeri, laureato ingegnere, con vocazione da adulto; nel 2006 ha promosso una ‘convention’ degli ex, di gran successo, ed edizione di due libri sul tema Fossato.

Dedicata

All’apostolo che viene citato nel Vangelo (Marco 3,18—Matteo 10,3—Luca 6,14—At. 1,13).Vetrata nella basilica fiorentina di s.Trinità. All’apostolo che viene citato nel Vangelo (Marco 3,18—Matteo 10,3—Luca 6,14—At. 1,13). Si è indotti a desumere che il vero nome del santo fu Natanaele, visto che ambedue sono spesso citati assieme a Filippo; si concede pensare -e qualche storico lo da per certo- si tratti della stessa persona. Quindi Bartolomeo (in aramaico significa ‘figlio di un valoroso’, sarebbe un patronimico, come frequente accadeva nell’antichità. Giovanni, nel suo vangelo, descrive che fu chiamato a Nazaret da Filippo; lui arrivò incuriosito, più per accontentare l’amico che interessato. Incontrò Gesù, ne fu conquistato e ne fiu così convinto da diventare uno dei fedelissimi dodici apostoli. Poco si sa di lui, perché secondo notizie tardive, ed a volte anche apocrife, dopo la Pentecoste scelse la strada della predicazione del Vangelo nelle terre dell’est: Mesopotamia, Licaonia, Frigia, fino all’Armenia e forse alle Indie ove si narra abbia guarito la figlia di un re, invasata ossessa dal demonio. Dovunque trovò popoli ostinatamente attaccati alla idolatria e violenti. É certo quindi che fu martirizzato.Viene riportato che fu in Albanopoli che il governatore Polimio lo sottopose ad un sadico supplizio in uso in quelle terre: mentre era crocifisso fu scorticato vivo (come raffigurato da Michelangelo nel Giudizio Universale della Cappella Sistina, ove il volto della pelle afflosciata è il proprio autoritratto) ed infine decapitato. Si sa che il doppio ed il triplo martirio era supplizio applicato nell’antico Egitto e Persia; anche senza averne la certezza per lui, il presupposto che anche l’Armenia applicasse queste torture non è da escludere. Nel VI secolo s.Gregorio di Tours (morto nel 594) scrisse che le sue reliquie dall’Armenia pervennero a Lipari (escluso il cranio, nel 1238 portato e venerato nel duomo di Francoforte; non si sa come vi sia pervenuto. Ed un piede, custodito a Genova). Da qui nel IX secolo passarono a Benevento; e nell’anno 983 l’imperatore Ottone III le fece traslare a Roma dove furono sepolte e venerate nella chiesa a lui dedicata nell’isola Tiberina (su quest’isola c’era un tempio dedicato a Esculapio, dio della medicina: nel mondo cristiano la venerazione di Bartolomeo divenne continuativa divenendo il protettore dei malati). Il suo culto ha inizio da questo tempo, divenendo universale nel 1298 quando Bonifazio VIII ordinò che di tutti gli apostoli si dovesse celebrare la festa con doppio rito. E sono di quell’epoca, dal 1000 in poi, le prime tracce anche a Genova: qui, la chiesa di s.Bartolomeo degli Armeni viene considerata la più importante perché conserva come reliquia il piede sinistro del Santo, regalata da Marco Spinola nel 1430 e presa a Benevento. Iconograficamente la figura è accompagnata da un libro -attributo degli apostoli-, e da un coltello – arma per lo spellamento a cui fu sottoposto- La sua festività cade il 24 agosto. È patrono della città di Benevento e di Francoforte sul Meno, Ustica, Patti e Lipari. È invocato protettore dei malati (contro gli spasmi, le malattie della pelle, convulsioni, malattie nervose ed operandi –ernie, soprattutto), dei lavoratori del cuoio (macellai, conciatori, guantai, calzolai) e della produzione del cuoio stesso (pecorai, pastori e contadini in genere).

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