Bastioni (Salita ai)

Salita ai Bastioni

In basso, inizio salita, vicino all’incrocio con via San Bartolomeo del Fossato

S. Pier d’Arena – 2721 – Salita ai Bastioni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quartiere antico: Promontorio
N° Immatricolazione: 2721              Categoria: 3       Codice informatico della strada n°:  04580
Unità urbanistica: 28 – San Bartolomeo     CAP: 16149          Parrocchia: i numeri pari dal 4 all’8 dipendono da Promontorio, il resto da San Bartolomeo del Fossato
Struttura

Laddove dietro l’abbazia, si distacca una appendice di via san Bartolomeo del Fossato rivolta verso nord, lunga 150 m circa e dalla quale inizia salita Dante Conte; inizia come un ripido sentiero che si inerpica e non ha certo le caratteristiche di una strada, ma di un semplice tratturo da capre, con scalini irregolari di sassi sconnessi, largo a volte 30-40 cm se pulito, solo da chi coltiva un orto ai lati della strada, dalle erbacce invadenti.

Tratturo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Verso la fine in alto migliora.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Conduce a via Sotto le Mura degli Angeli (o a via Porta degli Angeli come dice erroneamente la toponomastica).
All’inizio del 1900 si chiamava semplicemente “salita al Forte“, da via san Bartolomeo.
Nel 1933 era ancora “salita ai Forti”, di categoria 6, sempre da via san Bartolomeo a via Porta degli Angeli con 9 civici dall’1 al 9.
Con delibera del Podestà del 19 agosto 1935 fu trasformata col nome attuale.
Attualmente, 2011, l’itinerario “delle mura” vede due diverse strade: quella del giro dei forti carrozzabile, che dal fianco di Porta degli Angeli sale a Porta Murata (la quale risulta già non più in zona sampierdarenese ma di san Teodoro, da essa si passa alla porta e mura di Granarolo – mura di Begato) e quella doppia locale: (dovrebbe iniziare al Campasso con salita Millelire, ma…) sia quella che dal forte di Belvedere passa dal quadrivio di salita Bersezio e sale al forte Crocetta – torre Granara – forte Tenaglia (e prosegue con torre di Montemoro – Granarolo) e sia che passa da Promontorio e scende “sotto le Mura” sino a via San Bartolomeo del Fossato.

Civici
Attualmente solo civici neri dal 2 all’8.
Nel Pagano/40 è solo menzionata la via, ma senza civici.
Nel 1952 furono demoliti i civici 9 e 10.

Storia
Il termine bastioni credo sia molto usato col significato generico indicante una cerchia di mura difensive. Ma nello specifico è un “accrescimento” di una bastia, la quale a sua volta è un’opera fortificata avanzata, esterna alla cinta e costruita con materiale di ritrovo vicino ad una città  quale, primo fra tutti a Genova, fu il Castelletto, concepito nella funzione difensiva dal tiro dell’artiglieria, nel 1400 quando iniziò l’uso della polvere da sparo e, con essa, le prime armi da fuoco offensive, determinando necessarie modifiche alle mura. Ricordato, quale primo studioso di questa evoluzione, fu un ingegniere militare di Luigi XIV: Gregoire Mestre de Vauban. È invece bastia, per esempio quella di Promontorio, già citata nel XVII secolo e poi distrutta sul cui sedime passò la nuova cinta.

 

 

 

 

 

 

 

 

Le mura. Ai tempi dei romani in genere, le mura erano fortificazioni provvisorie costituite la palizzate, erette sopra un argine ricavato dallo scavo di un fossato esterno. Nelle città, il ‘castrum’ era meglio consolidato con muri di pietra di grosse dimensioni e di grosso spessore.
A Genova la prima cerchia fu realizzata verso il VII-V secolo a.C. nella collina detta di Castello, evidente sede del ‘castellaro’ circondata dal nucleo abitato. Non arrivava fino all’approdo delle navi, corrispondente al punto del golfo più protetto dai venti di scirocco da sud est e di libeccio da sud ovest.
La seconda cerchia nacque negli anni del 900 d.C. probabilmente dopo aggressione saracena via mare del 935. Anch’essa si sviluppava sempre attorno al Castello ed anche questa non estesa a includere il porto.
Nel 1155-63 fu eretto il terzo giro delle mura, dette “del Barbarossa” sviluppate per 2,5 km e con tre porte principali (Sant’Andrea o Soprana, Santa Fede o dei Vacca, Aurea perché su terreno dei D’Oria e corrispondente alla zona di Portoria, ma quando poi le mura furono ulteriormente allargate, rimanendo essa nel centro inutilizzata, fu distrutta. Erano tutte con due torrioni semicircolari ai lati, e la porta centrale).
Nel 1276 la quarta cinta, soprattutto fu un rinforzo nella parte a mare, dalla Porta dei Vacca sino al Molo Vecchio.
Nel 1320 si decise il completamento di una quinta cinta muraria che fosse adeguata alle moderne armi da fuoco. Essa mirava prevalentemente a meglio chiudere il fronte a mare: partendo dalla Porta San Tomaso (dalla zona di piazza del Principe: tutta la collina di san Benigno restava ancora fuori delle mura) verso est, costeggiava la riva con la Darsena e proseguendo si collegava alle precedenti sino alla foce del Bisagno. Nell’interno, dopo aver fortificato Carignano, risaliva fino a Porta degli Archi, Acquasola, Castelletto, Carbonara, San Tomaso, affidando a trincee, muri a secco ed ancora palizzate la difesa delle alture.
Viene descritto un sesto ammodernamento, deciso dall’istituzione della “Magistratura delle Mura” nel 1537. La progettazione fu affidata al milanese Giovanni Maria Olgiati (lo stesso che ricostruì la Lanterna nel 1543) il quale scelse creare dei bastioni esterni al posto delle suddette trincee, per tutto il ciclo da San Tomaso a Castelletto, Acquasola, Porta Archi, Bisagno; a mare, nella seconda metà del 500, viene eretta la Porta Siberia progettata da G.Alessi
Solo la settima cerchia coinvolge San Pier d’Arena.

 

 

 

 

 

 

 

La storia. Un secolo dopo la precedente, col cambiare ancora delle tecniche di guerra e di assedio, soprattutto della potenza delle armi da fuoco, i responsabili del governo si trovarono anche a doversi preoccupare delle mire espansionistiche di Carlo Emanuele I, duca di Savoia alleato con i francesi di Luigi XIII; seppur recentemente sconfitti – nel 1625 – nella battaglia del monte Pertuso, poi santuario della Vittoria, ma sempre in gara e caratterizzati da sfrenate ambizioni. Le nazioni in gara erano Spagna, Francia, Savoia, Repubblica Veneta, Papato e Napoli; gli interessi, per tutti, fortemente intriganti; le alleanze ondulanti ed incrociate; gli accordi che duravano un giorno; le finanze di ciascuno a secco tanto da non avere molti scrupoli ad annettersi la Repubblica da tutti ritenuta ‘ricca’; gli equilibri instabili di potere, sulla penisola con l’interesse di tutti a tenerla frazionata.
Genova deve stare attenta a non urtare nessuno, perché sa di essere ricca ed appetitosa, ma debole e poco armata. Carlo Emanuele sente la necessità commerciale dello sbocco sul mare, e Genova è il punto più facile, nonché il più fragile; ricca ma senza un esercito proprio.
Nel 1626 era in atto con il Piemonte anche la vecchia querelle di Zuccarello, lontano feudo di confine bilateralmente ambito: è il primo barilotto di polvere, unilateralmente cercato per far saltare la pace (La Repubblica aveva organizzato il “Territorio di terraferma”, dividendolo grossolanamente il “Riviera di Levante”, “Riviera di Ponente” e “Oltregiogo”. Ognuno di essi era ulteriormente diviso in territori chiamati a seconda della grossezza, importanza o gestione: “Capitaneati, Podestaria, Contado, Commissariato (come era Zuccarello, già gestito dai DelCarretto i quali l’avevano acquistato dall’Imperatore Ferdinando II nel 1622) o Governo (come quello della Polcevera. Nel 1576 era una podesteria suburbana, poi crescendo di importanza divenne capitaneato (1582), ufficio maggiore ((1606) governo (1757): quest’ultimo comprendeva la “Pieve di Sampierdarena” a sua volta comprendente Cornigliano, Campi, Promontorio, Gallieno).
Genova ha appena avuto garanzia dagli spagnoli e dalle disposizioni imperiali, che quel territorio è suo; ciò non ostante Carlo Emanuele attraversa il Monferrato ed occupata Novi, Gavi, a Voltaggio sconfigge le truppe genovesi. Milano, allora in mano spagnola, avrebbe dovuto intervenire ma tergiversa non volendo urtare la Francia che appoggia i piemontesi; e nella snervante attesa Carlo Emanuele addensa le truppe in Alessandria mentre Genova non riesce a trovare milizie mercenarie. La situazione è serissima, ma i re Cristianissimi di Francia e Spagna si accordano tra loro ed a Monçon (5 marzo 1626) firmano un trattato che ferma il duca di Savoia e le truppe sue alleate di Venezia.
La paura passa, ma il suo ricordo è recentissimo e la minaccia della libertà ed autonomia non è superata del tutto perché il duca piemontese, offeso nella sua dignità, non ha rinunciato a riprendere le ostilità nei territori di confine. I Senatori si vedono costretti a spendere: o costituire un esercito di mercenari, con tutte le conseguenze del mantenimento e fornitura, o potenziare ed allargare ancora le difese, valutandole in un’ottica più vasta (considerando sia i nuovi mezzi di guerra, che metodi nuovi di difesa) comprendente anche il forte Belvedere e Crocetta, nonché tutta una serie di trinceramenti e parapetti per postazioni di artiglieria tali da intersecare la vallata di San Pietro d’Arena. Il decreto del Senato porta la data del 19 aprile 1626.
Il 7 dicembre 1626 si fece la cerimonia della posa della prima pietra. Gian Vincenzo Imperiale fu incaricato dei festeggiamenti, avvenuti su un piazzale fatto spianare appositamente e dopo averlo abbellito di decori ed artefici; in mezzo a nobili, confraternite, sacerdoti, dame, ori e velluti e sudore – con le solite beghe delle precedenze tra ospiti illustri, doge, arcivescovo, ambasciatori. Il 7 gennaio 1627 si elesse anche il Magistrato delle Nuove Mura: il deputato Ansaldo De Mari, dando l’avvio ai lavori. Per fare questo, dovettero provvedere ad una complessa opera di espropri di terreni privati, con ingenti spese di rimborso: ricordiamo Teodora Giustiniani – figlia del magnifico Angelo, e moglie del mag.co GB Foglietta: era creditrice ancora vari anni dopo la fine della costruzione, di 7mila scudi d’argento a risarcimento di parte della villa espropriata in Promontorio; Violante Centurione -suora nel monastero di san Leonardo- quale erede di Agostino, che anch’ella dovette cedere delle terre in Promontorio, valutate 32mila lire; e altri, tra i quali gli abati di san Bartolomeo del Fossato (Bartolomeo Pansa) e quelli di S.Maria (?) di Promontorio (Andrea Guagnino) e altri privati di terre e case con cisterna. Veementi nel protestare risultarono essere stati il mag.co Bartolomeo Spinola (l’abate della scritta sul muro della canonica), Bernardo Pinelli, Ottavio Franzone e gli eredi Bixio (o Bissio), che denunciarono sospette speculazioni (rivendita di materiali edili quali legnami, marmi, mattoni e pietre) da parte degli architetti, generando provvedimenti disciplinari da parte del Magistrato delle Nuove Mura.
Salendo da dietro l’abbazia, alla sommità del viottolo, il panorama è dominato dalle sovrastanti mura, costruite nel 1630-33, quale, come detto, settima ed ultima cinta muraria (lunga in totale 19.560 m., con 48 bastioni e 137 guardiole).
La severa muraglia di pietre grigie, separava in forma decisa quello che era “dentro” da difendere, quindi la città, simbolicamente e storicamente il nucleo civile e col porto; da quello che restava “fuori”, cioè il suburbio, la campagna o quantomeno il non difendibile di fronte ai frequenti invasori. Questa mentalità è rimasta radicata nei genovesi che guardano dall’alto al basso i “fuori mura” e questi ultimi che ricambiano con un certo distacco e non rassegnata dipendenza.
Per le “nuove mura” (un primo progetto, con eguale tracciato, era stato disegnato da Gaspare Vasari nel 1565, ma era stato accantonato perché all’epoca appariva spropositato) si seguì il disegno di un secondo similare progetto tracciato nel 1625 da Bartolomeo Bianco e da padre da Fiorenzuola (dal paesino toscano dove era nato; al secolo Vincenzo Maculano. Da padre di umili origini –esattore delle tasse e scalpellino- era divenuto frate domenicano. Studiò tecnica militare divenendo uno tra i più affermati del momento. Alto e magro, caratteristico naso a patata, orecchie sporgenti, occhi infossati e penetranti. Nel 1632 consolidate le mura, fu eletto Commissario generale dell’Inquisizione: in questa veste iniziò l’anno dopo ad interessarsi di Galileo Galilei. In Vaticano lo interrogò, processò tacciandolo di eresia per aver sfidato ciò che stava scritto nella Bibbia e, minacciandolo di tortura, smantellò la sua sicurezza; fino alla condanna: proibizione del libro il ‘Dialogo’ posto all’Indice, prigionia nel Sant’Uffizio –concessa poi ad Arcetri- e sette salmi penitenziali una volta alla settimana per tre anni dei quali prese carico una figlia suora; evitata la scomunica ed il rogo). Quasi un centinaio furono in totale i bastioni (di questi, 8 interessanti il nostro versante, nel quale più famosi erano quelli “di San Pier d’Arena”, “dell’Avanzata e di PortaNuova della Lanterna“, “di porta degli Angeli”, ”del Promontorio“; per sconfinare più in su con “1° e 2° di verso il Polcevera”, e quello “di Granarolo”); due le porte (della Lanterna (arretrata dopo ponti levatoi e cancellate, lavorata con pietra di Finale da Antonio Ponsonelli) e degli Angeli (posta a 114 metri di altezza, era preceduta da un fossato con ponte levatoio; trascurando quella detta Porta Murata, che fu chiusa nel secolo dopo perché poco difendibile). L’acme nord, è sulla cima del monte Peralto, dove si dominano i due spartiacque, del Polcevera e del Bisagno.
Dal 1630, in tre anni, 8mila operai costruirono 12.650 metri di mura, con una spesa preventivata di 10milioni di lire genovesi: a levante i lavori proseguirono rapidamente; da noi a ponente furono gli ultimi a finire considerato che solo nel 1633 si decisero abbattere l’abbazia di san Benigno ormai decrepita e completare l’opera per maggio di quell’anno.
Nel giugno 1678 iniziarono le danze. Già da molti secoli prima, le marinerie erano abbastanza libere di scorrazzare per il Mediterraneo: olandesi, corsari, marocchini, finalesi, onegliesi, spagnoli, francesi, genovesi, turchi: uno contro l’altro; le acque mai erano tranquille. Genova dalle mura teneva d’occhio le unità più grosse e comunque eventuali flottiglie numerose.
In quei giorni venticinque galee francesi, regnando Luigi XIV, dapprima erano state avvistate avvicinarsi ad Alassio e poi a Vado, con la scusa del rifornimento; all’improvviso ricomparvero a La Spezia, poi a Portovenere, fino – di nuovo – a Vado; ovunque salutate con colpi di salve ma con contemporaneo gran rinforzo delle misure terrestri di difesa.
E tanto girarono nel mar Ligure finché la mattina del 30 luglio 1678, arrivate al largo di San Pier d’Arena e standosene ben lontane dalle artiglierie di Genova (le più vicine erano quelle della Lanterna, ma pur sempre di piccola gettata, da risultare inutili) senza preavviso iniziarono un 1° bombardamento durato per 3mila colpi. Per il gran fumo, ben presto tutta la riviera fu in allarme, ma inutilmente perché – cessate le cannonate – la flotta sparì al largo, per ricomparire il 1 agosto a San Remo e ripetere l’attacco (ove fu poi ripetuto il 21 agosto). Non le mura quindi, ma solo il nostro borgo a titolo dimostrativo; pochi furono i danni e nessuna vittima umana: i muri delle ville in genere resistettero alle bombe che riuscirono a creare danni solo se centravano una finestra ed entravano così nelle case; ma molto fu lo spavento, soprattutto per l’incapacità di capire cosa stesse succedendo. Genova era avvisata.
Sei anni dopo, le mura erette, furono al vero collaudo.
Dal 18 maggio 1684 fino al giorno 22 (in altri testi si scrive il 24 maggio); negli Atti si scrive iniziarono alle ore 21 (di notte, perché controllabile il fuoco della miccia e con esso la traettoria della bomba). La flotta francese di Luigi XIV stavolta bombardò Genova (il monarca francese, detto “re Sole” il quale – politicamente – non voleva occupare la città: inutile la spesa di mantenere la città e doversi giustificare alle altre potenze; ma indurre la popolazione a spaventarsi e, di conseguenza, obbligasse il Senato a cambiare governo e indirizzo politico. Approfittò degli studi fatti dai fabbricanti di armi, col risultato di armi nuove a ‘lunga gittata’ e del nuovo servizio di spionaggio che aveva segnalato i punti deboli della difesa.
Nella notte del 22, mentre continuava il 2° violento bombardamento navale mirante a fiaccare la resistenza e ad impaurire i difensori, e sperando nei torbidi cittadini che creassero confusione organizzativa, usando un centinaio di imbarcazioni – tra barche e feluche – appoggiate da 14 galee e 4 galeotte bombardiere atte a tenere a bada le batterie della Lanterna sbarcarono sulla spiaggia di San Pier d’Arena 3500 fanti francesi agli ordini di Tourville (un piccolo contingente, diversivo, sbarcò anche in Albaro, ma fu ben presto catturato). Dalla spiaggia, muniti di scale ed attrezzature, iniziarono ad avvicinandosi alla porta. Sì scrive che un imprecisato capitano Pallavicino tentò ingannare ed allontanare la guarnigione di Porta degli Angeli, dicendo che gli era stato comandato guidarla in altra posizione: non fu creduto e fu invece imprigionato. Mentre le batterie di Mura degli Angeli rispondevano all’attacco, la Milizia urbana, comandata da Ippolito Centurione e coadiuvata da volontari polceveraschi, impegnò gli assalitori con tale veemenza anche se erano in numero assai inferiore, da costringere le truppe francesi alla ritirata ed al reimbarco. Per vendetta il cannoneggiamento navale continuò anche sul nostro borgo, provocando danni e vittime. Non fu agevole poi per i francesi ritentare un altro sbarco, per il contemporaneo arrivo in città di 500 soldati spagnoli provenienti dalle guarnigioni vicine al confine. La popolazione si ribellò ai filofrancesi – in particolare ai DurazzoEugenio e Centurione CristoforoBattista – favorendone gli arresti.
Furono usate 6mila palle (contabili cittadini ne denunciarono il doppio); per tremila case colpite: alto il numero e tremendo l’effetto delle palle da mortaio, dette ‘ a due tempi’ (prima fuoco alla miccia della palla, poi a quella del pezzo montato su navi apposite dette ‘galeotte bombardiere’, o più semplicemente ‘bombarde’ o ‘palandre’; le palle sparate dal pezzo erano cave e ripiene di esplosivo con miccia calcolata a innescarsi dopo una curva parabolica: il peso faceva sfondare i solai e, a terra, esplodevano col massimo danno. Erano 10 galeotte con 2 pezzi cadauno. In genere un pezzo andava fuori uso dopo un centinaio di colpi). Ma anche tante, e di più, quelle piene (di marmo) sparate dai cannoni delle navi.
E così il Senato, nella prima metà del 700, trovò utile creare una ‘scuola di ingegneri militari’: divennero ottimi, topografi, militari e genieri Matteo Vinzoni colonnello, Gaetano Lorenzo Tallone capitano, Alberto Medoni, Domenico Carbonara.
Riavvenne nel 1746 con gli austriaci – comandati dal generale Botta Adorno. Durante la guerra di successione austriaca, sconfitti gli alleati, Genova si ritrova sola abbandonata da essi in fuga per reimbarcarsi per le loro terre (Spagna, Francia, Napoli). Inghilterra e Austria vincitrici, danno il via ai Piemontesi di, con la scusante di inseguire i fuggitivi, assalire la Liguria. I piemontesi, conquistata la val Polcevera ed il borgo di San Pier d’Arena, riuscirono poi ad entrare in città ed a spadroneggiare, scatenando però ben presto la reazione del Balilla. Le truppe austriache in fuga, si attestarono dapprima a San Pier d’Arena sperando ricongiungersi con quelle già inviate a levante; bloccato il congiungimento non restò altro che ritirarsi definitivamente oltre appennino. Si aggancia a questi fatti il ritrovamento del “tesoro della Polcevera”, attualmente a Milano.
Negli anni a seguire, Genova è retta quale città-Stato, oligarchico-cittadino, ovvero aristocratico-borghese, di tipologia antica: arcaica ma non squilibrata, basata su strutture economiche ormai superate (come per esempio il capitale usato quale usurai) ma comoda a quasi tutti e quindi utile ad accontentare soprattutto i primi due ceti su citati. Di scarso numero e quindi non incidente politicamente, il ceto professionale. Solo la plebe era divisa: da un lato quelli occupati in servizi (ai quali anche andava bene così e che quindi, dopo aver fatto un sussulto rivoluzionario, ben presto rientrarono nei ranghi accettando il trattamento paternalistico del potere, sia in senso economico che assistenziale); d’altro lato quelli che agognarono ad un vento di libertà-eguaglianza-fratellanza proveniente da oltralpe, foriero di drastici cambiamenti e presupposte migliorie (che si avvereranno, ma –ahiloro- non nell’immediato).
Militarmente – arrivando consistenti aiuti dagli alleati in soldi e soldati – fu dato incarico al francese Jacque de Sicre – nominato Maresciallo di Campo – e con l’aiuto di Pierre de Cotte e dei nostri ingegneri – di tracciare le nuove opere difensive non basate più sulle mura: la nuova metodologia di guerra prevedeva trincee (a zig zag per non essere colti d’infilata dagli estremi del fosso), terrapieni, fossati, argini, cannoni leggeri e facilmente spostabili. Opere che dai crinali scendevano sino ai due torrenti: nella Polcevera, il pericolo maggiore proveniva da Coronata, contrastabile solo armando i forti esterni del Tenaglia e di Belvedere. Ma, stilata la pace di Acquisgrana 15 giugno 1748, finisce la guerra di successione austriaca: il Senato interrompe ogni preparazione bellica escluso nel forte Richelieu mantenuto operativo.

La linea delle mura sul colle sopra San Bartolomeo del Fossato

Incaricato principale del controllo delle difese era il magg.re ing. Michele Codeviola (che aveva alle dipendenze il cap. G. Brusco), il quale faceva lunghe ed accurate ispezioni – per inventari del materiale, valutazione della manutenzione, tragitto da far fare alle artiglierie in caso di spostamenti, restare aggiornato sulle nuove tecniche di assedio e potenzialità delle armi (specie francesi), ecc.-; dovendo poi riferire al Magistrato delle Fortificazioni.
Tutto il sistema difensivo della città era stato suddiviso in sei ‘Comarche’, ciascuna data in giurisdizione ad un patrizio che acquisiva il titolo di deputato. La nostra zona apparteneva alla terza comarca, la quale da Fassolo arrivava alla Lanterna e risaliva sino a Porta Murata (la quinta, continuava sino allo Sperone; la sesta invece vedeva tutte le strutture esterne, a ponente sino a SestriPon.).
Il 21 maggio 1797 i genovesi propendono adottare i dettami della rivoluzione francese, e cercano di instaurare la Repubblica Democratica Ligure.
La lotta sembra diventare politica più che militare; ma non per molto, e le mura – con i loro bastioni – diverranno tra breve di nuovo determinanti.
Ma queste diatribe, tra favorevoli e no, ottengono solo che lo Stato si indebolisce e prosegue reggendosi a stento, traballante ed ipofunzionale con recessione inarrestabile. Napoleone prende spunto da un moto insurrezionale (guidato da Filippo Doria, un Vitaliani – napoletano, e da Felice Morando – farmacista, frenato dai controrivoluzionari e Viva Maria), per dare una spallata definitiva al modello città-Stato.
Si instaurò così in giugno il Governo Provvisorio della Repubblica Ligure che prese le redini del comando. Apparentemente però, sia perché di scarsa incisività (il gruppo estremista dei giacobini più accesi, era costantemente messo in minoranza dai moderati, a loro volta frenati e guidati dalle autorità francesi che non si fidavano della innata tendenza genovese di autonomia nelle alleanze pur di commerciare, e quindi con l’alto sospetto che nascondessero i soldi e le merci per continuare a trafficare con i nemici, in primis gli inglesi); e sia perché praticamente sarà sottoposto ad asfissiante ‘protezione’ (infatti, sulla carta, democratico rappresentativo, con molti aristocratici e popolari al potere; ma in realtà alle dipendenze di un pluripotenziario transalpino, Jean Francois Dejean, il quale obbligava ad una collaborazione a senso unico, detta ‘a contrecoeur’).
Il Governo Provvisorio si propose, con 4 Comitati =relazioni estere; polizia; finanza e militari- di mantenere la pace in tutto il territorio (riviera e Monti Liguri), spegnere i focolai di controrivoluzione (fomentatori stranieri e parroci spaventati dai francesi antiCristo), combattere l’anarchia e disorganizzazione, ripianare l’economia. Tutti propositi positivi, ed anche l’accordo con la Francia (convenzione dell’ottobre) lo lasciava supporre essendo basato sulla reciproca alleanza politico-militare. Ma che invece procederanno in discesa avendo adottato un sistema perverso basato – da parte genovese – sulla subalternità completa alla nazione vicina, con pressoché totale eliminazione dell’autonomia, e – da parte francese – sulle loro vere intenzioni: svuotare le tasche ai genovesi (letti come banchieri e commercianti ricchi ed avari); usare il territorio, abbastanza appartato in senso europeo, per avere una base militare; e malgrado la propaganda della libertà ed eguaglianza in realtà stabilire un rapporto di dominio, arrogante, superbo e violento, ricco di malversazioni al punto di ottenere reazione avversa: di ostilità, odio e rancore tali, che al momento cruciale – fra pochi anni, quando chiederanno l’appoggio contro gli austro russi invasori – si sentiranno sparare addosso e osannare il nemico quale essere lui il liberatore. Con le superbe angherie di tutti i tipi (atteggiamento come di occupazione di paese ostile; specie con i contadini dei terreni di confine, tipo di Fivizzano, Novi e riviere; ed abbandono a stato di cialtronismo –senza divisa, scarpe, armi e paga- delle compagnie militari liguri) ottennero rabbia ed ostilità. A peggiorare le condizioni, un enorme numero di fuggitivi (civili, disertori della repubblica Cisalpina, rifugiati a Genova nell’ideale di libertà).

Sotto il governatorato francese (genn/1798)  (Napoleone in Egitto – a Genova si crea il Direttorio Esecutivo –affiancato da un Corpo legislativo che approva una Costituzione), i cittadini e contadini, causa i provvedimenti presi dal governo giacobino (non solo mantenimento delle truppe francesi, come se fossero in stato occupazionale e non fraterno: abitazioni gratis, fieno, viveri; ma soggetti a vere e proprie ruberie, prepotenze ed angherie) e sobillati da alcuni religiosi  e da maneggioni che indicavano nei rivoluzionari francesi gli annientatori della religione e dei loro benefici   (il concetto imposto per secoli di riconoscere il potere solo ai ricchi signori o nobili, e quello del vantaggio di essere parte della servitù  nelle ville,  o di essere concessionario nei possedimenti con a disposizione la terra altrui  da cui trarre sostentamento, era ben radicato ed universalmente accettato, duro a scalzare o almeno ad essere ridimensionato), si ribellarono ed occuparono il forte Tenaglia (e lo Sperone, con dei bastioni adiacenti, punti chiave della cinta difensiva della città e con possibilità di sparare direttamente nel centro). Fu l’arcivescovo stesso, Lercari, che -accompagnato dai cittadini Balbi, Vaccarezza, Corvetto, Zino- si recò sulle mura per assicurare gli 8mila armati che la religione non correva alcun pericolo, che si ponessero fine alle violenze,  che i beni di tutte le chiese sarebbero stati conservati intatti,  e che avrebbero usufruito tutti di amnistia. Gli insorti non se ne stettero e si rinforzarono; allora il generale Leonard Duphot – comandante militare della FRep.Ligure –  alle ore 20 iniziò l’attacco con 6mila soldati, riconquistando per prima san Benigno e nella notte (del 6 sett) i forti, andando all’arma bianca, e causando gravi perdite ai contadini inesperti e mal guidati.
In genere, i sobborghi erano sempre stati fedeli in tutte le lotte, a Genova: l’evento è testimonianza della grande confusione ideologica che aleggiava in quel tempo. Ancor oggi dal Comitato Ligure per le insorgenze antigiacobini viene ricordata la ‘fucilazione’ di un centinaio di insorti  valpolceveraschi  anche antigiansenisti la cui partecipazione viene sottolineata essere stata ‘assolutamente popolare’, eguale a quella del 1746 del Balilla.
Nel marzo 1799 si riforma una coalizione antifrancese: Austria, Russia ed Inghilterra si alleano vedendosi minacciati dal potere francese (specie il controllo del Mediterraneo, dei commerci, dei trasporti). Il punto debole viene individuato nella Liguria e verso essa marciano gli eserciti regio-imperiali, appoggiati dal blocco navale inglese e preceduti da insurrezioni popolari  (a Massa, Fivizzano, Pontremoli, la Spezia, Bobbio, Oneglia) dove l’armata francese viene logorata ed infine disfatta sino alla rotta militare convergente su Genova, la cui sorte è legata a quella dei francesi odiati e le cui finanze e depositi si sono collassati e vuotati proprio nel momento in cui sarebbero servite risorse aggiuntive, specie di armi e di viveri. In città sopravviene blocco di comunicazioni, carestia, aumento di popolazione per sfollati e sbandati, caos. Una pestilenza, scoppiata nell’estate aumentò il disordine ed i morti.
Nel dic/99 si tenta salvare il salvabile, con lo scioglimento (o meglio, con ‘aggiornamento a data da destinarsi’) del Direttorio locale sostituito da una Commissione di Governo (Luigi Corvetto, Giusppe Assereto, Domenico Rivarola, GB Taulungo, FM Ruzza, Francesco Bosello, Luigi Marchelli, Giuseppe Bollo). L’esercito locale è diminuito in tre divisioni delle quali solo 515 uomini fanno parte delle difese esterne (s.Martino d’Albaro e SPdA); la seconda divisione ha – a SanPd’Arena – l’artiglieria a piedi del 2° e 5° reggimento, i cannonieri volontari, gli zappatori del 2° battaglione.
E così fu anche nell’ultimo assedio del 1800, quando André Massena,  da poco arrivato (fine febbraio) (era duca di Rivarola, principe di Essling e marchese di Francia) si trovò chiuso dentro le mura (i suoi predecessori – gen Champonnet e poi Marbot – avevano spogliato le casse delle riserve d’argento e di beni pretendendo per sé e per le truppe francesi le razioni, armi, sostentamento e paga).
Gli austriaci erano ormai accampati nella Polcevera: il borgo di San Pietro d’Arena  era in mano francese, ma al confine, ed alla mercé degli assedianti.
A combattere sono quasi sempre le truppe francesi, inizialmente ben organizzate ed approvvigionate – mente i battaglioni liguri, senza scarpe, divise ed armi, hanno quasi solo compiti di  Guardia Nazionale, ovvero ‘polizia municipale’  seppur comportandosi onorevolmente nei momenti di bisogno: tra loro però altissima era la componente diserzione, dovuta alla non corresponsione della paga, del vitto scarso, divisa ed alloggiamento corrispondenti ad uno stato di abbandono da parte dei comandi, ed eccessiva e sfiduciata  subordinazione a cui erano relegati nei confronti dell’esercito francese.
Il 22 apr. un reggimento austriaco tentò un attacco superando le linee francesi tra SPd’Arena e Rivarolo, e giunse a passo di corsa fino al ponte levatoio della Lanterna: la reazione genovese-francese dal forte Tenaglia e Belvedere fu violenta,  e costrinse gli imperiali a rientrare oltre il Polcevera: ma il gen. francese Gazan riferì che durante il combattimento, alcuni abitanti di SPd’A avevano sparato dalle finestre sui suoi soldati uccidendone uno che era rimasto colpito sulla strada. Questo attacco, determinò la decisione di coordinare una eventuale ritirata in caso di sopraffazione, convergendo su forte Tenaglia, dal quale si sparò a lungo il 27 apr. a copertura di una spedizione di ricognizione affidata da Massena al gen.Cassagne: dopo una iniziale vittoria, i cannoni di Coronata risposero al fuoco, costringendo i francesi a rientrare entro le mura. Il 30 apr. gli austriaci tentarono un assalto da ogni lato, sostenuti dalla squadra navale inglese che si era schierata da Spd’A a Sturla: il generale Bussy, superato il Polcevera a guado, attaccò i francesi nel nostro borgo e li costrinse a ripiegare, ma la linea dei forti era sicura garanzia di tenuta per gli assediati francesi di Massena, e lo scontro finì così nel nulla se non lasciando morti e feriti;  nello steso giorno, il cap.Ugo Foscolo si comportava da eroe presso i Due Fratelli.
Il 2 giugno Massena inizia le trattative di resa. Il 4/giugno avvenne la firma sul Ponte.
Fu dal forte Tenaglia (e dallo Sperone e Due Fratelli), che il 5 giu., dopo la resa, che le ultime truppe francesi evacuarono la città, sfilando poi tra i reggimenti austriaci schierati in San Pierd’Arena in attesa di entrare in città – ove restarono però pochi giorni, fino alla battaglia di Marengo del 18/giugno 1800-.
Le truppe austriache, entrate in città, crearono un governo provvisorio al comando del conte Friedrich Franz Xavier di Hohenzollern-Hechingen, che rimase finché non ricevette – dopo la sconfitta di Marengo – il perentorio ordine di evacuazione dal suo stesso generale Melas. Ordine, accettato con riluttanza: forse sperava rosicchiare l’osso e non aveva neppure iniziato, essendo esso già privo di polpa. Fu sostituito dal gen. Suchet.
Nel 1802 verrà restaurato un Doge ed il Senato. Ma è solo la pelle esteriore; Genova ormai non ha più le ossa della Repubblica: ormai è un suddito svuotato di energie e di cervello e sotto il comando del pluripotenziario Antoine Cristophe Saliceti, con le casse vuote e quindi privo di appetitoso interesse da parte della bellicosa ed ambiziosa Francia. Di fatto però, una sua regione. Nel febb/1805 Napoleone verrà a Genova rifiutando le chiavi, ma già il 25 maggio Saliceti farà approvare (e poi firmare a Milano il 6 giugno) il decreto Talleyrand per il quale il Doge, il popolo e la Liguria tutta fanno parte dell’Impero francese.

Un balzo nel 2002: considerato il degrado raggiunto dall’incuria degli abitanti che usavano le alture per discariche di zetto, spazzatura, addirittura numerosi automezzi (precipitati nei boschi sotto la strada), alcuni soggetti del CAI e della FIE (club alpino italiano e federazione italiana escursionisti) aiutati da Amministratori che procurarono i mezzi, è stata fatta una intensa bonifica  e pulizia eliminando camionate di ‘rumenta’ di ogni tipo, ma anche disboscando nella zona a sud-ovest del Parco Urbano delle Mura, seguite da quelle del Righi, sul sentiero San Pier d’Arena-forte Diamante riportandole alla visione, compresa la porta di Granarolo che costituì una vera a propria ‘scoperta’ essendo ben conservata, sotto rovi e boscaglia.
Nel 2007 gli stessi sopra, vincono un concorso del Comune finalizzato allo sfruttamento di aree fruibili dalla cittadinanza: proponendo per una vasta zona – molto panoramica – compresa tra forte Crocetta e torre Granara-forte Tenaglia, di   700 mq. il ricupero (perché praticamente scomparso) dell’antico sentiero sino a forte Sperone
Se la nazione transalpina confinante fu peccaminosa con Genova (ed i Liguri in genere: arroganza, umiliazioni, malversazioni, ruberie, saccheggio, il tutto ben al di là del confine di una alleanza; e quindi una vera e propria tirannide); non è che Genova, con i paesi limitrofi fosse poi tanto da meno. Il nostro borgo, che fu sempre fedele al governo della città in ogni situazione, ancor oggi vive conservando questa separazione-segregazione, con la mortificazione di chi resta fuori dal “chi ghê mæ, e chi o l’è feua o s’arrange”. Così, a chi si avvicina salendo questo erto viottolo  non può non comparire un cupo e misterioso senso di ammirazione verso chi le ha fatte, scalpellando le piegtre con una precisione certosina – e vederle scendere a destra lungo la collina  teoricamente fino al mare, o salire in alto a sinistra. Ma insieme anche di solitudine, rabbia ed abbandono per chi sta al di fuori di quelle impenetrabili, gigantesche, maestose, ma, specie nei suo interno tetre mura.
Forte Tenaglia.  Si può salire a sinistra, fino al Tenaglia, posto su un promontorio naturale  a 217m. slm., più volte aggiornato alle sempre nuove tecniche ed armi di guerra. Fronteggia tutta la val Polcevera, contrasta le offese dalla collina di Coronata (troppo spesso in mano nemica).
L’accesso è da Genova, da via al Forte Tenaglia, 24.
Esisteva nel pianoro  una cinquecentesca costruzione,  composta da 2 torri a bastione, laterali ad un lungo muro a recinto rettangolare, fortificato da altri 4 bastioni intermedi, comunemente chiamata “bastia di Promontorio, o di Prementone”; assieme alla omonima di Peralto ed il Castellaccio, nel 1500, difendeva il ponente della Repubblica, dall’alto. Si descrive fosse composta da due torri incluse in un recinto rettangolare.

Forte Tenaglia visto dal basso.

Sala per alloggio cannoni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Finauri  ha trovato – da scritti di annalisti – di che farla risalire a prima del 1478   quale ‘bastione’ (forse, più propriamente ‘bastia’, considerato che essa viene descritta come ‘piccola fortificazione … nei pressi della città, di carattere provvisorio, e di solito a forma di Torre, costruita in legno, pietre e terra).
Nel 1625  sotto minaccia dell’esercito franco savoiardo,  il frate Pier Francesco da Genova, evidenziò per scritto al Senato l’importanza strategica di questa fortificazione –ancor piccola ma in posizione dominante rispetto Coronata, la Polcevera, la spiaggia san pier d’arenese ed il mare. E così, inizialmente, seguendo le indicazioni di padre Maculano, fu risparmiata durante la costruzione della settima ed ultima cerchia di mura, ma lasciandola fuori del tracciato murario.
Solo in un secondo tempo l’architetto, padre Fiorenzuola, suggerì agganciarsi ad essa, e di ‘fare tenaglia’ – o meglio in termini tecnici- fare “un’opera a corno”, tra l’opera progettata e la base della bastia, modificandola.
Così, nel 1633, al termine dell’erezione delle mura, fu  atterrata la bastia praticamente spianandola escluso quel poco necessario e sul crinale stesso fu progettato il completamento a forma di L, di becco di tenaglia, con ovvio ruolo secondario di controllo su tutta la Valpolcevera. Sul pianoro, negli anni 1642-51, venne edificata questa struttura avanzata ma pur sempre e solo appendice,  attaccata alle mura da una strada protetta da due muri paralleli, ad opera di Giovanni Spinola e con la sopraintendenza ai lavori di G.B.Poissevier: capace di tenere sotto controllo sia la linea muraria – chiamata “nuove mura” – compresa tra porta degli Angeli e la Lanterna¸ sia soprattutto la Valpolcevera e la collina di Coronata (su quest’ultima si sarebbero potuti assestare i cannoni degli attaccanti, come poi in effetti avvenne nel 1746-7 nell’assedio austriaco con i fatti del Balilla; ma il DeSicre avendo rafforzato i parapetti, seppe prevenire gli effetti di questo evento pericoloso).    Chi lo descrisse in quegli anni stimò “ottima la sua posizione e, comeché circondata da rupi molto scoscese, l’accesso esteriore vi riesce difficoltosissimo oltre che dal fuoco della piazza attorno che impedirebbe di stabilirvisi anche se gli riuscisse impadronirsene”.
Nel 1796, arrivò a dirigere i lavori l’ing. Giacono Brusco. Il Brusco, architetto savonese, lavorò – nel primo lustro di carriera – agli ordini del comandante della Fortezza locale (restano di lui le piantine di Vado e di Massimino) e con commissione di privati, quali i della Rovere per la loro cappella di casa. L’inizio fu tutto in salita, non solo come uomo (chiamato ‘bruschetto’ perché era piccino e magro) ma come impiegato: assunto nel 1758 quale aiuto tenente (a quei tempi non corrispondente al grado di ufficiale quale ora, ma di più semplice soldato) nel corpo degli Ingegneri; e solo lo zelo e tenacia  gli fecero superare anni di stenti.
Abbiamo che era a Chiavari nel 1764 quale aiuto del capitano Ferretto col compito di indagare sulle disastrose condizioni della Aurelia “per dove passano i Corrieri della Ser.ma Rep.ca e quelli di Francia…”; poi verso Parma per una strada commerciale verso il mare; e quindi a Genova nel 1768 quando fu pubblicato un suo libro “Description del beautés de Gênes et de ses environs…”. Nel 1773 fu incaricato dal doge Cambiaso per progettare ne ‘la vallée de Polcevera’  una strada ‘cambiaggia’.  Solo nel 1770 compare col grado di tenente e con i titoli di Accademico di Merito (all’Accademia Ligustica) a seguito di una delle tante controversie di confine (tra Genova e il re di Sardegna). E saranno i lavori presso privati (Doria, Spinola, Grimaldi, Cambiaso) ad inserirlo in posizioni di prestigio, sia come progettista che come definitore di proprietà (è datato 1781, il progetto di nuova strada sampierdarenese, da quella del Ponte a san Martino in rettifilo.
Tramite il suo operare di ‘precisino’ nel disegno e negli spazi nonché nelle prospettive – durato mezzo secolo al servizio della Repubblica (e di privati), nel periodo a cavallo tra 1700 e 1800 – solo all’ultimo i suoi meriti saranno ampiamente riconosciuti con promozione militare ai gradini massimi (nel 1792 tenente colonnello; colonnello e comandante di Battaglione) e legione d’Onore (istituita da pochi anni da Napoleone e lui uno dei primi 25 ad esserne fregiati).
Egli ampliò e restaurò i locali interni, fece aprire una nuova e più capace polveriera (da allora la zona fu detta “spianata delle bombe”), lo sopraelevò di un piano, mantenendolo in piena efficienza negli anni austriaci della fine del 1700 e francesi dell’inizio 1800 con un corpo di guardia fisso che però non fu capace di respingere gli insorti antifrancesi nel 1797: asserragliati nel forte,  furono debellati dal generale francese Duphot, come già detto sopra.
Risalirebbe a quest’epoca il ‘mistero-leggenda’ che si celerebbe all’interno del forte: un “tesoro di Napoleone” qui celato in attesa di essere portato in Francia e poi mai trasferito né trovato (o forse trovato dalle maestranze che ristrutturarono l’edificio in epoca dei Savoia, ma mai trapelato nella verità). Lo stesso rimbalzerà alla cronaca delle leggende, nel 1970 (vedi sotto).
Dopo il 1816, ad opera del Genio Militare Sardo essendo Genova divenuta suddito dei Savoia, e ancora nel 1829, a testimonianza dell’importanza che veniva data a questa ganascia di fortificazione che si sporge come tale a nord del borgo sottostante, si perfezionarono ulteriormente e radicalmente le sue caratteristiche trasformando la struttura in un vero e proprio forte: elevando le cortine perimetrali fu ottenuto un terrapieno – sempre a forma di L – completamente autonomo, chiudendolo in un unico muraglione a recinto, con al centro la caserma. Furono eseguiti continui aggiornamenti, sulla caserma (due piani interrati), su una galleria (di collegamento sotterraneo con le mura), un ponte levatoio (per il collegamento di superficie). Il personale contava da 80 a 100 soldati; il munizionamento prevedeva sette cannoni da 32, due obici  lunghi, due petriere, due mortai; con ampio rifornimento (23,8mila chili di polvere, 3150 granate a mano).
Queste opere si prestano – a seconda dei punti di vista – a differenti interpretazioni: una, valuta che esse erano mirate non solo alla difesa ma anche a favorire la aggregazione paesana al nuovo regime regio, genericamente avversato, tramite un incremento di lavoro per la popolazione locale, come mano d’opera per i lavori e per i servizi. Ma altra versione, valuta che già dal 1815 Torino non si fidava di Genova, annessa forzatamente dopo astuti trattati con l’Inghilterra; di conseguenza non solo vi aveva posto una guarnita piazzaforte militare concomitante ad una massiccia militarizzazione del territorio e ad un regime poliziesco capillare, ma anche e soprattutto una enorme e sproporzionata opera di ripristino delle fortificazioni per opera del Genio Sardo, con cannoni rivolti più alla città che ad un improbabile invasore.
Ancora nei moti del marzo-aprile 1849 contro i piemontesi, il forte fu occupato da dei rivoltosi comandati da Giuseppe Avezzana: fu riconquistato dalle truppe regie per tradimento di un ambiguo torinese, finto rivoltoso, che riuscì – sobillando gli insorti e promettendo salva la vita agli arresi – a sostituirsi al comando e quindi lasciar entrare i bersaglieri guidati dal capitano Covone senza colpo ferire: ad essi fu favorita la scalata delle mura  calando dall’alto delle corde. Il rendiconto storico fu stilato dall’Alizeri. I tempi non erano ancora maturi per una Italia unita.

Carta del forte – 1886 (ancora allora, scritta in francese!).

 

 

 

 

 

 

Avezzana: un piccolo iperattivo Garibaldi,
anche lui irrequieto e scomodo personaggio; condannato a morte da Carlo Felice, esule ma rivoltoso anche nelle Americhe, ricondannato a morte per questi moti, divenuto ministro della guerra nella repubblica Romana, generale nell’impresa dei Mille, infine deputato al parlamento).
Il forte  in completo possesso del Regno sardo – dalla sua primitiva struttura lineare – come già detto, fu rinforzato ed allargato con una nuova muraglia, esterna alla primitiva, lasciando tra le due un vallo (vedi foto). Questa seconda linea bastionata, allungava lo spiazzo sino al margine che prospetta il Polcevera e ricuperava strutture interne poi adibite anche polveriere e- all’estremo ponente a piazzola antiaerea durante l’ultimo conflitto mondiale (vedi foto).

Batteria dei cannoni detti “a fior d’acqua”.

Davanti all’ingressole postazioni dei cannoni.

 

 

 

 

 

 

 

Fuori dei momenti di guerra, le spese ingenti impedirono di tenere in efficienza tutte le opere create a difesa, le quali ovviamente andavano a deteriorarsi ed a divenire obsolete; anche la fornitura di munizionamento richiedeva continui costosi aggiornamenti, che il bilancio comunale poneva sempre in ultimo piano, favorendo la decisione dell’abbandono.
Solo in alcuni settori delle mura (polveriere, casematte di guardia), nei primi anni del 1900 si mantenevano soldati di guardia. Una foto del 1906 mostra un ancora nutrito corpo militare che parrebbe essere di servizio.

 

 

Con la prima guerra mondiale, il cui fulcro era spostato sui territori delle alpi orientali, sia il munizionamento sia le spese vive di manutenzione furono spostate verso il fronte, lasciando abbandonata tutta la struttura.
In previsione del nuovo conflitto mondiale, il regime mise in atto nuove piazzole in cemento armato per cannoni da contraerea da 88/56 affidati a quel ramo della Milizia; cosicché nel conflitto 1940-45, il forte fece da supporto solo ad una batteria antiaerea, venendo  colpito, bombardato ripetutamente e subendo così gravi danni, soprattutto la caserma centrale che fu distrutta e le mura del versante del mare diroccate in parte anche se ormai quasi raggiunte dal cimitero.
Dopo l’8 settembre 43 l’area fu occupata dai soldati tedeschi. È di questo periodo l’episodio svelato più tardi, nel 1970 circa, quando un anziano soldato tedesco è tornato nel forte a cercare qualcosa nascosto in quell’epoca e senato con una mappa cartacea. Per il vecchio soldato tedesco, la difficoltà di accedere all’interno fu superare la burocrazia, essendo allora il forte sotto tutela del Genio Militare-Ministero della Difesa; non ci riuscì, malgrado una certa insistenza che fece sollevare tanti quesiti: “cosa cerca?” (documenti, armi, soldi, ricordi personali?) e che non trovò risposta in quanto – dopo aver promesso di tornare – mai più fu rivisto. L’Esercito ha dismesso definitivamente l’utilizzo del forte nel 1979.
Nel 2010 si legge di un progetto, firmato da seri professionisti locali, mirato a far ospitare nella struttura un parco per famiglie e ragazzi. Il progetto –chiamato “Forte/i insieme”, gestito da una associazione chiamata “La Piuma” onlus. Autorizzati da Demanio, Regione e Comune, con l’aiuto del volontariato, desidera trasformare un luogo di guerra in una oasi di pace offrendo spazio e strutture per un vasto tema sociale legato all’’accoglienza’ di famiglie, opportune per fruire assieme il bene sociale che altrimenti sarebbe destinato all’abbandono.  È in seguito alla profonda e meritoria pulizia dai rovi e detriti che su un muro interno di raccordo è stata trovata la targa marmorea con scritto “Forte Tenaglie” (vedi foto) la quale, in attesa di migliori spiegazioni, si interpreta come francesismo legato al fatto che i Savoia – con Cavour stesso – prima dell’Unità parlavano tale lingua – ed anche dopo come dimostrato dalla cartina topografica).

 

L’edificio detto “del telgrafo”. L’ingresso al forte è a ponente di esso, a sinistra della foto.

Dal piazza davanti il “telegrafo” si sottovedono “il vallo” e le nuove mura savoiarde.

 

 

 

 

 

 

 

 

Panorama verso levante a sin il prato antistante il fabbricato detto ‘del telegrafo’; al centro le vecchie mura; a destra della casetta, il parapetto delle nuove mura.

Pilastro con lapide di “Forte Tenaglie”. Oltre questa porta si intravede il vallo tra le mura antiche e quelle dei Savoia.

Porta di ingresso alle prime mura antiche. Tra questa e la porta della foto precedente c’è uno spiazzo di una decina di metri quadri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal ponticello il vallo verso levante.

Dal ponticello il vallo verso ponente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le mura esterne viste dalla piazzola antiaerea, posta all’estremità di ponente.

 

 

 

 

 

 

 

 

Panorama dal forte verso il Polcevera e San Pier d’Arena.

Interni sotterranei, ora ripuliti da eccessi di detriti.

 

 

Il Parco. Era nata nel 1959 la prima conglobazione delle mura e fortificazioni con i terreni attorno, mirando alla conservazione del verde pubblico e del nucleo storico monumentale. Fu firmata nel 1963 una prima delibera mirata a costituire il “Parco delle Mura”, un comprensorio tra il Polcevera ed il Bisagno di 876 ettari, che – a ponente – coinvolge (ma non le dorsali basse) Belvedere, il cimitero della Castagna, gli Angeli e, seguendo le mura, forte Crocetta, Tenaglia  (per proseguire fuori del nostro territorio,  al Garbo, valle del Torbella e confine con territorio di s.Olcese, con i forti e torrette).
Dal D.M. del 2 aprile1968 nacque un definito Piano Regolatore Gen. relativo ad un “parco pubblico urbano e territoriale” chiamato ‘delle Mura’. Ad oggi, sono state apportate delle varianti dal ’69-‘72, ecc.
In particolare, comprende:
– zone boschive e prative; edifici isolati rurali.
-Forte Tenaglia, m.227; originato nel 1747 quando sul ‘piano delle bombe’ – ove era la ‘bastia di Promontorio’ –  trincerarono il forte Crocetta e Belvedere a protezione della val Polcevera e Coronata creando un sistema di alto potere difensivo per robustezza  e scabrosità del terreno. Subì ampliamenti e restauri nel 1796 e 1828.
– Forte Crocetta, a quota m. 160, originario dal 1815 e completato nel 1829.
– Le ‘Torri del Polcevera’, poste quali punte avanzate di avvistamento all’esterno della cinta muraria  a protezione della val Polcevera tra il Tenaglia e Fregoso.
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