Bavastro (vico Capitan)

vico Capitan Bavastro

Nel dicembre 1900 il regio commissario propose alla Giunta comunale di passare da “vico detto Raffetto” a  “vico capitan Bavastro”. La variazione fu approvata.
Nell’ottobre 1901 i fratelli Raffetto, fu Angelo, fecero un esposto al Municipio perché aveva posto la targa al capitano, in una strada il cui terreno era di loro proprietà.
Nel 1906 il municipio stabilì, col benestare dei proprietari, di cambiare nome e ridedicare il vicolo ad Angelo Raffetto.
Così la titolazione al Bavastro rimase solo per alcuni anni, al vicolo compreso tra via Vittorio Emanuele (via G. Buranello)  e via Cristoforo Colombo (via San Pier d’Arena).
Nel Pagano/40 è descritta essere a Pegli, dedicata al “leggendario capitano corsaro epoca napoleonica”;  andava da via Piandilucco a via Cialli senza civici.

Intitolazione

Giuseppe Bavastro  nacque il 10 maggio 1760 (altri dicono che nacque il 27, ma questa fu la data del battesimo alla Cella)  secondogenito di Michele, un ingegnere spagnolo, quindi “don” o fiero hidalgo, inflessibile,  severo con figli e dipendenti, con abiti sempre scuri e non esente da dare punizioni corporali. Dalla Spagna a Genova, aveva conosciuto e sposato  la giovane Parodi. Assunto dal governo Sardo per lavori idraulici nel porto di Nizza o vicino ad esso, si trasferì là, dove – si scrive – su terreno del demanio ebbe costruita la casa nella quale risiedere nel tempo dell’impiego; e di Maria Geronima Parodi, nobildonna sampierdarenese, che da Nizza ove si era trasferita col marito volle venire a partorire nella sua città: si narra che la donna – abitante a genova e venuta a San Pier d’Arena per fede, ovvero cisitare la Cella –  fu colta dalle doglie mentre era in chiesa dalla Cella a pregare, e che così  il parto avvenne sulla nostra spiaggia, assistita da donne di passaggio; e quindi il bimbo fu lavato dal meconio con l’acqua di mare. Evento questo sufficiente per dimostrare popolarmente un amore unico per l’acqua salata e la vita ribelle, indipendente; ed altrettanto, per giustificare i viaggi, come l’essere – ancora di pochi giorni – già sul ponte di comando di una nave, di uno zio materno GioBatta Parodi, per il ritorno a Nizza sul veliero a tre alberi chiamato l’Intrepido.

Certificato di battesimo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Infatti, già da bambino fu la disperazione dei suoi genitori: ribelle e testardo, non riducibile né dalla rigida disciplina del padre né dal prete precettore, tal Desiré Picheron – pagato per insegnargli cultura ed educazione. Compagno di giochi e scorrazzate all’aperto, era Andrea Massena. Per disperazione fu avviato su una fregata francese ‘L’Aigle Marine’, con la speranza che la vita dura, fatiche e disagi lo rinsavissero. Per due anni girò i mari mediterranei ed anche in Oriente: sbarcò appena possibile con queste note caratteristiche “capacità marinare di prim’ordine; salute di ferro, audacia e coraggio a tutta prova; senso della disciplina scarso; analfabeta“.
Tornato a casa, lo “scapestrato” si arruolò nei dragoni di Savoia, dove ritrovò Andrea Massena; si sposò contro il parere del genitore con Annette Feisolle, la figlia di un locandiere: quest’ennesimo affronto all’austerità paterna, gli valse l’allontanamento dalla famiglia; trovò opportuno tornare a Genova dallo zio Giobatta, commerciante di grano.
Di questi, abbiamo quattro versioni:
1) lo zio gli affidò la goletta “La Nizzarda” da cento tonnellate per trasporto appunto di orzo, grano, frumento dalla Sicilia e Spagna. Sceltosi l’equipaggio tra i meno raccomandabili ma bravi marinai, iniziò a girare il Mediterraneo decidendo per proprio conto le rotte ed i carichi da portare, sempre più allargando le sue mete, finché un giorno si scontrò con una feluca di pirati algerini nel mare di Spagna; con quattro cannoni contro trenta, agì d’astuzia: si fece accostare come arrendendosi e – quando l’avversario gli fu di fianco – con una bordata gli aprì uno squarcio tale che in pochi istanti lo affondò inesorabilmente (altra fonte dice che portatosi all’arrembaggio, si impossessò della nave, riuscendo a portarla a Genova, ove fu rivenduta a GiuseppeMaria Balbi che -ribattezzata “ Vittoria”- la usarono per trasportare derrate ed orzo sulla rotta con la Sicilia).
2) Invece G.B. Ferrari su ’Epoca eroica della vela’ scrive a pag. 12 che la Nizzarda ‘fu il primo barco fatto costruire da Giuseppe Bavastro, il grande e cavalleresco Corsaro… nella costruzione fu aiutato dai Parodi (zio) forti commercianti di grano… fu con questa goletta che sostenne un combattimento con una grossa Feluca algerina nel mare di Spagna… all’arrembaggio– -riuscì a impossessarsi… e portarla a Genova’.
3) Mentre lo stesso, a pagina 28, scrive che iniziò con ”la goletta ‘Santa Geronima’, legno mercantile posseduto da Giuseppe Bavastro… Glielo avevano regalato gli zii Parodi di Genova… nell’intento di formare una posizione all’irrequieto, ma bravo marinaio, nipote. Con questo barco …navigò vari anni con la moglie… una volta partito da Valencia venne assalito da una grossa feluca del Bey di Tunisi… con soltanto quattro piccoli cannoni.. il barco pirata colpito nella linea di immersione andò ad affondare sugli scogli delle Columbretes).
4) Perri non dà nome alle prime imbarcazioni guidate daBavastro, e che solo nel 1792 decise andare con una polacca di 250 t. a commerciare dove nessuno osava causa i pirati che aspettavano uscisse dal porto di Valenza con un carico prezioso. Fu attaccato da una feluca (100 marinai contro 30, 30 cannoni contro 4), ma la affonda con l’astuzia, e lui divenendo leggenda; tanti imprenditori lo volevano e lui continuò commerciando tabacco e grano e comperandone due piccole tutte sue.Ebbe fama che ovunque avvertiva la possibilità di trarre utili, lo si vedeva spavaldamente presente: negli anni del “terrore”, espatriò tutti i condannabili alla ghigliottina in fuga che ricorrevano a lui, indipendentemente dalla legalità, purché fossero in grado di pagare il viaggio. Altri scrivono che in epoca del Terrore non disdegnò trasportare lontano dalla Francia degli esuli dalla rivoluzione ‘gratis, sembrando un ricatto farsi pagare per salvare vite; ma la frase è sospetta essendo poi lui un mercante, e di pochi scrupoli.
Con i soldi raggranellati, fu poi armatore e comandante della polacca “La Invitta” per trasporto di orzo, grano e frumento dalla Sicilia e Spagna; della nave “Jolie Faisolle” il nome della moglie, per trasportare derrate ed approvvigionamenti per le truppe francesi di Nizza e Tolone. Si citano altre tre sue navi che furono affondate dagli inglese davanti al porto di Genova; della nave “San Pietro” su cui navigò anche il conte Luigi Serra, genovese di origini bonassolesi, futuro ammiraglio della marina sarda; delle polacche da 200 tonn “Saint Josef” e “Prince Eugéne”; la “Santa Geronima” il nome materno; due navi sciabecchi chiamate “Massena”; “N.S.Belvedere”; e una nave tipo fregata, l’ “Heroique”, con la quale “mercatò, trasportò truppe e combatté più volte contro gli Inglesi, riuscendo sempre vincitore”;nonché ancora 5 o 6 bastimenti chiamati “Intrépide” (tra i quali un brigantino, armato in corsa con equipaggio di settanta uomini che non disdegnava caricarlo di grano e fave per approvvigionare le guarnigioni Francesi della Catalogna. In uno di questi viaggi si scontrò con tre legni da guerra inglesi, i quali … lo disalberarono… abbandonò il veliero salvandosi a terra ma appiccando prima una miccia lunga alla s. Barbara… quando gli inglesi salirono a bordo saltarono tutti in aria (da allora, gli inglesi, se catturavano un barco genovese armato in corsa, subito impiccavano il comandante).
Ma altri scontri, non sempre vittoriosi, lo costrinsero un poco alla volta ad imparare l’arte – a quei tempi non ancora scomparsa sui mari – della pirateria. Ancor meglio, accettò divenire regolare ‘corsaro del governo francese’; così pagato, e protetto perché ordinato e quindi meno facilmente impiccato se catturato.
I rapporti con i francesi, lo portarono ad essere organizzatore di uno dei quattro convogli trasportanti in Egitto la spedizione napoleonica, impresa che il Bavastro eseguì con più navi e senza richiedere compenso (altre navi di altri armatori parteciparono al grande convoglio, tra esse le polacche “santa Agnese” comandata da A.Canepa, la “Revanche” da G.Podestà, il “San Giorgio” da L.Grondona , lo sciabecco anche lui “San Giorgio” da A.Fazio, le navi “La bella Elena” da A.Dodero e “Santa Caterina” da D.Ottaggio). Esautorato dal comando perché analfabeta, non subì così l’affronto di Abukir
Dal generale Bonaparte, con cui iniziò una ammirazione e venerazione fedele -anche se Napoleone basava la sua forza sull’esercito e non amava l’uso della marinadalla quale aveva accumulato solo pesanti sconfitte – ottenne quelle soddisfazioni e riconoscimenti, che lo portarono pochi anni dopo a rischiare il massimo, a favore del quasi-concittadino nizzardo ed amico Massena, durante l’assedio di Genova nell’anno 1800 quando il francese si trovò chiuso (Genova contava allora 85.861 abitanti, più i fuggiaschi e le truppe; Bavastro vi abitava con la moglie e ben cinque figli) da terra dagli austro-russi (forti di 60 mila soldati accampati sull’Appennino ed aiutati più o meno giocoforza da 10 mila contadini residenti) e dal mare dalla flotta inglese dell’ammiraglio Brown disposta in tre file: impossibile approvvigionarsi, ed incombente la minaccia di dover cedere per fame. Il Bavastro, sfuggendo alla stretta ed attentissima maglia inglese, portò – nei limiti del piccolo cabotaggio – viveri, armi e messaggi (si descrivono vari atti di guerra particolari, comandati dal Nostro, allora quarantenne, al punto che diventa impossibile valutarne il reale avvenimento dal fantastico, considerando che la città era affamata, sotto assedio, bombardata nomché ricca di povera gente analfabeta, matrinai superstiziosi, tutti con la necessità di avere spunti di appiglioer mantenere la speranza. Avendo la famiglia a Genova (moglie e cinque figli) era sua principale intenzione tentare di forzare il blocco navale: si narra che con la sottile e velocissima feluca “Intrepide” carica di grano riuscì a forzare il blocco (composto tre fila di navi allargate tra la Foce e San Pier d’Arena; le piccole davanti e le più grosse al largo, disposte a rete) ma, inseguito da una fregata inglese, fu affondato: lui si salvò a nuoto. Questo, innanzi tutto, creò negli assediati e negli assedianti, l’illusione di avere il dono dell’ubiquità: veniva segnalato a nord e compariva da ovest, veniva segnalato a Savona e forzava il blocco per Genova.
Da metà maggio la flotta inglese approfittando del buio, tutte le notti si avvicinava alla costa e bombardava la città, creando oltre al panico per i danni, lo stillicidio del non riposo notturno che distruggeva psicologicamente i difensori e numerosi morti. Il 21 maggio, parte dei trenta legni da guerra – tra cui la ammiraglia di Keith, il “Minotaure”, più un alto numero di piccole imbarcazioni inglesi (tante sequestrate con la forza in riviera e riutilizzate per il blocco) furono affrontati da Bavastro al comando di una galea genovese accompagnata da alcune unità minori (altri dicono un vecchio galeone chiamato “Novella”; altra fonte dice si chiamasse “Prima”. Comunque fu una nave che era stata regalata al Banco di san Giorgio dalla famiglia Raggio, equipaggiata con ben 115 galeotti ai 50 remi, ed armata – oltre la ciurma – di 40 granatieri liguri e sei ufficiali, e di tre soli cannoni, due da 24 libbre ed uno da 36).
La battaglia -vittoriosa all’inizio per la sorpresa- divenne poi furiosa e ravvicinata e quindi, ovviamente perdente anche a causa dell’ammutinamento dei galeotti che cessarono di vogare sperando libertà da parte del nemico, e per la reazione avversaria che dalla fregata “Aurora” comandata da Beaver con 14 lance circondarono la galea rendendo impossibile difendersi ulteriormente; il comandante conscio del trattamento che gli inglesi gli avrebbero riservato, si salvò gettandosi in mare, facendo ‘il morto’ e nuotando fino a riva. Il giorno stesso, l’inglese “restituì” i galeotti ed i feriti minacciando di scaricarli sulla spiaggia di San Pier d’Arena e mandò la galera vinta a Livorno. Grave fu lo scontento popolare per l’impresa apparentemente fallita e perché “il nostro stendardo non ebbe mai a soffrire la vergogna del soccombere”, ma lo scombussolamento portato nelle linee nemiche determinò l’arretramento al largo della flotta inglese e la cessazione del bombardamento notturno su Genova.
Altra impresa lo vede, il 15 aprile 1800 forzare ancora il blocco in una notte di gran burrasca per portare, e poi tornare, il Capo di Stato Maggiore generale Oudinot a Loano da Suchet -comandante il settore centrale dell’Armata francese, per affiancarlo e coordinare l’offensiva che doveva essere lanciata a ponente contro Elsnitz che l’inchiodava davanti a Finale: gli inglesi però intercettarono il gozzo al ritorno e minacciarono di catturarlo; il Bavastro allora sbarcò i passeggeri a Cornigliano, eludendo di nuovo i suoi nemici e comunque poté consegnare a Massena il messaggio che si era appeso al collo chiuso in un tubo impermeabile.
Il 24 aprile tre lance provenienti da ponente tentarono il passaggio: solo quella del Bavastro riuscì a passare portando importanti messaggi – anche se purtroppo non recenti – tra cui anche che Suchet non era stato vinto come invece assicuravano le spie austriache.
Il giorno dopo, il 22 maggio, i cannoni della flotta ed austiaci Coronata, tra le ore 18 e le 20 presero nuovamente San Pier d’Arena sotto un violento fuoco d’artiglieria, col fine di colpire la guarnigione vicino a ponte: numerose furono le vittime e le abitazioni civili); quel poco che arrivava non era sufficiente a mantenere tutta la cittadinanza, ma riuscì ad allungare i tempi della resistenza fino all’appuntamento della vittoria napoleonica a Marengo. Anche se contava molto, non era nel libro paga né nei quadri di comando francese, in quanto insofferente a qualsiasi disciplina, preferiva essere un ‘glorioso irregolare’.
Dall’impresa dell’assedio – conclusosi il 4 giu.1800 con l’onore delle armi, ed il Massena autorizzato a lasciare la città con i suoi averi e gli amici (tra cui il marchese Luigi Serra) – ne uscì carico di gloria, con attestati di benservito, ma economicamente a terra e privo di naviglio. Tornò a Marsiglia dalla madre e subito riprese il mare per fare il corsaro anti inglese (“rubare è peccato, ma rubare ai ladri, no”); dopo mesi, tornò ricchissimo per le prede arditamente vinte; ma, la madre però, dopo poco morì lasciandolo profondamente sconcertato.
A risollevarlo, ci pensò un’ingente somma proveniente dalla dote di nuove nozze a Malaga, con Mariquita Hudson de Merida.
Quando Napoleone si trovò ad incoraggiare il blocco economico inglese, non poté non chiamare il Bavastro a dirigere quella guerra di corsa dove ogni preda diveniva bottino (per il comandante, per l’equipaggio e per la nazione che forniva la licenza: con la spesa di 700 franchi, per sei mesi era autorizzato a catturare qualsiasi legno inglese; ed ogni preda corrispondeva a sonanti monete: nel 1803-5 con l’Intrépide, guadagnò 2,5 milioni di franchi, avendo catturato due navi inglesi una di 14 cannoni con 40 uomini di equipaggio e subito dopo, con soli 14 combattenti, di un altro bastimento di 16 cannoni e 40 marinai; nel 1807 con l’ “Ancona” e la “Prince Eugéne” ricavò 900mila f.; nel 1908 con la Josephine, 2,5milioni di f.; nel 1909 con altre navi 1,1 milioni di f.). Lungimirante, Napoleone diede al Bavastro la patente internazionale, e -come privilegio – ulteriori premi, esenzioni tasse per le nuove costruzioni e la possibilità di innalzare la bandiera genovese anziché quella – per altri obbligatoria – francese.
Già dal medioevo, e per metà del 1700, esisteva giuridicamente accettata la figura del capitano di nave ‘asientista’ (cioè dallo spagnolo ‘asiento’ che significa saltuario, occasionale) che, non proprietario ma pagato da un armatore, era inviato a fare imprese belliche in acque di nessuno (detta ‘guerra di corsa’). Così autorizzato, diventava padrone dei prigionieri (facendoli schiavi, da mettere al remo o da vendere), e di parte del bottino (da distribuire anche con l’armatore e l’equipaggio). Tali furono Andrea Doria (al servizio di FrancescoI) Bartolomeo Colombo (al servizio di Carlo VII) e Antonio Doria (al servizio di CarloV). Da quella data, per altri 150 anni (fino al 1856) a dare la ‘patente’ di corsaro furono le stesse nazioni: con lettera ufficiale autorizzavano correre i mari e affondare (meglio catturare ) navi del nemico, anche se mercantili mirando a recar danno ai suoi rifornimenti. Così erano corsari, e non pirati (i quali depredavano a vantaggio di se stessi e senza autorizzazione di un sovrano)
Innumerevoli sono gli episodi che distinsero questo per lui fortunato periodo: Quando l’ammiraglio inglese Cochrane – rabbioso – veleggiava con un pupazzo impiccato, in attesa di metterci al suo posto il Bavastro. Quando fece saltare la sua nave (un brigantino nizzardo, di nuovo chiamato “Intrépide”, con 50 (altri dicono 70) marinai a bordo e 4 cannoni, carico di grano per approvvigionare le guarnigioni francesi in Catalogna, nelle acque di Tarifa: dopo due abbordaggi consecutivi, ormai ridotta a colabrodo dopo lo scontro con tre legni da guerra inglesi, mandò a fondo anche gli inglesi che si credevano potersi impadronire del veliero abbandonato. Quando affrontò vittoriosamente altri sciabecchi barbareschi. Quando liberò una compagnia di soldati francesi prigionieri a Ceuta degli spagnoli, scambiati con metà numero di prigionieri inglesi, essendo in condizioni di vantaggio avendo affrontato e costretto alla resa la nave inglese Phoenix. Altrettanti innumerevoli abbordaggi ed astute manovre, che annullavano la superiorità nemica, tanto erano imprevedibili e micidiali.
Ogni preda era rivenduta: così era il mercato di allora: diciamolo ‘libero’ considerato che in qualsiasi porto entrasse, c’era sempre qualcuno che comperava la nave e la merce, senza badare alla provenienza; e quindi con i soldi altrettanto comprare nave e cercarsi equipaggio.
Se un personaggio entra nella leggenda, diventa difficile stabilire la verità dalla – allora facile – fantasia. Resta il fatto che le umilianti sconfitte, erano per gli inglesi intollerabili: il vero padrone del Mediterraneo era quella pulce.
Per meriti marittimi e di guerra, dal primo console Bonaparte gli fu riconosciuta “l’ascia d’abbordaggio d’onore” una delle prime come tempo di istituzione, e massime onorificenze marinare dell’impero francese come tentativo di rivalutazione delle forze di marina troppo spesso perdenti, con il grado di capitano di fregata ausiliario (per l’impresa con l’Intrepide; ausiliario perché non riconosciuto da una Scuola di marina); e poi anche la medaglia di ufficiale della Legion d’Oro, ed anche nominato comandante del porto di Malaga. Da Napoleone fu riconosciuto “l’unico ammiraglio vittorioso”. Alti ed unanimi i giudizi sulla perizia professionale, sul coraggio, sul valore ed impeto marinaresco, la sua fenomenale istintiva abilità ad inventare stratagemmi e diversivi; qualcuno concluse chiamandolo eroe nel più ampio significato della parola; altri, che sarebbe morto Grande Ammiraglio di Francia se non fosse stato analfabeta.
Ad imparare da lui l’arte marinara sulle sue navi, vengono ricordati sia Francesco Sivori (che diverrà contrammiraglio della marina sarda); e Luigi Serra (che nel 1805 ad Algeri imporrà la resa e la liberazione di 243 marinai cristiani liguri tenuti in schiavitù, e che nel 1830 diverrà ammiraglio).
Perri scrive che fu lui a trasportare Napoleone dall’Elba; ma l’avventura durò solo pochi mesi, sino a Waterloo. E aggiunge che Bavastro tornato a Nizza, solo allora trovò che era morta la moglie.
Tramontato l’astro napoleonico e durante la Restaurazione, per i suoi precedenti fu rimosso dagli incarichi francesi; e venendo rifiutato anche dalla regia marina sarda (qualcuno ricordò all’ammiraglio De Geneys – divenuto ministro della Marina del regno Sardo- l’avventura patita su un brick inglese quando lo stata ricercando inutilmente, e quando invece fu lui ad essere inseguito e beffeggiato dal Bavastro. Così ignorò l’assunzione).
Si trasferì in sud America, mettendosi a disposizione del rivoluzionario Simon Bolivar con la nave “Poupé”, armata in America ove fece prede contro inglesi, nord americani e spagnoli; e poi piantatore a New Orleans.
Rientrato, partecipò alla spedizione francese del 1830 contro Algeri dove, -conoscendo molto bene la lingua – divenne, accompagnato da una figlia, un agiato“cadì” o comandante di porto e giudice; la vaga conoscenza della lingua araba gli aumentò la fama di giusto.
Fu in terra d’Africa che il 10 marzo 1833, settantreenne, dovette infine cedere la vita: dopo dieci giorni di lotta contro uno strano malore che – scrive Medulla – iniziò mentre cavalcava (Perri scrive invece che fu disarcionato, cadendo malamente); inutilmente cercando l’orizzonte attraverso la finestra, nella sottile speranza di vedere in lui l’usuale rimedio, il mare.
La critica gli addossa le colpe di eccessiva avidità, principi morali assai labili, devozione allo straniero (e per di più, alla fine, perdente), ignoranza (non credo che fu un analfabeta totale; probabilmente conosceva meglio il francese – e forse il genovese – che non l’italiano. Sicuramente, sempre in mare e senza libri, cura alla cultura ne ebbe assai poca), animalescamente tutto istinto.

Nel 1952 l’editore Aldo Garzanti ha pubblicato un libro illustrato da Dino Battaglia, di 138 pagine, sulla vita avventurosa del marinaio, in edizione per ragazzi.

Quando una persona, nella sua vita azzecca e vince una difficoltà, si può chiamarlo fortunato; ma quando ne azzecca dieci o più, l’aggettivo fortunato non è più  congeniale;  e quindi, bisogna definirlo bravo, ottimo, quantomeno superiore.
Quando poi aggiungiamo che, se in ogni difficoltà superata  c’era di mezzo la propria vita, il rimanere coerente alle proprie idee, ed avere come avversario la flotta più potente del mondo di allora,  l’aggettivo si tinge di ammirazione; ed infine si corona di orgoglio, se è “dei nostri”.
Se poi aggiungiamo che le offerte di divenire ministro della marina francese furono rifiutate per consapevolezza dei suoi difetti culturali, la saggezza ed un buon bricciolo di umiltà mettono in risalto la qualità dell’intelligenza,  che prende il sopravvento sulla cultura.
Così fu questo bizzarro ‘cittadino’ – anzi, concittadino –  marinaio, temerario, corsaro, non guascone ma  sampierdarenese.
Per capirlo occorre un attimo soffermarsi sui costumi dei suoi tempi: anno 1800 bello tondo. Tempi del continente europeo che presto sarà sotto totale dominio di Napoleone; di Massena assediato in Genova;  del mare dominato invece dagli inglesi. Genova è ancora Repubblica, ma Ligure, e di per sé moribonda perché in realtà governata dai francesi come fosse una loro regione (e questo ci costerà caro al Congresso di Vienna.
Se allora, a terra, esisteva una serie di codici che severamente regolavano ogni istante ed ogni minuzia della vita di ciascuno (rigide leggi per le relazioni umane e commercio, rigidissime leggi di comportamento in guerra, in famiglia, in religione; in mare – se si eccettua sulla singola nave ove il comandante aveva diritto di vita o di morte – era la più totale anarchia, vigeva la legge della giungla cosicché   chi   era   più bravo, astuto, ben armato, prendeva tutto, con diritto di preda e la benedizione dei governanti che per convenienza davano la “patente di essere corsari”, ovviamente non contro gli alleati, ma… in fondo, le alleanze cambiavano così rapidamente e le notizie erano così lente … Cosicché la preda, liberamente venduta sui mercati, forniva stipendio ai marinai, al comandante ed agli armatori di terra che di fronte ad un notaio, liberamente investivano i loro denari in simili navi.  In più, Napoleone aveva investito le sue finanze sulle forze di terra, lasciando agli inglesi il predominio del mare; per noi fu scelta deleteria perché dava legalità al nemico, con la possibilità di vessare e depredare di naviglio – anche quello da pesca o da piccolo cabotaggio – sia di Genova che di tutti i paesi della riviera, tagliando tutti i rifornimenti alla Repubblica che non aveva commercio per strade ma viveva praticamente  solo  via mare. Bavastro fu l’uomo giusto, nel momento giusto per lui e per Massena. Nessuno  –  escluso lui – riusciva uscire dal porto senza essere subito catturato dal blocco navale inglese; nessuno – escluso lui – ridicolizzava  gli avversari molto più forti in armi e numero; nessuno – escluso lui – aveva il coraggio di andare, anche se il naviglio era suo e – se lo perdeva, nessuno glielo rimborsava (sorridendo si potrebbe pensare che da buon genovese aveva interesse a comportarsi così: perduto per perduto … tanto, glielo avrebbero sequestrato gli inglesi).
A San Pier d’Arena abbiamo circa 180 piazze e strade dedicate ad illustri personaggi , italiani e stranieri; ma nessuna a lui: vale tutt’ora l’espressione evangelica:“ Nemo profeta in patria”…

Bibliografia
– AA.VV. – Enciclopedia dei Liguri illustri – ERGA – vol. 2 – ritratto
– Brizzolari C. – storia di Genova sul mare – Vallecchi – 1981 – vol. 2 – pag. 289
– Cappi G. – Genova e le due riviere – Rechiedei – 1892 – pag. 343
– Ferrari G.B. – Capitani di mare e bastimenti – Tigullio – 1939 – pag. 12-15 e 28-35
– Ferrari G.B. – L’epoca eroica della vela – Tigullio – 1941 – pag. 12-13-14-15
– Gazzettino Sampierdarenese: 9/73.8atto battesimo + 7/89.3
– Genova – Rivista municipale: 2/43.1 (dipinto nave Intrépide) + /35
– Grazzini G. – La spada di cap. Bavastro – Le Compere di San Giorgio – n. 7/53 pag. 468
– Medulla M. – Sampierdarena – De Ferrari 2007 – pag. 13
– Pasolini A. – A Cattainin de nisseue – NEG – 1882 – pag. 13
– Perri F. – Capitan Bavastro – Garzanti 1952
– Ronco – Genova tra Massena e Napoleone – Sagep – 1988 – pag. 34-39-96-113-162
– Tuvo/Campagnol – Storia di Sampierdarena – D’Amore – 1975 – pag. 98