Bayard (rue de)

rue de Bayard

Trattasi di personaggio della fine del 1400, e quindi non di una vera e propria strada: è solo una curiosità storica. Ma fu chiamata “rue” e quindi inclusa.
Il 28 aprile 1502 il re Luigi XII era passato da San Pier d’Arena per entrare in Genova da ospite amico; al confine fuori borgo, ricevette una folta deputazione con a capo Brizio Giustiniani priore del Senato, che lo salutò in nome della Repubblica, seguito da 600 gentiluomini e ricchi mercanti, tutti vestiti di ricche toghe di velluto, damasco o camellotto. Tutti assieme si accompagnarono sino alla porta di san Tomaso (nella attuale zona di Principe e che a quel tempo faceva parte della quinta cinta muraria) e festosi entrarono in città.
Quando cinque anni dopo, nel marzo 1507 lo stesso re di Francia dichiarò guerra alla Repubblica (a Genova era stato appena eletto doge Paolo da Novi, tintore, esponente dei ‘popolari’ ovvero mercanti che avevano costituito la ‘nuova nobiltà’; non stratega ma saggio, tanto è che ordinò processioni propiziatorie, catene ai vicoli per evitare cariche di cavalleria, ma soprattutto tanta diplomazia nominando ripetutamente ambasciatori presso i comandanti e verso il re. Invece il comando delle forze francesi era stato affidato al luogotenente Carlo di Chaumont d’Amboise: erano 3000 mercenari svizzeri e molti albanesi, il doppio di fanti ed avventurieri francesi, più 6000 italiani al soldo dei fuoriusciti), le avanguardie francesi attestate a Serravalle ricche di squadroni di cavalleria ed un parco artiglieria mai visto prima, scesero dalle Bocchetta e si attestarono prima a Rivarolo poi nel nostro borgo (guidate da Jaques de Chabeunnes, signore di La Palice (da lui, la parola ‘lapalissiano’) incaricato di conquistare Promontorio.

Jean Marot, biblioteca nazionale di Parigi.

 

 

 

 

 

 

 

Questi mandò in avanti il Bayard, che a capo della truppa percorse la strada primo su tutti, protetto da una lucentissima armatura metallica; ai villici poté apparire invincibile come certi mostri nei fumetti giapponesi: era Pierre Terrail, signore di Bayard (nato nel 1473; morto a Romagnano Sesia il 30 apr.1524; fu un condottiero francese che si distinse nelle campagne militari in Italia di Carlo VIII e di Luigi XII; combatté i veneziani nel 1509 e la Santa Lega nel 1512. Famoso il suo soprannome: ‘cavaliere senza macchia e senza paura’. Cresciuto paggio alla corte francese, si rese famoso perché ancora adolescente partecipò ad un combattimento durante il quale vinse uccidendo in duello Alonzo di Sotomayor; da allora innumerevoli furono gli atti di coraggio e prodezze militari, sempre distinguendosi per quelli che usualmente vengono considerati gli ideali cavallereschi. Morì vicino ad Ivrea, ferito in battaglia mentre con la retroguardia proteggeva le truppe francesi in ritirata incalzate dal connestabile di Borbone).
Il condottiero francese quindi aveva preceduto il re (attestato a Rivarolo) per spianargli ed indicargli la strada preferenziale: tutto questo tratto di strada di avvicinamento alle mura prima dell’ingresso in città, venne chiamato ‘rue de Bayard’.
Il 25 aprile dovette scontrarsi a Promontorio (ove non vi erano le attuali fortificazioni, ed allora era un brullo crinale, solo in basso lavorato ad orti; allo scopo fu fortificata con trabocchetti, trincee ed artiglieria): qui la tenace resistenza dei genovesi fu piegata dalle preponderanti e superiori forze francesi.
Il giorno dopo, fuggito Paolo da Novi, fu nominato capo delle milizie genovesi Giacomo Corso (corso di nascita; cresciuto in Toscana ove era divenuto capo delle milizie; conoscente del Macchiavelli e delle sue teorie sull’arte della guerra;  modesto stratega ma purtroppo il migliore presente allora in città), guidò i 15mila fanti alla riconquista di Promontorio. Il re, che riposava al Boschetto di Cornigliano, dovette vestirsi e guidare personalmente le truppe per aver ragione di lui in poche ore e dopo aspra ‘scaramuza’: troppa la differenza, le forze genovesi forse superiori nel numero ma enormemente inferiori nell’organizzazione militare.
Intanto ferveva la diplomazia, per cercare di limitare i danni e soprattutto il saccheggio da parte dei mercenari (gli ambasciatori Antonio Sauli, Raffaele Fornari, Battista di Rapallo e Stefano Giustiniani, dovendo accettare la resa incondizionata, cercarono di salvare il salvabile).
Il 29 aprile, il re ripassò per San Pier d’Arena, ma stavolta armato di tutto punto e con la spada sguainata, a simbolo delle sue intenzioni, e la rinfoderò solo dopo averla battuta sulla porta esclamando “superba Genova, ti ho guadagnato con le armi”). Questo gesto determinò la fine del brevissimo (15 gg) dogato del tintore di seta Paolo da Novi, iniziato il 15 marzo.
Nel novero delle pene, ci fu l’erezione dell’umiliante Briglia, più una pesante pena pecuniaria (richiesti 300mila genovini d’oro, diminuiti poi a 100mila), non liberazione dei detenuti in Castelletto con l’esecuzione di ‘pochi scelleratissimi’ tra cui Demetrio Giustiniani (fu  decapitato il 13 maggio, sul molo: la testa mozza fu appiccata su una lancia, presso la torre del molo: così era la pena per colpevolezza di ‘lesa maestà’ avendo capeggiato una rivolta  come nobile, capo del partito popolare, avverso ai Fieschi ed ai francesi). Altri, come PaoloBattista Giustiniani, Ieronimo Buzalino e Paolo da Novi (con famiglia) si salvarono con la fuga ed ebbero – come consuetudine verso i traditori – la casa rasa al suolo. L’ultimo però trovò chi lo vendette ai genovesi riportandolo prigioniero in città, il 15 giungo lo giustiziarono; i figli messi al bando, furono graziati. Un elenco,  di 71 nobili provenienti dalla ‘nobiltà nuova o popolo grasso’ e di 76 plebei o ‘popolo minuto’, per il loro comportamento anti francese, divennero ‘sorvegliati speciali’.  Le forche erette in più punti della città, giustiziarono impiccandoli alcuni ladri, mercenari francesi o venturieri macchiati di colpe gravi).
Nel  novero dei vantaggi invece, fu concessa la amnistia generale (eccetto la lista dei condannati), la conferma dei privilegi (sanciti dal Barbarossa con Caffaro, essendo i genovesi diversi da tutti gli altri sottomessi, soprattutto perché in prima linea nel combattere la pirateria del mare) in tutti i suoi capitoli con l’aggiunta di alcuni nuovi tra i quali l’esenzione dai tributi o tasse alla Francia.
E per la stessa strada, il re se ne tornò il 14 maggio 1507, sotto una pioggia scrosciante.
Dopo questi eventi, nel maggio1522 San Pier d’Arena fu teatro di un nuovo attestamento di truppe imperiali d’invasione di Carlo V, chiamate dagli Adorno in lotta contro i Fregoso (con truppe tedesche, svizzere ma soprattutto spagnole) per conquistare la città: se dopo una settimana di assedio la città fu preda di saccheggio, possiamo immaginare a quali vicissitudini furono sottoposti gli abitanti del nostro borgo sede del punto di forza degli invasori.

Bibliografia
– Bonzano U. – L’Osteria della Meliana – NEG – 2002 – pag. 42 e segg.
– Dellepiane R. – Mura e fortificazioni di Genova – NEG. – 1984 – pag. 32-184
– Enciclopedia Motta
– Enciclopedia Sonzogno
– Genova, rivista municipale :  4/37.12
– Pandiani E. – Vita privata genovese – Sambolino – 1915 – pag. 188

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