Benigno (colle di San)

colle di San Benigno

Il colle ed il promontorio di San Benigno ci separavano nettamente da Genova. Ne facciamo un rapido cenno perché, anche se la sua storia appartiene a Genova, un non poco sfuma nella nostra.
A determinarne la non appartenenza a san Pier d’Arena sono vari fattori, innanzitutto quello geologico:
la collina è il punto di incontro-separazione di due qualità di roccia molto diverse, delle quali una si estende a tutto il levante della collina, l’altra a tutto il ponente pressoché sino al torrente Polcevera. Dal colle a levante, compresa la ‘Genua urbe’ quindi (e molto oltre), il terreno è costituito da calcare alberese compatto e consistente, stabile anche se perforato (cisterne, cunicoli, gallerie, ecc.) risalente dell’eocene superiore.
Sono invece dell’eocene medio le imponenti scisti argillose e bituminose nerastre, a strati inclinati per l’enorme pressione orogenetica e quindi instabili (senza cisterne né grotte), franabili (vedi il Cimitero e via San Bartolomeo del Fossato) ed insicure per costruirvi grattacieli (se non ponendo delle fondamenta particolari allargate), che si estendono dal colle a ponente, per tutta la profondità della valle Polcevera ed oltre a nord, sino a Ronco.
Altri numerosi particolari caratterizzano il colle, esponendoli cronologicamente possiamo descrivere:
– la strada romana (non trattata qui, vedi via Aurelia);
– l’abbazia
– la Lanterna (vedi  via alla Lanterna e Largo Lanterna)
– le Mura (vedi via ai Bastioni)
– la cava
– le caserme
– le batterie di cannoni
– i confini daziali (vedi via del Confine)
– le gallerie
– il bacino portuale
– le nuove strade
– la nuova area alla Coscia

Dalla carta del Vinzoni del 1757.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Abbazia
Gli storici, portando date e notizie da documenti che non sempre sono univoci, anzi a volte apocrifi o comunque da interpretare. Anche per l’inizio della storia della abbazia si leggono sui testi date ed eventi differenti.
Premessa: Il nipote di re Arduino, Guglielmo da Volpiano, fu ‘focoso’ costruttore di abbazie, nella regola di s.Benedetto, tra cui quella di Digione (da cui iniziò poi la riforma), e (anno 997) quella di s.Benigno di Fruttuaria (abbazia vicino ad Ivrea). In quest’ultimo monastero, divenuto anche s.Benigno Canavese, arrivò una comunità francese, guidata da Guglielmo da Dijon (Digione); nella loro regola, insegnavano anche agricoltura, scrittura, edilizia, pittura ed altre arti. Alcuni dei monaci pervennero a Genova – probabilmente chiamati – tra cui un Ottone: da considerarsi artefice dell’inserimento di questi monaci nel territorio genovese. A quel tempo egli era semplice monaco; forse dal 1108, ma ben documentato nel biennio 1111-12 andò a guidare la omonima congregazione di Marsiglia; divenne vescovo a Genova nel periodo 1112-21.
Storia : Su un pianoro di proprietà Visdomini -pare proverniente da Arcola in Lunigiana-, sulla prima sommità del colle, circa l’anno 1101 fu costruita una chiesuola, dedicata – così scrive anche Jacopo da Varagine – a san Paolo (forse per un equilibrio con la nostra, poco distante, dedicata a san Pietro). La sua gestione fu affidata ad un abate benedettino di nome Ottone Francese (forse proprio perché nato in Francia) facente parte della comunità cistercense, o monaci Fruttuariensi, di san Benigno Canavese (Benigno, vedi sotto a: “dedicata a”).
Roscelli riporta una notizia, evidente un falso; al massimo un anonimo omonimo, in epoca di impossibili verifiche, riguardante delle spoglie-reliquie del beato Beda ospitate nella abbazia: nel 1125 un monastero presso Adria rimase distrutto da una inondazione; l’abate don Giovanni Bevilacqua, benedettino genovese, trasferì seco le reliquie del beato Beda che era stato sepolto nella sua chiesa e che in vita era stato ministro di Carlo Magno. L’urna fu posta in un suo altare ed ebbe l’epigrafe “HAC SUNT IN FOSSA – BEDAE VENERABILIS OSSA”.
Appare un falso perché l’unico Beda beato, detto ‘il Venerabile’ praticamente visse dall’età di 7 anni alla morte, solo e sempre in un monastero inglese.
Beda, fu un monaco che divenne il massimo esponente della cultura latina in Inghilterra; ove era nato a Monkton (alcuni scrivono nell’anno 672, altri 673); nella Northumbria, territroio del monastero di Wearmouth, all’età di sette anni fu affidato all’abate san benedetto Biscop e dopo di lui a s.Ceolfrido abate di Jarrow. Molto dedito alla preghiera ed alla predicazione, parlava l’inglese volgare per farsi capire dal popolo e questo lo rese famoso. Dedito pure allo scrivere, era divenuto un abile amanuense: con altri monaci vergò tre copie complete della Bibbia tradotta in latino –una delle quali fu poi regalata al papa ed oggi conservata a Firenze nel Codex Amiatinus.
È conosciuto soprattutto come scrittore: fu il primo annalista, scrivendo la storia della Chiesa locale (degli angli, ovvero inglesi), dall’epoca di Cesare all’anno 731; nonché fu autore di un testo di aritmetica rimasto basilare per tutto il medioevo; e di inni, omelie, esegesi, vita dei santi, trattati di retorica. Infine stabilì il computo degli anni, iniziando dalla nascita di Gesù; prima di lui i cristiani iniziavano dal dato conosciuto dell’imperatore Diocleziano, di origine dalmata, che ordinò nel 303 dC la grande persecuzione mirata a sradicare l’organizzazione religiosa.
Storicamente è accertato non si allontanò mai dall’Inghilterra; alla morte, il 26.5.735, fu sepolto a Jarrow; poi fu traslato a Durham. Non esistono omonimi un poco famosi, da poter essere stati nella chiesa. Solo molto dopo, nel 1899 dal papa Leone XIII fu eletto santo, dottore della Chiesa.
Pochi anni dopo, attorno al 1132, lo stesso donò ai frati altra terra per costruirvi un monastero ed ampliare la chiesa (Roscelli scrive a pag. 203 che fu il patrizio Guglielmo Porcello; a pag. 204 che furono gli eredi Visdomini, i quali poi, nel 1155 donarono ai monaci tutto il colle); la struttura fu battezzata mantenendo il nome dell’apostolo san Paolo, però affiancato (autorizzati dal papa Innocenzo II, con bolla indirizzata all’abbate Manfredo) al santo martire Benigno.
La chiesa fu eretta usando pietre da taglio, a tre navate e con alcune cappelle laterali. Papa Innocenzo II, con sua bolla, ne stabilì il patronato (detto dal latino ’diritto’:“ius”). La porta maggiore fu aperta affacciata a sudest, il coro posto a nordovest, il campanile eretto a nordest.
La posizione sul colle, fu l’ideale per prestare assistenza a tutti quelli che viaggiando si avvicinavano a Genova: divenne quindi prima un ostello per pellegrini o casa della Misericordia, poi anche con le caratteristiche di un ospedale (in senso medievale, di ospitalità e non di cura medica).
Questi frati seppero in poco tempo conquistare la stima e benevolenza della città, soprattutto per lo scopo prefisso all’arrivo: creazione di un rifugio ed assistenza ai pellegrini, viandanti o marinai, comunque poveri (solo più tardi anche agli ammalati con carattere ospedaliero); ovviamente prevalenti quelli in arrivo dal ponente. Ed il vescovo Ottone, loro confratello, non disdegnò certo l’aiuto tanto che nel finire della sua missione a Genova riuscì a far donare (nel 1121; ma sancita con lodo consolare nel gennaio 1122) da un folto numero di cittadini (tra cui l’annalista Caffaro, Guglielmo Embriaco ed altre illustri ed antiche famiglie come i Carmadino, Spinola, Vassallo, Ferretto) una vasta area vicino a ‘ecclesia de caput faris’ da poter erigere il convento che potesse ospitare anche monache.
L’importanza del convento viene confermata dai primi atti notarili del 1148, riguardanti cessione terriere presso Cesino; dall’ elevazione in Abbazia, col nome “santi Benigno e Paolo”(1155) e dalla commissione data al priore nel 1163 e poi nel 1188, di partecipare all’elezione dell’Arcivescovo. Negli anni attorno al 1217, Sinibaldo (o Sigembaldo) Fieschi aderì alla congregazione di Fruttuaria; prima di divenire cardinale, fu inviato a prestare servizio in san Benigno (e forse in quel tempo, assistette il card. Ugolino dei ContiSegni quando giunse a Genova per consacrare l’abbazia di s.Stefano). Poi sarà eletto papa col nome di Innocenzo IV.
Nel 5 aprile 1224 l’atto di cessione ad Adalasia moglie di Rollando Barbano di una terra alla fiumara, ricevuta dal convento in dono da una conversa Lorenza (Que terra est ad Sanctum Petrum de Arena prope fucem, cui coheret inferius arena maris, superior via, a tercia (a ponente) aqua fucis Pulcifere, a quarta (levante) terra et domus…). Adalasia promette in cambio50 lire genovesi e, con l’usufrutto della terra, mantenere Lorenza sino alla morte (notizia riportata anche a Antica Fiumara).
Nel 4 marzo 1230: Contessa, figlia di Bennivegni Lucchese, cede ad Oberto abate del monastero, una eredità proveniente dalla morte di Lorenza, moglie di Guglielmo Agacia. Contro una rendita vitalizia di 25 soldi, dona ‘terris positis apud Sanctum Petrum de Arena prope fucem, que fuerunt quondam Ugonis Archerii’.
Nel 1247 papa Innocenzo IV da Lione concesse 40 giorni di indulgenza a chi avesse visitato la chiesa nella festa del beato – e poi santo – Beda, il cui corpo era sepolto nella chiesa stessa. Ma sopra abbiamo chiarito che era un falso che trasse in inganno anche il Papa.
Nel regesti di val Polcevera II. Pag.246, datato 31 maggio 1253 si legge che Guglielmo di Livellato, rettore di Piè di faro pieve di Sampierdarena, assieme a Tomaso rettore di Quinto e di Gaiano, confessano al notaio Giovanni di Prementorio che scriveranno un mutuo sopra la casa di Giacomo (padre di Giovanni)
Diritti e privilegi, saranno riconfermati da Clemente VI nel 1346.
La chiesa, fu consacrata in quello stesso anno dall’arcivescovo di Genova Siro II. Cosicché la storiografia tradizionale pone questa data come anno di fondazione dell’abbazia. Nel tempo di due anni cambiò definitivamente nome, abbandonando san Paolo per solo san Benigno
Come era usanza a quei tempi, vivace fu l’arrivo di altre donazioni ed testamenti, da permettere una fiorente espansione patrimoniale in oculati acquisti ed investimenti in beni artistici, nelle cave limitrofe ed in terreni prevalentemente lungo la Polcevera. Sempre più numerosi i signori che vollero essere sepolti nella terra sacra, arricchendo la chiesa con preziosi sarcofagi scolpiti e finemente lavorati.
E coincidendo il periodo espansionistico genovese verso la Corsica, numerosi furono i monasteri dell’isola con rapporti diretti e anche di dipendenza (Bonifacio, Cruscaglia, Taravo, Cinarca). I monaci residenti non superarono le sette unità, ma assai spesso era limitato a uno o due. Ma la loro importanza fu tale da far dire allo storico Giustiniani che la chiesa era reputata ”una delle tre principali del mondo”.
Nel 22 febbraio 1310 il monastero dà in livello alcune terre, a Bonifacio de Rogerio ed al figlio Rufino. L’atto fu confermato nel 1320 e 1324; però nel 1355 Ruffino de Rogerio entra in lite con l’abate; ma una sentenza arbitrale evidentemente gli da torto se nel 1360 formula un’altra protesta. Però nel 1361 Ruffino muore; due anni dopo l’11 aprile fu pronunciata dal podestà di Genova e da un giurisperito la sentenza definitiva nella causa tra Pietro abate e la vedova Simona col figlio Luchino (non si conosce quale sentenza).
Scrive Salvestrini, che nel 1324 san Benigno aveva un abate ed un solo monaco, nell’ottica di una diminuita vocazione in epoca di grandi lotte tra fazioni locali.
L’8 aprile 1340 nel cimitero posto a fianco dell’abbazia, tra gli altri, trovò sepoltura un eremita di nome Martino Ansa da Pegli. Già militare, uccise per una lite un amato commilitone; reo confesso fu perdonato. Preferì però ritirarsi a vita eremita, vissuta in modo da divenire poi beato, e scelto dalla corporazione quale protettore dei sarti perché quando dalla sua grotta in riva a Pegli ogni sabato arrivava al monastero, rattoppava con maestria gli abiti sdruciti di chi ne aveva bisogno; nella cappella della sepoltura, a profusione furono dipinte le forbici insegna del mestiere di sarto. Per la vita del beato, vedi bibliografia a P. Fontana.
Nel 28 maggio 1363 l’abate Pietro ed il monaco Pietro de Grezolis danno per 27 anni a titolo di locazione ad Antonio de Camayrana e ad Antonio de Uncio, due case, una torre diroccata e due appezzamenti di terra, contro un canone annuo di venti lire genovesi:”terram cum domo positam in villa Sancti Petri Arene, vineatam et arboratam diversis arboribu et specialiter olivis, cui coheret ante via publica ab uno latere via publica, inferius versus mare quedam domus …, ab alio latere in parte via publica et in parte terra dicti monasterii quam conducere solebat condam Nicolaus Porchonus….. item quamdam aliam terram cum quadam turreta diruptam et aliam domum integram et copertam, quibus coheret antea via publica …ab uno latere terra..quam conducit Casanus de Mari et ab alio latere terra…quas conducebat condam Ruffinus de Rogerio… debent laborare, bonificare et meliorare et non deteriorare et in fine dictorum annorum viginti septem reddere et restituere…abbati sive eius successori.
Nel 1393 circa, fu data in Commenda. Da un disegno di un sepolcro binato, esistente nella chiesa, sappiamo che Giovanni e Salvagina (che con altre pie donne genovesi gestì l’ospedale) DeMari furono sepolti nella chiesa. La scritta diceva “Joannes et Salvagina de Mari jugales et heredum suorumque Salvagina obijt MCCCXXXXI die XXV Mars”
Nel 1411 ci fu una terribile epidemia di peste che decimò i frati che dapprima si erano inutilmente trasferiti in s.Andrea a Sestri, visto il servizio ospedaliero a cui erano preposti. È abbate priore fra Iacobo Casella. Nel Regesti della val Polcevera si fa riferimento il 28 novembre, a «vicino alla carata di piè di faro…fra Iacobo Casella, priore della chiesa del Monastero del Beato Benigno di capo di faro, procuratore di fra Andrea Spinola, abbate di detto Monastero»; danno in locazione una terra a Fegino.
Nel 1421 documenti del XV secolo parlano delle fabbriche del monastero ridotte a condizioni statiche pericolosissime, causa danni da battaglie qui combattute; la soldataglia aveva provocato gravissime rovine alle strutture tanto che il priore Andrea Spinola abate commendatario, dovette constatare le pesanti distruzioni subite dalle lotte interne genovesi, addirittura con pericolo di crollo della chiesa, e di essere rimasto solo. Fu costretto chiedere aiuto alla congregazione allora più fiorente dei benedettini del monastero di san Gerolamo della Cervara vicino a Portofino allora assai fiorente ((gestita da don Beltrame de’ Correnti) da riunire sotto la propria giurisdizione ben sette monasteri, alcuni vicini (s.Fruttuoso, san Giuliano d’Albaro), altri lontani (Tortona, Milano, Parma)), come si legge negli atti notarili (notaio Gregorio Abaymo). Accettando la ‘compagnia’ (1423) si impegnò di riparare l’edificio e mandare quattro frati, però svincolati dal comando dell’abate locale (che vi risiedette sino alla sua morte); fino al 21 maggio 1427 quando san Benigno fu definitivamente e totalmente messo alle dipendenze della congregazione della Cervara. Il passaggio, sollecitato dal Papa – a sua volta supplicato da gli uni e dagli altri – fece però perdere la dignità di badia e l’abbazia fu retta da priori. L’abate priore di s.Stefano, don Giacomo Imperiale, fu incaricato dal Papa di stigmatizzare l’accordo ed il passaggio: questi – non si sa perché – indugiò un anno prima di mettere in atto quanto auspicato da tutte le parti in causa. Il Governatore Ducale di Genova, il Consiglio degli Anziani, i rappresentanti dei protettori di san Giorgio e delle ‘compere capituli’, perché sopravvivesse, concessero al monastero l’esenzione dal pagare le gabelle su 25 mine di grano, 25 metrete di vino, 4 barili di olio e 3 cantari di formaggio, annui; in concomitanza il collettore papale riduceva l’ammontare della decima camerale.
Nel Regesti della Val Polcevera, Zaccaria Negrono q.Zaccaria cittadino di Genova, lascia £.75 al convento ed ai frati di s.Gerolamo della Cervara, dimoranti nel monastero di s.Benigno di Capo di faro, da erogarsi in riparazione di detto Monastero.
Una discreta vitalità determinò il 29 nov.1435 la decisione papale (Eugenio IV; Roscelli trascrive: nel 1441 fu messo in atto, e papa MartinoV che l’aveva ordinato nel 1121) di dare mandato di unire il priorato agostiniano di S.Maria della Cella (chiesa e convento) allora in difficoltà, al monastero di san Benigno; il che avvenne il 17 febb.1436. Questa unione di tutte le congregazioni dei Canonici Regolari in una sola, fu chiamata Lateranense.
Nel 1453 da Luca Marino furono donati tre calici d’argento provenienti da Pera, colonia genovese abbandonata perché indifendibile e da poco caduta in mano turca.
Ma l’impulso durò poco perché nel 1460 decadendo miseramente anche la Cervara il pontefice PioII negli anni a seguire unì s.Benigno, s.Giuliano, s.Geronimo congregati a Monte Cassino; il successore Giulio II, constatando che quest’ultimo si univa a quello sempre benedettino di santa Giustina di Padova, diede all’insieme – nel 1504 – il nome di Congregazione Cassinese, alias s.te Justinae de Padua.
Ai monaci, il 12 genn. 1507 pervenne una lettera dal Consiglio degli Anziani, accusandoli di aver permesso ‘adunanze di secolari che sono contrari al comune ed al re’: in effetti Ottaviano (in simbiosi col fratello GianMaria) Fregoso, via nave era sbarcato a SPd’Arena cercando alleati a favore dei Grimaldi assediati a Monaco e di se stesso per rovesciare il governo; operazione infruttuosa; molto probabilmente era andato da Baldassarre Lomellini il quale poi, arrestato e torturato, ammise gli intrighi e i nomi degli alleati. Si sa che Carlo d’Amboise, signore di Chaumont (detto mons. de Jamon) e capitano al servizio del re di Francia quando questi scese a Genova in quell’anno 1507, riconosciuto come ‘nostro inimico perfido’ aveva il nonno, il padre ed uno zio sepolti nell’abbazia.
Malgrado tutte le difficoltà, i monaci in successione ne avevano fatto un centro sia di carità (accanto alla chiesa, dai benedettini fu aperto anche un ospedale, detto di Capo di faro, posto vicino alla strada romana di salita degli Angeli, di cui usufruivano i pellegrini da e per le terre sante e comunque di passaggioche di alta cultura, sia arricchendo la biblioteca con manoscritti, libri e pergamene di preziose e rare opere culturali scientifiche e letterarie (che però in gran parte vennero bruciati nell’epidemia di peste del 1656), sia per l’avvio di una scuola umanista di alto livello, con il grecista Ambrogio Ferrari, il teologo Eutichio Cordes da Anversa (che partecipò al concilio di Trento), il filosofo-poeta Gragorio Cortese (decorato della porpora, da PaoloIII nel 1542) . Così negli anni in poi dal 500, divenne sempre più ricca di beni, opere d’arte e pregiati oggetti (marmi (una Madonna della Misericordia), sarcofagi (dell’XI-XII secolo), ori (i tre calici dal 1473), seguiti da affreschi di Tavarone, ma soprattutto da preziosi quadri sormontanti i nove altari: di GioAndrea Ferrari (o DeFerrari?, un san Mauro ed un soggetto ignoto), GB.Carlone (una sua tela del 1672 raffigurante il santo morente dopo la tortura confortato da san Pietro e san Paolo, era sopra l’altare maggiore), GB.Paggi (il martirio di s.Giorgio), D.Fiasella (s.Lazzaro che risuscita un morto), D.Piola (la Nunziata), di Agostino Mombelli (o Bombelli, un santo ignoto) e Giovanni da Montorfano (un beato Beda del 1457, ed un s.Gerolamo del 1448) .
Con alterne vicende di quasi sempre critica sopravvivenza e gravissimi danneggiamenti all’edificio, i frati dovettero poco a poco abbandonare le loro celle:
Quando nel 1513 il re francese Luigi XII costruì poco sotto la Briglia, creando ’incomodi e disturbi non pochi”; Con l’autorizzazione papale di Leone X succeduto a Giulio II, parte si trasferirono e presero possesso del monastero di suore benedettine non di clausura di s.Caterina in via Luccoli. Il patrizio Andrea Imperiale nel 1569 costituì un reddito testamentario pro questo convento affinché vi si mantenessero 12 monaci e l’abate, separati dalle suore. La Briglia fu poi rapidamente atterrata. Il monastero di s.Caterina fu svincolato dalla sudditanza a s.Benigno nel 1578, per volere del card. Giovanni Morone (1509-1580) e confermato da bolla di Gregorio XIII; alcuni frati così tornarono a san Benigno.
Quando nel 1527 Cesare Fregoso prese le parti dei francesi e pose una compagnia d’armati a presidiare la città attestandosi nel monastero, finché i soldati della repubblica non li catturarono prigionieri.
Quando nel 1625 il Senato iniziò ad erigere nella zona l’ultima cinta muraria (Il monastero era restato isolato sul colle sino al 1630, quando il pianoro fu inglobato nelle mura che dalla Lanterna portavano agli Angeli, assumendo così la zona un nuovo ruolo tattico di difesa militare del ponente sino alla porta sottostante, ponendo il monastero a diretto rapporto con eventuali assedianti);
Quando furono decimati dalla peste del 1657.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 1744 il monastero fu dapprima circondato da  una batteria di pezzi di artiglieria (che durante l’occupazione austriaca del 1746, caddero in mano agli insorti essendo stati abbandonati dagli imperiali fuggiti per paura); poi fu infine  abbandonato dai monaci nel 1798 (che si trasferirono a s. Nicolò del Boschetto per ordine del Corpo legislativo della Repubblica Ligure a norma della legge emanata il 4 e 18 ottobre e il 17 marzo successivo relativi alla soppressione di diverse corporazioni religiose esistenti; di 122 monasteri ne rimasero attivi solo 36; la badia di Capofaro venne compresa tra i soppressi). Così – dopo sette secoli di vita – la chiesa fu sconsacrata il 17 marzo 1799 (il Direttorio della Repubblica Ligure ispirato dalle idee riformatrici francesi, decretò in quella data la soppressione di 86 monasteri esistenti in Liguria, lasciandone in attività solo 36. I monaci di san Benigno si trasferirono al Boschetto, la chiesa fu spogliata, la biblioteca dispersa con le pagine dei libri date ai commercianti per fasciare pesci, sete o pacchi; il ministro della guerra e marina, Federici, fece restaurare le mura ed occupare con una guarnigione stabile i muri dell’antica abbazia).
L’edificio, rimasto vuoto, andò negli anni a pressoché scomparire dei marmi e fregi (salvo la parola “PAX” scolpita sull’arco dell’ingresso principale del monastero), per essere  adibito a magazzino d’artiglieria  (il campanile fu adibito a stazione di segnali , detta “la vigia di san Benigno”, che prestava un servizio diurno e locale: segnalava usando un pennone alto 23 metri, alla vigia della darsena, ove era l’ammiragliato, l’avvistamento delle navi, la rotta e distanza); ed infine  – nell’assedio di Massena del 1800 – anche ad ospedale militare.
Nel 1805 le fortificazioni furono visitate da Napoleone, arrivato a Genova il 30 giugno.
Solo dopo l’annessione della Liguria al Piemonte divenne deposito di munizioni dell’esercito sardo, e nel 1827 il generale Chiodo vi fece porre una potente  difesa, con un’opera fortificata apposita: fu da essa che nell’insurrezione popolare del marzo 1849 contro il Piemonte il generale La Marmora il giorno 5 fece bombardare Genova (dopo la sconfitta di Novara, molteplici furono i sentimenti che portarono la popolazione alla rivolta: 1) l’annessione al Piemonte non aveva portato alcun beneficio produttivo nè quindi salariale, soprattutto nel porto; 2) una tradizione antitedesca ed antipiemontese maturata in tante lotte, in città e riviere ==prevalenti sentimenti repubblicani e sopportazione della monarchia solo quale conduttrice verso la sospirata unità nazionale e la lotta contro l’Austria  ==paura che il re piemontese non proseguisse la lotta contro l’austriaco; 3) terrore che nei patti di armistizio fosse inclusa la clausola di una guarnigione austriaca in Genova (s’era sparsa falsa notizia di 600 Ulani già arrivati alla Polcevera; clausola che c’era, ma interessante solo Alessandria ed altre stazioni padane; assieme al rientro della flotta sarda dislocata nell’Adriatico).
Comandava la divisione militare di Genova il generale De Asarta (nativo di San Pier d’Arena) che agli occhi di Torino non fu sufficientemente energico nel reprimere la rivolta. Le perdite di soldati piemontesi superarono le 500 unità (tra morti e feriti;  la ferita a quei tempi era assai spesso l’anticamera della morte e – se sopravissuti – creava il terrore della menomazione fisica non esistendo sanità o pensioni; furono sparati 68 grossi proiettili di artiglieria che più volte caddero anche sul sottostante ospedale di Pammatone, il tutto causando più di 200 morti nella popolazione) prima che le truppe regie – prevalentemente bersaglieri e qualche carabiniere – si abbandonassero nei giorni dal 5 al 7 al saccheggio, a soprusi ed a criminali violenze.
Questo evento militare o ancor oggi oggetto di aspre diatribe tra genovesi contro i Savoia (rappresentati da LaMarmora) ed i bersaglieri.
Il 31 marzo di quell’anno, LaMarmora aveva ricevuto l’ordine di marciare su Genova; il due era a Novi, il 4 a San Pier d’Arena (ove era stato due anni prima e dove aveva studiato le difese e le vie di un eventuale attacco).
In contemporanea, il sindaco di SPd’Arena, Giuseppe Romairone, ricevette l’ingiunzione da parte del Commissario capo di guerra, Ottone, di ospitare (vitto e alloggio: 1.4.1849 «ho l’onore di prevenire la S.V.Ill.a pregandola a voler assicurare il servizio tanto per gli alloggiamenti che per occorrenti distribuzioni, ed ove tali servizi non fossero assicurati dall’amministrazione militare, la prego di far in modo che codesto Municipio provveda ad ogni occorrenza usando i mezzi più energici ed opportuni, ove ne venga richiesto dai funzionari d’Intendenza militare») due battaglioni, poi ridotti a uno di regie truppe composto da circa 10mila uomini (mille bersaglieri; 4200 della brigata Savoja ed alttrettanti della Pinerolo; 163 artiglieri con 144 cavalli; più 110 uomini costituenti un “parco forte” – forse ufficiali – con 115 cavalli) e 4 squadroni di cavalleria=579 cavalli.
Con l’avanguardia (3 compagnie di bersaglieri e 1 squadrone di Novara) da Coronata giunse a Sampierdarena ove LaMarmora pensava trovare resistenza e barricate (vi erano poco più di 9mila abitanti allora); qui scelse porre il Quartier generale (dove?; il giorno 9 era sempre lì), lanciando le truppe di questa Divisione provvisoria all’attacco della Lunetta di Belvedere (il parroco non trovò di meglio che esclamare “viva i nostri liberatori!”) che gli aprì le porte senza difendersi (i difensori erano stati minacciati di fucilazione se resistevano; vi restarono sei bersaglieri di guardia); passarono a forte Crocetta (stessa scena e 4 bersaglieri) e Tenaglia (quest’ultimo aveva 138 uomini, ove si accennò ad una difesa, ma minacciati di fucilazione e comandati dall’interno, non potendo aprire le porte in mancanza delle chiavi e non possedendo scale, si arrivò ad aiutare gli assalitori a salire sugli spalti con delle funi (si dice che amministratori del municipio genovese, filopiemontesi, avevano preparato il fatto inviando a dirigere le mura propri ufficiali della Guardia Nazionale fedeli): da questi forti discendere su Porta degli Angeli e sulla piana di san Benigno fu poca cosa. Il giorno 3 aprile il nostro sindaco Romairone scrisse a Luigi Balleydier,  consigliere comunale «onde provvedere alla domanda fattami dal Governo Provvisorio di Genova con suo dispaccio in data d’oggi, deggio invitare V.S.Ill.a a radunare una compagnia di questa guardia Nazionale, e portarsi a rinforzare questa notte stessa il posto della Lanterna. La parola d’ordine per presentarsi è questa: Balilla –Indipendenza.»; ciò malgrado, quella sera un certo Penco, guardia di polizia della dogana, vestito in borghese, tentò di scappare dalla porta della Lanterna: riconosciuto, fu trucidato a colpi di bastone ed il corpo trascinato per la strada dalla plebe inferocita. Il giorno dopo,  4 aprile, di nuovo il sindaco: «mi trovo nell’assoluta impossibilità di poter adempiere all’invito sportomi con di Lei foglio di questo giorno di far occupare cioè i forti della Crocetta e Belvedere da 70 uomini armati, stanteché la milizia Comunale di Sampierdarena esistendo più di nome che di fatto, non si presta nemmeno a fornire un picchetto sufficiente a mantenere il buon ordine, perciò sarei a pregare la S.V.Ill.a a voler provvedere altrimenti».  I cannoni trovati sui baluardi vennero rivolti alla città sommati all’artiglieria da campagna che la fanteria aveva in dotazione: queste truppe iniziarono a trovare resistenza a Fassolo, dove ebbero delle perdite umane; l’animo si inasprì, dando il via incontrollato agli eccessi. In data 10 aprile  il sindaco ricevette lettera da LaMarmora lamentante “deficienza di paglia e coperte per i soldati” con invito a provvedere. Sempre il sindaco, il 20 aprile riferiva all’Uditore di guerra disordini, abusi e violenze; in particolare in una locanda chiamata ‘Pace’ gestita da Tommaso Traverso, dove erano alloggiati parecchi soldati del Novara Cavalleria erano avvenuti gesti di vandalismo e comportamento violentemente arrogante.
Poca o nulla è la stima  che Genova pone storicamente in questo generale, altezzoso vanaglorioso e superbo, per le errate decisioni prese sul momento nei confronti dei rivoltosi e della cittadinanza tutta (poi anche a Custoza dimostrò essere un pallone gonfiato; il 24 giugno 1866 fu sconfitto, dimostrandosi non all’altezza del compito – anzi, fu riconosciuta la “assoluta incapacità” come capo di stato maggiore – non sapendo dare gli ordini adeguati, non facendo entrare in azione al momento giusto né le truppe né le riserve). Gravi ripercussioni ancor oggi si trascinano con sentimenti di rabbia nei confronti dei Savoia (che approvarono il comportamento), dei piemontesi in genere, del generale Manfredo Fanti che poteva aiutarci e non lo fece.
Dalla sommità del campanile dell’abbazia, nel periodo napoleonico divennero molto in uso segnalazioni a distanza tramite ‘semafori’; ancora nel 1895 il semaforo di san Benigno non sorgeva sulla Lanterna ma sovrastava la caserma a 93m slm. (44°24’22”N e 8°54’20”E). Da lassù, le più rapide segnalazioni avvenivano con punta Manara di SestriLevante e con capo Noli a ponente.

La Lanterna (vedi a specifico “via alla Lanterna”)
Lassù, fin dai tempi delle guerre puniche e di Magone in particolare, furono poste delle sedi di avvistamento (non esistono documenti che affermino il contrario: l’amministrazione di questo strumento fu sempre gestito da Genova e mai dai sampierdarenesi, anche se più vicini, rispetto la città che era  lontana, ed a quei tempi addirittura nella zona ove oggi è  piazza Cavour).
Negli anni attorno al 1040, una legge emanata da Genova obbligava il cintraco a reclamare truppa sampierdarenese per la sorveglianza delle spiagge, e recipienti di olio da Promontorio e da Basali (sanBdFossato), molto probabilmente ad uso alimentazione di una fiamma su un basamento.
Solo nel 1218 – console Otto dei Contardo- sulla punta a mare si costruì una torre, alla cui sommità si poteva accendere un falò di avvistamento (si bruciavano fascine di legna, e per una fiamma più viva delle eriche e ginestre seccate). Petrucci scrive che le prime attestazioni scritte di segnali fatti col fuoco, risalgono una al 1161 in una Breve Consolare in cui si menziona l’obbligo di ogni nave pagare una quota “pro igne faciendo in capite fari”; ed all’11 ago 1242 in una relazione dell’ammiraglio Ansaldo DeMari (“vidit ad partes Janue faros multos fieri cum fumis”).
Attorno agli anni 1300-20 il piano dei fuochi fu ancora di più rialzato sino a formare una vera e propria torre, che diede alla località il nome di “Capo di Faro o Codefà”. Curiosi sono rimasti due ricordi: in essa si asserragliarono nel 1318 i guelfi genovesi, assediati dai ghibellini; i rinchiusi furono  approvvigionati tramite teleferica collegata con l’albero di una nave mentre la difesa usava per la prima volta delle catapulte (dette trabocco). L’espugnazione avvenne tramite scavo e minaccia di crollo; crudele fu la fine che fecero gli assediati, torturati trucidati e catapultati in mare con gli stessi trabocchi. Invece nel 1383 –tempi dell’espansionismo in oriente e delle guerre con Venezia- fece da carcere per dodici anni a Jacopo di Lusignano con la moglie Carlotta e due figli. Era questi zio -e suo erede al trono- del re di Cipro, PietroII: rimasero imprigionati  dopo la guerra di Cipro condotta dall’ammiraglio genovese Pietro Campofregoso. La contorta situazione era nata per i diritti di precedenza tra genovesi e veneziani alla cerimonia di incoronazione del quindicenne monarca. La lite degenerò in rissa ed i veneziani ne approfittarono per accusare al re i genovesi quali artefici di un complotto ai suoi danni: ovvia sanguinosa reazione del re che fece trucidare e saccheggiare l’ampia colonia dei sospettati. Genova, a sua volta irritata, mandò le galere a Cipro e vinse la guerra. Le modalità di pace furono stabilite dal Papa: tra le varie clausole, fu compreso l’uso in ostaggio del parente del re).
Nel 1507 il re di Francia Luigi XII, vinta la difesa di Paolo da Novi, fece costruire sulla scogliera una “fortezza della Lanterna”, a difesa degli interessi francesi sulla città, e che -con significato allusivo-  chiamò “LA BRIGLIA”; dopo soli sette anni però, questo rifugio capitolò per fame, dopo avventuroso e lungo assedio della Repubblica; e per ordine del  doge Ottaviano Fregoso, ed a sue proprie spese per non farle gravare sulle pubbliche finanze,  fu distrutta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Così fu che quel faro, in ambedue le occasioni aveva subito gravi mutilazioni, ed il tempo le aveva peggiorate.
Per lungo tempo, in zona si ergevano LE FORCHE per l’esecuzione delle condanne a morte (leggi a via San Pier d’Arena – storia degli anni 1585 e segg.). Nella parte più a mare perché fossero visibili da tutti, già vi erano dal 1370 (Roscelli descrive l’esecuzione di Bartolomeo Visconti “preso e portato a Genova, fu dapprima tormentato lungo la città con cauteri di ferro rovente e infine impiccato al Capo di Faro, appeso ad una forca più alta delle altre per maggiore onoranza”).
Solo nel 1543 fu deliberato che il faro fosse rifabbricato, con una altezza ancora superiore della primitiva torre. Furono fatti disegnare il fregio del Comune (dipinto da Evangelisto da Milano), e porre una lapide a ricordo (“ anno della nascita di Cristo 1543 e quindicesimo della restituita libertà – Pietro Gio Cibo Battista Lercari e Luciano Spinola padri del Comune – riedificarono questa torre – che i nostri padri avevano costruito – e che nel 1512 nell’assedio della rocca della lanterna rimase distrutta”).

Le Mura (vedi a specifico “via ai Bastioni”)
La loro erezione viene descritta altrove (vedi Bastioni). Dal 1630, da poco meno di quattrocento anni quindi,  sono esse che determinarono -con barriera abbastanza netta- la separazione tra Genova e San Pier d’Arena, ovviamente a totale vantaggio della città madre che –periodicamente allargandosi- di volta in volta dichiarò suo il contenuto ‘dentro le mura’ .

La cava
Deve essere di origini assai più antiche del 1769 quando il Codeviola, su incarico del Magistrato delle Fortificazioni si interessò di questi scavi già troppo avanzati; ma i progetti erano sempre rimandati a tempi economicamente migliori. Nel 1785, anche Giacomo Brusco stese una relazione sulle cave, quando anche sul versante di San Pier d’arena, detta della Coscia, era di una discreta vastità e sotto la gestione dell’ill.mo Giacomo DeNegri (le altre, più antiche ed aperte sul fianco a levante del colle, erano dette ‘cava vecchia delle Pietre o Chiappella’; e l’altra ‘cava nuova della Lanterna’).
Nelle carte del 1887, il colle appare ancor più gravemente eroso dietro la abbazia, da ambedue i versanti.

La Lanterna fa capolino.

Taglio a fondo in corrispondenza delle due cave.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aperto il primo varco, edifici che verranno spazzati via.

 

 

 

 

 

 

 

Si spiana, forse per aprire via Milano.

Operai al lavoro.

 

 

 

 

 

 

 

La linea ferroviaria per i carrelli del trasporto delle pietre in porto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le caserme
Subito dopo il congresso di Vienna, nel 1818 il maggiore Giulio D’Andreis iniziò ad abbozzare progetti di caserme sul colle. Tutto (i resti della chiesa, il campanile ed il monastero) fu demolito nel 1850 per ordine dello stesso generale LaMarmora che  volle edificare due enormi caserme sul pianoro, di cinque piani. Il terreno, essendo posto in discesa,   determinò che questo imponente complesso – caratterizzato dal rosso dei mattoni – veniva genericamente distinto in ‘il più alto’ o “superiore” e ‘il più basso’ o “inferiore”, i cui piazzali, slivellati di circa 10m l’uno dall’altro, per raggiungerli occorreva salire lunghe scalinate.
Sul luogo, in sette anni fu innalzato un grosso quartiere militare, con due edifici capaci di ospitare oltre mille soldati (si scrive 1276) ciascuno; distruggendo però ogni traccia del monastero, comprese le tombe dei dogi che vi riposavano  (solo l’arcata in pietra con la scritta PAX ed il campanile, sopravvissero anche a questa rivoluzione).
Nel 1880 circa, sui piazzali fu sistemata una batteria(vedi sotto
In questi edifici per ultimo vi furono alloggiati i fanti in attesa di partire per il fronte nella guerra del 1915 (il 31° fanteria).

 

 

 

 

 

 

Con sbocco di una galleria.

 

Lapide a ricordo delle caserme.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rimasero vuote ed inutilizzate per lunghi anni finché –deciso il 12 agosto 1925- iniziarono i lavori di sbancamento del colle nel 1927 e giunsero a livello delle caserme il 22 giugno 1930 quando, con solenne cerimonia si provvide alla loro demolizione ed alla prosecuzione dello sbancamento totale del colle (è datato 22 giugno 1930, VII, l’invito indirizzato a dei congedati di “adunata di saluto di Fanti e Artiglieri alle demolende caserme di San Benigno – Genova”.   L’associazione A Compagna depose una lapide a memoria ancor ora collocata nella strada per arrivare alla Lanterna), ed all’apertura delle attuali via di Francia (allargata a 40m nel 1934),  via A.Cantore e piazzale dell’Autostrada, utilizzando le migliaia di tonnellate di roccia per riempire il porto davanti alla nostra città.

Le caserme viste dall’alto. Foto NEG.

La contorta salita d’accesso dalla parte est del colle.

 

 

 

 

 

 

 

La batteria di cannoni
Già nel giugno dell’anno 1680, una spia francese ospite in città ma al servizio del ReSole, inviava delle memorie segnalando che (dal francese) “una grossa batteria si trovava sulla punta del Molo Vecchio; una seconda sul molo esterno dell’Arsenale; una terza «batterie de 12 pieces de canon» sul piazzale della porta Lanterna ed un’ultima sul lato occidentale della punta di san Benigno, tutte sistemate dietro grossi parapetti a merloni e a cannoniere. La loro presenza avrebbe impedito al re una spedizione ‘veloce’ e lo fece optare per un bombardamento navale come avvenne quattro anni dopo. Nel 1683 il Consiglio aveva assunto e richiesto il parere dell’ing. Samuel Rudolph Miller: nella sua relazione si legge che la zona degli Angeli, protetta da 8-10 pezzi d’artiglieria ‘colubrinata’, avrebbe dovuto averli raddoppiati e protetti da parapetti a gabbioni. I tiratori scelti, detti bombardieri, venivano arruolati tra ‘foresti’, specie lombardi di Milano e toscani di Lucca ed educati alla scuola di tiro. Ma le tecniche di guerra erano in continua evoluzione ed il Senato leggeva inutili le spese in tal senso nei periodi di tranquillità.
Il 10 dicembre 1746, pochi giorni dopo la celebre insurrezione del Balilla, con le truppe austriache –in disfatta, ancora riattivabili- il Senato nel timore che le artiglierie cadessero in mano nemica  studiò se togliere da san Benigno tre grossi mortai a bomba; non fu necessario, visto il rovinoso ritirarsi verso la Bocchetta delle truppe di Botta Adorno. Solo venticinque anni dopo il Magistrato delle Fortificazioni, cambiate le tecniche di difesa ed attacco alle città,  diede avvio alla ristrutturazione di tutte le batterie costiere, partendo dalla Lanterna e san Benigno, fino ad Albaro. Sul colle si posero batterie a più lunga gittata, ed altrettanto alla Lanterna -all’estremo del colle- anche a fior d’acqua (quest’ultima fu studiata dal Brusco perché ospitasse una enorme polveriera, capace di contenere 1500 barili di polvere da sparo: se fu costruito come previsto (1150 m3, doppia muratura perimetrale, contrafforti spessi 4,5m. a sostegno della volta), dovrebbe trovarsi ancor oggi sotto le attuali strutture portuali.

Cartolina del 1930 a commemorare la demolizione delle caserme.

 

 

 

 

 

 

 

La caserma ed il suo piazzale.

I cannoni da costa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fu il generale Alfonso La Marmora (da non confondere con il fratello Alessandro La Marmora che nel 1836 formò e comandò il corpo dei bersaglieri) che volle installati lassù i cannoni rivolti verso la città, per domarla dal moto insurrezionale antisavoia del 1849: non solo minaccia, ma effettivo sprezzante uso intimidatorio col beneplacito del re Vittorio Emanuele II.

Il generale Alfonso La Marmora.

 

 

 

 

 

 

 

 

In seguito, costruite le caserme, lo spiazzo venne conservato per queste batterie che più che essere un baluardo verso aggressori via mare, divennero oggetto di cerimonie come colpi di benvenuto ad ospiti d’onore o segnali orari.
Nell’ultima foto sopra, sembra quasi che gli obici -da 321 di calibro- mirino alla Lanterna; comunque l’intento voluto era proteggere il porto e  poter sparare verso il mare aperto specie quando divenne forte il dubbio di ritorsioni (probabilmente in seguito alle tensioni politiche – riguardanti una ‘guerra doganale’) da parte della Francia, e che molto preoccuparono il governo di allora.
In internet si fa cenno a due batterie montate nell’area delle caserme di san Benigno, ma senza precisarne l’epoca; suddivise in ‘batteria est’ (con 6 cannoni a retrocarica da 32 GRC (ghisa rigata cerchiata); e ‘batteria ovest’ (con 4 cannoni a retrocarica, ma da 24 GRC). Si descrive che le bocche da fuoco erano poste entro piazzole delimitate da massicce traverse in muratura (coperte da terreno inerbito, nel cui interno profondo erano conservate le riserve di munizioni); i pezzi erano su affusti poggiati su sottoaffusti metallici fissati al pavimento selciato; un ruotino posteriore, che ruotava su una rotaia semicircolare, permetteva variare la direzione del puntamento laterale.
Nelle esercitazioni, previo innalzamento di grossa bandiera rossa sulle caserme, e che avvenivano dalle ore 10 alle 16 di tutti i giorni feriali, i cannoni miravano ad un bersaglio rimorchiato al largo (oltre 4mila m.) da un vascello a vapore che percorreva il tratto da Cornigliano a Punta Strega.

Il confine di cinta daziaria
Inteso proprio come impervio bastione naturale, il colle ha sempre fatto da limite  di levante per san Pier d’Arena e tutta la riviera di ponente (risulta che mai i sampierdarenesi abbiamo ‘invaso’ per qualsiasi necessità terreni al di là del colle); mentre lo divenne  per la città solo nel 1630 con l’erezione della settima ed ultima cinta muraria: prima di quella data, Genova era sempre più lontana dal colle più scorriamo nell’antico: la prima cinta muraria romana fu a santa Maria di Castello e ne era lontana tre chilometri e più.
Chi fece esplodere il problema fu l’applicazione del dazio. Non so se per caso o per astuzia, il gabbiotto  fu messo al di qua del colle, in Largo Lanterna, all’ingresso nostro della galleria del tram che portava il mezzo in città e della salita alla Lanterna che portava al faro: fu un ovvio ed implicito dire che San Pier d’Arena finiva lì; e da lì a levante era Genova, quindi tutta la collina. Ma anche ancora prima, quando c’era ancora la Porta della Lanterna, Genova considerava territorio suo non solo sino alla porta stessa, ma anche la discesa che arrivava alla Coscia (sulla quale era stata eretta una porta e scavato un fossato): lungae  mai sopita fu la diatriba su questo tratto di strada, che si esacerbò col dazio, e che si esaurì da sola e senza essere chiarita, solo quando fu decisa l’annessione
Dato che si può considerare “confine” con Genova la linea delle mura del 1630  (che ancora fungono da limite con san Teodoro); ed essendo esse state erette nella parte più a ponente del colle, là dove  il versante era per natura assai ripido – quasi verticale -, molto aspro e scosceso, tale da costituire già di per sé un vero e proprio baluardo naturale decisamente non sfruttabile dall’uomo (tanto che fin dai tempi più remoti si preferì  ascenderlo  nella località in cui oggi è ‘salita degli Angeli’ ed omonima porta, anziché aggirarlo al mare), ne rimane che il colle, nella sua parte vissuta e costruita, fa parte di Genova e non di San Pier d’Arena.
Questa considerazione di confine, andò tacitamente bene per i secoli, finché negli anni attorno al 1886 nacque la necessità di ben definire dove finiva un comune e dove iniziava l’altro, per soddisfare  il concetto della “cinta daziaria”. Nel 1890 si istituì addirittura una Commissione Censuaria apposita.
A quel punto, San Pier d’Arena si trovò completamente sprovvista di documenti in archivio, mentre Genova poté mostrare una mappa napoleonica, in possesso all’Ufficio lavori pubblici del Comune, nella quale, per chi usciva da Genova, la strada di accesso al borgo, dalla Lanterna a ‘Largo Lanterna’, detta Provinciale, era territorio di Genova;  e quindi in quel tratto faceva confine la scogliera a ponente della strada e non le mura. Per detta mappa perciò, e per Genova, la linea di confine dallo specchio delle acque sotto la Lanterna, risaliva lungo la scogliera di sostegno della strada, mentre nell’angolo della Coscia dal mare risale  tagliando prima via Vittorio Emanuele (proprio nell’angolo della casa al civ. 1 “di proprietà Bianchetti Sebastiano”), poi via De Marini, indi   rasentando i muri del baraccone del tramway  montava in collina e si sovrapponeva ai bastioni,  con i quali sale sino al Tenaglia. Anzi, il Comune di Genova propose dapprima che il suo confine partisse dall’angolo di scogliera della Coscia, e prima di risalire la collina  arrivasse alla casa DeNegri in via De Marini.
Il delegato di “Sampierdarena” chiedeva che la strada Provinciale o almeno parte di essa, restasse in territorio del proprio Comune, contrapponendo un regio decreto del 1 marzo 1854 nel quale viene detto che “il distretto della linea del Dazio Comunale di Sampierdarena comprende l’intero territorio di esso Comune circoscritto come segue: partendo dal punto del Capo di Faro, costeggia verso ponente le mura di Genova fino superiormente al forte Tenaglia…”.
Ne nacque una disputa per quel tratto della Coscia; i due comuni si irrigidirono nelle loro convinzioni istituendo commissioni di studio con ricerche di archivi;  riunioni (10/02/1890) con i proprietari dei terreni al confine (la società del Tramway, il sig. Gattorno Francesco, Carnevale Giuseppe, i fratelli Pagano Nicolò e Giacomo –fu Giacomo, l’amministrazione dell’Opera pia DeFerrari Galliera, le sorelle Cuneo Anna e Nicoletta, Serra Ercole, Delvechio Angelo, Galliano Domenico, conte Carlo Piuma, Pendola Ernesto : i quali poi non furono neanche più interpellati perché in forza di alcune leggi del Ministero della Guerra del 1852, i confini divenivano stabili e nessuno mai più avrebbe potuto opporsi a modificarli), con i rappresentanti municipali (tra cui l’avv. Antonio Montano), del Genio militare, del Dazio, delle Commissioni censuarie; appelli alla Camera dei Conti e riferimento da parte di Genova  ad un “regio Biglietto del 2 aprile 1816, da cui emana il Regolamento dell’ Octroi (sic, dal francese ‘dazio’) 3 aprile 1817 ove si stabiliscono i confini della città di Genova nel modo appunto indicato …conformemente alle risultanze della mappa”. I delegati di San Pier d’Arena riguardo la parte in discussione,  impugnarono questa decisione.
Nel 1892 l’ingegnere Civico dell’ufficio dei LLPP sampierdarenesi segnalò al proprio Sindaco che Genova voleva far applicare dall’imprenditore Cornetto una targhetta nello spigolo della casa Bianchetti. Tutto ristagnò, finché più tardi, nel 1914 per  il dazio sul trasporto del materiale pietroso dalla collina al mare effettuato per l’ampliamento del porto,  la soc.an. Lavori del Porto risollevò il problema: dalle risposte a quella data risulta che la contestazione ancora non era risolta (“…il rappresentante di Sampierdarena pone ampia riserva d’impugnare la delimitazione per quanto riguarda la località della Coscia”…); infatti vengono riproposti gli stessi argomenti, con la particolare definizione però di confine daziario (corrispondente alle tesi di Genova ) e confine territoriale ( in conformità alle tesi di Sampierdarena).
Probabilmente un’altra volta tutto rimase stagnante, ufficialmente fino al 1926 quando, istituita “la Grande Genova”, il Comune di Sampierdarena cessò di vivere.

Le gallerie
Negli anni 1850, primo a bucare il colle fu il tunnel della ferrovia. Petrucci rileva che come tanti altri spuntoni di roccia, obbligò gli uomini dapprima a usarli ed abitarli, per finire con lo spianarli. Infatti quello che sino ad allora era una roccia dura ed indomabile, costringente a cercare soluzioni di passaggio sfruttanti l’impervia natura e necessitanti di poca ingegneria (la salita degli Angeli e poi la tagliata della Lanterna) sufficienti comunque al passaggio di rade carrozze, muli con basto e qualche pedone,  dovette cedere di fronte dapprima al bisogno di linearità della ferrovia ed in seguito al moltiplicarsi dei traffici portuali e la necessità di sempre più velocemente smaltire e riempire le stoccature navali (all’inizio fu preferita la ferrovia; col fascismo fu poi dato prevalente impulso ai trasporti su gomma). Dinamite e braccia, sudore e pericolo, carretti e muli. Per tutti, fatica. Quindi dapprima una groviera di buchi, poi l’appiattimento (non proprio a piano del livello del mare) lasciando un piccolo spuntone tipico del genovese conservatore e poco incline alle totali innovazioni.
Oggi essendo il colle quasi ormai scomparso, l’ingresso di quelle rimaste segna la posizione di dov’era il fianco collinare.
Possiamo distinguere le linee in due gruppi: nel “gruppo A” quelle passanti per s.Benigno nella parte più a monte, mentre quelle del “gruppo B” più a mare, perché provenienti da via San Pier d’Arena e da via Milano→Chiusa (Vittorio Emanuele II), unite nel punto che si chiamava “quadrivio della Coscia” da dove poi entravano separatamente  sotto San Benigno.

Gruppo A

  • Galleria San Lazzaro, detta “alta”: va direttamente alla stazione di Principe passando sotto il Novotel e la sopraelevata.

Gallerie San Lazzaro.

  •  Galleria San Lazzaro, detta “bassa”: inizia affiancata alla precedente e probabilmente è stata la prima – storicamente parlando – in quanto i primi viaggi arrivarono a Caricamento. Domenica 18 dicembre 1853 il primo convoglio da Torino, passante per San Pier d’Arena arrivò inizialmente a Caricamento, passando sul viadotto attraverso essa. La galleria fu progettata dall’Arch. Ing. Argenti Santo Francesco e realizzata dal figlio Giovanni (1826-1896, ingegnere del Genio Civile ed esperto di opere ferroviarie; progettò e diresse anche la linea delle due riviere. Anche deputato al Parlamento Nazionale – collegio di Pontedecimo. Avendo progettato in Genova il tracciato diritto di via Roma sacrificando la chiesa dedicata a San Sebastiano, acquisì grande impopolarità da doversi dimettere -1871- dalla carica di consigliere comunale). Passa per la stazione di via di Francia e unisce il nostro viadotto con un grosso scalo (una quindicina di binari) all’altezza della calata San Lazzaro, che corrisponde, a mare, a dove inizia via Buozzi) uscendo sotto la strada, quando via Milano sfocia in piazza Di Negro (esce all’aperto assieme alla linea che, provenendo dal Campasso, dopo essere entrata nella galleria di Santa Limbania. Fu titolata a san Lazzaro, protettore dei lebbrosi, perché sulla via Aurelia, nella zona di Di Negro, allora detta Capo di Faro nella metà del XII secolo fu eretto, vicino ad un molo che prese lo stesso nome, il primo grande ospedale genovese specifico per questa infezione (morbo di Hansen, bacillo che si trasmette solo per vicinanza prolungata con gli infetti), la quale ebbe una grave diffusione dopo le Crociate; qesto ospizio risulta essere stato uno dei più antichi in Italia destinato ai lebbrosi. Il lazzaretto fu demolito per far passare la ferrovia).
  • Galleria Santa Limbania: la linea proveniente dal parco del Campasso, previa la galleria dei Landi, e prima di sottopassare incrociando la linea To-Ge, si divide in due linee: la superiore entra nella galleria di Santa Limbania poco a mare della galleria San Lazzaro (quella inferiore scorrerà ancora più a mare, nella galleria Assereto). La prima, tutto sotto terra e quasi parallela a via Milano, sbuca sotto il livello stradale ed affianca alla san Lazzzaro bassa nel punto in cui via Milano si unisce con piazza Di Negro. Anche per Santa Limbania il nome proviene da un ospedale  che – si narra – fu fondato da lei stessa, sfruttando un tempio pagano posto nell’insenatura della riva del mare della località chiamata Caput Arenæ dove sfocia il rio Sant’ Ugo, quando nel XIII secolo qui ella sbarcò proveniente da Cipro e dove poi visse sino alla morte; le ceneri della santa verranno trovate in una urna marmorea.
    La leggenda racconta che la nave con la quale arrivò, trascinata dall’onda prese abbrivio, ma prima di schiantarsi tra le rocce, miracolosamente si fermò.
    La zona antica, fa da ‘antagonista’ a San Pier d’Arena per lo sbarco delle ceneri di Sant’ Agostino; ma è zona molto esposta ai venti da sud e quindi a marosi e naufragi. La stessa Vigliero fa un poco di confusione cronologica: propone la chiesa di San Tomaso,  quella ospitante le ceneri di Sant’ Agostino: quindi antecedente al 725 (verrà distrutta nel 1875 per la costruzione del porto); santa Limbania arrivò nel 1200 in questa zona – allora, come anche Prè, fuori delle mura – e ivi fondò, dov’era un sepolcreto pagano, un ospedale. La confusione tra chiesa e ospedaletto coesistenti, non viene chiarita
    La santa era molto venerata a Voltri prima che se ne perdesse la tradizione. Lo scalo ferroviario a suo nome, era stato ricuperato interrando la zona a mare, da piazza Di Negro a tutta via Buozzi ed oltre verso est, alla quale invece, da ovest, arrivano la san Lazzaro Bassa, quella dal Campasso e dallo scalo di san Benigno posto vicino alla Lanterna.

Galleria Santa Limbania a Mare del Novotel, del quale si vedono i vetri.

  •  Galleria Assereto (o ‘della Cava): la linea, proveniente dal parco del Campasso, è lunga 2km ed è a doppio binario. Prima di sottopassare la linea To-Ge, si separa dalla descritta precedente (Santa Limbania) ed entra in galleria propria che si chiama Assereto.
  • Sotto terra la linea si divide in due rami: quello più a nord  conserva lo stesso nome poiché arriva al molo Assereto.
    Biagio Assereto fu ammiraglio e poltico genovese, nativo da nobile famiglia originaria di Recco e trasferitasi a Genova nel 1306. Al comando della flotta della repubblica, il 5 agosto 1435 liberò Gaeta da un assedio spagnolo: nello scontro navale presso l’isola di Ponza catturò il re Alfonso di Aragona e suo fratello re di Navarra. Fu fatto signore di Serravalle dal duca di Milano Filippo Maria Visconti e morì nel suo feudo nell’anno 1455. Nel 1528 la famiglia Assereto fu ascritta all’albergo dei Vivaldi ed avrà poi membri divenuiti famosi (un Gerolamo doge, due pittori, un Tomaso capo di goveno durante l’insurrezione del 1746, un Luigi antifrancese nell’asedio del 1800, un giornalista).

Galleria detta “della cava”.

  •  Galleria al Molo Nuovo: è il ramo della linea descritta qui sopra, rivolto più a sud. Prende questo nome perchè arriva all’omonimo molo. Il Molo Nuovo, con relativa calata omonima, è quello più vicino alla Lanterna dalla parte di Genova.

Gruppo B

  • Galleria San Benigno: praticamente entra nel monte affiancata a quella sottodescritta, proprio all’altezza della Darsena soprastante. E’ a binario unico, con ampia curva verso nord, sbuca portando i vagoni al grande scalo di San Benigno (a ponte Assereto e calata San Benigno). Durante il periodo bellico fu usata per rifuglio contro i bombardamenti.
    Il mattino del 10 ottobre 1944 un treno tedesco carico di munizioni, esplose nei pressi dell’imboccatura di levante mentre sostava nella inferiore di tre gallerie sovrapposte (dicono provenisse da ponte Assereto). L’esplosione e la voragine conseguente sconvolsero tutta la collina,  sbriciolarono tre palazzi sovrapposti alla galleria e  seppellirono così centinaia di persone (nei palazzi ne furono valutate 300 famiglie, ma non si saprà mai con precisione; tante ospitavano parenti avvantaggiati dalla estrema vicinanza delle gallerie di rifugio; tanti correvano a rifugiarsi nelle gallerie ove addirittura numerosi alloggiavano perennemente per ripararsi dalle quasi quotidiane incursioni aeree). Per le motivazioni si parlò di tre possibilità: 1) un fulmine – e conseguente corto circuito elettrico – visto che quel giorno diluviava e che il treno fosse stato inviato sotto la galleria appositamente (relativamente al fulmine, evento raro ma non impossibile: non è da dimenticare quanto di similare avvenne nel nov.1923 al forte Guano – vicino al cimitero di Coronata -). 2) un attentato delle SAP partigiane, sdegnosamente rigettata dai capi responsabili del CNL e dall’Anpi. Contro quest’ultima tesi ci fu il giudizio che i tedeschi avrebbero avuto buon gioco a sfruttarlo come propaganda e non lo fecero; a favore due testimonianze, ambedue però rapidamente insabbiate: una pubblicazione partigiana sul giornalino ‘il Ribelle’ che autoincensò i partigiani di aver apposto una bomba ad orologeria (il numero del ciclostilato andò rapidamente distrutto o disperso, e sostituito con altro in cui la notizia non veniva magnificata); e seconda testimonianza, emersa anni dopo durante un processo nel 1949 per altri eventi: tal Cornelio Restani – persona non del tutto attendibile ed allora imputato per altri reati – essendo scampato a tentato omicidio, “vuota il sacco” confessando aver ucciso Lazzaro Bocconi che, con un tale Mario Buzzo e tre compagni avevano avuto l’incarico di far saltare il deposito tedesco: la gente non venne avvertita perché altri tre che dovevano farlo si ubriacarono e perirono con gli altri; per mettere a tacere tutto, ed eliminare scomodi testimoni,  il Bocconi fu incaricato di uccidere Buzzo (e così fece il 24 aprile 1945 in pza Di Negro); ma poi a sua volta il Bocconi fu ucciso – poco tempo dopo – in pza De Ferrari. Appare un po’ difficile accettare che una operazione militare così delicata potesse essere affidata a persone così infime (tutti facenti parte della malavita cittadina, con tre ubriacati proprio in quell’occasione e gli altri tre divenuti efferati assassini). Nel 2005, il presidente dell’Istituto storico della Resistenza Raimondo Ricci, ufficialmente ha preso le distanze negando in forma decisa qualsiasi partecipazione partigiana. 3) infine un incidente accaduto proprio ai tedeschi che sorvegliavano il carico e la via ferrata; questo sospetto fu avvalorato dal silenzio delle loro autorità che non accusarono i partigiani quando avrebbe potuto far molto comodo ma che -essendo morti anche qualche centinaio di soldati tedeschi – tale accusa avrebbe generato la ritorsione del ‘10 per uno’ con ovvio ulteriore massacro di migliaia di persone). Per anni rimase un cumulo anonimo di rocce sconvolte, sovrapposte da una croce, inaccessibile dalla gente perché entro l’area portuale. La zona fu spianata nel dopoguerra, e con inizio lavori nel 1984 dopo accordo tra Comune, CAP, e privati, si provvide alla realizzazione di altre strutture industriali. Solo nel 1999 il Comune appose una lapide a memoria, dedicata alle “vittime della Galleria di San Benigno  10 ottobre 1944”.

  •  Galleria del Passo Nuovo: a doppio binario, dal quadrivio della Coscia arriva diritta al ponte Caracciolo; come quella sopra, affiancata alla precedente, c’è ancora ed è inutilizzata. Si scrive che fu finanziata in buona parte dal Comune sampierdarenese, con un atto di lungimiranza economica commerciale (all’uscita a Genova, fu murata una lapide in marmo con una epigrafe suggerita dal senatore Nino Ronco ed inaugurata con solenne cerimonia il 24 giugno 1909: AI SOLDATI DI FRANCIA – CHE NEL MDCCCLIX –COMBATTERONO PER L’INDIPENDENZA D’ITALIA – IL CONSORZIO AUTONOMO DEL PORTO – QUI – DOVE LI ACCOLSE IL PRIMO FRATERNO SALUTO – MDCCCCIX);
  • Galleria della Sanità: binario semplice, si staccava dalla linea principale subito a levante di piazza N.Barabino; con un ponte sorvolava sopra via di Francia; passava a fianco di via Vittorio Emanuele (poi via Chiusa); passava a piano terra – attraverso un fornice tutto suo – sotto l’elicoidale della camionale, attraversava via Balleydier, costeggiava (vedi foto sotto) e slivellata via V. Emanuele; sottopassava Largo Lanterna entrando in una galleria dall’imboccatura rettangolare; sbucava a est di detto Largo sottolivellata rispetto esso rimanendo per venti metri; si congiungeva alla linea proveniente dal quadrivio della Coscia e le due entrando in due gallerie affiancate a seconda se dirette al Molo Nuovo o alla calata Sanità. Nel 2011, da dopo Largo Lanterna, esistono ancora le due lineee e gallerie ovviamente, inusato.

Come era: vista da via Balleydier, a destra il muro con sopra via Vittorio Emanuele. La linea passava sotto le case (abbattute) il cui portone era in Largo Lanterna.

  •  Galleria Romairone: esiste ancora ma ormai in disuso ed interna alla zona portuale, essendo nata per facilitare le comunicazioni tra San Pier d’Arena ed il porto evitando pedoni e veicoli ordinari. Fu costruita a spese del CAP su progetto dell’ing. Odone Bernardini; all’inaugurazione dell’8 maggio 1910 fu chiamata ‘del Faro’ per la vicinanza della Lanterna; poi fu titolata a Natale Romairone, vice presidente del CAP e morto nel 1916.  E’ un rettifilo lungo 290m. largo 15m. ed alto 8m.tto; sotto essa passava sia una strada di 12m, sia una linea ferroviaria che poi percorreva la lunghezza della nostra città sino al torrente Polcevera e da lì, seguendone la riva sinistra,  arrivava ai parchi interni (poiché nelle alluvioni spesso veniva lambita ed a volte sommersa dall’acqua, comunemente veniva chiamata ‘sommergibile’). Quella del tram: nel 1873 l’ing. Adolfo Otlet, amministratore delegato della Compagnia Generale Francese dei Tramways di Parigi, firmò domanda per aprire una galleria ad uso dell’azienda per soddisfare il servizio omnibus (tram a trazione animale poi su rotaie; pare che i primi conducenti avessero una divisa tipo marinai con brache azzurre, maglia a righe bianche e rosse e berretto con pompon) e poi tramway; nel 1877 il comune di Genova stipulò con lui  un contratto per aprire questo nuovo percorso verso il ponente, entrando in galleria sotto la collina di san Benigno da via Milano ed in leggero rialzo in modo di essere sopra quelle ferroviarie di almeno 11 metri con impianto di un  ponte per sorpassare il fosso che precedeva l’ufficio daziario dalla parte a ponente. Però in contemporanea il Demanio non concesse di usare liberamente la proprietà della superficie prodotta in galleria ma il solo uso a passaggio dei tramways (in realtà poi fu concesso il passaggio anche delle tubature di acqua proveniente dai laghi del Gorzente) e  previo pagamento di un canone annuo. La galleria, realizzata dall’impresa Talacchini, era lunga 256,5 metri e larga 9; fu ufficialmente inaugurata ad uso popolare sabato 10 marzo 1878. (vedi alla storia dell’AMT in via C.Rolando).
  • Silvestri narra un risvolto di questa galleria: Trattando il tema dell’ apertura di un varco tra Genova e san Pier d’Arena per il transito del tramway, il generale Pedotti – ministro della Guerra – voleva che esso fosse difeso militarmente ed allo scopo chiedeva 2milioni di lire per potenziare le fortificazioni esistenti. Del progetto “difesa di Genova” se ne parlò a livelli ministeriale essendo divenuta una questione nazionale, causa i pareri diversi:  Giolitti riunì tutti presso il Consiglio dei Ministri, ritenendo opportuno si formasse una Commissione; ma il gen. Cadorna  espresse il suo parere con ‘meravigliosa chiarezza’ di dati, cifre e progetti, accertando che San Pier d’Arena non era “nemica di Genova”;  e fece momentaneamente bocciare l’idea.  Infatti il progetto fu riproposto alcuni anni dopo dal gen Pollio in seno alla Commissione Suprema di Difesa, sostenendo la necessità di potenziare le fortificazioni (che altri, Cadorna, proponevano invece di distruggere o abbandonare). Ma fu ribadito il parere di Cadorna (anche se la persona non era gradita al ministro), con l’aggiunta che così Genova dimostrava essere una città aperta.
    Nel 1928 L’UITE (che nel 1895 aveva comperato il tutto, vetture, diritti, personale, beni terrieri) venne a sua volta espropriata di una striscia di terreno necessaria per la creazione di via di Francia. Con questa strada Nuova, venne a decadere la necessità di transitare in galleria).Rimangono a tutt’oggi  ancora cinque  imboccature di gallerie, che  danno l’idea della posizione della muraglia dalla nostra parte: a mare del Novotel-via A.Cantore è rimasta l’ entrata ferroviaria de—- ; più a mare, a ridosso di via di Francia la regolare linea del treno che sbuca a DiNegro con la galleria di san Lazzaro;  sotto la sopraelevata, la linea ferroviaria che sbuca in porto; sotto la Nuova Darsena il duplice imbocco delle gallerie del treno non più utilizzate (la più a mare che ha ancora il cartello de “Sanità” ); e la Romairone.

Galleria Romairone.

Uscita dalla parte di Genova.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il bacino portuale
Risalgono al 1898 le prime proposte per la costruzione di un nuovo bacino portuale dinanzi a Sampierdarena in prosecuzione di quello della Lanterna, da estendersi sino alla foce del Polcevera. Di questo progetto, nel 1922 – alla fine cioè dell’amministrazione portuale di N.Ronco – del previsto della diga foranea di difesa, ne era stato realizzato però solo un terzo.
Nel 1927 si propose dare inizio allo sbancamento del promontorio (economicamente reso possibile con un regio decreto,  dichiarante la pubblica utilità dell’operazione) ed alla demolizione delle caserme; furono asportati oltre 7 milioni di metri cubi di roccia, che permisero di fornire il materiale per le opere portuali di riempimento ed aprire in più la grande arteria di comunicazione di via di Francia (1934).
Il taglio  longitudinale del colle ed il relativo sbancamento della porzione a mare, hanno liberato un vasto spiazzo che viene descritto a ‘Camionale’.
Nel 1934 avvenne anche  l’isolamento della Lanterna con l’apertura di una strada a nord di essa, collegante la calata di Passo Nuovo col nuovo bacino di Sampierdarena, e la costruzione del grande viadotto elicoidale a doppia rampa collegante la camionale Genova Serravalle Scrivia col porto.
Nel 1944 con l’esercito tedesco in ritirata, ci fu da applicare il “Piano Z” (zerstorungen=distruzione) del Furehr che prevedeva o vittoria o distruzione. A quel fine, la marina tedesca aveva collocato 300 grosse mine nei punti strategici (diga, calate, centrali elettriche, acquedotti, cantieri, impianti, ecc) pronte a saltare al comando –“ordine Nerone”- del capitano di vascello Max Berninghaus comandante del porto e di Werner Lowisch ammiraglio comandante della Marina in Italia. Di per sè erano ambedue contrari a non rispettare gli ordini: probabilmente fu lo stesso Donitz Karl (ammiraglio e capo supremo della Marina tedesca) –telefonando ad essi il 20 aprile- a dar la giusta calmata soprattutto in previsione delle  ovvie incriminazioni per crimini di guerra nei processi che si sarebbero celebrati alla fine, divenuta ovvia.
Numerose partecipazioni collaterali ed ingranate tra loro influirono su questa scelta: monsignor Siri e vari civili (che allacciarono e  mantennero rapporti tra le due fazioni nemiche); la Resistenza (il lavoro del CLN nelle vesti di Vittorio Cevasco, incaricato presidente del porto; Giuseppe Noberasco comandante delle SAP cittadine; Remo Scappini presidente del CLN ligure che  aveva stretti contatti con il generale Gunther Meihold comandante capo dell’esercito tedesco dal quale ricevette direttamente la resa); le forze armate italiane collaborazioniste-alleate ai tedeschi (Mario Arillo, comandante della X Mas); ma anche altri tedeschi (consapevoli dell’inutilità di simile scelta tipo Albert Speer ed il generale Heinrich von Vietinghoff ambedue comandanti in Italia).

Il taglio
Iniziò dalle Cave, già impostate da ambedue i fianchi del promontorio, ma ben più incisa quella dalla parte di Genova chiamata Cava  della Chiappella (vedi “Le cave”).

Anni ’30.

Anni ’50.

Quasi fine del taglio, anni ’60.

Le strade recenti
Via di Francia per prima e via A.Cantore per seconda, e la sopraelevata A. Moro per terza, tagliarono decisamente il colle eliminando viariamente il diaframma naturale (vedi ciascuna singolarmente). Solo il ponte dell’Elicoidale, innalzato al di qua del colle, fa oggi da emblematico simbolo di separazione con Genova.

L’area moderna oggi chiamata “San Benigno”
È la zona racchiusa tra via deMarini (sconfinante con via Albertazzi), via di Francia fino a piazza N. Barabino, lungomare Canepa con l’area portuale locale. Seguendo la moda (per apparire nuovi?) il nome ‘consorzio san Benigno’ fu dato al nucleo da neocostruire di grattacieli e nuovi moderni edifici affiancati. Ciò avvenne in seguito all’accordo del 19.3.1984, tra il costruttore edile Recchi, torinese -e quindi avulso dal sentimentalismo delle tradizioni locali-, con l’impresa costruttrice SCI (soc.costruzioni immobiliari, ovviamente scomparsa poi per fallimento).  Nell’uso giornaliero -anche della stampa quotidiana nell’indicare tutta la zona neoeretta a levante di San Pier d’Arena-, si tende gradatamente a sostituire i nomi tradizionali come quello antichissimo di Coscia a favore del toponimo san Benigno.
Proprietario di molta parte dell’ area è anche  il CAP (che ha affidato alla cooperativa il Promontorio’ l’attuazione della riqualificazione della zona).
Quindi per completare questa  area ancora in dissesto (sono oltre 35mila mq, una parte della ex Coscia ed una dell’ex colle di san Benigno) sono descritti tempi lunghi di attesa prima di trovare il via conclusivo (si dovranno sciogliere alcuni nodi: non solo l’abbattimento delle ultime case, ma l’apertura di una stazione ferroviaria nella zona di vico Cibeo, dove passano su due binari i treni locali surrogato della metropolitana; ed anche lo sfratto (al 31.12.01) e la possibilità di trasloco a ben 59 aziende ivi insediate,  che con i loro 350 dipendenti creano un problema occupazionale assai serio).
Programmativamente nel 2001 l’area ancora in disuso è stata divisa in tre parti chiamate A (zona del ‘lungomare’, di primario intervento ‘restyling’), zona B (di via di Francia) e zona C (via Balleydier).

WTC in costruzione.

Torri gemelle.

 

 

 

 

 

 

 

 

Panoramica del 1970.

Foto del 1971.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal  1960, tutto il colle di Capo di Faro scomparve demolito, eccetto un piccolo residuo -in territorio genovese- rimasto a simbolo di ciò che fu , ma soprattutto di un immane lavoro dell’uomo.
Nonostante la eliminazione del colle, la legge di fusione amministrativa e le ampie strade che ci congiungono, direi che tra Genova e san Pier d’Arena si è creato la continuità ma non la ‘fusione’, ancora tante cosine ci separano (orgoglio?): San Pier d’Arena era una città a se stante, con sue tradizioni, suo Santo protettore, sua storia (e non nuclei sparsi di agglomerati facilmente assorbibili come Albaro e la val Bisagno); sciocchezza (ma ognuno mantiene fede ai suoi colori) il verificare l’alto numero di sampdoriani di qua e genoani di là, e quando si parla di fusione si storce il naso da ambedue le parti. Ma se parliamo di smorfie da puzza, in questo caso monolaterali, guardiamo il viso uno del centro-levante a cui proponessimo di spostarsi per venire ad abitare al di qua del …colle (ma chi decise questo tipo di svolta ‘puzzolente’ per il ponente?). Quasi aneddoto è l’usanza per noi –del ponente in genere- di dire ‘andiamo a Genova’ e non dire ‘in centro’. Anche amministrativamente non siamo Genova ma netta periferia (quella industriale ‘pesante’, concentrazione di fumi e povertà); e mi piacerebbe sapere quante strade esistono al di là del colle, chiuse da due cancellate agli estremi e destinate a morire nell’indifferenza del sindaco che l’ha ordinato forse così convinto così aver…estirpato la droga dalla zona.   Solo per le autostrade, siamo Genova-Ovest (ma allora, rivendicazione per rivendicazione, l’uscita di Bolzaneto dovrebbe essere Genova Nord). E la distruzione della Coscia, è servita a fare un tutt’uno?, forse si, scomparsi i vecchi nostalgici come me,  permetterà tra qualche anno di creare una continuità una.

Intitolazione
Dedicata a san Benigno, apostolo nella Borgogna ai tempi dell’imperatore Aureliano, che – secondo una pia leggenda – fu  martirizzato ed infine strozzato da malviventi, a Digione nel 179 (in Internet si scrive “apostolo dei Burgundi”, ma questo era un popolo germanico-scandinavo, spostatosi in Francia nel V secolo e quindi molto dopo).
Di lui parlò per tramandarlo, Gregorio di Tours.
In quelle terre, fiorì un famoso monastero, che divenne sede fondamentale della riforma dell’ordine; in esso il santo era già particolarmente venerato e quindi eletto a titolare dell’abbazia.
Ben poco, e null’altro si sa di lui; probabilmente il suo culto fu importato dai benedettini francesi, che lo imposero all’attenzione generale quale loro santo protettore.
Infatti, nella “storia dei Papi”, vengono ricordati già esistenti negli anni 1021 dei conventi a lui intitolati. Così, si cita un Guglielmo da Volpiano (Torino), divenuto in quell’anno abate di Saint-Bénigne di Dijon (Digione) e che prima aveva già fondato l’abbazia-monastero di s.Benigno di Fruttuaria in Piemonte (località non inclusa nell’Annuario Generale del TCI/1985; ma Roscelli spiega “presso Ivrea” ove viveva una comunità Cistercense che nel 1132 mandò i suoi monaci a Genova) (quale sostenitore della riforma dei benedettini detta cluniacense (da Cluny ove venne stilata) e difensore della S.Sede contro certe pretese del patriarca di Costantinopoli; Guglielmo voleva anche  vesti più rudi e grossolane ed una maggiore sobrietà nel cibo). Ed ancora nel 1707 un vago riferimento non spiegato né ubicato, scrivendo di papa Clemente XI (il quale aveva protestato senza soddisfazione contro l’imperatore Carlo III ed i principi di Savoia (ove la Chiesa aveva dei feudi) per varie violazioni della libertà della Chiesa)”…, anzi qualche anno dopo si iniziò una controversia a proposito dell’abbazia di s.Benigno che continuò per tutto il tempo del suo pontificato.”.
E’ commemorato il venti novembre.

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– Marcora C. – Storia dei Papi – ELI. – 1962 – vol. II – pag. 215 – vol. IV – pag. 476
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-Ubertis L. – Uomini, uomini di fede… – Fassicomo – 1987 – pag. 498
– www.rinocamilleri.com – il venerabile Beda
– non citato da Enciclopedia Motta + Tuvo – storia di San Pier d’Arena + Manns – I santi

One thought on “Benigno (colle di San)

  1. Buongiorno

    Prima di tutto complimenti per la ricerca storica estremamente dettagliata su di un argomento “di nicchia” ma comunque estremamente interessante per la storia di Genova.
    Considerato che difficilmente si riesce ad interloquire con persone che scendono nei dettagli storici e sociali, vorrei chiederle una precisazione circa un citazione bibliografica contenuta nel suo lavoro.
    Da tempo sto costruendo una indagine storico – litologica sulle cave di Genova ; lei cita il Brusco e precisamente una ” relazione sulle cave ” stilata nel 1785. Può darmi qualche informazione sulla fonte di questa relazione o meglio se è presente nell’Archivio storico del Comune o dello Stato ed eventualmente in quale filza . Le sarei molto grato per questa sua informazione . Di seguito le lascio il mio indirizzo mail – il mio cell è 335 7607964 Grazie e cordiali saluti Renzo Castello

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