Le quattro età di San Pier d’Arena

coscia

È constatazione quotidiana raccogliere giudizi disparati ma convergenti sulla nostra delegazione. Il sunto dei pareri è tendenzialmente negativo; per esempio, nessuno dal centro o dalla val Bisagno in genere gradirebbe trasferirsi qui, sentendosi ‘declassato’; quasi nessuno dei personaggi di spicco (i Vip) sceglie venire ad abitarvi; hanno  spostato alla Fiumara le luci della vitalità, ma in compenso la regione della Coscia è stata ricreata moderna e fredda;  e quella del Canto è in agonia, sta morendo: negozi chiusi, luci smorte, anche di giorno c’è più nessuno in giro, soggezione della criminalità e prostituzione. È come un mazzo di fiori: è stato bello; ma, ora,  è da buttare?

Analizziamo, con procedimento cronologico le varie età vissute:

Il Borgo dalle sue origini (1), per mille anni e più, seppur politicamente dipendente da Genova, conservò un governo proprio, un ambiente apparentemente  laborioso e poco bellicoso. Sono attuale testimonianza di quei tempi – mille anni fa – le tre torri (tre e mezzo per l’esattezza (2)) e la chiesuola di Sant’Agostino. Di tanti storici che descrissero il territorio di allora, ne cito due (3): —mons. Agostino Giustiniani che nei suoi annali del 1535 scrisse «…una spiaggia..che non potrebbe essere di più, e par che la natura l’abbia fabbricata a questo effetto…le case son magnifiche e in tanto numero (4) che accade a forestieri credere di essere a Genova».  —Nel suo Atlante Ligustico  del 1774 circa, il rev. FrancescoMaria Accinelli  descrisse tutti i paesi della Liguria, ma solo per Sampierdarena precisò «…il più sontuoso borgo di tutta l’Italia»; e proseguì spiegando il perché: «Una doppia linea di palazzi cinti da delitiose ville e da amenissimi boschi rendono il borgo capace di dar  aggiato ricetto non solamente a quella moltitudine di nobili cittadini che vi villeggiano, ma a quasi tutti li sovrani del mondo che vi volessero fare un’assemblea…».

La città. Nel 1853 arrivò la ferrovia: il lungo serpentone irriverente, tagliò a metà  tutti gli orti e giardini delle ville, imponendosi per legge di pubblica utilità, svalorizzando tutto escluso per gli costruttori edili che eliminarono irrazionalmente tutto il verde rimasto, e per gli imprenditori genovesi e ‘foresti’ dell’industria pesante rappresentata, sopra tutti dall’Ansaldo. Con quest’ultima arrivò l’immigrazione: da 4mila abitanti del borgo, divennero 9mila nel 1864 al punto che nel 1865, per concessione del re, divenne città; 33mila nel 1892. Ma a corte, se poco importava Genova, nulla San Pier d’Arena ed il suo ambiente. Pregi e difetti. Dopo una iniziale profonda diffidenza nelle capacità locali, il governo centrale si vantò della vittoria di possedere la prima solida industria meccanica italiana, offerta da solerti imprenditori locali, svincolando il governo da svantaggiose importazioni. Fu dato lavoro a larga messe di italiani; la qualità della vita migliorò,  seppur restando miserevole di fronte ai guadagni del potere, che divenne sempre più  ricco, e che per lusinga propose far merito e gloria chiamandoci la ‘Manchester Italiana’ come se fosse una cosa da vantarsi far morire di cancro la popolazione residente, immigrati compresi. Ed alla faccia degli operai, i cui micro miglioramenti se li dovettero guadagnare a suon di sudore, scioperi, e continue lotte sindacali, ma col premio di un nome su una targa stradale. Altro aspetto positivo fu il risanguamento genetico (la ‘nova gens’ di Novellini e Paolo Lingua) ed il lentissimo ma inesorabile e tangibile salto di dignità degli abitanti. La qualità di vita è migliorata rispetto l’era precedente, seppur a scapito dell’ambiente.

La delegazione. Fu Mussolini che nel 1926 volle ‘la Grande Genova’, la Dominante, disse lui. I tempi erano maturi per ristrutturare gli spazi: ormai esisteva una continuità abitativa e produttiva con la periferia che non lasciava concepire paesi distaccati. Ma col trasferimento del potere a Tursi, tutti i progetti locali furono congelati in attesa di un coordinamento generale: eravamo un comune col bilancio in attivo e ci trovammo che benevolmente ci confermarono l’industria pesante, ci relegarono a dormitorio operaio e ci  crearono due altre enormi negatività. La prima fu l’agognata –per il potere – espansione del porto a ponente: a parte aver sacrificato mare e spiaggia, da allora i sampierdarenesi sono l’unica città di mare che il mare non sanno più cos’è, e se vogliono vederlo, debbono – come fanno i piemontesi – prendere un pullman ed andare a Pegli. In compenso, come seconda, possiamo godere di un ‘lungomare’ (intitolato a Carlo Canepa): è esclusivo per gli abitanti batussi, alti oltre tre metri, in quanto un muraglione e cancellata alti due e mezzo impedisce di vedere cosa c’è dietro…il mare? forse…no: camion e cemento. In cinquant’anni, la qualità di vita è migliorata, ma l’ambiente è ulteriormente regredito in modo irriconoscibile (5).

La Circoscrizione – Municipio dal 2007,  tanto per cambiare nome senza cambiare null’altro, nacque nel 1997. Il Consiglio di Circoscrizione è politica, un ramo della poltrona principale di Tursi, e funziona – a volte – e solo se è in sintonia col Palazzo; comunque  in pratica impotente di fronte alle arroganti decisioni del Centro. Ne consegue un lento strangolamento della personalità e delle più antiche tradizioni locali (avete mai visto il sindaco alla festa del SS.Salvatore?): pochi soldi per poche microiniziative di poco rilievo, da coinvolgere quattro gatti. La voglia di vivere, agonizzante; la dignità di essere nati qui, scomparsa. Chi è sampierdarenese mugugna, ammicca con sciocca superficialità, ma non si espone partecipando (o abbonandosi o collaborando): ho votato, ci pensano loro; maniman!. Ma ahinoi, musi lunghi, arrabbiati, tristi; allegri – fin troppo a volte – solo gli ‘abla spañol’: tutte persone per bene, ma ai quali delle nostre tradizioni frega nulla. Persistono le Associazioni di Mutuo soccorso, la Banda musicale, il Modena, la Croce d’Oro, il Gazzettino stesso; ma tutti non più fucine di ribollente fervore, ma banale e cagnesca sopravvivenza in attesa dell’osso dal padrone, che non arriva; solo qualche privato getta lampi di luce: il don Bosco, Fiumara: grazie, da coma profondo a coma vigile; ma sempre in coma.  Nel 2002 fu promossa da un gruppo di volontari, aiutati dai Lions locali, una ‘mattinata’ di informazione sulla ‘Piccola Città’ per gli alunni della scuola Sampierdarena: ne risultò che in genere la loro ignoranza sulle realtà sportive, storiche, geografiche, dialettali locali, è totale. Purtroppo sono flash di volontari che, singolarmente, producono poco ed anzi, passano per rompiballe; hanno evidenziato che – se non c’è più fiamma – forse un po’ di brace esisterebbe ancora. Ma… evidentemente non interessa.

(1) la chiesuola di Sant’Agostino conservata nella Cella ma in pratica appare abbandonata a se stessa. Avrebbe 1250 anni e sarebbe la più antica di tutta Genova. Ma è a SanPier d’Arena; ed interessa poco perché impura architettonicamente.

(2) oggi esistono ancora, ma completamente nascoste dalle case, sconosciute a tanti. Barozzi scrisse per assurdo: fortuna che sono nascoste, così non le hanno abbattute. Risalgono al medioevo; testimoniano che tra guelfi, ghibellini e saraceni, tanta pace non c’era neppure qui.

(3) trascurando il Petrarca, GB Gonfalonieri, D.Bertolotti e tanti altri.

(4) ve ne erano ben 110 circa. Ne restano una diecina un po’ curate; ed altrettante, solo esistenti.

(5) chi conosce salita Bersezio – il cui percorso ha oltre  2000 anni -; non parliamo di salita Millelire: uccidendola,  con mossa astuta un Sindaco ha ‘eliminato’ la droga dalla città.

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