Preambolo

Foto di Fabio Bussalino - tutti i diritti riservati

Foto di Fabio Bussalino – tutti i diritti riservati

Nei grandi libri di storia universale, è mortificante constatare che Genova occupa un ruolo abbastanza marginale: è una città fiorita con le Crociate e,  vittoria dietro vittoria, è diventata grande nel Mediterraneo, depositaria di enormi ricchezze economiche. Ostinatamente Repubblica, ovvio essere emarginata dai regni europei; ricca, da fare invidia a tutti i regnanti con le casse statali vuote per guerre; senza esercito, tanto da declassarsi come ‘potenza’ europea. Quindi città che non appare, perché non ha mai amato ‘mettersi in mostra’; un po’ per il ‘maniman’ genetico; un po’ perché  portati al prevalente spirito commerciale: non conquistatori ma mercanti; lasciando quello artistico a livello individuale, al punto che – anche se vincitrice e dominante – non si è mai consacrata apertamente all’arte, la quale paga domani; preferendo il pratico che paga subito (industrie, leggere e  pesanti, ecc.); ma… E perciò, che sotto il profilo ‘storia’ europea, mai appare determinante. Ed è forse per questo, che tanti non sanno dov’é Genova;  e se vi arrivano da turisti, più o meno  per caso,  la “scoprono”. E, se così è la Genova, figuriamoci San Pier d’Arena.  Ignorata perfino dalla matrigna.
Pochi o nessun genovese sa che la località posta nell’immediato ponente esiste dal medioevo ed ha una sua storia. Personalmente, cercandone una identità nella “nebbia” della Storia, ho constatato che si limitava a poche righe, in libri pressoché tutti dedicati a Genova. Ma anche i sampierdarenesi fanno a gara a ignorare. Ho iniziato così a collezionare quelle poche righe di giornali, riviste, libri, o riferimenti orali. Dapprima mettendoli in fila; poi, aumentando, in  ordine di data; poi… Gradatamente, dalla nebbia del non conosciuto, sono uscite un migliaio di pagine di scritto; e ne continua a uscire. Abbastanza per dire: facciamo il punto; visto che “nulla di storico” è troppo poco, ma sufficiente per dare alle ‘anime’ che vi stanno vivendo il motivo per esserne orgogliosi. Quindi, nulla di determinante “per il mondo”, ma abbastanza per chi ci vive e vuole sapere perché esserne fiero. Varie età  di questo chilometro quadrato di terra, con tanti avvenimenti. Quindi, alla fine, tante sfaccettature, un solo tema: la storia locale, con pregi e difetti. San Pier d’Arena da borgo medievale a paese di villeggiatura e città; da spiaggia e mare a industrie e porto. Si può amare questa città? Sicuramente si, ma solo conoscendola. Si, come una donna: non è la miss italia, ma è la ‘mia donna’  con la quale condivido gioie e dolori, fatiche e sacrifici, ideali e fregature. Personalmente amo San Pier d’Arena, ed amo rimanerci anche se rinnovata in modo apparentemente svalutato rispetto i valori di appartenenza esistenti ai tempi nella nostra vita giovanile. Vorrei trasmettere agli altri questo sentimento.  I tempi cambiano, occorre adattarsi;  ma, anche, non dimenticare il passato. Non dico, per dire un esempio, arrivare ad agognare l’indipendenza comunale come anelano altri, anche se storicamente potrebbero esserci i requisiti; ma neanche piace che i ‘signori della cultura e della politica’  non portino un loro neurone a ponente della Lanterna.

Alcune chiose

– è una mia personale e prioritaria necessità chiarire subito un elemento importante, per sciogliere dubbi sulle affermazioni e notizie di seguito riportate: riguarda la definizione –  fonte di antipatici equivoci – di chi si definisce Storico con la S maiuscola (il laureato o ricercatore professionista; quello che basa le sue certezze su riscontri ‘tangibili’: sia cartacei (la Storia, non essendo una scienza esatta, cerca di darsene una veste pretendendo documentazione scritta, anche se tutti sappiamo che essa proviene da fonti troppo spesso scoperti essere falsi o ‘di parte’); sia manufatti (necropoli o pietre e marmi, resti di cippi o ponti) che facciano risalire a tecniche millenarie. Ma ahiloro, anche tutto questo ‘da interpretare’ (con tutte le illazioni del caso). E chi, come me, chiamasi storico (con la s minuscola, l’appassionato dilettante che viaggia col metro del ‘ragionevole intuito’ o della validità analogica nella ricerca di ricostruire eventi, specie quelli privi di tangibilità Storica e quindi alla fine prudentemente abbandonati.
– come riconosciuto da tutti, la Storia viene scritta dai vincitori (e quindi pressoché sempre e solo di parte);  e non solo Dio sa quanto! A proposito, vale sempre la frase dettata da Samuel Butler 1835-1902  «La differenza tra Dio ed uno Storico, è che Dio non può cambiare il passato». Bella eh? comunque vera.
– con mille parole diverse, il proverbio recita: ”chi fa, sbaglia; e chi non fa, sbaglia di più”.  Perché è difficile essere precisi, con riferimenti senza errori. Ed in contemporanea è facile, specialmente scrivendo al computer, cambiare una cifra in una data o scegliere male tra versioni diverse. Quindi, schierandomi tra quelli che fanno, chiedo venia per gli errori e anticipo ringraziamenti per la segnalazione di essi.
– ho ritenuto importante lasciare una traccia, sulla quale sono aperte sane e collaboratrici discussioni e revisioni, con il bene superiore della propria Storia.
– uno storico dovrebbe essere onesto relatore di fatti, senza critica. Non ci riesco; non riesco a non esprimete un nostalgico rimpianto della lunga e dorata spiaggia e del mare limpido (dimenticando le fognature, beanti sott’acqua a pochi metri dalla riva),  dell’ambiente ricco di verde orti e giardini (senza cicche, cartacce o lattine; ma non notando rovi, parietaria, ortiche e osterie con sfruttamento della mano d’opera), dell’aria ventilata e sana (senza ciminiere, per intenderci, ma da bronchiti e tosse… la san pier del vento!), e la rabbiosa constatazione che con la ferrovia, il porto, le industrie troppo è andato perduto rovinato e disprezzato; distrutto ciò che era bello a vantaggio di ciò che è comodo.  Ne sono derivati due atteggiamenti paralleli: da un lato l’esame della avvenuta dissacrazione: perché non si ripeta più,  in nome di un andazzo usuale (il ponente destinato a essere per sempre produttore del ‘lavoro sporco’); dall’altro la ricerca ostinata e persistente del ricupero dei valori (cosa che ancora nel 2010 non avviene ai ‘livelli alti’.
– andando come medico nelle case dei clienti, non potevo non constatare che, dalle finestre di casa,  ognuno ha un paesaggio da vedere che a loro pare usuale ma che per tutti gli altri, non lo è: il panorama di Coronata o della vallata del Polcevera; il mare o una torre antica, una fabbrica o una ciminiera; il traffico nell’assordante via Cantore o il panorama dai grattacieli della Fiumara…

Ho iniziato prendendo appunti di cosa si vedeva da ogni finestra… così è nato il lavoro strada per strada, coinvolgendo la titolazione delle vie e tutti gli eventi conosciuti, cronologicamente, ciascuno simbolo dell’identità della città. Il filosofo Ludvig Witgenstein,  paragonò queste singole descrizioni   ad un filo, la cui tenuta in consistenza è valida solo se esso viene intrecciato con altri a formare un tessuto. Nella titolazione delle strade, ci fu una evoluzione: anticamente erano chiamate riportando le funzioni più importanti che vi venivano svolte (le poste, il mercato, la chiesa con il suo santo, un possidente…Rimangono la crosa dei Buoi, via della Cella, via Campasso, … ).
– poi,  per obbligo statale (fine secolo 1800), fu imposto ai Comuni di dare singolarmente un nome, preferendo gli eventi e persone del Risorgimento e Roma capitale; ovvio lo scopo di inculcare il nuovo concetto di Patria e di Nazione  lasciando meno spazio ai fatti locali (invece, sottile e furbetto il governo locale, sempre spostato politicamente a repubblica e di sinistra, quando lo vediamo eliminare i santi, concedere due strade a dei preti, ma contrapporre eretici, giansenisti e anarchici).
– la guerra del 1915-18, risultando vittoriosa, impose la sua celebrazione con tutti i luoghi della sanguinosa partecipazione.
–  l’avvento del fascismo, cambiò molti nomi di strade, a suo uso e indirizzo, e così tentò anche la breve RSI:  di essi nulla è rimasto, e così pure – escluso uno – della guerra 41-45 poiché rimanemmo sconfitti.
– ma nel dopoguerra trovarono molto più ampio spazio i  partigiani partecipi della lotta della Resistenza.

Tutta questa cronologia, a dimostrazione sia che, per la toponomastica, la titolazione è usata per reclamizzare quello che vuole il ‘potere’; e sia quindi  che non è costante né invariata nel tempo, ma solo segno di un fenomeno storico legato ad  un determinato periodo. Questo, non è da interpretare con giudizio negativo in quanto è uno dei migliori metodi ‘tangibili’ per avere un’idea – anche se parziale – di un’epoca vissuta; ed è per questo che il mio studio cerca sia le strade attuali che quelle cancellate, da formare – filo per filo – il tessuto dell’identità. Nel mio lavoro viene escluso il Porto: giudicando che non è di SPdArena – salvo “la Marina” – specie da quando ha murato fuori l’abitato (tipo Berlino: cadrà anche questo?!). Mi ritrovo ad essere tendenzialmente un conservatore, amando di più le cose del passato e nutrendo diffidenza per le nuove, specialmente con la moda attuale che distrugge il vecchio ma senza capacità di costruire nulla di nuovo. Con Vincenzo Pareto reputo che una società vive di tradizioni, esperienze e singoli ricordi e passioni. Ma se i giovani di 60 anni fa, recepivano questi valori dai libri e dalla – spesso distorta ad arte – narrazione dei docenti, i giovani di oggi vogliono giustamente vivere subito e sulla propria pelle i loro eroi, le loro passioni, le loro esperienze; ma come sempre c’è una controparte di svantaggio: senza il guard rail di un’etica comune, ognuno è libero di gridare il suo credo con conseguenti grande confusione e probabile vittoria di chi grida di più ma che non sempre ha ragione.

Errori

Ah! Piaga di chi scrive. Scappano le parole o i numeri: se la stanchezza  non perdona la svista di un nome o di una data, l’ignoranza fa strage. Consola essere in buona compagnia:  sbaglia la Bibbia (Deuteronomio 14,7 quando scrive che la lepre e l’irace sono ruminanti); il Foscolo (nei Sepolcri scrive che l’upupa è animale notturno); Dumas (ne  “La collana della Regina” scrive: «Ah! Ah! disse don Emanuele in portoghese»); Daudet nel Tartarin scrive che dietro il cammello correvano quattromila arabi urlanti, gesticolanti e che facevano luccicare seicentomila denti bianchi= centocinquanta denti a testa): gli Accademici di Francia avevano inserito la definizione di gambero scrivendo «piccolo pesce rosso che cammina all’indietro»; però: non è un pesce, non è rosso; non cammina all’indietro).

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