Bombrini (via)

Via Bombrini

Angolo con via San Pier d’Arena

 

 

 

 

 

 

 

Angolo via Pacinotti a ovest.

 

 

 

 

 

 

 

 

Angolo con via Operai dal Palazzo della Salute

 

 

 

 

 

 

 

Quartiere antico: Canto-Fiumara     N° immatricolazione: 2730              Categoria : 2

Codice informatico della strada n°: 06860            Unità urbanistica: 26 – SAMPIERDARENA

CAP: 16149               Parrocchia:  Santa Maria della Cella

Da Vinzoni 1757. In verde via Bombrini, in giallo via Fiumara, in rosso la crosa al Ponte, in fucsia la strada della Marina ed in celeste il viale e la villa del mag.co Rainero Grimaldi.

Da Pagano/1961.

 

 

 

 

Da Google Earth 2007. In verde via Bombrini, in fucsia via Operai, in rosso via Gaggini e in giallo via Antica Fiumara.

 

Struttura

Ancora nel 1910 viene descritta collegare via Cristoforo Colombo (via San Pier d’Arena) con via Operai, con civici sino al 12 e al 15.
Una mappa nell’archivio Ansaldo del 1924 conferma, però più giustamente, da via Garibaldi a via Operai.
Prima della rivoluzione urbanistica degli anni ‘90 era senso unico viario, da via  Operai a via A.Pacinotti.

Nel 2000 da un terrazzo di via Molteni: il primo in basso è un tetto di via Pacinotti, mentre la seconda fila era via Bombrini con la torre.

Sbarramento di inizio lavori.

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal 2006, completati i lavori in zona, appare fatta a T: il ramo verticale nuovo non esisteva nell’antico tracciato (vedi foto sotto), è orientato a sud-nord, senso unico da via Pacinotti (passa a levante dell’ultimo palazzo con torre ottagonale,  e sbuca nel ramo lungo proprio di fronte alla Torre della Fiumara. Il ramo orizzontale è orientato est-ovest, si sovrappone all’antico tracciato, ed è senso unico da via Pacinotti a via Gaggini, mentre da via Gaggini a ponente è doppio senso.

Il nuovo tratto visto da via Pacinotti.

 

Storia

Dalla prima carta esistente del 1757 si evidenzia che la strada non esisteva ancora nella sua totalità, ma è tracciato il primo tratto a levante che portava al ponte ed iniziava dalla strada della Marina i cui ultimi due palazzi appartenevano a levante al mag.co Filippo Centurione, seguito dal mag.co Giovannino Mari.
Aveva nome di Crosa del Ponte, detta “comunale del ponte“ o anche “vico del ponte di Cornigliano”; tagliava in diagonale la zona, e collegava la via della Marina (via Cristoforo Colombo, ora via San Pier d’Arena) col ponte di Cornigliano, corrispondendo al tracciato della strada in oggetto.  Si può quindi dire che sia stato l’antico nome della via.

A mare esisteva la villa con parco del mag.co Rainero Grimaldi (il quale però era del 1500; quindi – la proprietà – probabilmente era sempre in mano ad un omonimo Grimaldi che ne perpetuava il nome. Questa villa, a mare sulla riva era delimitata dalla “strada comunale della Fiumara“-, ove già si trovava qualche cantiere per costruire e varare vascelli).
Sempre nella carta del Vinzoni (vedi cartina sopra), a monte invece si intravede un gruppo di case lungo la crosa, per una delle quali si legge solo il nome ‘Andrea’; ed altre case probabile appartenenti a due vaste proprietà adiacenti: – a ponente, del rev.do Giacomo DeNegri; a levante dell’ill.mo Mag.to de Poveri Perpetua a Matteo Castelli (sic). Poi la strada piegava a nord e non seguirebbe più il tracciato moderno.
Nella antica zona sampierdarenese del Canto in una mappa del 1846 risultavano cambiate alcune proprietà: compaiono i fratelli Rolla (tintori), Lorenzo Dufour, Teresa Oliva Pratolongo (casa di villeggiatura), Giuseppe Torre e Francesco Carrena (corderia con 50 operai fondata nel 1786), G. Pescetto (fabbrica di amido). Rimane invece, storicamente più importante per la zona, la proprietà   della marchesa Maria Oriettina Lamba Doria (erede dell’Ambrogio Doria visibile nella carta vinzoniana), consorte di Fabio Pallavicini, che aveva  una villa padronale e tre case coloniche,  baracche  (poi utilizzate per la fabbrica di sapone di Salvatore Tubino), orti,  canneti e vigneti.
Una zona pianeggiante quindi, quello tra il Canto (crosa dei Buoi) ed il torrente, detto  della  Fiumara o comunemente “Prato dell’ Amore“,  con orti straordinariamente fertili dove si producevano  verdure di prima qualità e le miglior del borgo, invano difeso dall’obbligo di vendere tutti i terreni visto che lo stato piemontese lo aveva dichiarato di pubblica utilità per la costruzione della ferrovia e poi anche delle fabbriche di Taylor.
Queste, proprio nell’anno 1846, iniziarono a comprare 33.616 mq a mare rispetto la strada verso il Ponte, ed  eressero i fabbricati e nel 1853 divennero Ansaldo, il quale per allargarsi ventitre anni dopo acquistò altri 36.723 mq, distrusse la casa padronale (allora Dufour) e quella colonica, spianarono cortile, canneto, vigna e le baracche del saponificio di Giuseppe Pescetto. Seguirono altri 30.000 nel 1874 che permisero arrivare al mare ed aprire il cantiere navale e varare nel 1877 la prima nave-vedetta (lunga 87 metri) battezzata “Staffetta”. Poi ancora 42.750q nel 1881 ed altrettanti nel 1884.
La strada, venne deciso alla fine dell’anno 1900, che fosse dedicata ai Bombrini: nel dicembre 1900 il regio Commissario straordinario propose al Comune questa titolazione che era già in atto ma non ancora ufficiale. Infatti definì la titolazione: “al posto di vico al Ponte di Cornigliano, da via Cristoforo Colombo all’ingresso principale dello stabilimento Ansaldo, ed attraversando la via Operai fiancheggiare lo stabilimento suddetto fino sotto il Ponte“; in altro documento si precisa “passando davanti alla cappella Rolla ed alla fabbrica Dufour“.
Quindi già esisteva nel 1902, come citata dal Pagano di quell’anno.
Dapprima fu distinta in “inferiore” (con varie case tra cui quella dei fratelli Dufour, degli eredi Morasso, ed un emporio) e “superiore” (con case private,  l’Ansaldo, la cappelletta e proprietà fratelli Rolla, un emporio di G.B. Carpaneto).
Inizia l’utilizzazione degli edifici laterali per opifici sia nel ramo industriale che artigianale. Soprattutto venne delimitata  dagli  stabilimenti, prima  Taylor poi Ansaldo, eretti con stile architettonico di fine secolo 1800 con il loro lato più lungo sulla via (quello più corto era su via Operai) e con successive e continue modifiche strutturali ed ampliamenti che distrussero tutto ed inglobarono nella costruzione la più antica  torre.
Nel 1924 aveva lato mare procedendo verso ovest abitazioni ancora oggi presenti e poi  il vicolo dedicato allo scultore Gaggini e più avanti lo stabilimento Dufour. A monte invece abitazioni, poi lo stabilimento Glucosio e a seguire proprietà di vari privati.
Nel 1927 è iscritta nell’elenco comunale nella 4a categoria.
Nel 1940 lato mare dopo vico Gaggini risultava un lungo edificio, di cui la metà a est era di proprietà Dufour e quella a ovest della Società Ligure Industriale Commerciale.
Viene descritta dal Pagano tra via Pacinotti e via Operai con civici neri:

  • 2;
  • 3: prof. Baccaredda medico chirurgo;
  • 6: Dufour Lepetit, estratti tannici
  • 7: Società Ligure Industrail e Commerciale, Fabbriche Glucosio

I civici rossi con, due carbonai, due commestibili, due  osterie e una friggitoria, fruttivendolo, panificio, latteria e stracci.

Anni ’80. Così era il lato monte verso ovest. Ora arriva fino alla trattoria, il resto è completamente cambiato.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il lato mare verso ovest.

 

Il lato mare verso est.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La torre medievale non è segnata ed apparirebbe inclusa nel lungo stabilimento dei Dufour.
Un giornalista de Il Lavoro, in un articolo-ricordo del Canto, pubblicato nel settembre 1979, riferisce di un anziano che ricordava: “dove ora c’è la Standa (via Tullio Molteni) esisteva un bellissimo viale che partiva da via Stefano Canzio, la vecchia “crosa dei buoi” e arrivava fino al greto del Polcevera. Erano tutti villini sul mare dove vivevano le famiglie aristocratiche. Sotto c’era una bellissima spiaggia“.
Difficile valutare i bei ricordi di chi  ha vissuto nella zona, però che ci fosse stato un bel viale e dei villini aristocratici lascia perplessi ed un bel po’ scettici, a meno che non si tratti della via della Marina prima dell’insediamento delle fabbriche (Valerio Castronovo a pagina 147 della “Storia dell’Ansaldo” dice “lo stabilimento si erge in un angolo morto della città…“ ).
La strada fu così percorsa per quasi un secolo da migliaia di attivi operai, la cui presenza nel borgo determinò lo sconvolgimento edilizio ed urbano, ma anche poi il titolo di “città”.

Inizio delle demolizioni nel 2000.

Ingabbiatura della torre nel 2004.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Villa Grimaldi-Cattaneo

Nella carta del Vinzoni appare come grosso edificio con un vasto giardino sviluppato a ponente entrambi paralleli al mare, con probabile entrata secondaria a ponente verso il borgo; a levante invece c’era l’entrata principale separata dal giardino da un’ampia aia.
La villa sarebbe stata costruita nel XIV secolo da Ranieri Grimaldi e risulta nel 1582 essere proprietà di Pasquale Grimaldi. Nel 1771 l’arciprete Borelli descrive una “cappella dei Grimaldi, sacra alla SS. Annunziata, eretta presso la Marina”, ma considerato che le misure ed il tempo, allora erano molto approssimative, “Marina” potrebbe essere attribuibile a qualche altra villa Grimaldi dell’attuale via Nicolò Daste.
Risulta presente nella cartografia del 1708 di Volckammer, che intesta la proprietà al sig. Filippo Cattaneo, primo proprietario conosciuto di questa famiglia ed in quella del 1757 del Vinzoni, il quale la reintesta ai Grimaldi in particolare al mag.co Rainero. Non chiaro l’intermezzo dei Cattaneo tra due Grimaldi: probabile passaggio di eredità dopo matrimoni tra nobili, è probabile altresì che Rainero sia stato l’ultimo proprietario dei Grimaldi ed omonimo del primo, prima che il vasto lotto di terreni fosse venduto.  Nel 1835-8 il Porro indica proprietaria della villa una raffineria da zucchero, tipico e non unico esempio della nascente trasformazione delle ville in fabbriche. Era la raffineria da zucchero di Lorenzo Dufour, che così iniziò la sua attività prima di orientarsi più decisamente nell’industria chimica (vedi “via Fiumara”).
Si presume sia questo l’edificio che nel 1888 fu ceduto ad Erasmo Piaggio, il quale vi aprì un’altra raffineria di zucchero chiamata “Raffineria Genovese”, che fu chiusa nel 1905 quando il tutto fu fagocitato dall’Ansaldo e distrutto (eccetto la torre).

 

Il palazzo del vento

Dovrebbe essere sinonimo della villa su descritta.
Nicolò Corsi nel suo diario datato 1796 descrive un avvenimento dell’11 settembre: francesi, inglesi e tedeschi erano al limite delle tensioni prebelliche a stento tenute a bada da un editto di neutralità del porto di Genova, ma che tutti si auguravano che esplodessero come poi avvenne poco dopo quando due navi inglesi, arrivate in porto, videro una tartana francese carica di munizioni muoversi per raggiungere San Pier d’Arena dove scaricare e far arrivare i rifornimenti in Lombardia. Gli inglesi inviarono due lance a catturare la tartana e vi riuscirono: da terra cercarono di impedire l’assalto, in particolare “la prenderono, nonostante cinque pezzi di cannone montato dal Palazzo chiamato del Vento, che avevano detti francesi montato per ovviare all’Inglesi lo sbarco, ma questi cannoni  erano vacanti, e bisognò che detti Francesi andassero a prendere la polvere nella Chiesa di San Gio Batta (Decollato, ndr) la quale è molto discosta, e però diede campo all’Inglesi di condurre via la detta tartana…”.
Il 29 maggio 1817 in neo sindaco Antonio Mongiardino, firmò un documento in cui si legge l’esistenza nel borgo di una “crosa del Palazzo del Vento che porta al ponte di Cornigliano” e subito dopo anche di una “strada della Marina che dal Palazzo del Vento porta a Cornigliano”, probabilmente scorciatoia per il raggiungimento del palese vicino, sottintendendo che la strada era la via al Ponte di Cornigliano.
Nel manoscritto de “Stato delle anime” stilato dal parroco della Cella, che rappresenta un vero e proprio censimento degli abitanti del borgo negli anni 1820-50, sono descritti i componenti delle varie famiglie distribuite nel territorio: si legge  un “Palazzo del Vento, di ritorno dalla Fiumara, abitato da Tommasina Cepollina vedova Barabbino”.
A complicare le cose, sappiamo che i Dufour acquistarono la casa nel 1830 da due fratelli  Savignone.
Che la zona fosse popolarmente chiamata “del vento”, è suffragata da altri testi.
Lamponi presuppone giustamente che il palazzo sia quello dei Dufour (ma forse sbaglia quando afferma che la villa fosse in precedenza proprietà di Oriettina Doria, perchè dal Vinzoni si rileva chiaramente che i terreni dei Doria erano più a ponente e senza abitazioni ad uso residenziale.
Il palazzo Dufour era allora di Rainero Grimaldi.
Il Vinzoni non mette nella zona un’altra villa che fosse dei Doria poi divenuta della marchesa Oriettina Lamba Doria in Pallavicini. Ma fu colei che quasi cento anni dopo, nel 1847, dovette cedere il terreno per la costruzione delle fabbriche del futuro Ansaldo.
Quindi se la villa non c’era si può intuire che la marchesa non abitava in zona, ma ne era solo l’ultima proprietaria e faceva curare i terreni da coltivatori e teneva in affitto case coloniche o sedi di attività artigianali.
Nella carta vinzoniana cento anni prima questi terreni dei Doria erano affiancati a ponente da terreni di Ambrogio (ascendente della marchesa)  e ad oriente da terreni di Giuseppe.
E ciò presuppone che nella foresteria ubicata nel giardino della villa sia nata dapprima la raffineria dello zucchero, poi trasformata in laboratorio chimico per gli estratti dal tannino, infine trasformata in appartamenti ed utilizzata quale “casùn” per abitazione di persone in attesa di una sistemazione popolare da parte del Comune.
Rimane non spiegato a quale villa si appoggiasse la torre che comunemente viene chiamata Torre della Fiumara.

 

Torre Fiumara

E’ una delle torri saracene di San Pier d’Arena.
Come tramandato oralmente, forse erano sette, tutte allineate sulla spiaggia, distanziate di circa trecento metri una dall’altra e tutte con la funzione di posti di osservazione contro le scorrerie di malintenzionati, ma forse anche come  postazione militare di difesa che fungeva da deterrente e punto di contrattacco nei confronti di un aggressore.
Ne rimangono solo tre e mezza in tutto: questa della Fiumara, la torre del Labirinto e quella dei Frati; una quarta sicura era nel “Castello” ovvero nel palazzotto del Comune prima della sua ristrutturazione, unica non allineata sulla marina perché eretta su uno scoglio proteso sul mare che delimitava quell’insenatura, da cui il nome “Cella”.
Nate nei punti dove quotidianamente si svolgevano i turni di guardia descritti dal Vinzoni.
Delle tre mancanti una dovrebbe trovare posizione nel centro del rione del Canto, la cosiddetta Torre del Canto, a livello dello sbocco al mare di via Stefano Canzio dove nei  fondi del civ. 107 sono stati descritti interessanti residui di precedenti costruzioni.
Una sesta viene segnalata in prossimità della villa Gardini (vedi).

Ieri.

Oggi.

 

 

 

 

 

 

 

Anni ’80.

Nel 2008.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’antica torre era liscia. L’uso nel tempo ha lasciato segni impropri che hanno pensato giusto conservare.

Interno, durante i lavori di restauro nel 2004.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questa della Fiumara appare la più alta di tutte, forse proprio perché aveva lo scopo di sorvegliare il mare dal lato più aperto e più lontano dall’insediamento urbano in quell’ epoca in cui si temevano le incursioni di pirati, saraceni o invasori.
Si erge sugli opifici (ex raffineria zuccheri, e poi Ansaldo, usata come tromba di un  montacarico ad uso industriale) costruiti a diretto contatto con essa, facendole perdere individualità estetica e funzionale, rilevabile solo dalla svasatura alla sommità e dai beccatelli che ne reggono la parte terminale (fastigio).
Ai tempi della trasformazione edilizia di tutta la zona c’era apprensione sulla possibilità di una dichiarazione di pericolosità che avrebbe consentito di abbatterla impunemente malgrado l’interessamento di tutela offerto da Italia Nostra e dalla Sovrintendenza per i beni ambientali ed architettonici.

 

Numeri civici

I civici neri vanno dall’1 al15 (esclusi 7 e 9) e dal 2 al16 (esclusi 6, 10 e 14).
I civici rossi vanno dal 3r al 51r (oltre al 3A ed esclusi 1, 29, 31, 33 e 39) e dal 2r al 38r (esclusi 2, 28, 32 e 36).
Essendo ambiente popolare e frequentatissimo dagli operai, sia per abitazione che di passaggio, numerosi dovevano essere esercizi commerciali necessari (osterie, friggitorie, fornai, ecc.), non tutti segnalati dal Pagano, infatti non compaiono né bar né trattorie.
Nel Pagano/1902 compaiono i civici:

  • 7: i fratelli Dufour, tel. 812 con lavorazioni di legni di tinta e fabbricazione prodotti chimici;
  • 7: abitazione dello scultore Tosi Onorato
  • 15: l’Ansaldo Gio e C. stabilimenti di metallurgia e costruttori meccanici, tel. 905
  • 24r Demarchi Gerolamo fu Antonio che fabbrica candele di sego;
  • 29r Allgeyer e C. hanno una lavanderia a vapore della lana

Il Pagano/1908 segnala esserci stato ai civici:

  • 7: la fabbrica prodotti chimici e lavorazioni di legni di tinta fratelli Dufour, tel. 812
  • 7: lo scultore Tosi Onorato
  • 24r la fabbrica di sego di Demarchi Gerolamo fu Antonio;
  • 29r la lavanderia lana di Allgeyer e C (a vapore).

Il Pagano/1912 cita nella via:

  • 13r commestibili di Dagnino Davide

Nel Pagano/1921 si aprivano nella strada la Società fratelli Dufour, prodotti chimici e la Società anonima Nitrium, fabbrica di glucosio, i depositi di una Società Ligure e Industria e Commercio Merci.
Nel Pagano/1925 i civici:

  • 7: dal 1912 i fratelli Dufour, tel. 41183);
  • 10: avevano sede i magazzini per depositi (“raccordati esteri e nazionali”) della ditta Benasso Marini & C., tel. 41-020 (uffici a Genova);
  • 13: Dagnino dal 1912;
  • NP la Società anonima Nitrium, Scerno Gismondi e C. tel. 42037;
  • NP: Ansaldo, s.a. stabilimento per la costruzione di locomotive San Pier d’Arena e stabilimento meccanico di macchine marine, turbine e caldaie;

Al civico 192r nel 1932 c’era una sede dell’azienda autonoma Annonaria per la vendita a prezzi minimi dei generi alimentari giudicati di prima necessità (altre erano in via Saffi, Umberto I e Carducci).
Il Pagano/1950 descrive due osterie al 25r (di Dellepiane V.) e al 18-20r le cantine Persano di A. Noce.
Oggi al civico 1 sulla facciata si ammira una effige alta circa un metro della Madonna della Misericordia (confermato dalla dicitura scolpita sul basamento: Mater Misericordiae), in un ovale incassato a circa 4 metri da terra nel muro esterno del palazzo, corniciato da un marmo lavorato. Chiamata anche “a madonnetta di pescôei“, è di origini ignote perché fu da loro trovata sulla riva negli anni a cavallo tra 1800 e 1900 quando la spiaggia era ancora “proprietà” dei pescatori e non invasa dalla cantieristica e poi dal porto. Fu issata da loro issata nella nicchia marmorea sul palazzo, allora prospiciente il mare. Per volontà comune di persone semplici e devote, la riverenza si arricchì del rito di tappa obbligata nell’annuale processione del Corpus Domini: da un piccolo altare improvvisato dai pescatori, il sacerdote impartiva la benedizione a tutti ed al borgo; scomparsi i pescatori, anche questa tradizione andò a smorzarsi sino a scomparire e la statua andò incontro ad un lungo periodo di abbandono. Finché nel luglio 1980 fu restaurata tramite una raccolta di fondi promossa da Radio Sampierdarena 1 sotto il coordinamento di Luigi Cambiaso. Il restauro fu ad opera del pittore Lippi con l’aiuto di varie ditte per i ponteggi, muratura, ritocco dell’inferriata. Fu benedetta infine da don Berto Ferrari, parroco della Cella.

Al civ. 1/5 abitò un ragazzo di nome Guido Galliano, che viveva con la mamma vedova cucitrice allo jutificio sacchi, rapito dalle onde mentre giocava sulla spiaggia nel gennaio 1910, suscitando commozione intensa nella cittadinanza.
Il palazzone è costruito nel severo stile per operai, senza troppi fronzoli e teso allo sfruttamento massimo dello spazio disponibile. Uniche concessioni un accennato ornamento architettonico da terra fino al primo piano e numerosi balconi in aggetto con pavimento in lastre di pietra e ringhiera in ferro battuto alternativamente distribuiti su entrambe le facciate.
Ha una curiosa forma a fetta di torta: un diedro con le facciate (e rispettivo portone) in via Bombrini ed in via Pacinotti che convergono nello spigolo: questo, in geometria pura, è a punta ma nel nostro caso è largo circa cinque metri, la dimensione di una stanza, nella quale al piano terra, è ospitato un negozio di prodotti tipici del sud italiano e americano (fino al 2012).
Sulle due  facciate, perfettamente uguali, appare strana la distribuzione dei poggioli, mentre sulla colonna presso la punta al sesto, quarto e secondo piano, invece che una finestra c’è una portafinestra, e in corrispondenza di esse non c’è alcun poggiolo.

Via Bombrini angolo via Pacinotti a est.

Perché metterci una portafinestra? La curiosità a questo punto ci spinge ad esaminare più da vicino i poggioli delle due facciate: la lastra in pietra della pavimentazione è sostenuta da quattro mensole in muratura, due sugli estremi laterali, con accenno di motivo artistico, ma all’interno della piuttosto ampia luce lasciata libera dalle due mensole più interne ci sono altre due mensole in putrella di ferro, evidentemente estranee allo stile del caseggiato ed evidentemente aggiunte dopo, in rinforzo a quelle originarie. Questa stranezza ha una sua ragion d’essere e porta al dramma ivi verificatosi la sera del 30 maggio 1952. In quel tempo, con le famiglie in casa, le lastre della pavimentazione del balcone del sesto piano si sono improvvisamente rotte sotto il peso dell’inquilina cinquantunenne, e sono precipitate sul balcone del quarto piano, e sul balcone del secondo piano, sfondandoli e facendo precipitare anch’essi. Al quarto piano, il ragazzo di 13 anni, e la sorella di 20, al frastuono che ritenevano provenire dalla strada, si sono precipitati sul balcone, così come sempre avevano fatto per osservare il mondo da quel loro palchetto di teatro privilegiato, ma hanno trovato il vuoto sono precipitati anch’essi sulle macerie del crollo, morendo sul colpo assieme alla prima signora. Enorme impressione suscitò la tragedia in tutta San Pier d’Arena, per la beffa del destino che li aveva risparmiati dalla guerra per farli poi morire in quel modo assurdo.
Al civ. 2, appena superato il portone, in fondo ad un corridoio l’ascensore, ma subito un vano scale caratteristico.

Vano scale del civico 2.

Portone del civico 5.

 

 

 

 

 

 

 

Al civ. 5 il portone possiede una decorazione molto semplice ma importante, tenuto conto che l’edificio era a destinazione operaia e quindi eretto al risparmio (senza terrazzi per esempio).
Al civ. 6,  ancora nel 1950 vi aveva sede la Dufour-Lepetit di estratti tannici, mentre la ditta f.lli Dufour si era già trasferita a Borzoli.
Al civ.7, come scritto sopra, nel 1950 si trovava la Società anonima Ligure Industriale Commerciale e nel 1912 ci abitava lo scultore Tosi Onorato.
Il civ. 11 fu dato ad una nuova costruzione nel 1956, demolita nel luglio 2000 assieme al civ. 7.
Al civ. 12 nel giugno 2008 vi è stato inaugurato dal sindaco Vincenzi un nuovo asilo nido chiamato “La fabbrica dei sogni”, realizzato da Coop7 e gestito da personale del Comune di Genova, capace di ospitare 30 bambini. Si sviluppa su due piani, ha un terrazzo attrezzato a giochi e un cortile esterno.
Al civ. 15 nel 1908 si apriva l’ Ansaldo Gio. e C., con telefono n. 905. iscritto nel Pagano del medesimo anno.
Al civ. 28r nel 1933 vi aveva sede la Società Corale Orfeonica, fondata  il 28 agosto 1908. Il Presidente era Mascellani Domenico.
Nella stessa sede era  annesso il Sindacato corale nazionale fascista corale, sezione di Sampiedarena con segretario Tubino Attilio e D. Mascellani consigliere, che aveva lo scopo di fornire elementi corali lirici per i teatri del ponente, da San Pier d’Arena a Voltri e Pontedecimo, in special modo quindi, sia al Modena che al Politeama Sampierdarenese.
Al civ.29r nel 1911 e 1912 c’era una delle prime lavanderie a vapore della lana, di Allgeyer e C..
Procedendo verso ovest , dopo cento metri di strada chiusa tra le abitazioni e dopo l’incrocio con via Gaggini, c’era il fianco lungo, del rettangolo del  Meccanico, delimitante i laminatoi, i forni, le fucine, la vecchia torre, l’officina di modellatura e per ultimi gli uffici amministrativi che si aprivano in via Operai (Pagano/1908).
Al civ. 8 ha sede l’ARPAL (Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente Ligure).
L’istituzione si apre in via Bombrini alla Fiumara e, nei vari piani possiede tutte le strutture, dirigenziali (regionali e provinciali) e di laboratorio regionale.

Posizione primitiva della ciminiera.

Posizione attuale nell’atrio d’ingresso di ARPAL.

 

 

 

 

 

 

 

 

Intitolazione

Dedicata a tutta la famiglia Bombrini, le cui origini genovesi  risalgono agli inizi del 1700.
De Landolina la dedica solo a Carlo (è possibile, poiché a quei tempi era tipico dedicare le strade col semplice cognome), però sembra chiaro che quando una targa non porta il nome ma solo il cognome, la dedica è a tutti i componenti della famiglia.
Carlo Bombrini (Davagna, 3 ottobre 1804 – Roma, 15 marzo 1882) è stato un banchiere e imprenditore italiano. In gioventù fu amico di Giuseppe Mazzini.
Fu Direttore Generale della Banca di Genova dal 1845 al 1849, Direttore Generale della Banca Nazionale negli Stati Sardi dalla sua fondazione, nel 1849, al 1861 ed infine Governatore della Banca Nazionale nel Regno d’Italia dal 1861 al 1882.
Comproprietario della Gio. Ansaldo & C. ebbe ruolo decisivo nello sviluppo di una forte presenza dell’imprenditoria genovese sul territorio italiano e in particolare della Ansaldo medesima.
Fu nominato Senatore del Regno d’Italia. È sepolto a Genova, all’interno del Pantheon nel Cimitero Monumentale di Staglieno.

 

Carlo Bombrini.

 

Bibliografia

– Archivio Storico Comunale
– Archivio Storico Comunale – Toponomastica- Scheda 488
– Archivio Storico Società Ansaldo
– AA.VV. – Le ville del genovesato-Valenti.1984-pag.19.100
– AA.VV. – 1886-1996 oltre un secolo di Liguria – Il SecoloXIX – pag. 145
– AA.VV. – Annuario guida archidiocesi – ed./94 – pag. 384 ed./02 – pag.422
– AA.VV. – Ansaldo e Genova, 150 anni  insieme – Microart’s. 2005 – pag.21
– AA.VV. – La storia d’Italia – Bibloteca di Repubblica 2004 – vol. 18 – pag.203
– Barozzi P. – rivista La Casana , della Carige – 1977 – n°. 3 – pag .40
– Cadelli G. – il Poverello di San Pier d’Arena – Daste 1992 – pag. 105
– Castronovo V. – Storia dell’Ansaldo – Laterza 1994 – I-53.81.104 mappa.147
– Corsi N. – diario genovese, manoscritto (a cura: Milan M.) – Erga2002 – pag.70-75
– Costa E. – Valentino Armirotti – Soc. O. Universale 2001 – pag. 161
– Costa E. – Sampierdarena 1864-1914 mutualismo e… – Ames 2005 – pag. 244
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– Gazzo E. – 100 anni dell’Ansaldo – Ansaldo 1953-45-6.78.92.139.156-7
– Genova, Rivista municipale:  1/25.1foto di Giovanni  + 11/28.620  +  9/33.744  +   10/37.1
– Il Secolo XIX del 18.01.02
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– Massobrio A.- Storia della Chiesa a Genova – De Ferrari 1999 – pag. 81
– Novella P. – Strade di Genova – manoscritto biblioteca Berio 1900-30 – pag.16
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– Poleggi E. & C. – Atlante di Genova – Marsilio 1995 – tav. 33
– Puncuh D. – Storia di Genova – Brigati 2003 – pag. 568
– Rota A. – Bombrini – Ceretti 1951 – vol. 11
– Tuvo T. – San Pier d’Arena com’eravamo – Mondani.1988 – pag. 142