Bricchetti (crosa dei)

Crosa dei Bricchetti

Viene citata solo sul Gazzettino Sampierdarenese, il nome, che in dialetto genovese significa “dei fiammeferi”, proviene dalla loro somiglianza della pasta prodotta nell’opificio.
Non è nome ufficiale della toponomastica, ma popolare. Si aggiunge a tanti altri, sottolineando l’uso di nomi o nomignoli pratici e sempre atti a riconoscere una zona o una  strada, sulla scorta della maggiore rappresentatività nel luogo. Questo avveniva specie nei periodi ante 1900, quando ancora non esistevano nomi ufficiali se non per le vie più grosse.
Corrisponde all’attuale via Augusto Albini: a mare di villa Grimaldi lato levante, al posto della cancellata che delimita il nuovo palazzo di piazza Treponti, c’era la fabbrica di pasta dei Rebora.
Rebora fu uno degli esempi di “foresto”, imprenditore dotato di una tenace volontà di autonomia, di indole modesta e schiva, ma cultore del mito della famiglia e della operosità, che dal nulla riuscì a creare un opificio di grosse dimensioni, divenendo uno dei tanti borghesi agiati che subentrarono nella gestione economica della città sia perché datori d’opera, sia perché partecipi attivamente di quell’industriosità che distinse la città di San Pier d’Arena nei cento anni a cavallo del 1900.
Andrea Rebora nei primi anni del 1800 si trasferì in San Pier d’Arena iniziando un’attività di pastaio, che trovò favorevole inserimento nel tessuto produttivo cittadino e che durò generazionalmente sino al dopoguerra  dell’ultimo conflitto mondiale.
In piena espansione commerciale, apprezzati per la qualità del prodotto, per la precisione nel lavoro, per il prezzo concorrenziale e avendo trovato commissioni in grossi complessi come per il regio esercito, per molti conventi, per le carceri, i discendenti riuscirono a comperare villa Grimaldi (ai tempi in via Sant’Antonio, poi divenuta via generale Cantore, poi via Nicolò Daste ed oggi Largo Gozzano) e che da allora è detta villa Grimaldi-Rebora.
Sul portone in una nicchia è contenuta la statua della Madonna della Guardia con lo scritto “protexisti ed protegeris” applicato dai Rebora, famiglia assai religiosa, in conseguenza della miracolosa guarigione di un nipotino, omonimo del fondatore.
Andrea Rebora sposò Carlotta Bruno, figlia di Giovanni, uno dei fondatori del teatro Modena, e sorella di Nicolò progettista del Modena e dell’acquedotto (vedi via Nicolò Bruno); ebbero più figli, che proseguirono l’attività paterna (nel 1933 era “pastificio Rebora Andrea & figli”), riuscì ad esprimere la sua agiatezza acquistando una bella villa a Belvedere (rimasta immortalata in un famoso dipinto del Vernazza).
I figli arrivarono negli anni 1880 a dotarsi di una flottiglia capace di andare ad Odessa sul mar Nero a procurarsi direttamente il grano. Il grano era fatto sbarcare o in porto a Genova o direttamente sulla nostra spiaggia: in ogni caso i “facchini di spiaggia” locali, già dal 1822 quando erano in 250,  avevano diritto a risquotere una  tassa sul trasporto ed essere così  pagati con “un soldo per ogni mina se i sacchi saranno depositati a piano terra , e con due se ai piani superiori”.
Dei Rebora a San Pier d’Arena vengono ricordati anche una Maria (sposa di un Luigi Gais, a sua volta nipote di Luigi Morasso, pittore, proprietario di case in via Garibaldi e titolare di una fabbrica di sapone) ed una Clotilde, fervente sostenitrice di don Daste.
Negli anni dal 1950 ad oggi si ricordano i Rebora quali gestori di una pasticceria in piazza Vittorio Veneto.

Bibliografia

– Gazzettino Sampierdarenese:   2/83.11  +  1/96.5  +  5/98.7
– Pagano/ 1961 – pag. 179.1240