Buoi (crosa dei)

Crosa dei buoi

Corrisponde all’attuale via Stefano Canzio,  più un tratto diritto che attraversava l’attuale piazza Vittorio Veneto, proseguiva nella vecchia via N. Bixio sino a sbucare dove finiva via del Mercato (via N. Daste) per congiungersi con via A. Saffi (oggi via C.Rolando), a monte dell’attuale sottopassaggio di piazza Nicolò Montano.

Dalla cartografia di MatteoVinzoni (1757). In verde la crosa dei buoi, in blu villa Centurione del Monastero con proprietà verso levante.

La strada fin dai tempi più antichi fu così chiamata popolarmente (Vinzoni scrive “crosa dè bovi”) e dalla sua nascita la strada era (in verde) diritta ed unica, dalla zona detta “Mercato” al centro del borgo, cioè alla Marina. Costeggiava diverse proprietà: a ponente, per prima la villa e parte del vasto possedimento di Filippo Centurione (in rosso; il suo territorio arrivava al mare, ma facendo come un L rovesciata; per cui dopo aver costeggiato più di un terzo di strada, la abbandonava verso ponente lasciandola costeggiante da altre sottostanti proprietà), seguita dal rettangolo di terreno posto proprio al centro del tragitto stradale attribuito al mag.co Rainero Grimaldi (in fucsia), che aveva piccolo dente di terra fino al mare; infine, la proprietà (in giallo) del mag.co Francesco Maria Rovere. A levante, in angolo esiste (color viola) un piccolo possedimento rettangolare il cui proprietario è pressoché illeggibile in “M.co S… Conti”; seguito  dal vastissimo terreno (celeste) del Mag.co Giuseppe Doria, che arrivava quasi sino al mare, esclusa la palizzata sulla marina; infine nell’angolo della crosa esiste una proprietà altrettanto illeggibile forse di un “M.co Giuseppe o Agostino, Centin o Centur”.
Nell’anno 1901 la città fu obbligata da legge reale a dare un’intitolazione ufficiale, apponendo una targa ai confini della strada: la Giunta comunale scelse darle in nome del pittore Nicolò Barabino, che raggiungeva passando a levante della villa Centurione-Carpaneto, dove ora finisce via Antonio  Cantore ed inizia via Carlo Rolando.
Il lungo rettilineo fu spezzato in due tronconi a metà quando fu eretto il  “biscione” della ferrovia (1850), creando nel mezzo uno slargo chiamato poi piazza Vittorio Veneto.
Cronologia storica  della strada
Nell’anno 1798 in regime della Repubblica Ligure la municipalità, al fine di nominare degli ispettori amministrativi (una sorta di vigili urbani con presenza anche notturna per prevenire disordini, mantenere la tranquillità e proteggere le proprietà), divise la città in tre quartieri: la crosa  dei buoi divenne assieme a vico dei Disperati (oggi via Dattilo) la linea delimitante il quartiere centrale del borgo, detto “della Fratellanza”, da quello verso nord che arrivava fino al Campasso compreso, detto “dell’Eguaglianza”). A sua volta il quartiere centrale era separato da quello posto  da quello all’estremo est era “della Libertà” dall’asse viario vico sant’Antonino (collocazione dubbia, vedi vico Sant’Antonino) assieme a vico San Barborino (via delle Franzoniane più salita San Barborino).
Da Tito Tuvo si ha notizia che il 4 agosto 1802 la Municipalità obbliga “tutti gli osti posti dalla crosa dei Buoi al ponte di Cornigliano di sbarazzare i pubblici recipienti situati nei loro orti che danno esito alle acque”.
Nel 1819, da pochi anni sotto il regno dei Savoia, un quadro statistico comunale segnala che la strada era “in buon stato” ed altrove aggiunge che nel borgo la macellazione annuale (non dice dove, ma si presume avvenisse nelle singole poche macellerie) era stata di “50 bovi, 120 vacche, 200 vitelli, 40 maiali e 1300 bestie minute. Costo cadauno: bovi lire 200, vacche lire 50, vitelli 50, maiali 60, bestie minute lire 3 quale prezzo medio”; questo quando la popolazione era di 5300 persone (di cui 2310 maschi e 2990 femmine) ed in quell’anno si erano sposate 49 coppie, erano nati 193 bambini, erano morte 103 persone. Genericamente erano tempi duri di miseria, indigenza e fame, la lotta giornaliera era per la bruta sopravvivenza.
Si legge che il 5 maggio 1821, il Comune stanziò la cifra di 650 lire “per lo sbarazzo del canale nella crosa dei Buoi“, probabile concetto di fognatura a cielo aperto, parallelo alla strada.
Caratteristica negativa era la strettezza, fonte di continui incidenti tra carri nel loro incrociarsi o superarsi. Certo non esistevano allora i sensi unici o il mantenere la destra nel trafficare la strada e sicuramente non mancavano i “Nuvolari” alla guida dei carri. Il direttore di Polizia di Genova scrive ai Sindaci “in vista di frequenti funesti o quanto mane pericolosi disastri che occorrono sulle strade pubbliche a motivo dell’incuria dei carrettieri, occorrono energiche misure per reprimere tali inconvenienti. I ricorda che i carri e carrettoni e le vetture dovranno essere guidate in modo che i conducenti possano in ogni tempo signoreggiare i loro muli o cavalli”.
Fatto è che all’ordine del giorno erano investimenti, incidenti e scontri tra carri, alcuni anche mortali.
Il Consiglio Comunale nel 1823 fa selciare la strada. A maggio di quell’anno lo Scaniglia relaziona ”effettuato sopralluogo ordinatomi per i lavori eseguiti dall’impresa C.M., ho rilevato che il selciato non è costrutto nella massima parte con ciottoli (non lastre, nda) della dimensione di cm. 0,20 come da capitolato. Né così le ardesie di Lavagna all’imbocco del condotto, sono di piccola grossezza e non come prescritto”; e il 16 marzo 1824 propone di allargare la strada alla metà onde permettere nello slargo (oggi all’incirca in piazza V. Veneto) l’incrocio tra carri ed a tal fine chiedere alla marchesa Maria Doria Cattaneo il terreno necessario a creare lo slargo. In quella data la strada era stata selciata da poco con ciottoli ed il sindaco Vincenzo Canale, approvato dai Consiglieri, scrive il 28 settembre all’Intendente chiedendo autorizzazione: “Trovandosi in cassa l’Eccedente di £.500 circa sul prodotto del diritto stabilito per l’estrazione dell’arena ho ravvisato che non potrebbe questo meglio impiegarsi che nello stabilimento di due fanali da porsi uno in questa crosa della Cella e l’altro in quella di Bovi”. Così nel dicembre 1924 inizia nel borgo l’illuminazione stradale.
Nel dicembre 1851,  dove c’era la “trattoria del Cagnarin”, alcuni operai meccanici francesi guidati dal patriota Francesco Bardin (che con uno o due suoi fratelli aprirono nel borgo una delle numerose fonderie, ma che poi trovarono migliore sbocco commerciale interessandosi al gas, vedi piazza delle Carrozze), si riunirono per fondare il 25 dicembre 1851  l’ Unione Fraterna, un’associazione umanitaria parallela ad altre create da operai ed artigiani, tutti entusiasti delle nuove idee democratiche-repubblicane di fratellanza, patriottismo,  amore del prossimo, e – tendenzialmente agnostica, con Mazzini  socio onorario.
Anche il regio decreto del 1857, che confermava per la prima volta in forma ufficiale  il nome delle strade cittadine, sancì questo nome per una delle strade della “nuova città di San Pier d’Arena”. Già allora la via era una delle più commerciali, di connessione tra il centro e  la marina. A quell’epoca infatti, il centro cittadino stava spostandosi dalla zona Mercato a quella compresa tra la chiesa della Cella e la piazza creatasi a mare della ferrovia (poi detta degli Omnibus, presso il palazzo dell’orologio).
Nell’anno 1867, ci fu una epidemia di colera, e nella strada morirono 4 abitanti (su 68 in tutto).
Un piano regolatore studiato dall’architetto A. Scaniglia nel 1850 (allora sindaco G.B. Tubino) ed applicato una trentina d’anni dopo, portò negli anni 1880 (forse quando sindaco Luigi Balleydier) all’ampliamento della crosa dei Buoi con demolizione di parte delle case esistenti.
Nell’anno 1888  fu proposto di dedicare al pittore concittadino ancora vivente Nicolò Barabino, seppur lusingato, dapprima riluttante all’idea e poi decisamente contrario, la parte a mare della via  (ovvero dalla marina all’intersecazione con via Vittorio Emanuele, oggi via G. Buranello). Solo dopo la sua morte, nel 1901 il nome del pittore fu ufficializzato con apposizione di una targa in marmo per il tratto a monte della lunga via (in contemporanea oltre il viadotto ferroviario fu dedicata a Nino Bixio).

Illuminazione a gas e non ancora arrivato Balocco.

 

 

 

 

 

 

 

 

Foto ani 1919-1920.

 

Negli anni a cavallo con l’inizio del 1900-1910 viene descritto nell’angolo con via Mamiani un cinema “Ideal”, ospitato in un capannone e che funzionò per poco tempo.
Nell’elenco delle vie del 1927, subito dopo l’annessione alla Grande Genova, compare una “via Buoi” a Genova che avrebbe impossibilitato tornare al vecchio nome. Pertanto, prima del 1933, in una verifica di eventuali confusionari doppioni, locali e con Genova, fu dedicata a Stefano Canzio.

Intitolazione

L’origine del nome non è ben chiara, ma tanto fa supporre che si debba risalire al medioevo, anche se non esistono prove. Come per altri toponimi, il nome dovrebbe derivare dall’uso (o quantomeno in altri casi da indicazione di manufatti o proprietà principali).
Wikipedia riporta una inedita curiosa spiegazione, ovviamente falsa: “La Lanterna sorge sul territorio di Sampierdarena, marcando appunto il confine con la città di cui è simbolo. Narra la leggenda che per determinare a quale delle due città appartenesse il Faro, si ricorse ad una gara: due coppie di buoi avrebbero dovuto tirare in senso opposto un pesante macigno. La coppia di animali rivolta verso Ponente ebbe la meglio. I sampierdarenesi, in segno di riconoscenza, dedicarono addirittura una creuza ai propri buoi.”.
Diviene quindi ovvio pensare, considerato che i toponimi caratteristici traggono pressoché sempre origine da rimarcatura da parte della popolazione di un evento particolare locale, di qualcuno o qualcosa significativo più degli altri, si può pensare che magari qualcuno possedesse nella strada una stalla. Esclusi qui nel borgo un allevamento e l’uso contadino, si può pensare ad una stalla esistente sulla via che collegava la marina col mercato nelle decadi di fine 1700 o inizio 1800 al finire dell’epoca degli aristocratici.
L’intitolazione poteva essere dovuta anche al frequente passaggio di bovini in questa strada, ma la cosa non è per nulla chiara e semplice perché anche così si offrono due tesi diverse, le più spesso proposte da chi scrive sul tema.
Qualcuno giustifica questo transito col fine di trainare i carri con carichi da e per la marina.
Il trasportato era o materiale appena sbarcato dalla spiaggia, indirizzato al mercato o ai depositi (grossi barili di olio o di vino, altrettanto sbarcati in alta quantità), o anche e spesso la sabbia per lavori edili specie nel periodo di enorme incremento dell’edilizia.
Questo transito doveva essere non da poco se fu fatta proibizione passare a fianco del palazzo Centurione “del Monastero”:  perché non  usufruissero di questa strada, essa  fu chiusa da una catena, da cui poi il nome.
Alternative al trasporto erano: il mulo. Animale duttile, forte e paziente; ma simbolicamente è molto meno valutato del bue e meno utilizzabile per il traino pesante.  Se si vuol  polemizzare, verrebbe da chiedersi  allora “perché ricordare i buoi,  e non chiamarne una anche crosa dei muli?” in quanto dovevano essere altrettanto e forse più numerosi a trainare i carretti. Da ricordare che quando fu autorizzato il taglio della pietra per ricuperare l’effige del SS.Salvatore alla Lanterna, il solenne trasporto fino all’abbazia di san Martino,  fu  compiuto  su  un carro trainato da buoi. Infine il cavallo, la spiegazione dovrebbe trovarsi nel considerare che l’uso del cavallo per traino locale fu più tardivo rispetto al bue e questo forse perché era assai più costoso e quindi di lusso per la manovalanza del basso ceto sociale, o per il suo maggiore utilizzo in operazioni diverse giudicate più nobili come  nelle guerre o per spostamenti più vasti, o comunque perché meno utilizzabile nei mille impieghi di quei tempi.
Altri valutano il passaggio degli animali  per essere condotti al macello  in qualche zona della marina, prima che avvenisse la costruzione degli edifici appositi al Campasso. Qualcun altro rafforza questa ipotesi riproponendo un vecchio detto che diceva “î ammazzi a-o Canto, e o mercôu a-o Campasso”. Alla metà di luglio del 1799 il consiglio municipale annotò i cattivi effetti sulla salute dei muli e dei cavalli seppelliti alla Fiumara ed anche dei resti che i macellai dell’esercito francese gettavano dal ponte di Cornigliano; questo fa presupporre che alla marina avvenisse una specie di mattatoio, ma ovviamente non dice che vi fossero macelli ufficiali. Un secolo dopo si raccontano episodi di ovvi inconvenienti al passaggio delle mandrie nella via e, non ultimi, di “animalisti” che già allora creavano contrasti ideologici con i rozzi mandriani stessi. Il tutto  contribuiva a far giudicare la città, alla fine del 1800,  ancora  paese genericamente inefficiente, anche se il tutto era giustificato come necessario per l’industria  e la cittadinanza locale. Roncagliolo, “storico” del Gazzettino Sampierdarenese, arriva a giustificare il nome della strada come derivante dal tragitto dei buoi inviati al macello (in uno scritto li fa provenire dalla stazione ferroviaria collocata a terra in piazza poi Omnibus e da lì portati alla marina e poi a via De Marini dove esisteva un “concentramento”; in un altro pubblicato si racconta che venivano portati al Campasso, provenienti dagli scali ferroviari del Canto e della Crociera.
Personalmente ritengo improbabili tutte queste tesi, innanzitutto essendo il nome stradale molto più antico della ferrovia, precedente addirittura di alcuni secoli alla linea ferroviaria. Lo stesso Roncagliolo ricorda due buffi episodi relativi alla crosa: la figura di un furfante, detto “il Murta” che, davanti al giudice in tribunale, giustificò il furto di un bovino avviato al macello raccontando di aver raccolto una corda per strada e non essersi accorto che all’altro capo era legata una mucca, che ovviamente lo aveva seguito: questa spiegazione destò l’ilarità di tutta la corte. L’altra storia narra  di una squadra di pompieri in sfilata che, marciando per via C. Colombo e dovendo girare per raggiungere piazza degli Omnibus, invece del classico ordine militaresco “volt a destr!”,  si sentì ordinare dall’ufficiale “zù, pe-a crosa di bô”.
In ogni caso dagli archivi genovesi scritti dalla Prefettura francese, appare che  non esisteva nel genovesato alcun allevamento di bestiame grosso.

A destra (“sul mare”) la scritta “Crosa de bovi”. La parola Crosa si legge male e sembra di sei lettere: o la “C” nella parte alta ed in quella bassa è spezzata e la “o” sembra “e”; la “s” sembra “r”, oppure la “o” non è chiusa ed è costituita dalla unione della 3ª e 4ª lettera. Per la “v” di “Bovi” che somiglia ad una “u”, facciamo riferimento alla sottostante a sinistra, di “Fran.co Rovere”.

 

Per paragone riportiamo la parola “Crosa” come scritta per un’altra strada.

Sulla carta del Vinzoni del 1757 si legge chiaro il nome ‘crosa de bovi’.
Ritengo da non escludere che l’etimo del nome provenga da un tipo di barche chiamate ‘bovi’, assai presenti sulle spiagge liguri (cantieri conosciuti a Varazze) anche se non tipicamente liguri.

Disegno di un bovo, dal libro “Pescatori di corallo” di Durante & De Ferrari, ed. Dominici.La professoressa L. Gatti scrive che “di questo scafo, nel 1815 sono le unità più numerose in tutta la regione” ed indirettamente la studiosa pone un freno a questa interpretazione, quando scrive che nelle sue ricerche “non abbiamo mai incontrato questa denominazione prima del XIX secolo”  sulla scia di De Negri che ha descritto più dettagliatamente alcuni tipi di scafi e che datava la comparsa di questo tipo di scafo al Primo Impero Napoleonico o ai tempi della Repubblica Democratica Ligure.  Nello stilare la qualità della flotta del Levante (Lerici-Portofino) del 1796, quindi XVIII secolo, riporta esserci 2 bovi, in più in tutto il corposo e preciso libro, benché San Pier d’Arena sia citata molte volte, lo è sempre di rimessa poiché quasi tutta la documentazione presentata, specie quella nei particolari, attinge prevalentemente dai cantieri del ponente (specialmente Varazze) e, nel descrivere il bovo, della cantieristica di San Pier d’Arena non ne fa alcun cenno.

Bibliografia

– Archivio Storico Comunale
– Ciliento B. – Gli scozzesi in piazza d’Armi – De Ferrari 1995 – pag. 63
– Durante DeFerrari – Pescatori di corallo turco barbareschi banditi e schiavi – Dominici 1984
– Favretto G. – Sampierdarena 1864-1914 mutualismo e cooperazione – Ames 2005 – pag. 165
– Gatti L. – Navi e cantieri della Repubblica di Genova – Brigati 1999 – pag. 136-247
– Gazzettino Sampierdarenese:   7/80.7  +  8/81.5   +   9/81.10    +   6/89.3  +   1/95.3  +  8/95.7
– Internet: http://digilander.libero.it/navescuola/contatti.htm e http://www.maurizioerminio.it/glossario.htm
– Lameladivetro – Assessorato provinciale al patrimonio culturale
– Mainelli M. – Lega Navale Italiana sez.Sestri Ponente – 1987 – ultima pag.
– Morabito L. – Il mutuo soccorso – Istituto Mazziniano – 1999 – pag. 323
– Morabito Costa – Universo della solidarietà – Priamar 1995 – pag. 346-369
– Novella P. – Strade di Genova – Manoscritto biblioteca Berio 1900 – pag. 9-18
– Petrucci VE. – Dizionarietto – Secolo XIX – pag. 344
– Tinteri O. – Barche nella storia, barche del Mediterraneo – La Linea 2011 – pag. 32
– Tuvo T. – Memorie storiche di San Pier d’Arena – dattiloscritto inedito – pag. 50-87
– Tuvo T. – Sampierdarena come eravamo – Mondani 1983 – pag. 31
– Tuvo Campagnol – Storia di Sampierdarena – D’Amore 1975 – pag. 52